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La Botola
di Anna La Rosa
Pubblicato su PB18


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Il vecchio si mosse lentamente sotto le coperte cercando di non fare rumore. Un fagotto informe gli giaceva accanto. Il sole era spuntato già da un pezzo, indugiava ancora sulla sua faccia rugosa e nella stanza arredata in modo spartano, ma lo avrebbe fatto ancora per poco. Il letto, un armadio e un grosso comò era tutto il mobilio presente nella stanza, non figuravano invece tappeti ai piedi del letto, Nina avrebbe potuto inciampare e non c’era un lampadario appeso al soffitto, troppo faticoso da pulire. Solo una lampadina punteggiata da escrementi d’insetti riusciva a fugare parte delle ombre della stanza, ma erano sempre tante quelle che non riusciva a snidare quando di mattina presto si svegliava con la sensazione di stare per annegare.
In quel momento non aveva nessuna voglia di muoversi, le sue giunture sembravano fissate su cocci di vetro e quella stanza così poco riscaldata non lo aiutava con i reumatismi, per non parlare delle sue gambe che dentro il pigiama sembravano tanto dei manici di scopa.
Anche i capelli avevano perso parte della loro vitalità, erano ormai ridotti a fili di ragnatela radi e giallognoli. Quello ormai alle porte era il peggior inverno degli ultimi dieci ed erano ormai ottanta gli anni che doveva trascinarsi dietro come un vecchio cane con due zampe rotte.
Si sentiva patetico e si chiedeva sempre più spesso a che scopo vivere in quelle terribili condizioni. Solo dolore, cassetti pieni di pillole, nient’altro che placebo e ancora dolore. Eppure la mente era lucida nonostante lo scorrere degli anni, guizzante come una rana dentro uno stagno anche se la sua giovinezza adesso era solo un ricordo. Ed era quella che veramente contava. A volte stentava a riconoscere quel suo viso macchiato e macilento allo specchio, quel suo corpo scarno. E poi la realtà era sempre presente con le sue lunghe dita fredde a bussare alla sua porta come una strega pronta a fare un altro maleficio. Nina, la donna che aveva sposato quarant’anni prima non c'era più, era stata sostituita da un essere alieno senza più cervello. Altro colpo mancino di un destino baro che lo perseguitava ormai da tempo. L'odore penetrante e acido di urina permeava tutta la casa, l'incontinenza della moglie era andata peggiorando nel corso degli anni. Mai avrebbe creduto di dover fare i conti con un'arteriosclerotica che rifiutava di curarsi. E quando la ragione, raramente, faceva capolino nella mente di Nina erano pianti isterici, scene di prostrazione profonda, promesse. Ma le promesse invariabilmente finivano per essere dimenticate cadute dentro un ingranaggio mal funzionante. Quando era fuori di testa completamente, riusciva a decorare la loro camera da letto con tutto quello che era in grado di spremersi da dentro. Ci godeva nel farlo, in quei momenti la sua mente sconvolta era capace di farle credere di essere nel giusto. Ed era in quei momenti che gli giungeva una voce.
Dai fuoco alla casa! Dai fuoco alla casa! E prima le lacrime e poi la rabbia avevano il sopravvento, ma toglieva lo sporco senza lamentarsi. Una vita dura tanto da ridursi a voler uccidere la sua compagna e farla finita a sua volta. Poi al vecchio giorno si aggiungeva il nuovo e il risveglio lo trovava in uno stato d'animo migliore e la sua vita diventava accettabile e come una ruota tutto riprendeva a girare. Gli anni buoni della loro vita in comune, ed erano tanti, erano fuggiti via senza un battito d'ali. Un tempo c' erano stati dei parenti e pranzi fatti insieme ma adesso qualcosa li teneva lontani, probabilmente la malattia e la solitudine, come quei cavalli che si ritraggono da una pozza d'acqua avvelenata. Ed era un vero dolore quando aveva creduto di poter contare almeno su alcune di quelle amicizie. Nonostante tutto, però, c'erano giorni ancora buoni e, anche se sapevi che il Calvario era appena dietro l'angolo, pazienza. Purtroppo il colpo basso era sempre lì in agguato. Forse la primavera era il periodo migliore durante il quale lei si recava in giardino a recidere dei fiori per il vaso del soggiorno o quando si metteva ai fornelli senza bruciare ogni cosa. Si godeva quei pochi momenti senza pensare al resto. Ma aveva davvero insegnato un tempo? Certamente se doveva fidarsi delle foto che c'erano nel suo studio. Principalmente erano foto di gruppo. Enzo era molto più giovane, i suoi capelli quasi completamente neri, la pelle liscia e una vivacità negli occhi che trapelava anche dalle diapositive. Entrò nello studio e si chiuse la porta alle spalle. Nina dormiva ancora il sonno dell'impasticcata. Si sedette con cautela, emettendo un debole lamento, guardò meglio le foto piene di ragazzi sorridenti. Ricordava la sua borsa di pelle ormai in solaio sempre piena di compiti da correggere e la voce di Nina che lo chiamava per la terza volta. Vuoi deciderti a venire, si sta freddando tutto! - Quante volte gli aveva portato il vassoio direttamente nello studio! Un atto d'amore che la diceva lunga sul loro rapporto. E adesso..... Si bloccò in tempo, non voleva pensare a quanto gliene rimaneva , chi dei due avrebbe lasciato l'altro e come sarebbe stato morire. Fece qualche passo e si fermò. Certo il cervello ti presenta sempre una cassa intera di quesiti anche se tu non sei pronto e in grado di rispondere. Non sempre almeno. Cercare delle risposte a volte può farti più male di vedere tua moglie che abita qualche altro pianeta con la sua mente malata. Si sedette nuovamente alla scrivania, con le braccia appoggiate sul tavolo, c'era della polvere vecchia di settimane e tutto sembrava opprimente con le imposte chiuse. Si alzò, non trovando pace e aprì la finestra, respirò l'aria che proveniva da fuori, fresca e corroborante, ideale per una passeggiata. Sentì dei passi............. Erano rumori provenienti dal passato. Erano i passi risuonati trent’anni prima in una scuola media, passi affrettati che riecheggiavano in un corridoio vuoto nell'ora di lezione. Si era aspettato quel momento. Quando aveva sentito bussare si era alzato facendo segno ai ragazzi di stare zitti. Era amato da quei ragazzi più di quanto immaginasse. Avanti! - aveva detto ed ecco comparire il preside nel suo ormai storico abito blu liso ai gomiti, aveva fatto alcuni passi e si era fermato al centro della stanza. Nelle mani teneva, come un'arma, un mazzo di foto, ne aveva sollevata una, come un trofeo, e aveva fatto cenno a Umberto Saporita, un ragazzo di seconda media, di avvicinarsi. Il ragazzo era arrossito e aveva abbassato la testa. Sulle labbra di Enzo era apparso un sorriso da idiota che non era il benvenuto, dopotutto era una scenetta comica se non si fosse trattato di uno dei suoi alunni. Tentò di ricacciare indietro quel sorriso, troppo tardi, il preside ne aveva scorto l'ombra e il suo sguardo era pervaso da una strana luce che Enzo già conosceva. Erano stati amici un tempo ma qualcosa si era incrinato, come una lastra di ghiaccio attraversato da una crepa, dopo una partita a carte durante la quale il preside, il suo vecchio amico Augusto Pagano, lo aveva accusato di barare. Per poco non erano arrivati alle mani. Hai barato un'altra volta - lo aveva investito con quel suo alito cattivo e tanto era bastato per scatenare il finimondo. Le carte erano finite sul pavimento, sparpagliate e calpestate dalla sua furia da ragazzino capriccioso. Adesso Enzo stava facendo come gli era stato chiesto ma, seguendolo lungo l'interminabile corridoio, gli era venuta l’insana voglia di sferrargli un calcio in quel suo culo rinsecchito.
E' uno sconcio - lo sentì dire all'improvviso - una mancanza di rispetto, alcuni di quei tuoi ragazzi dovrebbero......... Continuò per un poco, poi si zittì quando incontrarono altri professori. Ecco, lo aveva detto, era uno dei suoi ragazzi. In quella classe entravano e uscivano circa una dozzina di insegnanti fra interni e supplenti e quelli erano considerati solo suoi ragazzi. Non si addiceva certo alla sua professione, ma le mani gli prudevano dalla voglia di dargli una spinta e sbatterlo contro il muro. Ma ci sono sempre delle regole che, ti piacciano o no, devi rispettare, se non vuoi uscire dal branco delle persone affidabili per far parte di un folto gruppo di asociali e disoccupati da tenere a distanza. Il preside moriva dalla voglia di scrivere sul suo curriculum cento note di demerito e non solo una, e per tutti i diavoli dell'inferno non sarebbe stato lui a far sì che questo accadesse. Erano entrati in presidenza seguiti da un ragazzo rassegnato, ma quella faccenda si riduceva a una faida fra loro due, in realtà il ragazzo avrebbe potuto anche non esserci. Augusto stai facendo di un'onda un maremoto. Solo per un gesto immortalato in una foto! Basterà una nota sul registro...... Non finì la frase poiché notò il cambiamento del suo superiore che corse come la corrente sul filo e lo investì come una forza magnetica. Tu pensi che sia giusto, tu pensi....... - nuovamente lo sferzò in pieno viso con l'alito pestifero di chi ha un cattivo funzionamento dell'intestino e non fa niente per rimediare. Per quel suo problema tanti erano quelli che si tenevano alla larga. La foto in questione era stata scattata mentre due delle dita di Umberto erano spuntate come due bastoncini dietro la testa di quel piccoletto con gli occhiali che rispondeva al nome di Basile Francesco. Il segno era quello tipico di un paio di corna. Per favore Augusto non credo........ Non lo fece finire - tu non credi, cosa non credi che l'abbia fatto apposta? Su questa scia avremo più di un caso di insubordinazione. Parlava come se fossero nell'esercito ed Enzo sapeva che stava inveendo contro quel ragazzo a causa sua. Facciamola finita Augusto, lascia che al ragazzo ci pensi io! Niente affatto tu con i ragazzi sei sempre stato una pappamolle...... A quel punto, mentre l'altro parlava, si sentì invadere la testa da un nugolo di vespe, si vide nell'atto di afferrare il pesante posacenere di cristallo e fracassarglielo in testa. Vide se stesso, il proprio braccio stranamente pesante ma determinato, la sua mano su quel freddo oggetto e la forza che metteva nella spalla per fare il maggior danno possibile. Lo avrebbe guardato dibattersi come un pesce fuori dall'acqua, boccheggiare e sbavare. Vedeva, con un'intensità da fare male agli occhi, il sangue di un rosso acceso che si riversava sul tappeto persiano che c'era sotto la scrivania, i capelli inzuppati e ritti in piccole ciocche disordinate, gli occhi stravolti a mostrare solo il bianco, la bocca atteggiata a un grido che nessuno avrebbe mai sentito. Stava vedendo con la più sfrenata delle fantasie l'agonia di quell'uomo ed era una brutta china quella che stava salendo, un cattivo presupposto su cui intavolare la sua vita futura e quella della sua famiglia.
C'era chi contava su di lui, ma nessuno poteva impedirgli almeno di sognare. Ripensò a sua moglie e al suo ragazzo che sarebbe morto di lì a qualche anno. Al conto del droghiere, del macellaio e a tutte le altre spese che aspettavano solo il suo stipendio per essere fatte. D’accordo vedi tu cos'è meglio fare - disse accondiscendente - dopotutto sei tu il capo di questo istituto ( di stronzi ). Ma queste ultime parole gli rimasero impigliate tra la mente e la gola senza riuscire mai a venir fuori. E forse - pensò - è un bene. L'altro lo guardò sospettoso, era un brutto osso, lo era sempre stato fin da quando il destino li aveva messi insieme in quel grande calderone in via Marconi a Niali. Un istituto statale in un piccolo paese di provincia, come tanti. A molti di quei ragazzi sarebbe bastata una semplice sospensione per chiudere con la scuola, lui lo sapeva bene e lo sapeva bene anche il preside, ma non gliene fregava un accidenti. Quei ragazzi per lui erano solo feccia, figli di contadini ignoranti, di povera gente che non aveva alcun diritto di trovarsi in quelle aule. L'indomani non si meravigliò più di tanto della piega che avevano preso gli eventi. Dopotutto non rientrava più nelle sue possibilità porvi rimedio. Il ragazzo non ritornò più a scuola, il suo gesto era costato più del necessario, la sua vita a questo punto avrebbe preso un percorso diverso, la sua schiena si sarebbe rotta sotto le fatiche. Avrebbe sposato probabilmente una donna che ben presto sarebbe diventata sfatta ed esigente. Una vita stravolta da un piccolo scherzo immortalato su una fotografia formato dieci per quindici. Adesso era lì a guardare quella foto dopo tanto tempo, sapendo che era bastato così poco al padre del ragazzo per farlo rimanere a casa e mettergli una zappa in spalla. Tre anni dopo l'accaduto Enzo era ancora insegnante di italiano e nulla era cambiato. I suoi giorni sembravano un mazzo di carte formanti un castello che a causa di qualche momento davvero difficile rischiavano di mandare in aria tutta la costruzione. I ragazzi andavano e venivano come sempre, alcuni si ritiravano di loro spontanea volontà, altri venivano allontanati e scomparivano alla sua vista. Niente riusciva più a toccare la sua sensibilità, quasi niente almeno. Le classi gocciolavano acqua d'inverno e sembravano forni d'estate. I banchi e tutto il resto dovevano essere sostituiti ma sembrava una battaglia persa in partenza. I giorni erano tutti uguali, niente di nuovo sul fronte delle novità. Era un mercoledì mattina, se lo ricordava perfettamente perché era stato lo stesso giorno che aveva portato sua moglie da uno specialista di nervi. Quel mattino si era recato a scuola sulla sua vecchia Fiat senza l’entusiasmo che lo accompagnava all’inizio, ma solo con la consapevolezza di adempiere ai suoi doveri. Verso le otto e trenta di quel giorno un piccolo gruppo formato da tre insegnanti si era finalmente deciso a chiedere strutture migliori per i ragazzi e delle condizioni migliori per loro. A capo del gruppo c'era Enzo, apatico, ma pronto a far sentire la sua voce. Aveva bussato alla porta della presidenza. Nessuna risposta, nessun invito a entrare. In seguito avrebbe riferito agli altri che aveva sentito come un mugolio. Entriamo - aveva detto con uno strano baleno negli occhi nocciola - deve sentire quanto abbiamo da dire. Si erano fatti avanti. Lui deciso, pronto a tutto adesso che aveva anche molto meno da perdere, gli altri quasi in soggezione nella grande sala presidenza. Ed eccolo lì il prevaricatore, l'insegnante senza cuore che aveva pensato solo alla sua carriera. La bocca socchiusa, come a voler dire qualcosa circa la loro irruzione nel suo territorio e gli occhi veramente, aveva ricordato dopo, quegli occhi erano spenti e l'aveva notato subito, ma in un primo momento non aveva capito. Quegli occhi erano morti, come tutto il resto. Dalle indagini e dall'esame autoptico era venuto fuori che l'omicidio era avvenuto poco prima del loro arrivo in presidenza, probabilmente l'assassino stava ancora cercando di allontanarsi, quando loro tre erano in corridoio a marcare i punti da esporre al preside. Mentre loro cercavano attraverso le parole di ottenere qualche diritto in più, l'assassino passava ai fatti. Augusto era stato spinto forse con le minacce, forse addirittura con la violenza gratuita verso la sua poltrona preferita. Su quella poltrona aveva avuto la sua agonia causata da nove coltellate tra addome e torace. Una decima coltellata era stata forse solo pensata, all'altezza dell'ombelico c'era un piccolo taglio dato di striscio, forse l'assassino aveva sentito rumori di passi in corridoio e si era eclissato. Comunque, ormai non aveva più importanza. Ricordava ogni cosa molto chiaramente anche dopo tutti quegli anni. Le sue mani sudate posate involontariamente sulle spalle del preside. Non tocchiamo niente - aveva suggerito astutamente un suo collega, pur preso nella morsa del panico non aveva perso la testa come gli altri. Aveva distaccato immediatamente le mani come da una pentola bollente, e solo in quel momento si era accorto di essere finito nella pozza di sangue che c'era sotto e tutto intorno alla poltrona. Si era subito allontanato, ma le suole delle sue scarpe avevano lasciato delle tracce. Adesso stava ricordando quella stanza riempirsi di gente. Qualcuno aveva gridato, forse una ragazza. C’era stato un vociare in corridoio. Le lezioni erano finite prima quel giorno. Sentiva sempre più vicino ululare e gemere, il suono delle sirene della polizia quando il cielo improvvisamente si era fatto scuro per un nuvolone che si trovava solo nella sua mente e davanti ai suoi occhi. Aveva perso i sensi per non più di un paio di secondi, ma tanto era bastato per farlo uscire immediatamente da quella stanza dove l'odore di rame infuocato tipico del sangue aveva impregnato ogni cosa. In quel preciso istante aveva associato quell' odore con la sua infanzia. Ricordi buoni sommati a ricordi violenti. Un sabato al mese, suo padre entrava nel pollaio e sceglieva una gallina vecchia che non dava più uova con la frequenza delle più giovani. Torcere il collo a quella malcapitata riusciva a scioccare la sua mente di bambino. L'odore del sangue lo nauseava ancora, come quando suo padre tagliava a pezzi la carne sul vecchio ceppo. Ma quando era l'ora di metterla sotto i denti quel ricordo veniva accantonato per la volta successiva, quando poteva toccare a uno di quei conigli bianchi con gli occhi rossi. Ricordava le grandi mani del padre ricoperte di sangue e piume, l'odore di uova versate per terra, l'ultimo grido di quegli animali. Ma quello era l'unico modo per sfamarsi e quello che aveva davanti adesso era un assassinio. Uscì correndo e percorse il corridoio fino al bagno professori dove si fermò come colpito da un infarto. Stava osservando che le impronte di sangue, che aveva lasciato sul pavimento del corridoio dopo esser entrato nella pozza che c'era intorno alla poltrona della vittima, non andavano in una sola direzione.
E come mai non l'avevano notato cinque minuti prima? Un'associazione di idee lo investì come il gancio d'acciaio di una gigantesca gru. Dov'era stato prima di raggiungere i colleghi? E cosa aveva fatto senza ricordarsene? Non è possibile - si disse - non sono sceso là sotto da qualcosa come un milione di anni. E tutto questo, difficile da credere, era avvenuto più di trent'anni prima. Era il 1960. Rendersene conto fu come ricevere in faccia un secchio di acqua gelata. Non gli era rimasto più niente ormai. Se fantasmi c'erano ancora, il silenzio superava le loro grida. Un grosso camion strombazzò in strada il suo possente ruggito di protesta. Uno stormo di passeri sfrecciò verso il giardino incolto che c'era dietro la casa e scomparve. Sentì rumori al piano di sopra e alzò gli occhi al cielo. Forse Nina si era alzata o forse quei rumori erano solo nella sua testa. Niente è per sempre - disse alla stanza vuota - e forse è un bene. Ormai aveva il terrore di formulare qualunque pensiero - dopotutto sarebbe meglio finire questo dramma. La morte a volte può essere una liberazione. Si portò una mano, deformata dall'artrite nefasta che lo stava divorando, alla bocca. Troppo tardi per rendersi conto che aveva espresso un altro desiderio e con la paura che potesse essere esaudito. Una forza smisurata lo costrinse ad alzarsi, i piedi strascicati in vecchie pantofole di pezza del condannato a morte. Mani gelate e palato secco, come carta sotto il morbido della lingua. Scese per la botola, sapendo che sarebbe stata l'ultima volta e questo gli fu di consolazione. Qualcosa lo avvinghiò immediatamente. Lo stringeva alla vita ma non tanto da non farlo respirare. I suoi occhi scuri, incredibilmente giovani, adesso erano rassegnati e anche se umidi di lacrime ne convenne che non valeva più la pena di versarle. Era troppo tardi. Non credeva di ricordare tutto, ma lo avrebbe riscoperto presto a sue spese, se il cuore avesse retto. Nonostante tutto, ebbe ancora tempo sufficiente per pensare........... A quella volta quando era molto più giovane........ Era tornato a casa prima, come se qualcosa lo spingesse ad affondare il piede sul pedale dell' acceleratore. Aveva aperto la porta di casa dopo aver soppesato in modo febbrile le chiavi, cercando quella giusta. Era corso nello studio, Nina non era ancora rientrata. Aveva chiuso la porta con un calcio e, nel farlo, aveva scorto il tappeto sul pavimento del suo studio appena scostato e tanto gli era bastato. Si era avvicinato e lo aveva sollevato completamente, poi aveva tirato a sé il gancio del coperchio della botola, un coperchio di legno che sembrava pesare come l'acciaio. Era avvenuto così che aveva guardato all'interno di quel baratro e aveva esclamato - E' in casa mia e ne sono il responsabile! Poi lentamente, ma non del tutto inaspettato, era avvenuto qualcosa. Un lungo tentacolo glabro e rosa, il colore falso delle bambole di plastica di un tempo, era apparso come il serpente dal cestino di un fachiro al suono del suo strumento. Era grosso quanto e più del ramo di una quercia e finiva in lunghe dita fornite di unghie scure e frastagliate e si vedeva bene che potevano essere mortali. Dopo pochi istanti era stato ghermito, tirato lentamente e risucchiato all'interno della botola. Il suo cuore aveva cessato di battere per un lungo tormentato momento, solo quando non ci sperava più aveva ripreso a pompare sangue in modo quasi regolare. Quindi, la botola era stata richiusa come l'orbita vuota di un cieco dietro la palpebra cadente. Il suo coperchio era ricaduto con un tonfo al pari di quello di una bara, richiamando alla mente antichi sepolcri egizi, scavi, riesumazioni. Il tappeto si era gonfiato prima di ricadere su di essa, come se una massaia scrupolosa fosse passata a rimettere in ordine. Quella volta era risalito solo verso sera con una sete nuova che non era solo di acqua. Adesso si sovrapponevano come in una pellicola parzialmente nitida, diventata all'improvviso fin troppo chiara, avvenimenti del passato e del presente ugualmente inquietanti. Era nuovamente vittima di un essere arrivato in quella casa in modo misterioso, che viveva bene nel buio più totale e che gli era sufficiente di tanto in tanto parte del suo dolore per cibarsi. Per lunghi periodi se ne stava come in letargo a rigenerarsi e quando il suo tempo era arrivato la sua fame diventava famelica. Il suo risveglio un abominio. Sospettava di sapere di cosa si nutrisse. Del suo terrore cieco e delle sue umane fragilità. Erano stati in simbiosi per trent'anni, una sorta di reciproco parassitismo e ogni volta cercava di dimenticare per continuare a vivere, per non impazzire.
Sarebbe stato facile lasciarsi circuire e scomparire, ma la sua voglia di vivere superava ogni cosa. Adesso si lasciò raggirare più facilmente di un tempo, era terribilmente stanco. E adesso era solo un vecchio. Dopo qualche istante sentì il coperchio che ricadeva sigillando se stesso e quell'essere. E' la fine! - disse sentendo il tonfo, con la mente già alla deriva. La luce scomparve, come inghiottita da una voragine in un tunnel. Fu buio immediatamente e poi più nulla. Ormai erano lontani i suoni esterni, si stava allontanando anche dai suoi stessi pensieri. E a un tratto tutto fu sfumato, divenne come un sogno evanescente e anche il sogno alla fine evaporò. Il giorno dopo, quattro marzo e quello dopo ancora, la casa rimase chiusa dentro un silenzio tombale. Il terzo giorno qualcuno si insospettì, forse un vicino o un amico. Fu a quel punto che, rompendo un vetro della finestra che dava in cucina, alcuni agenti entrarono in casa. Tutto sembrava apparentemente in ordine, ma al piano di sopra li aspettava una macabra sorpresa. Nina, l'anziana moglie del professore, giaceva sul pavimento in un lago di sangue ormai nero. Era stata pugnalata al ventre da tre coltellate mortali. Era passata dall'altra parte per dissanguamento. Il locale angusto, posto fra la camera da letto e il bagno, puzzava, come una cesta di patate andata a male. Il commissario Farina, pur avendo visto nel corso della sua carriera molti omicidi, prima di entrare si premette un fazzoletto sul naso e la bocca. Badate di non toccare niente - ordinò ai suoi uomini - ci mancherebbe solo che quelli della scientifica ci fossero addosso anche per questo. Non dimenticate cosa avvenne al numero 45 di via Case Rosse.
Quella volta erano stati accusati di aver inquinato le prove ed erano stati trattati come dei deficienti di provincia. Scenda commissario, c'è dell'altro! - si sentì gridare dal piano di sotto dove due agenti stavano perlustrando la zona. Il commissario Farina, un omone intorno ai centoventi chili per uno e novanta di altezza, con una capigliatura ben rasata e la faccia pulita dell'agente onesto, si fece a due a due le scale, provocando un rumore come di bisonti che stanno per caricare. Quando immise la testa dentro la stanza, lo vide subito. Il professore era nel suo studio, seduto alla scrivania con la pistola ancora in pugno, la testa reclinata da un lato e gli occhi sbarrati del dannato.Al centro del pavimento era ben visibile una botola un metro per un metro, il coperchio era sollevato e dentro sembrava che non ci fosse nessuno.Il commissario aveva fatto un paio di passi ed era arrivato al ciglio tanto da sembrare in procinto di calarsi dentro. Ma Farina aveva scorto qualcosa, forse un'ombra più consistente delle altre, un barlume di pelle chiara tra il buio che regnava sovrano nei quattro angoli. E non aveva sentito forse la tentazione coercitiva di scendere sotto? Si era staccato immediatamente prima che la cosa gli prendesse la mano.

© Anna La Rosa



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