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L'ombra
di Maddalena Lonati
Pubblicato su PBSE2007


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Il mio primo ricordo risale a quando avevo forse tre anni, le trecce imbiondite dal sole e la bocca imbronciata sporca di briciole. Saltavo. Cercavo di saltare dentro la mia ombra e con disappunto notavo che non succedeva nulla, non ero mai nel centro nonostante gli sforzi, poi provavo ad afferrarla e lei sfuggiva, correvo rapida per seminarla ma lei era sempre davanti a me, oblunga e scura. Mi sono affezionata presto a questa presenza costante nella mia vita, lei rimase sempre anche quando tutti mi snobbavano, e quando qualcuno iniziò a tornare dopo il mio successo lei non pretese diritti di esclusiva. Mi compatì, questo di sicuro, ma non mi abbandonò. La mia infanzia solitaria subì il fascino di quelle sagome grigie, da bambina il mio gioco preferito erano le ombre cinesi, divenni una virtuosa negli interminabili pomeriggi senza compagnia; poi la mia fantasia reclamò degli strumenti, e per Natale chiesi una lanterna magica. Giocattolo antico, ma io avevo gusti anacronistici, e la mia camera si trasformò nel teatro di battaglie navali e corse di cavalli, dame svenevoli e cavalieri senza macchia, seguivo ipnotizzata quelle figure evanescenti. Preferii sempre le vetuste meridiane agli orologi, e ottenni di averne una all’ingresso della villa, mi parve il regalo più bello che si possa desiderare. Quando iniziai a prendere confidenza con i pastelli costrinsi spesso i miei fratelli a stare immobili mentre io tracciavo i contorni dei loro profili neri, e mi indispettivo se non apprezzavano ogni volta i miei capolavori. I miei nonni non sanno che danno hanno fatto a raccontarmi la leggenda secondo la quale l’ombra abbandona il corpo di chi sta per morire, tuttora non riesco a liberarmi dall’ossessione di controllare con apprensione la proiezione di chiunque incontri. E’ invece solo per colpa mia che ho il terrore di finire nella pozza oscura di un malato grave, sono convinta che possa contagiarmi, ma non so da dove provenga questa idea. Da bambina, poi, mi chiedevo spesso se gli angeli custodi ne abbiano una, e nei miei disegni diventava un arcobaleno. Alle medie scrissi un tema che mi fece prendere il mio primo nove; il titolo era:”Come superi le diversità generazionali all’interno della tua famiglia”, ed io con grande fantasia spiegai come l’elemento più democratico e di unione fra le generazioni sia proprio l’ombra che rende tutti uguali; lei non rivela l’età, protetti dai suoi contorni siamo tutti uguali, privi di passato e leggeri di anni, non riproduce impietosa le rughe e i capelli bianchi, e guardando quelle sagome senza tempo possiamo riuscire ad avvicinarci in un territorio neutrale che favorisce la reciproca comprensione. Terminavo affermando che solo l’ombra di mia nonna suggeriva la sua vecchiezza attraverso il disegno del bastone, ma io interpretavo quella propaggine come una meridiana privata a cui rivolgermi costantemente per interrogare il tempo, e mai con angoscia, semmai con gratitudine per ogni preziosa ora regalata. Al liceo studiavo sovente in giardino, mi rilassava stare seduta nel berceau accarezzata dal profumo del glicine, l’orzata sul tavolino e le montagne di libri accatastati sulle sedie di vimini. Quando poi pretendevo il massimo della concentrazione per capire i classici latini mi sdraiavo sotto una tamerice e mi affidavo alle sue piccole ombre lanceolate che scorrevano sulle pagine ad ogni capriccio di nuvola. Quell’estate passeggiando sul lungolago la mia ombra si intrecciò con quella di un ragazzo, e nella fugace sovrapposizione lessi il mio destino. Prima di vedere a chi apparteneva seppi che le nostre sagome avrebbero camminato a lungo insieme. Durante gli anni universitari si manifestò in modo inequivocabile la mia creatività, compresi che per realizzarmi dovevo necessariamente esprimere la mia indole artistica, e così accumulai centinaia di rullini. Le mie foto erano sempre in bianco e nero, e ritraevano un unico soggetto: le ombre. Immortalai sagome di cattedrali imponenti in albe madreperlacee, ombre diagonali di pescatori in tramonti insanguinati, proiezioni filiformi di ballerine nelle scuole, nature morte in scale di grigi. Quando selezionai una serie di scatti che mi parvero soddisfacenti mi iscrissi ad un concorso, e dopo averlo vinto inaugurai la mia prima mostra personale dal titolo “L’altro regno”. Da quel giorno lontano è un susseguirsi costante di successi che mi inorgogliscono e stupiscono insieme. Ma nei primi anni dedicati con furore maniacale alla ricerca della giusta inquadratura accadde qualcosa nella mia psiche. Non so dire quando iniziò con esattezza, qui i ricordi sfumano proprio in una tavolozza di grigi, ma un giorno la mia ombra mi parlò. Dapprima non capii da dove provenisse quella voce stentorea, era un suono liquido e potente insieme, aveva il fragore di una cascata impetuosa, come se chi stesse parlando non fosse in grado di modulare adeguatamente uno strumento che conosceva poco. Poi quelle parole di tuono persero un’ottava ad ogni sillaba e si adattarono alle orecchie umane. Lei, la mia gemella monocromatica, mi rassicurò dicendomi che non ero impazzita, avevo solo acquisito delle capacità sensoriali che gli altri non posseggono, e quindi potevo dialogare con la metà che striscia silente sulla Terra. L’altra me stessa era sempre più saggia di me, ne ebbi prova infinite volte, riusciva ad analizzare al meglio le situazioni e a dedurne le idee più geniali; proprio grazie a lei le mie mostre divennero così universalmente famose, mi suggeriva i soggetti e le tecniche più alternative per stupire il pubblico e la critica. E poi era così spirituale, così profonda da farmi desiderare di lasciare il mio corpo terreno e disincarnarmi per divenire come lei. Mi sussurrava con voce fumosa di infinite dimensioni inesplorate che convivono segretamente intrappolate nello spazio-tempo, di entità superiori che la nostra mente limitata non può immaginare, di Verità che i presuntuosi umani non riusciranno mai ad intuire. Precedendomi o seguendomi mi impartiva lezioni che nessun docente avrebbe mai potuto replicare, mi svelava misteri che nessun teologo risolverà mai. Spesso non riuscivo a controllarmi, così le rispondevo a voce alta senza rendermene conto, ma gli altri, meno dotati di me, non capivano chi fosse il destinatario delle mie frasi ispirate, e al mio passaggio i compagni d’università si davano gomitate e mi indicavano. Il baratro in cui sprofondai si fece sempre più profondo, e più cadevo più la mia ombra mi abbracciava amorevolmente. I miei genitori si accorsero della mia solitudine e della mia stranezza, così mi convinsero ad andare in analisi e lo psicologo, con ottuso rigore, mi dichiarò affetta da schizofrenia. Cercò di convincermi che non si può chiacchierare con un’entità immateriale, che quella voce risiedeva solo dentro di me e che era uno sdoppiamento della mia personalità, che avevo bisogno di cure e soprattutto di relazionarmi con gli altri, ero troppo chiusa in me stessa. Non mi persuase, ma nel frattempo con i soldi e la fama erano tornati gli ipocriti amici che per anni mi avevano giudicata troppo bizzarra per frequentarmi, mi avevano ripudiata dal mondo reale per lasciarmi regnare nel mio paese d’ombre, ed ora mi sorridevano servili. La mia fedele compagna non mi abbandonò e non mi criticò per aver accettato quella disponibilità tardiva da parte dei tridimensionali, solo che da allora si è barricata dietro un inespugnabile silenzio. Ho cercato spesso di punzecchiarla per ottenere una risposta, ma ogni tentativo è stato vano, è il suo modo di mostrarmi che è contrariata. Talvolta, quando sono abbastanza rapida a girarmi, intravedo con la coda dell’occhio che sta indietro un passo, serva devota e risentita, o forse è solo uno scherzo ottico. Oggi alla mia ombra si è aggiunto un bastone, mi ricorda quel lontano tema di secoli fa, e quando guardo la mia meridiana personale sorrido felice d’aver avuto così tanto tempo a disposizione per poter creare, e prego affinché il mio gnomone possa indicare ancora il susseguirsi di tante ore.

© Maddalena Lonati




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