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la cellula
di Michele Flammia
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Quella mattina Erik si svegliò molto più presto del solito. A dir la verità non aveva dormito quasi per niente. Era andato a letto molto presto, ma non gli era riuscito di prendere sonno, se non per un paio d’ore. Stupidi incubi avevano rovinato anche questo breve riposo. Aveva sognato di picchiare suo figlio. Lo aveva sorpreso nel garage a giocare con la sua pistola. Beh, in realtà Erik non aveva una pistola, e quella non poteva che essere quella di suo padre, il tenente Foster. Ma nel sogno era diventata sua, e il piccolo Robin l’aveva presa di nascosto dalla scatola di scarpe nell’armadio. Erik sapeva di sognare, ma non riusciva in nessun modo né a comportarsi come avrebbe voluto, né tanto meno a svegliarsi. Si vide scaraventarsi sul piccolo Robin come una furia e ridurlo in un riluttante ammasso di carne e sangue. Non avrebbe voluto fargli così male, ma non era proprio riuscito a controllarsi. Si era svegliato col dubbio che tutto questo fosse successo davvero. Verso le quattro del mattino aveva perciò aperto la porta della cameretta di Robin, stando attento a non svegliarlo. Il piccolo dormiva di un sonno profondo, e il padre resistette a stento al desiderio di abbracciarlo e di baciarlo. Di chiedergli scusa. Ritornò a letto, sentendosi un po’ idiota. Non riuscì però più a chiudere occhio, e poco prima delle sei decise così di mettersi in piedi, nonostante dovesse essere al lavoro solo alle nove.
Era teso. Sapeva però che sarebbe riuscito a controllarsi. Mille pensieri gli attraversavano la mente. Per evitarli, compiva tutte le normali azioni quotidiane con estrema precisione. Impiegò quasi quaranta minuti per radersi. Lavato vestito e pettinato, svegliò Robin, gli preparò lo zaino e la colazione. Insistette per accompagnarlo a scuola, ma alla fine cedette al suo desiderio di andare in autobus. Sulla porta lo salutò con molto affetto. Troppo, a giudicare dallo sguardo del piccolo.
Non erano ancora le otto, e non ci volevano che venti minuti per arrivare al lavoro. Rientrò dunque in casa, si sedette sulla poltrona e si rassegnò a dover restare per un poco solo con se stesso. Realizzato che non poteva non pensare, cercava di dominare i suoi pensieri, di ordinarli. Si perse così nella sua fantasia preferita. Ad essere precisi, non era proprio una fantasia. Si potrebbe considerare quasi una teoria filosofica. Per Erik, non era nient’altro che la più esatta interpretazione della realtà. Era un pensiero che aveva elaborato già da ragazzo, e che si può dire avesse condizionato tutta la sua vita.
A tutti sarà capitato di dare una sguardo veloce all’immensa confusione che ci circonda, cercando un senso, un ordine, una spiegazione quanto più plausibile possibile. E tutti noi abbiamo ci siamo dati le nostre risposte, sbrigative o meditate, che ci hanno permesso di trovare una soddisfacente giustificazione di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Il problema principale di Erik era la paura della morte. Nessuna religione (e ne aveva preso in considerazione tante!) riusciva a fargli accettare l’idea che un giorno sempre più vicino avrebbe dovuto lasciare questa vita. Se pensava a tutti gli uomini che la storia aveva sepolto, alle loro passioni, i loro amori, le loro sofferenze e le loro speranze seppellite con loro, la sua misera esistenza gli appariva senza senso. Si sentiva un piccolo punto su una linea lunghissima che correva in entrambe d le direzioni. Questo pensiero angoscioso non l’aveva però fatto perdere d’animo, ma al contrario lo aveva esortato a riflessioni sempre più complesse. Alla fine, la soluzione del suo problema gli fu improvvisamente chiara. Fu un’illuminazione. La risposta lo fulminò un giorno mentre guardava un documentario sulla flora americana. La biologia era sempre stata la sua passione, e più di una volta si era quasi pentito di aver scelto medicina all’università. Il documentario lo sorprese, rivelandogli che alcuni studiosi avevano scoperto il più grande essere vivente della Terra. Era questi nient’altro che un bosco di pini. Ad una prima occhiata poteva sembrare un normalissimo bosco, con tanti pini. Gli studiosi avevano però scoperto che tutti i pini si alimentavano attraverso un’unica enorme e incredibilmente intricata radice. I pini erano dunque le numerose membra di un unico essere vivente.
L’effetto di questa notizia fu per Erik un misto di stupore, fascino, felicità, appagamento e sicurezza. Soprattutto sicurezza. La sicurezza di aver capito tutto. La verità, chiara, anzi cristallina, si condensò in un’unica semplice rivelazione: l’umanità è un unico grande organismo vivente. L’umanità è un unico grande organismo vivente. I singoli individui non sono altro che le singole cellule di un unico essere vivente che è tutto il genere umano. Si risolve così il più grande dei problemi: la morte. La morte dei singoli individui, e la nascita di nuovi rappresentano solo il continuo processo di rinnovamento dell’organismo. L’umanità poteva perciò ben sperare di essere immortale.
La vita di Erik, il suo lavoro, i suoi obiettivi, i suoi rapporti con gli altri uomini apparivano così sotto una luce nuova. Si rese presto conto che lo scopo della sua vita, lo scopo della vita di tutti, doveva essere quello di capire la propria funzione all’interno del grande organismo e di cercare di svolgerla al meglio. Finalmente capiva perché da sempre una condotta egoistica lasciava quel senso di vuoto e di miseria nell’animo umano. Tutti coloro che vivono solo per sé stessi, agiscono così solo perché non capiscono questa importante verità. Disperazione, tristezza e miseria sono le conseguenze di questo modo di vivere.
Ma il dovere di Erik non era quello di convertire i dissoluti. Egli doveva concentrarsi sulla sua funzione all’interno dell’organismo: il suo lavoro era il suo dovere. Erik riconosceva così nella società la razionalizzazione delle funzioni vitali dell’organismo “umanità”. Così come le cellule del corpo umano si impegnano ognuna a svolgere il suo ruolo ( portare l’ossigeno, contrarre i muscoli, espellere le sostanze nocive etc.), così gli esseri umani si adoperano nelle svariate attività: agricoltore, soldato, giudice etc.
Negli anni, questo modo di vedere le cose si era radicato sempre più nel suo animo. Questa sua concezione era diventata quasi una forma di religione. Egli infatti si sentiva di dover rendere conto di tutte le sue azioni, dalla più solenne alla più meschina, al grande organismo di cui tutti siamo parte. Se un giorno andava al lavoro un po’ svogliato, subito si sentiva in colpa, pensando a come sarebbe stato brutto per lui se il suo braccio ubbidisse a fatica al suo volere. Inutile dire che questo profondo senso del dovere gli aveva procurato la stima della maggior parte dei suoi simili, già dai tempi dell’università. Era conosciuto da tutti come una persona rispettabile, un uomo che svolgeva il suo lavoro con estrema serietà. Come un uomo perfettamente consapevole di quale fosse il suo ruolo nella società, e di quanta fatica occorresse per svolgerlo alla perfezione. C’erano naturalmente dei “momenti no”. Dei momenti in cui si perdeva d’animo. E soprattutto dei momenti di dubbio. Dei momenti in cui i dettagli della sua funzione sociale sembravano tutt’altro che ben definiti. Ciò che più lo metteva in crisi, era l’atteggiamento da tenere nei confronti di tutti coloro che, per un motivo o per un altro, non si rendevano conto di agire contro gli interessi dell’organismo. I più degenerati erano per lui nient’altro che cellule cancerogene. Ma non per questo erano un vero pericolo. L’organismo umanità era talmente forte da far tranquillamente pensare di essere indistruttibile, eterno. Il fatto che non comportassero una minaccia, alla fine, rendeva meno importante il problema di come trattare tali individui. Erik cercava di non pensarci poi tanto. Sapeva che il segreto della felicità era concentrarsi sul suo dovere. Tornare la sera a casa con la consapevolezza di aver svolto il proprio lavoro con coscienza era il segreto della felicità. In certi momenti Erik si sentiva in perfetta armonia con sé stesso, con l’organismo, con tutto l’universo. Un senso di profonda sicurezza lo appagava pienamente. Sapeva che se qualche volta aveva avuto dubbi su quello che faceva, era solo perché aveva perso di vista la verità: lui era una cellula e doveva svolgere il suo dovere all’interno dell’organismo. Sapeva che se qualche volta non riusciva a capire perché faceva quello che faceva, era solo perché aveva perso di vista la verità: era una cellula e doveva svolgere il suo dovere all’interno dell’organismo.
Così, quella mattina si rilassò, trasse un profondo respiro, chiuse gli occhi. Sentiva l’organismo respirare, il suo cuore battere. Uscì di casa, prese la macchina e andò al lavoro. Sentiva l’organismo alzarsi in piedi. Entrò nell’edificio, salutò sorridendo Jack, indossò il camice e controllo gli strumenti. Sentiva l’organismo stiracchiarsi allargando le possenti braccia e piegando il busto all’indietro. Entrò nella camera e scambiò due parole con le guardie aspettando l’ora stabilita. Sentiva che l’organismo provava dolore. Manca mezz’ora: le guardie prelevano il condannato. L’organismo ha male a un dente. Erik comincia a sudare. L’organismo decide di tirarsi via il dente malato. Il condannato alla vista della macchina cade in ginocchio: le guardie, dolcemente, lo prendono di peso e lo legano al lettino. L’organismo afferra il dente malato con le dita. Erik prepara l’iniezione, il condannato piange e trema. L’organismo comincia a tirarsi via il dente; il dolore aumenta. Il cuore di Erik batte forte. Il cuore dell’organismo batte forte. Erik tira la leva, il liquido letale penetra nel braccio del condannato. Il condannato continua a piangere per un pò, poi resta immobile. L’organismo contempla soddisfatto il dente malato nel palmo della mano. Era fatta; c’era riuscito. Erik era finalmente riuscito ad uccidere. Era finalmente riuscito ad uccidere la sua volontà.

© Michele Flammia



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