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Il mio amico S.
di Ettore Zani
Pubblicato su SITO


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La casa del mio amico S. dominava la strada e dal fondo della via che portava verso la scuola guardava sorniona tutto il vicinato. Era tra le ultime costruzioni prima dello spazio aperto dei campi. Sembrava seduta sulla collinetta nell’attesa di qualcuno che venisse a trovarla.
La famiglia di S. era ricca, lo era stata, almeno, fino a qualche anno prima del mio arrivo. Una di quelle famiglie di lunga tradizione che si immaginano piene di scheletri negli armadi.
La vera storia del loro degrado non la sapevo, però attraverso i resoconti di S. qualcosa avevo capito. La fantasia del mio amico aveva trasformato il lento abbandono di tutta la servitù e degli amici più ricchi in uno stillicidio, lento e calcolato, di assassinii ben congegnati ai quali lui solo era riuscito a trovare conferma.
Mi raccontava di decapitazioni, avvelenamenti e cadaveri smarriti durante le ricreazioni scolastiche, così che tra panini imbottiti e qualche frutto avesse il tempo di ricapitolare per filo e per segno come aveva dedotto, senza ombra di dubbio, che la governante aveva prima eliminato il marito e poi a sua volta era stata coinvolta in un affaraccio di contrabbandi con l’autista, rimettendoci le penne.
Una volta obbiettai che se tutti erano stati uccisi da tutti, allora un ultimo assassino doveva essere rimasto a casa sua. Mi rispose che ci stava lavorando su.
I sospettati erano suo padre ed il fantasma del cuoco, anche se, certamente, era costretto da questioni affettive a propendere per la seconda ipotesi.

In realtà però quello che davvero attirava le fantasie di S. non era la casa o i vari personaggi che aveva ospitato in tanti anni, bensì il giardino. Si trattava di un giardino in piena regola, affare di ricconi per intenderci, con le fontane, il laghetto, tanti sentieri che lo percorrevano in lungo ed in largo, fino a farlo diventare labirintico, e le statue. Tantissime statue, almeno trecento a sentire lui e non credo che in quell’occasione stesse esagerando.
Per via della mancanza di cure, però, il giardino aveva cessato d'essere semplicemente quel luogo ameno che avrebbe dovuto ed era diventato piuttosto una piccola giungla, nella quale la vegetazione conviveva con quanto rimaneva dei vecchi sfarzi. Il tutto aveva quindi un’apparenza quasi gotica, mischiando il verde scuro del sottobosco alla pietra. Il laghetto era ormai uno stagno e le statue, ricoperte di muschio, sembravano vecchi indolenziti dai reumatismi che si chinavano l’una verso l’altro per chiedere consiglio su come far passare i dolori. Nessuno si sarebbe sorpreso di vedere qualche fantasma gironzolare da quelle parti, magari fare un cenno di saluto e poi scappare via. O magari il proprio il fantasma del cuoco, l’ultimo ectoplasmatico assassino della dimora.
Dalla riva destra del laghetto spuntava un piccolo sentiero delimitato da poche rocce sdraiate al suolo. Saliva lungo il declivio verso la cima d’una collinetta e serviva come accesso per quello che S. considerava l’eremo più impenetrabile appartenente a questa terra. Il fortino, la roccaforte più difesa.
La capanna del giardiniere in realtà somigliava più ad un grosso pacco di cartone, dimenticato per sbaglio da qualche netturbino sbadato. Alta un metro e venti e larga poco più, appoggiava su una base quadrata. Vi si accedeva da una porticina seminascosta sul lato posteriore ed il tetto era sfondato così che un adulto avrebbe potuto, alzandosi in piedi, trovarsi con mezzo busto di fuori. Era vuota. Lo era stata per la maggior parte del tempo perché il giardiniere se n’era ben presto andato come tutti gli altri, portandosi via gli attrezzi.
S. era solito andare al fortino nel pomeriggio inoltrato, quando il sole, appena sopra il limite dell’orizzonte, rimane sospeso tra terra e cielo come se ballasse su un filo sottile. Dalla cima della collinetta poteva guardare lontano e l’impressione che ne derivava aveva un che di romantico. Sì, S. trovava che il fortino fosse un posto decisamente bello, emotivamente bello come avrebbe detto lui, usando uno di quei termini che ti domandavi da dove gli uscissero.
La prima volta che S. mi ci portò ricordo che avevo paura. Più volte aveva raccontato storie fuori dell’ordinario relative a quel posto e nonostante conoscessi bene le esagerazioni del mio amico la sua caparbietà nel raccontare sapeva contagiarmi.
S. viveva nel suo mondo verde e marrone, fatto d’erba bagnata e foglie secche, di uno stagno putrido, di un cubo di legno e di una grande casa sullo sfondo che però sembrava essere poco più di un accessorio nei suoi sogni strampalati capaci di trasformare tutto, ogni volta, in qualcosa di magico ma anche oscuro. Le sue fantasie erano così, belle ed emozionanti, ma sempre dominate da qualcosa di più grottesco, d’insolitamente cupo, forse malvagio.
Non che l’infanzia che stava vivendo avesse molto di rosa, era un bambino solo, ma era pur sempre un bambino ed ogni volta che stavo con lui mi chiedevo per quale motivo non giocassimo con la palla, come tutti gli altri, tirando calci lungo il prato enorme che faceva da zerbino alla porta d’ingresso. Eppure, nonostante tutto mi sentivo attratto da quel poco di oscuro che con S. non potevi evitare. Nelle vene gli scorreva un sangue più denso di quanto sarebbe stato consigliabile, una linfa scura che lo teneva assopito, gli occhi semichiusi, pronti a guardare il mondo con una lentezza mortifera.
I miei genitori, quando gli raccontavo di S., pensavano semplicemente che la sua fosse una famiglia eccentrica, come tutte quelle ricche che vedevano nei film o negli sceneggiati alla tv. Per il resto non si preoccupavano delle storie che circolavano su di loro e sulla casa. Sapevano che di soldi ormai ne giravano pochi da quelle parti, il boom della gomma, l’industria in cui lavorava il padre di S., era finito da parecchio, però l’alone quasi magico d’aristocrazia decaduta continuava a permeare la famiglia ed i miei genitori non ne erano certo immuni. Da una parte non si lasciavano influenzare dalle dicerie e dall’altra invece tendevano la mano ad un preconcetto vecchio di ormai un secolo. Anche i miei sono sempre stati strani. Ma da piccoli a certe cose non si fa caso.
La prima volta che S. mi portò nel suo giardino, stavo dicendo, ne ebbi paura, tanto che appena oltrepassato il cancello le gambe cominciarono a cedere e dovetti fare un notevole sforzo, con la mia giovane volontà da boy-scout, per fare un altro passo, ed un altro ancora dopo quello. Giungemmo però in fretta alla sua capanna che come ho detto si trovava sul lato destro, esposto ad ovest, verso il tramonto. S. mi raccontò che certe notti dormiva lì. Faticavo a credergli ma mi convinse della verità delle sue parole mostrandomi un giaciglio di vecchie coperte all’interno del cubicolo. Io pensavo solo al freddo ed all’umidità che avrei patito ma S. continuava a far brillare gli occhi nel parlarne. Ci misi un po’ a tornare in me e starlo ad ascoltare mentre raccontava delle stelle. Le stelle venivano a trovarlo la notte, stava dicendo. Proprio così. Ogni stella, dovete sapere, è quel che resta dell’anima di una persona morta o almeno lui ne era convinto. Quando un individuo lascia le sue spoglie mortali, per raggiungere l’aldilà, una parte dell’anima non ne vuole sapere di andarsene e cerca di rimanere aggrappata alla terra senza riuscirvi. S’accontenta allora di non oltrepassare del tutto il limite che divide i due mondi restandosene appesa nello spazio a guardare in giù verso la vita reale.
Io obbiettai che se le stelle sono in cielo, allora sono in paradiso ma S. mi guardò come se fossi un idiota e mi spiegò che le stelle stanno nello spazio ma che per quanto siano distanti non sono certo in paradiso. Allora dov’è il paradiso? Volli chiedergli, ma S. si limito a fare spallucce e stendersi sopra le coperte a faccia in su.
Qualche mese dopo i miei genitori si trasferirono un’altra volta. Era il lavoro di mio padre a costringerci in quella vita raminga ed anche se ci fu un periodo in cui lo odiai per questo, non ci feci particolarmente caso. Avevo legato solo con S. ma lasciare lui non era come lasciare un qualsiasi altro amico.
S. non era mai stato mio, in quel senso un po’ egoista in cui da bambini si intende l’amicizia, lui era semplicemente rimasto l’S. delle stelle e dei fantasmi, l’S. dello strano giardino e di quel grande spavento che mi ero preso la prima volta che vi feci visita. Ripensandoci qualche anno dopo mi sembrò che quel bambino fosse sempre stato un ricordo, e che mai avessimo davvero vissuto le nostre piccole avventure. Cercavo le sensazioni di allora, quelle precise del momento in cui le avevamo vissute, ma non vi riuscivo, non andavo oltre ad una sensazione di malessere. Stufo di cercare un’ombra dietro un’altra ombra mi decisi, in quel tempo, a chiedere ai miei genitori cosa si ricordassero, sperando che il loro racconto mi aiutasse a ritrovare S. nel mio bagaglio di emozioni, ma anche loro faticarono a riandare con la memoria a quel periodo. Seppero solo dirmi che la nostra permanenza in quella città era durata un anno e qualche mese a partire dal ’67, che la scuola era ottima e che quei tempi sì che erano stati belli, non come questi, insomma la solita cantilena cui ormai ero abituato.

Passati altri anni mi sposai ed ebbi a mia volta dei figli. Poi un giorno mi capitò di dover andare per lavoro proprio in quella città dove sorgeva la casa di S..
Scoprii che era stata demolita ed al suo posto spuntava l’ennesimo centro commerciale. M’incupii molto, devo ammetterlo. Decisi quindi di andare al cimitero alla ricerca dei genitori di S, che forse erano morti, o forse di S. stesso, perché qualcosa mi diceva che la tragedia sostava dietro la porta di quella casa, era sempre stata lì senza muoversi d’un solo passo.

Fu una doccia fredda scoprire di avere ragione. Trovai la sua tomba, quasi completamente ricoperta di erbacce, dietro ad un albero alto e frondoso, esposta ad ovest, verso il tramonto, e con essa ebbi anche modo di scoprire la verità sulla vicenda della casa. Mi raccontò tutto il vecchio custode del campo, il classico vecchietto curvo e con la barba lunga, folta e bianca. Come la famiglia perse i soldi, come la servitù inizio ad andarsene alla ricerca di altri lavori più remunerativi e di come rimasero solo il padre e la madre ad accudire alla casa, un enorme fardello di pietra e cattivi ricordi.
Gli chiesi del bambino, un biondino piccolo con gli occhi vivaci, sempre pronto a raccontare storie strane. Com’è morto? Volli sapere, quanti anni aveva?
Il vecchio mi guardò storto. Mi disse che tutto aveva avuto origine proprio da quello, un incidente, disse, un cuoco sbadato e la tragedia dietro la porta, disse proprio così. Mi pare di ricordare che avesse otto anni allora, continuò, otto, sì, era nel Dicembre del ’66. Poi tacque, guardando verso la sera che s’avvicinava, e già qualche stella brillava nel crepuscolo.

© Ettore Zani



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