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John Smith
di Marco Minghetti
Pubblicato su SITO


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Guardò la vetrina e decise di entrare.
Mancava solo una settimana al 25 e doveva ancora comprare alcuni regali di Natale.
Tra gli altri, non aveva ancora scelto quello per lo zio Michael, ma in quel negozio avrebbe sicuramente trovato qualcosa.
I più importanti erano già stati sistemati: un bel paio di orecchini in oro e brillanti per sua moglie e uno di quei videogiochi tanto di moda per i suoi figli, la P2p o come diavolo si chiamava.
Si aspettava di vedere al bancone un nero enorme con un forte accento e invece c’era un bianco smilzo smilzo, ma con una parlantina molto sciolta che stava già servendo un cliente.
Si guardò intorno e vide oggetti di tutti i tipi: statuette in legno o minerali vari, libri, strane boccette con etichette che promettevano effetti miracolosi e tante cose che, a dire il vero, non sapeva cosa fossero.
Il negozio che tanto lo aveva incuriosito, sembrava una versione di lusso di quelle bancarelle che vendono manufatti etnici, ma molto più fornito.
Il cliente pagò e salutò il commesso che, a quanto pareva, si chiamava John.
"Posso aiutarla?" disse con fare professionale.
"Dovrei fare un regalo un po’ particolare ad un parente. Molti anni fa quand’era ancora giovane e in buona salute, era un gran viaggiatore, appassionato specialmente della zona africana.
Ho pensato che forse potesse avere qualcosa che faceva al caso mio."
"In questo periodo va molto di moda tutto ciò che è etnico e quindi ho parecchie cose da mostrarle."
Indicando una scansia disse: "Mentre vado di là a prendere il resto dia un’occhiata qui.
Nel retro ho una vera chicca: una scacchiera intarsiata dove tutti i pezzi, pedoni, torre, regina ecc…, sono rappresentati da animali della foresta. Il re, ovviamente, è un leone."
La sua voce era qualcosa di unico, qualcosa che non sapeva definire, ma che sicuramente non aveva mai sentito prima.
I suoi occhi poi, erano limpidi come quelli di un bambino o di un uomo senza alcun problema, con una vita equilibrata. Perfetta.
E dal retro, lo si sentiva canticchiare una delle ultime hit radiofoniche.
-Perché?- si chiese.
Lui era un pubblicitario molto famoso -il mese prossimo avrebbe ricevuto un premio per lo spot della nuova Mercedes- e conosceva le persone.
Il fulcro del suo lavoro era proprio quello: capir ciò che vuole la gente. Cosa pensa. Cosa prova.
E agire di conseguenza per far sì che compri un determinato prodotto, anche se per lui è del tutto inutile.
La pubblicità è l’anima del commercio.
A soli 45 anni, era già una leggenda. Così come lo era il suo caratteraccio.
I colleghi, a sua insaputa, lo avevano soprannominato Hulk. Non che diventasse verde ovviamente, ma quando si infuriava era meglio stargli lontano, vista anche la sua stazza da ex giocatore di football e la facilità con cui veniva alle mani.
Strano -pensò- John ha un lavoro umile, difficilmente ha una ragazza visto quant’ è brutto e veste da far schifo. E’un perdente qualsiasi, cosa avrà tanto da essere felice?
Io sì che ho tutte le ragioni per esserlo. Ho una Porsche (che macchina, altro che Mercedes!), un fisico da atleta e una moglie da copertina.
Senza contare che il mio migliore amico è un senatore degli Stati Uniti, che presto si candiderà alla presidenza.
Queste sono le cose importanti nella vita. Ricchezza, lusso e potere.
Ma perché perdere tempo con domande inutili?
Che m’importa poi, di ‘sto tipo? Niente. Ho ben altre cose a cui pensare.
John ritornò e gli mostrò la scacchiera.
"Le piace, eh? Tutta fatta a mano. Se vuole gliela impacchetto."
"Sì, può andare" disse con noncuranza "quant’è?"
"Sono 139 dollari e 99"
"Così tanto? Be’, tenga." E gli porse la carta di credito.
Imperturbabile, il commesso gliela restituì.
"Mi dispiace ma il suo credito è esaurito, può pagare in contanti se vuole. Anzi, se avesse i soldi cambi mi farebbe un piacere."
"Cosa? Sta scherzando? Uso sempre quella carta e il mio credito non è affatto esaurito. Riprovi, non ho tempo da perdere. Pagare in contanti? Tzè, per chi mi ha preso?"
Dopo aver provato di nuovo, John sinceramente dispiaciuto disse:
"Sono davvero desolato, signore, ma il messaggio è sempre lo stesso. Può tornare più tardi o quando le è più comodo. Glielo metto da parte, non si preoccupi."
"Oh, sono davvero desolato…" disse in tono canzonatorio "Senta, lei sa chi sono io? Vuol forse dire che sono un poveraccio, proprio come lei? Se non è capace di usare la carta di credito cambi mestiere e non rimanga a fare il commesso in questo pidocchioso negozio"
"Ho già riprovato più volte, ma non c’è niente da fare. E in ogni caso non sono un commesso"
"Ah, sì e cos’è? Aspetti che mi viene in mente… lei è… un grandissimo pezzo d’idiota." fece indicandolo e sorridendo beffardamente." Mi ascolti bene, ho usato questa carta di credito non più di un’ora fa e non dava nessun problema. E’ lei che è un incapace."
Nella concitazione della discussione, urtò contro un vaso di porcellana che era sul bancone e lo fece cadere. Il vaso si ruppe in mille pezzi.
"Stia attento. Costava 300 dollari. Quando torna per il regalo facciamo conto unico, non c’è problema."
"Perché altrimenti cosa fa? Me la sto facendo sotto dalla paura. E’ colpa sua se l’ho rotto.
E questo quanto costa? " disse iniziando a gettare per terra tutto ciò che aveva a portata di mano.
"E questo, invece? Non si sta divertendo un mondo? "
"Questo è troppo! Non può trattare le persone così"
Lo sguardo del commesso, dapprima impassibile e animato da una calma innaturale, si rabbuiò all’improvviso.
"Come si chiama?"
"Mi chiamo Paul Doherty, ma che le frega? Mi stia bene a sentire, chi si crede di essere per farmi la predica?"
Tutto l’essere di quell’uomo fu investito da una luce fortissima, come se in quell’istante una forza superiore si fosse impadronita di lui.
"Che diavolo succede?"
Il piccolo ometto illuminato prese un ago da una scatola e lo punse sul dorso della mano.
Non provò alcun dolore, ma un po’ di sangue fuoriuscì dalla piccola ferita.
Una voce che sembrava provenire dall’alto tuonò:
"E’ un po’ che ti osserviamo Doherty. Da questo momento, tutte le volte che perderai la calma, sentirai dolore. Più il tempo passa, più il dolore sarà forte. Se non vi poni rimedio, morirai."
Paul prese per il bavero John e lo tirò verso di sé. Dall’alto del suo metro e novanta, lo sovrastava.
Era molto caldo e brillava di luce propria come fosse una stella.
"Stronzate. Come ti permetti di minacciarmi, sfigato? Credi forse di farmi paura? Io non ho paura di niente, capito? Di niente. E puoi tenerti la tua stupida scacchiera. Addio"
Dopodiché se ne andò sbattendo la porta con tutte le sue forze. La vetrata tremò.
John, nel frattempo ritornato normale, non fece una piega.
Avrà tempo per ricredersi. Lo so per esperienza.
Paul, appena uscito dal negozio, sentì un leggero pizzicorino partire dalla ferita.
Iniziò a grattarsi e poco dopo il pizzicore scomparve.
"E quello mi aveva minacciato di morte con uno spillo. Va’, lasciamo perdere. Se non mi avesse rovinato la giornata, ci si potrebbe fare due risate."
Salì in macchina e sgommando partì a tutta velocità, fregandosene di limiti e divieti, come fosse il padrone della strada.
Ed ora cosa gli regalo a quel rimbambito dello zio Michael? -pensò- Speravo che si decidesse a inserirmi nel suo testamento. Dopo tutto sono il suo unico nipote e lui ha già vissuto abbastanza. Mi sono stufato di leccargli il culo per elemosinargli qualcosa. So che ha intenzione di donare tutto in beneficenza, ma ne voglio almeno una piccola parte, ad esempio quella bellissima casa in California. Ne ha talmente tante che può pensare anche a me, per una volta.
Ma ora che faccio?
Non aveva né tempo né voglia di girare tutta New York per uno stupido regalo.
Così gli venne un’idea: dare un’occhiata su Internet.
Visto che l’oggetto veniva spedito, probabilmente non sarebbe mai arrivato in tempo utile, ma l’attesa avrebbe migliorato la sorpresa. Almeno così sperava.
Prima di tutto, fece una capatina su eBay, il sito d’aste on line alla ricerca di qualcosa di particolare.
Dopo una buona mezz’ora pose la sua attenzione su un paio di oggetti. Il primo sarebbe scaduto di lì a 13 ore, mentre l’altro il giorno successivo.
Ma la cosa migliore era che entrambi avevano l’opzione “Compralo subito”, che permetteva di chiudere immediatamente l’asta pagando una cifra prestabilita dal venditore.
Aveva avuto fortuna, forse ce l’avrebbe fatta. Contattò il venditore del secondo oggetto e chiese i modi di spedizione disponibili. Si accordò per quella più veloce: avrebbe pagato un po’ di più ma il pacco sarebbe arrivato appena prima di Natale.
Ottimo. Si fece dare le coordinate bancarie e sempre tramite Internet effettuò il pagamento. A quel punto mandò un’e-mail di conferma in modo tale che la spedizione avvenisse il prima possibile. Et voilà. Problema risolto in poco più di un’ora. Il tempo è denaro.
Il primo attacco sembrò un normale mal di pancia. Sua moglie gli aveva preparato la peperonata e lui non la digeriva mai bene. Ne era ghiotto ma doveva contenersi, perché tutte le volte che la mangiava aveva sempre un peso sullo stomaco.
E poi aveva litigato con Mary Jane e, a mente fredda, si era sentito un po’ in colpa perché era stato per un motivo molto futile anche se aveva cominciato lei. Sì, probabilmente era anche quello. Le sarebbe passato. Se non altro, quando le avrebbe mostrato i fantastici orecchini che le aveva comprato.
Il secondo arrivò il 23 dicembre, l’ultimo giorno prima delle brevi vacanze concesse a tutti dalla sua agenzia.
Era tradizione che fino al 2 Gennaio, i dipendenti si riposassero in vista di un nuovo anno di lavoro.
Gli spot natalizi erano già trasmessi da una ventina di giorni e quelli per il mese successivo erano in fase di sviluppo.
Era un lavoro “tira e molla”, potevano esserci periodi in cui non c’erano orari: quando le scadenze erano vicine, si cenava in ufficio con pizza o cibo cinese, andando avanti fino a tarda notte ed altri in cui non c’era molto da fare, proprio come ora.
L’unico vero impegno della sua giornata consisteva in una riunione alle 15, per fare il punto sull’andamento annuale dell’agenzia.
Fino a 3 anni prima erano i leader in un mercato sempre più in espansione. Ma la Sparkle & Wims si stava facendo sotto.
Il nuovo proprietario aveva rivoluzionato tutto: metodi, organizzazione e collaboratori, iniziando a dirigerla personalmente.
Da allora si contendevano il primato e la riunione non era cominciata nel migliore dei modi. Due soci si stavano accusando a vicenda.
Quando sei abituato a vincere, vuoi continuare a farlo. E loro, che non erano mai andati completamente d’accordo, coglievano l’occasione per sfogarsi, dandosi la colpa per non essere più i numero 1, anche se tutti sapevano che le ragioni erano ben altre.
L’aria stava diventando piuttosto pesante. Quando hai i nervi tesi basta poco per farti esplodere.
La nuova segretaria di Paul, una ragazza molto carina di nome Fran, bussò alla porta, scusandosi e chiedendo di lui. Paul uscì e la prese da parte:
"Che c’è? Non vede che sono impegnato?"
"Ma, mr. Doherty c’è sua moglie al telefono. Ha detto che non si sente bene e non riesce ad andare a prendere i gemelli a scuola."
"Be’, sono in riunione, non ci può andare sua madre?"
"Non so che dirle, è già la terza volta che chiama. Le conviene parlarle, altrimenti non credo che passerà un buon Natale."
"E va bene"
Fran annuì e tornò al computer.
Paul andò nel suo ufficio e prese la chiamata:
"Mary Jane cosa vuoi? Sì ho capito che stai male, ma non puoi fare uno sforzo? No che non posso muovermi, siamo in piena riunione.
Non può andarci tua madre? E’ in crociera?, ah poverina. Scusa, ma… Cosa? Io lavoro 10 ore al giorno per voi –per la mia famiglia- e tu mi dici che non ci sono mai.
Che dovrei fare, abbandonare tutto?
Telefona alla scuola e chiedi se può accompagnarla qualcuno. Dopo tutto badare i bambini è il loro mestiere e per una volta possono anche riportarceli a casa. Come, dovrei farlo io?" disse alzando un po’ il tono della voce "Tu stai in casa a non far niente e non puoi fare una telefonata? Non urlare? Non sto affatto urlando" disse a voce ancora più alta "Sto lavorando, capito? Lavorando"
E buttò giù il telefono.
Improvvisamente, qualcosa lo prese alla bocca dello stomaco.
Qualcosa di diverso da tutto ciò che aveva provato prima. Cominciò forte. Incredibilmente forte.
Le sue gambe cedettero e lui crollò a terra, proprio mentre la sua segreteria stava rientrando in ufficio.
"Scusi la cercano… Si sente bene? Vuole un bicchier d’acqua e un aspirina?"
"N-no, s-solo un po’ d’acqua e una b-bustina dal primo cassetto"
Il dolore era come una morsa, come se gli stessero versando litri e litri di acido nella pancia. A ciclo continuo.
Naturalmente erano i suoi succhi gastrici, ma le pareti dello stomaco hanno uno strato protettivo e una cosa del genere non era affatto normale.
Soffriva forse di ulcera? Ma così da un giorno all’altro? E cosa aveva provocato quest’ondata? Aveva mangiato solo un panino nella pausa pranzo e non poteva aver iniziato a digerire solo ora. Era impossibile. Che fosse… No, no, era solo una coincidenza.
Piano piano, il dolore si attenuò e poi scomparve così come era venuto. Senza che lui avesse fatto nulla.
Fran gli portò l’acqua e vi versò la bustina effervescente di magnesia. Paul bevve tutto d’un fiato. Poi si rialzò ringraziando la sua assistente per l’aiuto. Grazie? Si stava forse rammollendo? Lui non lo faceva mai. Le uniche persone che ringraziava erano clienti e superiori per motivi di lavoro e sua moglie. Ma solo qualche volta.
Da quel giorno ci fece caso: pochi secondi dopo una sfuriata, i suoi succhi gastrici diventavano incontrollabili, facendolo stare malissimo. Ed ogni volta era sempre peggio.
Così dovette arrendersi all’evidenza, le teorie possono essere affascinanti ma alla fine ciò che conta è la pratica. Sembrava incredibile, ma da quando era andato in quel negozio era cominciato tutto. Non poteva essere un caso. Così scese in garage e salì sulla sua Porsche.
Dov’era il negozio di quello stronzo? Sulla 5a, sulla 7a… no, dov’era?, non se lo ricordava. Poi gli venne in mente. Ecco! Di fronte alla banca Donovan.
Svoltò a destra e vide il semaforo a 150 m. Ancora verde. Spinse sull’acceleratore mentre scattò il giallo. Poco dopo diventò rosso, ma lui non rallentò affatto anzi andò ancora più veloce e passò comunque tra auto che inchiodavano e clacson che suonavano a tutto spiano.
"Uuh!" Paul, pensò, sei sempre il migliore. Gli altri rispettano il rosso mentre io me ne frego e vado dritto.
Esultando, si accorse solo all’ultimo di un pedone sulle strisce e lo evitò per un soffio. Il pedone gli urlò contro qualcosa e lui ricambiò con un gestaccio e un sorrisetto.
Vide l’insegna della banca e non trovando parcheggio posteggiò in doppia fila con le quattro frecce. Attraversò la strada vedendo che il negozio era chiuso, anzi completamente vuoto.
Sulla saracinesca, in alto a destra, solo un cartello con su scritto AFFITTASI e un numero di cellulare. Tirò fuori il suo nuovo Nokia e lo compose.
"Salve, chiamo per quel negozio sulla 16a e vorrei un’informazione…" "Ah, le interessa? Il precedente affittuario se ne è appena andato ed è disponibile anche da subito"
"No, non l’ho cercata per questo, ma appunto per sapere che fine ha fatto quel signore. John mi pare si chiamasse…"
"Smith. John Smith. Come mai vuol saperlo? Lo conosce?"
"Mi aveva fatto credito e volevo saldare il conto. John Smith, uhm… che sa dirmi di lui? Vorrei ritrovarlo, è stato tanto gentile con me"
"Mah, non ne so molto. E’ dovuto partire così all’improvviso per accudire l’anziana madre malata. Mi ha pagato l’ultimo mese e se ne è andato. Il negozio è in un’ottima posizione quindi non avrò difficoltà a riaffittarlo."
"Ma su di lui non mi sa dire nient’altro a parte il nome?"
"Mi spiace, è stato piuttosto vago a proposito. D’altronde pagava regolarmente tutti i mesi, quindi non avevo niente da rimproverargli. Anzi, è sempre stato molto cortese e disponibile. Ha persino aiutato mia figlia. Non c’era alcun motivo per fargli domande personali. Mi è dispiaciuto, sa, quando se ne è andato. Ma la famiglia è la famiglia. Io al suo posto avrei fatto lo stesso."
"Peccato" disse fingendo che non gli importasse più di tanto " non sa dirmi se frequentava qualcuno -amici, una ragazza- che ne sappiano più di lei? Perché oggigiorno è raro trovare qualcuno che si fidi di te e visto che ho un debito vorrei ripagarlo."
"Ha proprio ragione ma no, non saprei indicarle nessuno. Fossi in lei proverei con un‘inserzione su un giornale, così se qualcuno sa qualcosa potrà contattarla."
"Ok, grazie. Se dovesse farsi vivo per qualche motivo, mi faccia sapere. Può chiamarmi su questo numero a qualunque ora."
"A qualunque ora? Le interessa davvero ritrovarlo. Be’, se è come mi ha detto è per una buona causa. Arrivederci"
Dannazione, aveva fatto un passo falso. Ma lui non sapeva il vero motivo per cui lo cercava, quindi non ci sarebbero stati problemi.
Un’inserzione? Meglio che niente. Era pur sempre un tentativo. Una pista piuttosto flebile d’accordo, ma tutto ciò che aveva.
John era un tipo piuttosto insignificante, non certo l’anima della festa o una persona che ti rimane particolarmente impressa. E questo rendeva tutto più difficile.
Magari aveva un chiesto un prestito per avviare l’attività o per soddisfare qualche vizio, anche se per quel poco che lo conosceva, dubitava di quell’ultima possibilità. Ma non si sa mai.
Spesso le piccole cose sono le più importanti. Quelle che tradiscono.
Per non lasciare nulla di intentato, chiese informazioni a tutti i negozianti della 16a strada. Entrò perfino in banca, forse qualche impiegato o il direttore -perché no?-gli sarebbero stati d’aiuto. Propinava a tutti sempre la stessa storiella -mi ha fatto credito e vorrei saldare, è stato molto gentile e vorrei ringraziarlo-, ma non ebbe fortuna. Nessuno sapeva niente.
Allora, scoraggiato e profondamente schifato da tutta la gentilezza che aveva dovuto fingere, tornò a casa e si mise al lavoro. Accese il computer e si collegò al sito del Times. Cos’erano pochi dollari rispetto a ciò che stava passando? Andò nella sezione “Annunci” e iniziò a scrivere. Lo avrebbe ritrovato prima o poi.
Non appena lo strano interlocutore riagganciò, il proprietario del negozio fece un’altra telefonata.
"Pronto, John? Sì, mi ha chiamato adesso, proprio come mi avevi detto tu. Gli ho consigliato di provare con un’inserzione sul giornale. Ma tanto non ti troverà mai. Ho provveduto io a coprire le tue tracce. Il suo numero è…"
Lo salutò, ringraziandolo per l’ennesima volta, per aver aiutato sua figlia a uscire dalla depressione con quella portentosa medicina. Non lo avrebbe mai dimenticato. La famiglia è la famiglia.
John chiuse la comunicazione e pensò: Tutto come previsto. Tra cinque o sei mesi lo chiamerò per vedere come va. Se sarà ancora vivo.
Il regalo di Natale per lo zio aveva sortito il suo effetto: Michael si era commosso e gli aveva detto che lui era l’unico parente disinteressato e che l’avrebbe inserito nel suo nuovo testamento lasciandogli una parte dei beni.
Paul ovviamente, si era mostrato molto sorpreso e lo aveva ringraziato più volte, anche se nel suo cuore stava esultando di gioia dicendosi “ce l’ho fatta”.
Ma ora quel pensiero non gli dava alcun sollievo: dopo gli ultimi litigi, sua moglie se ne era andata portandosi via anche i gemelli e lui si sentiva molto solo. Quanto gli mancavano. Tutti e tre.
E’ proprio vero: si capisce che una cosa è importante solo quando non c’è più. Senza contare quell’altro problema. Ogni volta faceva più male.
Si era rivolto anche al più famoso gastroenterologo della città, ma dopo tutte le analisi del caso, non aveva trovato che una motivazione. Troppo stress. L’ulcera era da escludere. Non c’era niente che non andasse.
Solo -gli aveva detto- lavorava troppo e conduceva una vita sregolata. Lo aveva rispedito a casa con una confezione di fermenti lattici e la raccomandazione di riposarsi di più.
Che poteva fare ormai? La vera ragione era un’altra e non poteva certo andare in giro a raccontarlo. Chi gli avrebbe creduto?
La ricerca di quel bastardo di John Smith si era rivelata infruttuosa e le speranze di ritrovarlo si erano ridotte al lumicino.
Nessuno aveva chiamato nonostante gli annunci fossero apparsi su tutti i più importanti giornali della città, in quelli gratuiti e attaccati nei posti più disparati, come se il suo animale domestico fosse scappato e volesse averne notizie. Nel testo più recente, offriva addirittura una ricompensa, tralasciandone ovviamente il motivo.
D’altro canto, se aveva fallito persino il miglior studio investigativo di New York, non vedeva come lui avrebbe potuto avere successo.
Sembrava svanito nel nulla. Un fantasma. A volte lo pensava davvero.
E poi, chissà se esisteva un antidoto.
Magari era una soluzione molto semplice, disponibile in qualunque erboristeria. Ma aveva provato di tutto. Nessun medicinale, erba o rimedio naturale faceva effetto. Sembrava facessero il solletico al suo “male”, anche quello più efficace era sostanzialmente inutile: il dolore si attenuava un poco per poi tornare, subito dopo, forte come non mai.
Come se gli avessero srotolato le budella e gliele stessero torcendo fino a spezzarle in due.
C’era un’unica cosa da fare: imparare a gestire la rabbia.
Con un corso di yoga, di ipnosi o tutte quelle tecniche orientali che dicono aiutino a rilassarsi, a sentirsi in pace con il mondo e con gli altri.
Non aveva mai preso in considerazione una cosa del genere, perché la rabbia era un suo punto di forza, non una debolezza.
Nel suo lavoro, l’aggressività era quasi essenziale, in un mondo di squali, trasformarsi in un agnellino non gli avrebbe certo giovato. Anzi, i suoi spot erano famosi per la loro incisività, il loro messaggio forte e deciso. D’altronde un grande pubblicitario morto non avrebbe potuto fare granché.
Forse una ritrovata serenità l’avrebbe portato ad essere più creativo e fantasioso. Forse.
Tra le opzioni a sua disposizione, ciò che lo incuriosiva di più era lo yoga.
Probabilmente non avrebbe risolto i suoi problemi ma era comunque un punto di partenza. Se non altro, non stava con le mani in mano senza agire.
Chiese un po’ in giro tra le palestre e i centri specializzati e scelse il corso che più si accordava con i suoi orari lavorativi. Subito dopo l’ufficio, avrebbe rinunciato al solito aperitivo con i colleghi, per fare esercizi respiratori (tecnica dei Pranayama), meditazione e assumere le posizioni più strane (disciplina detta Hatha yoga). Stava guardando il manuale che aveva appena comprato, pensando ‘non ce la farò mai’. ‘Da quanti anni non faccio attività fisica? Jogging, squash, una partita a basket.’
Non se lo ricordava, era passato troppo tempo .
Alla prima lezione, arrivò con un po’ di anticipo e, guardandosi intorno si sentì come un pesce fuor d’acqua. C’erano donne di tutte le età, da una giovane dai capelli corvini ad una signora sui 55-60 anni, che chiacchierava amabilmente con quella che poi scoprì essere l’insegnante, una bella donna di nome Danielle.
Un tempo ci avrebbe provato, ma ora non più: rivoleva disperatamente Mary Jane e i gemelli.
A parte lui, solo due uomini: un orientale in kimono nero e un altro che sembrava passasse la sua vita a mangiare.
Danielle iniziò con una mezz’ora di lezione orale, illustrando in breve la sua disciplina, la sua storia, i chakra e le funzioni degli esercizi che avrebbero affrontato nei primi incontri.
Le prime asana (posizioni) servivano soprattutto ai principianti per sciogliere un po’ i muscoli e le articolazioni, per poter eseguire quelle leggermente più complesse, le volte successive.
Dopo circa tre quarti d’ora seguì la meditazione, per pulire la mente dai pensieri che l’affollano e l’affliggono.
Le luci, dapprima soffuse, vennero spente completamente e tutti si sdraiarono a terra in posizione supina, scaldati da una calda coperta. La voce suadente dell’insegnante fece il resto.
Poco dopo Paul si addormentò tanto era rilassato. Quando si risvegliò era ancora buio e Danielle stava concludendo la lezione.
Al termine, le luci si riaccesero, lui si rivestì e salutò i suoi nuovi compagni d’avventura. Mise il borsone in macchina e uscì dal parcheggio senza pensieri. Arrivò a casa in più di mezz’ora, causa il traffico, ma non se ne curò. Non si era mai sentito così bene.
Passarono quattro mesi e lui sembrò un’altra persona.
Faceva esercizi a casa, non saltava una lezione e sul lavoro era molto più conciliante. I colleghi stentavano a crederci.
Ogni tanto aveva ancora qualche sfuriata delle sue, ma aveva imparato a controllarsi, concentrandosi sul respiro e rilassandosi.
Ora dava più importanza alle piccole cose quando significavano qualcosa e le ignorava quando non significavano nulla.
Una mattina il suo cellulare squillò. Ci mise un po’ a trovarlo ma poi, seguendo la sua nuova suoneria, lo scovò sotto la giacca. Come aveva fatto a finire lì? -si chiese- poi gli venne in mente e sorrise. C’erano anche altri vestiti in giro per la sala e non erano solo suoi.
"Pronto, desidera?"
"Ciao Paul, ti ricordi di me?"
"Certo John che mi ricordo di te. E anche il mio stomaco " Risatina.
"John non è il mio vero nome, ma è così che ci chiamiamo tutti. Dalla tua risposta credo che tu abbia seguito il mio consiglio. Il Paul che conoscevo prima mi avrebbe già insultato tirando in ballo me, mia madre e tutta la mia famiglia. Non credevo che ce la facessi, ma sono felice di essermi sbagliato. Ti abbiamo osservato a lungo prima che entrassi nel negozio. Ma senza contatto diretto non si può intervenire, è la regola. Il peggio è passato, ma non devi abbassare la guardia. Sai bene cosa può succederti."
"Non so se devo ringraziarti oppure no, visto che potevo rimetterci la pelle. Comunque ora va tutto a meraviglia. Mia moglie è tornata a casa, non sono più frustrato come prima e il lavoro non è mai andato così bene. Ogni spot non è la sfrenata rincorsa alla fama e alla ricchezza, ma semplicemente una sfida. Una parte dei guadagni va in beneficenza. Allora, raccontami tutto, chi sei? Anzi chi siete, visto che parlavi al plurale."
"Anche gli altri volevano saperlo, ma io non posso dirtelo. Il capo del mio ordine non sarebbe d’accordo."
"Lo avete già fatto altre volte? Il capo del tuo cosa?"
"Non fare domande, non potrei risponderti. E’ stato un piacere averti aiutato, con te divento anche il migliore del mio gruppo: 100 successi e 3 fallimenti. Peccato, non hanno voluto ascoltarmi. Di sicuro non possono più venire a protestare.
Ora devo andare. Ah, non pensare di rintracciarmi con questo numero. E’quello di un telefono pubblico, anche se non è da lì che sto chiamando realmente. Ciao, ci sentiamo."
"Aspetta, non riattaccare. Voglio sapere…" Stava parlando al segnale di libero.
Boston, 14 Settembre
" E come le stavo dicendo qui è tutto da rifare. L’impianto elettrico non è a norma, i tubi… bah! , lasciamo stare. Due settimane e io e la mia squadra dovremmo aver finito. Ma sapeva già tutto, no?"
"Sì, non si preoccupi, il proprietario me ne aveva parlato. Uhm…, quindi entro l’inizio di Ottobre potrò aprire il negozio. Ottimo. Nelle due città precedenti c’era voluto più tempo."
"Perché dov’era stato?"
"A Seattle e a New York"
"Sono stato a New York, una volta. Gran bella città. Come mai se n’è andato, non si trovava bene?"
"No, no…come posso spiegarglielo? Ecco… Là il mio compito era finito."

© Marco Minghetti



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