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Promessa in Chiave di Sol
di Paolo Campana
Pubblicato su PBSI2008


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Al saggio tutta la terra è aperta
perché patria di un’anima bella
è il mondo intero

Democrito



I

1975
Un altro mondo, davvero.
Gelido d’un bianco silenzio.
Lenta, la carrozzella varca l’arco in pietra con all’apice la croce cristiana, l’uomo rincalza il plaid su quelle gambe immobili ormai da tempo ed il giovane, in piedi dietro di lui,alza il bavero del montone.
La neve copre inviolata il piccolo cimitero, una miriade di riflessi frange su di essa un pallido sole e l’aria pungente offre un senso di vertigine ed appagante euforia mentre le ruote tagliano solchi nei quali affiorano piccoli ciotoli di ghiaia.
Il custode impreca fra se – Possibile che certa gente non abbia di meglio da fare che venir qui a quest’ora - berretto calato sugli occhi e mani nelle tasche della giacca a vento li segue con lo sguardo alcuni istanti – Per far cosa poi ? Cercano un posto dove gli unici fiori sono i papaveri fra le erbacce. E in inverno, neppure quelli -
Di malavoglia si avvia dietro a loro.

II

1943 – 8 Settembre
La cascina del padre di Piero risultava difficile a vedersi dalla strada principale. Posta in fondo ad uno stretto budello in discesa ed in gran parte nascosta da una frondosa quercia secolare era il posto giusto per chi volesse appartarsi, qualunque ne fosse la ragione.
I tre giovani, raccolti intorno ad un pacchetto di Africa ed un fiasco di vino buono, festeggiavano.
Dal settembre del trentanove, in verità, v’era stato ben poco da festeggiare. Se da un lato la guerra esaltava coraggio e sacrificio dei soldati italiani, dall’altro metteva a nudo l’impreparazione ed il pressapochismo di una classe politico-militare che l’aveva così fortemente voluta.
Sollevandolo con la mano destra quasi fosse un premio, Domenico porse il fiasco a Francesco Bonelli, figlio del maestro Paride.
<< Allora… alla salute >> disse.
<< Salute, sì. E congratulazioni. Più la guerra ne ammazza, più il Cesco ne mette al mondo >> gli fece eco Piero accompagnado l’affermazione con una pacca sulla spalla.
<< Hei, piano, che è solo il primo e visto i tempi che corrono mi sa anche l’ultimo >>
Proruppero in una sonora risata nell’attimo in cui dal viottolo giunse uno stridio di freni inconfondibile.
La bici del rosso.
Così chiamato per il colore dei capelli e per le sue idee politiche, si diceva portasse messaggi agli uomini dei GAP nascondendoli proprio nel telaio della sua vecchia bicicletta e più volte i fascisti del paese avevano tentato d’incastrarlo, ma con scarsi risultati.
Giunto a rotta di collo se ne stava lì impalato a cavalcioni di quel rottame come Garibaldi sul suo cavallo.
<< E’ finita ragazzi >> urlò.
<< Cosa è finita rosso? >> chiese Domenico in piedi sul bordo della cascina con la sigaretta accesa all’angolo della bocca.
<< La guerra, la guerra è finita >>
Il sorriso si spense sul viso di Domenico che fissò gli amici senza aprir bocca, attonito. Scesero al volo la vecchia scala in legno cicondando il nuovo venuto e fu Piero il primo a parlare.
<< Non dire stronzate rosso, che non siamo in vena di scherzi >>
Questi lo fronteggiò con un sorriso di sufficienza.
<< Non sono stronzate, Badoglio ha firmato l’armistizio >> li guardò uno ad uno, scandendo bene le parole << Con gli alleati capite, gli inglesi e gli americani >>
Rimasero muti…..anni di sofferenze furono un lampo nei loro pensieri ed ora …tutto finito, con una semplice firma su di un foglio di carta. Era assurdo, fuori da ogni logica, non poteva essere vero….anche se il cuore lo sperava.
Domenico distolse lo sguardo.
Il portone in legno tenuto fermo col fil di ferro, i pioli della scala mezzi marci, nel muro l’anello arrugginito dove si legavano le bestie, fissava ogni cosa…senza vederla.
Negli occhi, il viso della madre morta sotto i bombardamenti solo poche settimane prima.
Per nulla sconvolto dalla notizia Piero tornò ad incalzare il giovane.
<< E i Tedeschi, rosso, dove li metti i Tedeschi. Ce li abbiamo in casa se te lo sei dimenticato. Pensi che se ne vadano con tante scuse e tanti saluti ? Eh ? >>
Scuoteva la bicicletta per il manubrio e fissava il giovane con rabbia.
<< Bell’affare hanno fatto, se è vero quel che dici, adesso ci ammazzano tutti >>
<< Non ammazzano proprio nessuno >> sbottò l’altro sostenendone lo sguardo con altrettanto piglio e staccandone con forza la mano << Siamo gia pronti e lo vedrai anche tu. Anzi, sarebbe il caso ti unissi a noi >>
Piero rispose, e furono parole cariche di tristezza.
<< La guerra non è finita per niente amico mio, anzi, ho paura cominci proprio ora >>
Girata la bici, il rosso si alzò sulla sella e pedalò con forza su per la salita.
Sono con voi più di quanto tu immagini - pensò Piero.
<< Il rosso ha ragione ragazzi >> intervenne Domenico << E’ ora di muoverci perdiana >>
Il dolore per la perdita della madre era ancora forte e la notizia dell’armistizio aveva risvegliato in lui una strana euforia. Quel rinato vigore e la sete di vendetta lo facevano credere capace di qualsiasi impresa.
<< Aspetta rosso >> gridò, ma quello non poteva sentirlo impegnato com’era nell’arrancare
<< Io vado con lui >> disse infine rivolto agli altri due.
Piero era quello del gruppo che manteneva una visione più nitida della realtà e temeva quegli eccessi da “ salviamo il mondo “ ma Cesco era stato sempre più influenzabile.
Seguì l’amico, ebbro della nuova vita cui correvano incontro.
Giunsero sulla strada non molto tempo dopo che il rosso aveva svoltato l’angolo e lo trovarono lì, in ginocchio, con un fiotto di sangue che gli scorreva dal labbro inferiore.
La bici stava in un cantone, contorta in maniera innaturale come un burattino senza fili.
Intorno a loro, una fila di mitra spianati.
La guerra non era affatto finita.

III

1975
Sul viale principale si affacciano le tombe più ricche.
Impreziosite da statue, marmi e graniti rimarcano la discriminazione che i vivi fanno anche nei confronti dei morti.
Oggi, per una volta, la neve uniforma ogni cosa ed anche i fiori del recente primo novembre s’incurvano e smorzano i loro colori sotto il suo peso.
Andrea spinge senza fatica la carrozzella con su il corpo del nonno, sunto dagli anni e dalla malattia, sino a quando il custode si ferma davanti ad una costruzione grigia alla quale neppure la neve ha restituito un po’ di luce << Ecco, questo è l’ossario comune >> dice indicandone la cupola col dito << Quello che cercate è proprio qui dietro, non potete sbagliare. Io le chiamo “ tombe dei senzanome “ anche se a dire il vero qualcuna il nome ce l’ha ma chissà che gente era se li hanno lasciati lì in quel modo >> aggiunge sorridendo fra se.
Un sussulto repentino ed appena impercettibile anima gli occhi spenti di Paride Bonelli.
<< La vostra dovrete trovarvela da soli però, io non vi accompagno perché ho da vedere il becchino. Eh già, la gente muore anche con questo tempaccio sapete >>
Aggiunge voltando le spalle.

IV

1943 – 11 Settembre
Pioggia.
Fitta e fine come una nebbiolina impregna gli abiti e penetra nelle ossa dolori difficili a smaltirsi, anche al tepore della stufa.
Pioveva anche ieri quando Don Luigi ha portato a Paride notizie di suo figlio, preso dai tedeschi in un rastrellamento. Vendetta a caldo per il recente armistizio.
Pizzicato in compagnia del rosso, gia sospettato di far parte dei partigiani, rischiava come minimo di finire in Germania se non peggio.
Pioveva, e forse proprio la pioggia gli aveva dato il coraggio di far visita all’unica persona in grado di aiutarlo, nella speranza che tutta quell’acqua avesse lavato via anche un po’ di rancore.
Le cose a volte paiono progettate proprio per divenire quello che sono - pensava Paride trascinando la gamba sinistra piegata in modo innaturale a perenne ricordo della polio - un disegno a priori
La palazzina requisita dalla Gestapo aveva infatti un chè di spettrale nei suoi muri ispidi e grigi, le finestre squadrate, il portone imponente ma austero. Unico tocco di colore i due stendardi con l’insegna del Reich che bordavano l’ingresso.
Attraversata la strada e giunto alla porta tolse il cappello, lo battè sul fianco per scrollarne i residui di pioggia e mostrò alla guardia il documento di riconoscimento.
<< Lehrer ? >> gli chiese questi guardando nell’ordine la gamba e la custodia in pelle che portava sottobraccio.
<< Maestro di musica, musik, capisci ? Geige, …violino >> si affrettò a rispondere.
<< Ho bisogno di parlare con il tenente Maier >>
L’altro rimase a fissarlo come si guarda un pazzo senza la minima intenzione di farlo passare - Maestro di musica…..essere inutile alla causa -
<< Mi faccia salire per favore, il tenente sa chi sono, mi ha sentito suonare e so che ama la musica, non rifiuterà di incontrarmi >>
Dietro la guardia un largo scalone portava agli uffici del comando, sotto di loro le celle dove al momento era rinchiuso suo figlio.
Un pensiero, un fremito di speranza.
Non poteva arrendersi.
<< E’ importante le dico, mi faccia passare >> continuò con un tono di voce un po’ sopra le righe.
Il soldato gli riservò uno sguardo carico di disprezzo allontanandolo con una spinta.
<< Dort sind probleme Helmut ? >>
Il comandante stava in piedi, a metà scala.
<< Herr Lieutenant, dieser mann mochte sie sprechen. Er sagt, Ihn zu kennen >> disse il soldato voltandosi.
<< Alles gute geht, marken, es zu fuhren >>
La guardia eseguì con un cenno congiunto di testa e mitra. Paride aveva inteso solo alcune parole – lo conosco e nessun pericolo – ma tanto gli bastava, si affrettò zoppicando verso lo scalone.
<< Geige >> sentì mormorare alle spalle.


L’ufficio del comandante, un tempo sala da pranzo con annessa libreria, era ora arredato in maniera sin troppo spartana; restavano solo una scaffalatura a parete ed un tavolo grande in noce massiccio dietro al quale, nel chiarore d’un finestrone, si stagliava la figura del tenente Klaus Maier.
<< Allora, maestro Bonelli, ha intenzione di assaltare il nostro comando armato del suo violino ? >>
Paride chinò il capo << Comandante Maier, ho portato con me il violino perché…insomma, ho composto una melodia e so che lei ama la musica…allora ho pensato >>
<< Si tranquillizzi maestro >> lo interruppe l’ufficiale con un sorriso appena accennato << Mi spieghi di cosa si tratta >>
<< Ecco, si tratta di mio figlio >> rispose Paride in un fil di voce udibile appena nel frastuono di un camion.
In quei giorni l’esercito occupante pareva animato da un fervore insolito, un via vai di soldati ed ufficiali che mai prima di allora si era notato.
I soliti bene informati dicevano che in quella stessa palazzina si bruciassero in gran segreto pile di documenti riservati ed a differenza di quanto volevano dare a vedere, i militari si apprestassero in realtà ad abbandonare tutto.
Maier rifletteva a voce alta
<< Suo figlio ….>>
Le lunghe dita affusolate si concentrarono su di una cartellina marrone, l’aprirono e ne scorsero con discrezione alcune pagine dattiloscritte.
<< Suo figlio è stato arrestato da una nostra pattuglia >> disse infine. Poi, inarcando un sopracciglio come colpito da qualcosa di particolare interesse, aggiunse << In compagnia di un noto sovversivo a quanto vedo >>
<< Stava festeggiando >> intervenne Paride.
Muller accusò la risposta quanto uno schiaffo in pieno viso.
<< Festeggiava? Bene! Sono contento che di questi tempi qualcuno trovi ancora di chè festeggiare >>
Posate entrambe le mani sulla scrivania, le dita aperte a ventaglio, riservò all’uomo uno sguardo di ghiaccio.
<< E cosa festeggiava…l’armistizio con gli angloamericani ? >>
Paride credette di svenire ed un brivido ridestò ogni suo infausto pensiero - Non pensarci – ripetè a se stesso.
Quel colloquio era l’unica speranza, guai a darsi per vinto.
<< Tenente Maier >> continuò << Mio figlio…. sta per divenire padre ecco. Insomma, festeggiava la gioia più grande nella vita di un uomo >>
Malgrado i buoni propositi sentiva crescere l’ansia, il battito del cuore impazzito, la pressione alle stelle, la testa gonfia e pesante.
Combinazione il cui risultato furono un insieme di frasi supplicanti in un balbettio incerto, preludio del tracollo che solo l’intervento dell’ufficiale ebbe il potere d’evitare.
<< Basta! >> sbottò Maier << Anch’io ho famiglia >>
Si voltò verso la finestra e con un dolore quasi fisico aggiunse sottovoce << Almeno….l’avevo >>.
Un istante, lo spazio d’un pensiero.
<< In ogni caso, la mia famiglia ora è l’esercito. E se c’è una cosa che ho imparato nell’esercitò è la dignità. La invito a comportarsi in tal senso maestro Bonelli >> concluse restando girato di spalle.
<< Le chiedo perdono >> rispose il vecchio.
Maier tacque. La mente vagante chilometri, anni.
Rivoli ininterrotti di pioggia si rincorrevano sui vetri. Fiotti di lacrime al di là delle quali tutto appariva distorto da una lente deformante, contorni indefiniti di un mondo da potersi immaginare migliore.
“ Le chiedo perdono “
Quell’uomo, raccolto tutto il suo coraggio, veniva a chieder grazia per il figlio. Il bene più prezioso.
Accettava di svilirsi e prostrarsi per questo, avrebbe osato qualsiasi cosa pur di salvarlo.
E di questo sentimento….chiedeva perdono.
<< Molte cose sono cambiate negli ultimi tempi >> riprese il tenente << E dopo quanto è successo i nostri popoli sono più distanti. Non siamo più fratelli maestro Bonelli, e forse non lo siamo mai stati, siamo stranieri……in un paese ostile >>
Il tono monocorde, amareggiato, valicava lo sdegno del tradimento, l’amara considerazione di qualcosa in cui, a differenza di altri, credeva.
<< Non posso fare nulla per lei. Mi spiace >>
Concluse con voce dura e spigolosa, distante.
Come non ne avesse colto il senso, Paride si concentrò sulla custodia in pelle con una padronanza figlia e schiava del proprio terrore.
<< Le ho portato un dono, guardi >>
Aperta la chiusura sollevò delicatamente il coperchio.
<< Il quarto elemento della mia famiglia >>
Klaus Maier ora lo osservava, minuto e storpio, illuminarsi nella sinuosa perfezione dello strumento.
<< E poi è antico, guardi >> ne ostentò le grazie reggendolo per il manico in legno d’acero << Cassa in abete rosso e tastiera in avorio. Non d’ebano, badi bene…. d’avorio >> rimarcò.
Accarezzò le quattro corde simmetricamente tese dalla cordiera sul ponticello << Ho composto una melodia….la storia di un esule che in terra straniera trova finalmente una casa >>
Quindi, con improvvisa padronanza di se aggiunse
<< Voglio farle una promessa >>
L’altro continuava a fissarlo senza tradire emozione alcuna
<< La suonerò per lei solo, lo prometto, e sarà sotto cieli di pace >>
Con un gesto della mano destra l’ufficiale lo interruppe e si avvicinò, impeccabile nell’uniforme perfettamente stirata e le mostrine tirate a lucido.
Il viso era freddo. Duro. Come gli inverni di guerra.
E le parole ferirono, infausta sentenza.
<< Maestro Bonelli……torni da sua moglie >>






V

1975
Fa freddo, un freddo intenso malgrado siano quasi le dieci del mattino, quest’area del cimitero è perennemente all’ombra ed una patina di ghiaccio ricopre ancora tutto quanto.
La carrozzella avanza, incrinando appena lo strato nevoso con uno scricchiolio sinistro.
Buona parte delle lapidi non sono che pezzi di pietra, alcuni a forma di croce, sui quali riesce difficile a volte leggere un nome.
Senza contare che alcune sono rotte, coricate e sepolte dalla neve, od addirittura mancanti.
Andrea Bonelli passa in rassegna le più riconoscibili, ne pulisce l’incisione, poi prosegue oltre. In silenzio.
Paride, il capo chino e lo sguardo fisso in grembo, sembra non avvertire il gelo che attanaglia corpo ed anima trasformando ogni respiro in una nuvola densa.
Passano i minuti, rimane un’ultima fila in fondo dove si scorge una lapide più grande delle altre. Il giovane si avvicina, il fazzoletto usato sino a quel momento, bagnato e sporco, è ormai ghiacciato ed inservibile. Toglie il guanto dalla mano destra e con il palmo scosta la patina di neve che ricopre parzialmente una serie di lettere.
Poi, fissa negli occhi il vecchio sulla sedia a rotelle.
<< E’ qui nonno, lo abbiamo trovato >>

VI

1943 – 11 Settembre
Ogni cosa si era fatta pesante ed inutile, anche il solo respirare.
La tenacia che per tutta la vita gli aveva permesso di superare ogni ostacolo, anche la polio, ora pareva averlo abbandonato.
Gli studi, la famiglia, ogni attimo di lotta per vivere quell’esistenza che sin da piccolo lo aveva osteggiato, nulla aveva più senso.
Era uscito dal comando svuotato d’ogni essenza, il mondo vorticava intorno a lui in un affanno di cui non faceva ormai più parte.
Aveva perso.
Perso suo figlio.
Giunto a casa era rimasto in piedi, muto, davanti alla tavola.
La minestra con le rape, il vino rosso con cui lui e Francesco brindavano quasi fosse champagne francese, la stufa in ghisa vicino alla quale sua moglie sedeva ad ascoltarli parlare del tempo, di politica…..della vita.
Si coricò così com’era, chiuse gli occhi e la spossatezza lo calò in un sonno agitato. Rivide ogni momento passato, poi se stesso in un sudario di morte ed intorno a lui i suoi cari.
Fremeva una strana agitazione, sentì dei rumori ed un pianto, la voce di sua moglie, poi un dolore forte.
Una voce lo chiamava – Papà – il dolore aumentò.
Papà sono io – diventò quasi insopportabile.
Una figura dai contorni indefiniti incombeva su di lui, l’angelo della morte leggeva la sua condanna.
Papà.
Aprì gli occhi.

VII

1975
Il vecchio alza lo sguardo e scorge quelle poche lettere incise nella pietra annerita dal tempo
Klaus Maier
1914 – 1945
Trent’anni. Aveva trent’anni il tenente Maier quando è stato ucciso da quell’esercito che riteneva la sua famiglia, fucilato insieme ai civili che si era rifiutato di massacrare.
Paride non aveva saputo più nulla di lui sino a che non ne aveva letto sul quaderno autobiografico d’un caporale alpino.
Tolto il plaid, apre lentamente la custodia che porta in grembo.
Al suo interno il violino ed un biglietto.
“ Alcune promesse, sono impossibili da mantenere “
Parole dal passato.
Mi ha liberato un ufficiale papà – gli aveva detto quel figlio risorto come per incanto dall’insieme dei suoi deliri – ha detto di darti questo ma… non capisco….
Quel messaggio che posto a mo’ di sordina fra il ponticello e le corde ha reso muto lo strumento sino ad oggi, dinanzi a quella tomba, dove può infine restituirgli la voce.
Una folata improvvisa fa volar via il biglietto e lo abbandona, aperto, ai piedi della lapide.
Le poche righe vergate in calligrafia elegante risaltano come perle d’onice sul candore della neve.
Paride Bonelli, maestro di musica, apre il viso in un sorriso.
La mano destra impugna l’archetto in crine di cavallo mentre la sinistra regola virtualmente la parte di corda da far vibrare ed il mento si appoggia, come un’amante a lungo atteso, al corpo del violino.
<< Sai Andrea >> dice infine rivolto al nipote << Si dice che Paganini indebolisse di proposito le corde del suo violino per far si che si rompessero durante l’esibizione. A quel punto continuava a suonare il brano su quelle rimanenti in modo da impressionare l’uditorio >>
La “voce” quasi umana del vibrato riempie il vuoto di una melodia, la storia di un uomo che in terra straniera aveva trovato una casa e la pace.

© Paolo Campana



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