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La vecchia casa
di Gianni Caspani
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Due o tre settimane prima di morire mia madre s’incartò in un velo di silenzio, rinunciando ai programmi per il prossimo natale, per una settimana al mare, appena rimessa, lasciandosi passare come acqua sul vetro le piccole storie dei nipoti, i minuti fatti quotidiani, trasferendo in continuazione la sua stanchezza triste e mangiata dal cancro tra il letto e la poltrona, in un isolamento rassegnato.
Di tanto in tanto usciva dal corpo e guardava quasi indifferente l’involucro lasciato nel letto e si accoccolava in una posa di feto disperato sulla sedia a dondolo in un angolo della camera, un paio di volte posandosi sulle mie ginocchia, più spesso sulle ginocchia della sua vecchia zia Palmira che in quei giorni veniva dal suo cimitero nella Brianza a dispensare serenità intessuta di remote giaculatorie.
NEL BEL CUORE DI GESU’ CHE MI REDENSE, MI RIPOSO IN PACE E MI ADDORMENTO: CHE GESU’ NAZZARENO, RE DEI GIUDEI, PRESERVI ME E LA MIA FAMIGLIA DA UNA MORTE IMPROVVISA E DA OGNI ALTRA CATTIVA MORTE.
Sarà mai meglio il cancro di un bell’infarto o di uno schianto in autostrada...
SAN MICHELE ARCANGELO, DIFENDIMI NELLA BATTAGLIA, CACCIA ALL’INFERNO SATANA E TUTTI GLI ALTRI SPIRITI MALIGNI CHE...
E le parole si sperdevano nella nebbia dei ricordi del tempo dell’infanzia.
L’ANTICRISTO STA ALL’INFERNO...
E alla nebbia dei ricordi si univa lo stupore che si potessero alleviare le angosce con tiritere tanto sinistre.
Il silenzio pesante, con l’unica sola variante di quelle parentesi irreali in cui la vita e la morte si sovrapponevano in una dimensione artificiale, permeava le mura della casa, rotto dai passi senza meta di mio padre, finalizzati al trascorrere del tempo verso un epilogo già ratificato e non più doloroso della scansione rallentata dal ritmo di un pallido soffrire; dall’affaccendarsi dei miei due fratelli medici in una somministrazione di intrugli avvolti in una cialda di pietà; dalla sfaccendata presenza mia e dell’altra sorella, resa superflua dalla scelta di discipline accademiche che non trovavano applicazioni socialmente utili nella circostanza.
Con mia moglie tagliavo i lembi elasticizzati dei pannoloni perché si potessero stendere sotto quelle ossa stentate, in quelle ore estreme in cui tutto accresceva la sofferenza di un corpo asportato pezzo per pezzo da mesi, in cui già si faceva strada una progressiva disgregazione e con il cinismo mio solito con cui esorcizzo in ogni fase della mia esistenza il persistente senso di esasperata inquietudine di fronte alla morte dissi due giorni prima: “Credo che bastino. Non facciamone altri”, suscitando la reazione di mia moglie che aveva realizzato l’estrema brevità delle ore residue cui il nostro lavoro avrebbe garantito copertura.
Passai l’ultima sera a dischiudere in quelle labbra ridotte a un filo risucchiato nel viso un varco per piccoli pezzi di ghiaccio, effimero rimedio a un’arsura montante che contrastava con il freddo delle membra già invase dalla morte, in un contrappasso irriguardosamente ironico rispetto a ben altra funzione altrice da lei esplicata a più riprese in un lontano passato.
Accanto a me, nei pressi del letto, si affollavano i morti che emergevano dal tempo recando nelle mani piccoli doni e sulle labbra pallidi sorrisi, come per una festa di accoglienza.
Lo spirito di mia madre aleggiava e divideva tra loro un’attenzione fatta di cenni di riconoscimento e di riconoscenza, indifferente alla scena che si celebrava in una dimensione corporea quasi consapevolmente dismessa.
“Credo che arrivi a mezzogiorno”, mi disse al telefono quella mattina mia sorella e me ne andai a una riunione di lavoro senza la serenità che mi avrebbe impedito di incazzarmi e di litigare per futili banalità.
“E’ morta”, mi telefonò alle undici mio fratello e lasciai tutto lì, avviandomi verso la sua casa, pervaso da un sentimento vuoto di destino compiuto.

Sulle scale fui quasi travolto dalla corsa dei morti che scendevano vorticosi correndo all’indietro, facendo scia a mia madre che li sopravanzava in quel volo frenetico, sfiorando appena con i piedi i gradini e precipitandosi giù dai sei piani in una esaltazione spensierata.
“Va a finire che si ammazza”, mi trovai a dire, sorprendendomi subito per l’assoluta stupidità di quell’unico pensiero che ero riuscito ad elaborare.
Cercai di chiamarla: “Mamma”, ma mi sfuggì tra le mani protese, rimodellata Anticlea, continuando a correre all’indietro seguita dagli altri fantasmi, mescolando la sua voce a un muto esplodere di grida di gioia che accompagnavano quella ridda vorticosa di evanescenti figure.
Cercai di seguirli fuori sulla strada, ma la mia andatura da umano era tale da far aumentare il divario spaziale che mi divideva da loro, finché mio nonno, che chiudeva la fila festosa ebbe pietà di me e mi prese sulle spalle continuando a correre all’indietro e recuperando lo spazio che avevo perduto, scuotendo la testa con aria di compatimento come per dirmi: “Intellettuale del cazzo”.
Quel fantastico corteo, diretto alla vecchia casa, attraversò il paese senza rallentare il passo rovesciato e non temevo più che mia madre si ammazzasse e neppure di cadere dalle spalle di mio nonno che ogni tanto spiccava pazzeschi salti al di sopra della testa dei passanti, al di sopra delle auto che transitavano per la via, esternando una vigoria e un’agilità che costituivano una aperta sconfessione dell’ufficio anagrafe.

Il fascino della vecchia casa non era rappresentato tanto dalla parte abitata, comune appartamento anche se spazioso, quanto dalla parte non vissuta, costituita da un locale ripostiglio al piano terreno, dalla carbonaia ricavata nel sottoscala, dalla stanza buia, esterna alla porta d’ingresso e, soprattutto dal balcone interno, cui si accedeva dalla stanza buia, aggettante sulla scala, di volta in volta ponte levatoio, Olandese volante, anfratto di rocce, cripta di Vlad l’impalatore, secondo le fantasie del momento.
Nel salotto le sedie erano già allineate davanti a un televisore enorme come un catafalco in attesa degli ospiti che ogni giovedì sera ci invadevano per entusiasmarsi per i concorrenti di “Lascia o raddoppia?”, la decrepita Adelaide in prima fila, con la sua tragica cataratta che le impediva la visione e la sua ottusa sordità che richiedeva la presenza costante di un assistente ripetitore dell’audio televisivo.
D’inverno giravano tra le sedie cartocci di caldarroste involti in carta di giornale; d’estate i disgustosi gelati della vicina latteria, preparati, scoprimmo un giorno io e mio fratello, con il latte andato a male e riportato per la sostituzione alla lattaia: ”Lasciatelo qui, ragazzi, che mi serve per il gelato"
Da quel giorno i gelati furono sostituiti da bottiglie di spuma di produzione industriale ancora più rivoltante.
Quelle serate rappresentavano il povero e quasi unico passatempo collettivo della gente umile dei nostri paesi, infantilmente affascinata ma non ancora rincoglionita dalla televisione, nonché un’occasione di integrazione sociale che il passaggio dall’urbanistica della corte all’urbanistica dell’agglomerato verticale degli anni sessanta e settanta avrebbe annientato per creare mostri di monadi segaiole, concentrate su individualismi esasperati e di povera cultura, maniacalmente perse in beghe condominiali, avvoltolate nel trogolo della tivù verità, fatta di pettegolezzo sbraitato, di corna sciorinate, di chiacchiere becere, di anti-politica urlata, di chiappe esibite, di calcio invasivo, di letteratura violata e di pochi programmi di qualità confinati nella notte, in concorrenza, perduta in partenza, con i porno shop e le linee erotiche.
Nelle notti invernali, mentre il gelo ricamava sui vetri mirabili fiori di ghiaccio che rendevano incantati i bui risvegli, si diventava tutti Heathcliff, dottor Manson, Jane Eyre e Capitan Fracassa e si covava un’illusione di rivalsa sulla fabbrica, sul padrone e sulle cambiali incautamente sottoscritte con cui ci si illudeva di concorrere alla crescita economica di un paese in evoluzione e già avviato a farsi corrompere dall’ansia di affannarsi a conseguire artificiali status symbol.
Appena entrato nella casa, mi rifugiai nel mio angolo preferito, sotto il tavolo del vasto locale d’ingresso, contemporaneamente sala giochi, campo di calcio, biblioteca, ripostiglio di carabattole fanciulle, sdraiato su due sedie accostate la cui legnosa asperità non avvertivo, sublimato com’ero dagli avventurieri di Verne, dalle fantasiose mirabolanti geografie del sedentario Salgari, dai colpi di spada tirati in giro per la Francia dai moschettieri di Dumas.Ne uscivo a sera con le membra intorpidite e con il pensiero già proiettato alle letture di domani, dopo aver ignorato per ore, a volte per malvagità, a volte perché veramente migrato in dimensioni astrali, le ricerche di mia madre che vagava per la casa per richiamarmi a incombenze di basso profilo, quali mangiare, fare la cacca, asciugare i piatti, sistemare la mia stanza, studiare la lezione.

Nella camera appena invasa dalla morte non si era ancora posto mano ai rituali preparativi e mia madre giaceva tuttora nel letto circondato dall’armamentario medicale che le aveva consentito di andarsene senza un tragico soffrire.
Qualche ora prima della sua morte, mia sorella le aveva tolto il sondino e l’infermiera l’aveva acccudita per l’ultima volta con le mattutine abluzioni; l’inizio di quel sonno estremo poteva scambiarsi per uno dei frequenti torpori che l’avevano assorbita a lungo negli ultimi giorni, non fosse stato per il rantolo cessato e per l’immoto abbandono delle membra levigate dal male.
Con mio fratello mi occupai delle banali incombenze da delegare alle pompe funebri, in un agire automatico del corpo comandato da una mente distante: da mesi elaboravo l’idea di un necessario compiersi dei fatti, per accorgermi ora che, con tutta la mia razionalità, mi stupivo per il verificarsi dell’evento.

Nella cucina della vecchia casa, davanti alla stufa che consumava le ultime braci per riscaldare l’acqua della caldaietta che avrebbe riempito i recipienti di metallo cui era affidata la missione di attenuare l’asprezza delle lenzuola diacce e per arroventare le pietre refrattarie che avrebbero svolto la stessa funzione, al giorno d’oggi nemmeno immaginabile, la vegliarda Palmira ci circondava con gli effluvi di canfora mista a lavanda che emanavano dalle gramaglie con cui aveva ornato tutta la sua vita, nella memoria del giovane marito e dei sette figli tutti perduti; con l’affabulazione dei suoi aneddoti contadini, ammantati di misteri, di concezioni precristiane dell’oltretomba, di superstizioni d’ingenuità nativa; con la salmodia di rosari e litanie da lei sola recitati a nostra edificazione; con storie di parenti mai conosciuti che ci avviluppavano in un intrico di generazioni, immergendoci nell’atmosfera temporale di un secolo prima e consentendoci una presenza mediata sulla scena di avvenimenti, anche importanti, antecedenti al nostro esistere.
In quell’atmosfera un po’ onirica di accadimenti rimasti a mezz’aria nella memoria e incrostati della polvere del ripostiglio di povere vicende private si ritrovavano episodi di anonimi protagonisti del loro tempo riconducibili ad altri eventi assurti all’onore della storia.
Riconoscemmo nell’oscuro padre dell’ignota signora Diana uno degli ottanta cannoneggiati da Bava Beccaris; nel nipotino del calzolaio di Monza uno degli otto bambini di un anno massacrati a Marzabotto; nel Cecchini di via Borghetto il soldato pazzoide che durante la grande guerra aveva buttato dalla finestra un sergente stronzo e aveva scelto, sbagliando, tra il plotone d’esecuzione e l’arruolamento volontario negli arditi, finendo massacrato ubriaco al primo assalto. Nel cugino della zia di Monticello il protagonista di quella parabola, diffusissima nelle culture contadine, del calcio al prete per cui rimase per il resto della vita a gambe incrociate; nel nonno dell’altrettanto misteriosa signora Teresa il girovago notturno protagonista degli incontri più fantastici –il gigante alto tre metri spuntato dai cespugli, il fattore della cascina vicina morto due anni prima, il vecchio caricato sul carro del fieno e sparito al passare davanti al cimitero- che echeggiavano le antiche leggende bretoni di Anatole Le Braz, a dimostrazione dell’esistenza di archetipi tra culture geograficamente distanti, ma omogenee per un denominatore comune di valori soprannaturali e di patrimonio primigenio.

Durante la notte, mentre i miei occhi erano fissi su quelle spoglie svuotate, avvertivo il tenue trapestio dei passi di mia madre che vagava per le stanze, a prendere commiato dalle cose che le erano state particolarmente care, sfiorandole con tocco leggero e avvolgendole in un estremo involucro di malinconia.
Nella bara di mia madre deponemmo una rosa sbocciata per sfida quel giorno dopo una infruttifera stagione, un rossetto e l’oblio della sua tendenza a manipolare la realtà, inventandosi situazioni assurde volte a privilegiare perbenismi di facciata, che qualche volta ci aveva creato disagi seppelliti in fondo alla coscienza, ma affioranti nei momenti di più accentuata tensione, su cui fu inchiodato un coperchio di laica pietà rivestito di un cofano di pallidi gladioli.

Nella vecchia casa un topolino si affacciò cautamente da dietro la credenza; sbirciò intorno uno sguardo curioso, ad esplorare il locale; mosse qualche passetto lungo il muro, fermandosi incerto; riguardò di nuovo, prima di indietreggiare di un tratto; congiunse le zampette anteriori, come una mantide in preghiera.
Mia madre stava armeggiando intorno al mucchio di panni da stirare, dividendo i capi in ordine di impellenza e non vide la scena.
Io e mio fratello avvertimmo la manovra e ci demmo di gomito in un’intesa cinicamente raggiunta di non dire niente e di aspettare l’immancabile urlo determinato dal ribrezzo invincibile e totale che provava nostra madre verso quegli animali, prima di partire per la caccia al sorcio.
Il topo attraversò la stanza, raggiunse mia madre, arrampicandosi sulla sedia e sul tavolo e poi sul braccio di lei, assolutamente impassibile.
Mia madre gli stese la mano aperta, lo accolse e se lo appoggiò su una spalla, sfiorandolo con un sorriso lontano.


© Gianni Caspani



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