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L'evaso
di Gianna Messori
Pubblicato su SITO


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Gianna Messori
giannamessori@libero.it
Genere: Fantasy

Sono stato nascosto nell’erba alta mentre mi stavano cercando. Stavo lì, e sentivo che si dicevano l’un l’altro quanto sono pericoloso. Correvano qua e là avvertendo tutti di fare attenzione, perché ero scappato ed ero pericolosissimo. Questo superlativo mi faceva molto piacere, finalmente si accorgevano di me e non solo per lanciarmi quelle occhiate quasi annoiate. Quando uno sta là dentro, non fa paura. Ma se, come me, riesce a evadere, allora sì che fa tanta paura.
Mi ricordo quella donna anziana che mi guardava orripilata. Stava dietro alla balaustra in legno insieme a tanta altra gente, e tutti ascoltavano l’uomo vestito di nero che parlava, parlava, parlava. Io non lo ascoltavo, non m’interessava quello che diceva, tanto diceva sempre le stesse cose, mi indicava con l’indice accusandomi di chissà quali nefandezze. Io non mi sono mai difeso; per quante nefandezze potesse accusarmi l’uomo vestito di nero, non le avrebbe mai trovate tutte. Lo guardavo fisso solo quando mi accusava di cannibalismo. No, non ho mai praticato il cannibalismo anche se so che molti lo fanno, forse se ne avessi sentito il bisogno, l’avrei fatto, ma questo bisogno non l’ho mai sentito, non era giusto che lui mi accusasse senza nessuna prova.
La vecchietta parlava con un’altra donna e si teneva una mano vicino alla bocca, nel tentativo di nascondere la dentiera traballante che, a ogni sua parola, rischiava di staccarsi dalle gengive e cadere. Ha detto: «Mio Dio, quanto è brutto!»
Era bella lei. Io ho dei denti bellissimi, bianchi e molto forti. E poi sono tutt’altro che brutto. Io sono di una bellezza letale, chi ne rimane affascinato, poi muore, ne sa qualcosa chi mi ha incontrato a tu per tu prima che riuscissero a rinchiudermi là dentro. E quella vecchietta, se fossimo stati a tu per tu, non sarebbe riuscita a spiccicare una parola. Le sarebbe caduta la dentiera e non si sarebbe preoccupata di nascondersi la bocca con la mano. Avrebbe avuto tutt’altra preoccupazione. Però, visto che ero prigioniero, praticamente inoffensivo, esposto ai loro sguardi e ai loro commenti, si sentivano tutti forti e sicuri.
«Ma quanti ne avrà uccisi, questo?», bisbigliava uno a un altro mentre mi portava il pranzo.
«Di sicuro non lo sa nessuno», gli ha risposto l’altro, sempre bisbigliando.
Io facevo finta di non sentire quei bisbigli, di non vedere quegli sguardi che sfrecciavano inquieti verso di me, spesso fingevo di dormire, abbassavo le palpebre e me ne stavo quieto e buono, aspettando il momento giusto. Questo al principio. Dopo si erano abituati a me, ai miei lunghi silenzi, al mio stare immobile con gli occhi chiusi, tanto che quello chiedeva, senza più bisbigliare: «Ma sarà vivo? Non si muove, non ci guarda mai.»
«Chiediglielo», ribatteva l’altro, ridendo. «Toccalo e sveglialo.»
«Non sono mica matto», rideva il primo. «Lo so che è vivo e vegeto. Mangia sempre tutto.»
Li ignoravo. Ho avuto tanta pazienza e sono stato premiato con la libertà. Be’, certo, ho dovuto uccidere, uno di loro mi ha affrontato, voleva fermarmi. Io non volevo ucciderlo, non ce l’avevo con lui, era proprio quello che mi portava sempre i pasti, ma lui è stato veramente stupido. Non si affronta uno come me, parlandogli e cercando di farlo ragionare. Io non ragiono, io so solo che là non ci voglio più tornare. Sono un condannato a vita e non voglio passare il resto della mia vita in quella prigione, abbastanza comoda, devo ammetterlo, ma pur sempre una prigione.
Lui sorrideva di uno stentato sorriso, mentre mi parlava. Sorrideva per farsi coraggio e parlava balbettando. Io fingevo di ascoltarlo, mi dondolavo piano, ma ero teso e lo studiavo in attesa del momento opportuno per muovere all’attacco, che doveva essere rapido e micidiale. In questo sono maestro, non faccio mai soffrire troppo le mie vittime. Un poco sì, è normale, non si può uccidere senza sofferenza. Però ci sono altri, rinchiusi come me, che le hanno fatte soffrire molto, le loro vittime. C’è chi le ha soffocate piano piano, procurando loro una morte lenta e dolorosa, una morte orrenda, hanno bisbigliato quei due che mi portavano i pasti.
La morte che do io è rapida, anche se non del tutto indolore. A me non è che piaccia uccidere, soffro un poco per loro, dopo, ma purtroppo sento il bisogno di farlo, ce l’ho nel DNA, è una cosa più forte di me. C’è chi nasce per diventare santo e chi per diventare assassino. E’ come estrarre un bussolotto: a chi viene, viene. Lo decide la natura o Dio o chissà chi. Deve pur esserci qualcuno che lo decide, non può essere tutto lasciato al caso.
Non sono potuto restare in mezzo all’erba alta. Mi è dispiaciuto lasciarla, aveva un buon profumo, era tanto tempo che non sentivo quegli aromi, quel buon odore di terra, era tanto tempo che non ricevevo la carezza del sole sulla pelle, che non vedevo gli steli ondeggiare nel vento leggero. Ma, se restavo lì, avrebbero finito col trovarmi, così, piano piano, un metro alla volta, fermandomi ad ascoltare e cercando di smuovere l’erba il meno possibile, ho strisciato sul ventre fino in fondo al prato. Sono stato fortunato. C’era una casetta con la porta socchiusa e io sono entrato in fretta, non c’erano molti posti dove nascondersi, ma poi ho visto un grande letto e mi sono infilato sotto, ho strisciato fino in fondo, dove c’era più buio, e mi sono messo comodo. Non sarebbero venuti a cercarmi fin qui dentro. Potevo starci finché volevo, stare senza mangiare non è un problema, per me. Ho una resistenza eccezionale, sono forte e robusto, discendo da una stirpe reale, anche se tutti l’hanno dimenticato.
Sono stanco. La fuga e il loro continuo cercarmi, mi hanno sfibrato, il posto è tranquillo e silenzioso, così mi sono addormentato. Ma ho il sonno leggero, basta un nulla per farmi alzare la testa, un fruscio, uno scricchiolio e sono all’erta. Certo sarebbe stato meglio poter dormire in mezzo a quell’erba alta e profumata, inondato dal bel sole caldo che su queste piastrelle fredde e un po’ umidicce, ma io sono un tipo accomodante e poi, quando sono stanco, posso dormire ovunque, mi bastano poche ore di sonno per ritrovarmi fresco e riposato.
Loro entrano e io mi sveglio subito. Ci sono quattro piedi che vanno avanti e indietro, due maschili e due femminili. Anche le due voci sono una maschile e una femminile. Poi entrano due piedi molto piccoli, che fanno saltelli e balzetti, mi rendono nervoso, quei piccoli piedi.
La mia prima vittima è stata una bambina. E’ quella che mi ricordo più delle altre. Molte mie vittime le ho dimenticate, per uno come me è normale. Ma la prima non l’ho mai dimenticata. Come direbbe qualcuno, il primo amore.
L’ho incontrata in un prato. Ero molto giovane e, anche se quell’istinto già vibrava in me, era ancora latente, lo avvertivo ma non lo comprendevo. Me ne stavo disteso sull’erba a crogiolarmi al sole, quando è arrivata lei. Non aveva paura, di solito basta che mi guardino negli occhi e hanno paura. Ma lei no. Mi si è avvicinata e mi ha fissato a lungo, poi ha sorriso. Aveva un sorriso stupendo. Non avevo mai visto una bambina così bella, con quei lunghi capelli neri, quella bocca rossa e ridente, e quei curiosi occhi neri, brillanti come stelle. E quel sorriso che le illuminava il viso. Non volevo farle del male, non volevo proprio, anche se sentivo quell’istinto agitarsi, dentro, e diventare d’improvviso imperioso, come se stesse per sopraffarmi. Avevo sollevato la testa e la guardavo sperando che se ne andasse via. Ma lei si è fatta ancora più vicina e ha steso la sua piccola mano verso di me. Non doveva farlo. A quelli come me, non si tende la mano. Quelli come me si fuggono. Mi è dispiaciuto cancellare quello stupendo sorriso. Ho pensato molto a quella bambina mentre ero prigioniero. Però è strano che nessuno mi abbia accusato della sua morte. Eppure so che giaceva morta in quel prato quando me ne sono andato e so che non avrebbe sorriso mai più a nessuno. Un vero peccato.
Ricordo anche l’ultima vittima, quella è stata davvero l’ultima, perché dopo sono stato preso. Era un vecchio pescatore. Sedeva sulla riva del fiume con la canna da pesca in mano. Aveva la faccia con la pelle raggrinzita del colore del cuoio vecchio, anche le mani erano rugose e del colore del cuoio invecchiato, le dita erano rigide e nodose. Non so quanti anni potesse avere, ma doveva averne parecchi. In ogni caso, io non ho fatto che anticipare di poco l’inevitabile.
Ero rimasto a guardarlo pescare e mettere quei pesci guizzanti color argento nella sua cesta di vimini. Avevo molta fame e, anche se non amo il pesce, la fame è fame e mi sono detto che tanto valeva mettere qualcosa sotto i denti.
Mi sono avvicinato lentamente. So muovermi molto silenziosamente e gli sono arrivato alle spalle senza che si accorgesse di me. Io non volevo lui; volevo prendermi quei così argentati che guizzavano nella sua cesta, me ne sarebbero bastati uno o due, ma lui si è girato, mi ha visto e, con quelle vecchie mani artritiche, ha afferrato la cesta e se l’è stretta al petto. Ne aveva tanti, che gli costava darmene qualcuno? Ha preso la sua canna da pesca e, brandendola come un bastone, mi ha minacciato, urlandomi di andarmene. Come se potesse farmi paura. Io non ho paura di nulla, men che meno di un vecchio tremolante con una canna da pesca in mano.
Io continuavo a guardare la sua cesta e i pesci che, morenti, si torcevano dentro di essa. Uno è caduto fuori e ha cominciato a divincolarsi sulla riva, sforbiciando l’aria con la coda, aprendo e chiudendo la bocca cercando di immettere acqua. Ha sofferto più del vecchio, quel pesce. Tutti quei pesci nella cesta hanno sofferto più di lui. Eppure sarebbe vissuto ancora qualche giorno o forse qualche mese o forse qualche anno, se non fosse stato tanto egoista. Però era un vecchio coraggioso, devo dargliene atto. Lui al declino della sua vita e io nel rigoglio della mia. Ero magnifico, allora. Ma non sono male neanche oggi, anzi direi che la prigione non ha intaccato la mia bellezza. Ho mangiato regolarmente, ho dormito parecchio e ho avuto tanto tempo per pensare. Ero sempre solo. In quella sezione, la sezione dove tengono noi assassini, ognuno è solo con se stesso. Non mi pesava. Sono sempre stato solo. Non ho conosciuto mio padre e mia madre mi ha lasciato che ero giovanissimo. Ho sempre avuto la sensazione che anche lei un po’ mi temesse. Ma non avrei mai fatto del male a mia madre. No, credo proprio che non l’avrei mai toccata, lei, anche se l’istinto è quello che è, e non sempre si riesce a vincerlo.
I piccoli piedi sono usciti dalla stanza e sono rimasti i soli piedi adulti, stanno gli uni di fronte agli altri, vicini, con i diti che quasi si toccano. Immagino cosa stiano facendo i proprietari di quei piedi, sento le risatine femminili e i mormorii maschili. I piedi scompaiono dalla mia vista e il letto cigola un po’. C’è silenzio. Poi il letto cigola di nuovo. Brutto posto ho scelto per nascondermi, ma non è che avessi molta scelta. Devo risfoderare tutta la mia pazienza e aspettare che quei due finiscano le loro effusioni.
Per distrarmi da quel letto cigolante, cerco di ricordare l’ultima volta che anch’io... be’, è piuttosto normale, no? Lei era davvero bella, quasi quanto me, anche lei nel rigoglio della sua vita. Ci siamo incontrati e ci siamo piaciuti subito. Non ho dovuto corteggiarla molto; mi si è praticamente offerta. Era pronta per me e io ero pronto per lei. E’ stata una passione travolgente, la nostra. Peccato che non sia durata. Non l’ho più rivista, dopo. Però mi piacerebbe incontrarla, adesso che sono libero. Chissà, forse potremmo anche ritrovarci, io e lei, e rivivere quella passione travolgente. Però sono passati molti anni, chissà se si ricorda ancora di me. Io mi ricordo di lei perché sono stato rinchiuso per tanto tempo, ho pensato spesso a lei, rimpiangendola. Se fossi stato libero, l’avrei dimenticata. Il mondo è pieno di belle femmine passionali e, di solito, ci si ricorda sempre e solo dell’ultima.
Però mi ricordo anche della prima. Era molto più vecchia di me, anche più massiccia, ma si muoveva in modo molto sensuale ed era molto, molto desiderabile. Mi ha circuito lei, le piacevo parecchio. Ero un giovane focoso, snello, agile e per niente timido. Non so neppure cosa sia la timidezza e non mi sono fatto pregare. La vecchia femmina è stata soddisfatta di me, non me l’ha detto chiaramente, ma sono cose che uno sente. Dopo mi sono sempre orientato sulle giovani, conquiste un po’ più difficili, ma di grandi soddisfazioni. Penso che ogni femmina che ho incontrato e posseduto, sia rimasta soddisfatta delle mie prestazioni. Ma questo lo pensano tutti i maschi, non è che le femmine te lo dicano. Però io sono sicuro di essermela cavata egregiamente.
Il letto non cigola più, finalmente. Ci sono stati gemiti e sospiri e di nuovo il silenzio. Adesso riprendono a parlare. Parlano di me, la femmina dice che le hanno detto che sono fuggito e di stare attenta: sono pericoloso. Uccido per il gusto di uccidere.
Il suo compagno le risponde di stare tranquilla: non sarò così stupido da restare nei paraggi, sarò ormai lontanissimo, chissà dove sono finito.
Basterebbe che si sporgesse a guardare sotto il letto e saprebbe dove sono finito. Sono tutt’altro che stupido, anzi sono dotato di un’ottima intelligenza. Spero che tutti la pensino come lui.
Ma lei obietta che, fosse in me, visto che tutti pensano che sono fuggito lontano e mi sono nascosto nel folto, lei avrebbe cercato un nascondiglio vicino, un nascondiglio a cui nessuno possa pensare.
Le femmine, checché ne pensino i loro compagni, hanno sempre più acume e spirito d’osservazione. E, spesso, sono dotate di un’intelligenza acuta che contrasta con la razionalità un po’ facilona dei maschi.
Il maschio la riprende ridendo, le dice che mi fa più intelligente di quello che sono. In fondo sono solo un assassino e, per uccidere, non ci vuole troppa intelligenza.
In quello che dice c’è del vero. Ho conosciuto assassini, là, completamente idioti, alcuni addirittura si vantavano delle loro vittime, raccontavano di quanto avevano sofferto. Io non me ne sono mai vantato. Lo faccio perché devo farlo. Lo faccio perché non posso farne a meno, ma non me ne vanto. Non mi sono mai avvicinato a una potenziale vittima pensando che lo sarebbe diventata. E’ stato sempre il caso a spingermi verso di lei, quasi mai ho pensato di uccidere. Ma poi mi prende d’improvviso e non riesco a trattenermi. Anche adesso potrei uscire da sotto questo letto e svelarmi a quei due, ma non lo farò. Se dovessero scoprirmi... be’, allora sarei costretto a ucciderli. Ma finché non mi scoprono, possono stare tranquilli tutt’e due. Io devo solo aspettare che passi un poco di tempo, che chi mi cerca si allontani e sgattaiolerò via nella direzione opposta. Da me, loro due, in questo momento, non hanno nulla da temere.
Rivedo i piedi posarsi sul pavimento. I loro proprietari si stanno rivestendo. Non parlano più di me, ma della cena. Piacerebbe anche a me cenare, ma non è importante, posso aspettare. La libertà val bene una cena. Escono e la stanza diventa silenziosa. Si sente l’acciottolio delle stoviglie, di là, non so dove siano finiti quei piccoli piedi balzellanti, ma preferisco non vederli.
Fa un po’ freddo sotto a questo letto, ma mi rannicchio tutto contro la parete che è un po’ più calda del pavimento. Chiudo gli occhi e mi addormento cullato dai rumori ovattati che provengono dalla stanza accanto.
Mi sveglia un leggero fruscio e sollevo le palpebre. Ci sono due occhietti che mi stanno fissando dal fondo del letto. Sono tondi, scuri e scintillano nella penombra. Li guardo incuriosito. Non sono spaventato, non so chi sia quello strano animale che mi fissa senza nessuna paura. Dovrebbe averne, di paura, ma non ne ha. Ne avrà, ne sono sicuro. Fuggirà a gambe levate quando mi ergerò in tutto il mio splendore.
Continua a guardarmi immobile. Non sembra temermi. E’ un animale molto stupido. Persino i pachiderma mi temono, sanno che, con un solo morso, posso ucciderli.
Io sono un cobra reale e non temo nessuno. Possiedo un veleno mortale che uccide in brevissimo tempo.
Esco da sotto il letto e mi ergo, possente e minaccioso, apro il cappuccio e le fauci mostrando a quella bestiola i miei lunghi denti affilati, soffio feroce verso quell’animaletto quasi buffo, ha corte gambette, un muso appuntito e una coda a strisce. Dovrebbe ricordarmi qualcosa, ma in questo momento non mi ricorda nulla. Per me è solo una prossima vittima.
Si muove fulmineo proprio mentre mi avvento su di lui, sembra che mi abbia letto nella mente e abbia previsto la mia mossa. Devo dire che la sua velocità mi ha un poco disorientato. Mi raddrizzo e lui è già pronto davanti a me. Mi sta sfidando. E’ proprio pazzo. Soffio di nuovo e scatto in avanti. Di nuovo si scosta con una velocità incredibile. Adesso è lui che cerca di azzannarmi al collo, ma anch’io so essere veloce e mi giro appena in tempo. Ma, senza capire cosa mi stia succedendo, ho di colpo paura. E’ troppo agile, è troppo veloce, si muove a scatti, un attimo l’ho a destra e l’attimo successivo l’ho a sinistra, subito dopo l’ho di fronte, mi ghigna in faccia, mi sta sfibrando, restare in questa posizione eretta troppo a lungo è faticoso, non mi è mai successo di doverci restare tanto, non ce la farò ancora per molto, devo riuscire ad affondare nel suo corpo i miei denti e, con essi, il mio veleno o sarà la fine. La mia fine. E dire che pensavo di essere invincibile, quasi immortale, e un piccolo, buffo animaletto, mi sta mettendo in seria difficoltà.
«Ma chi sei?», gli domando, un po’ affannato.
«Sono colei che ti divorerà», mi risponde.
E, con un balzo, mi azzanna sul collo, mi stringe tra le sue mandibole, sono forti per essere di un animaletto tanto piccolo, i suoi denti affondano nella mia carne, quella stretta mi sta facendo perdere conoscenza, mi ha appiattito sul pavimento e tutto il mio corpo, lungo più di quattro metri, vibra e si torce inutilmente. Sto morendo. E, nell’ultimo barlume di coscienza, mentre mi scrolla senza pietà tenendomi appeso alla sua bocca, mi rammento il suo nome: mangusta.
Ogni cobra, prima o poi, incontra la sua mangusta. Avrei dovuto ricordarlo, ma ero troppo pieno di me, ero troppo intento a crogiolarmi nel mio potere assoluto. Un potere che, adesso lo so, nessuno possiede, sotto questo cielo.




© Gianna Messori



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