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Delirium
di Andrea Ternera
Pubblicato su PBSA2008


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Come ogni sera si guardò allo specchio, si osservò il profilo, si passò la mano fra i radi capelli unti.
Come ogni sera rifiutò di riconoscersi. Odiava quel gorilla calvo con tutte le sue forze, ogni giorno di più. Sferrò un pugno contro le mattonelle della parete, accusò l'impatto sordo senza un gemito e si portò le nocche alla bocca. Ah, se avesse potuto distruggere quel mostro nello specchio! Si sedette sull'orlo della vasca, nudo, e restò così a lungo, ascoltando il monotono ronzare della stufa elettrica, poi alzò le mani portandole davanti al viso e le guardò.
Quelle, almeno, erano le sue, così come le aveva viste sempre. Belle mani, forti di tendini e nervi guizzanti sotto la pelle scura; sì, erano le stesse che aveva visto crescere assieme a lui in tanti brevissimi anni.
Si sorprese, e quasi sul viso duro abbozzò un sorriso, o una smorfia, quando si accorse che, quelle mani, erano l'unica parte di sé che conoscesse così come realmente era. Del resto del proprio corpo, frugando rapidamente nella mente, non trovò che una vaga impressione, un mosaico di visioni distorte da assurde prospettive, tozze gambe e lontanissimi piedi che sfilarono grotteschi davanti a i suoi occhi. Capì di possedere di se soltanto una immagine mentale di come avrebbe voluto essere e di avere, con costante e incoerente illogicità, riversato in essa, più o meno inconsciamente riveduta e corretta, ogni immagine del proprio corpo che la sua retina aveva avuto la sventura di intercettare. Fosse essa riflessa da qualche specchio impietoso o stampata sulla pellicola di un fotografo inopportuno.
Strinse il pugno con rabbia e si colpì alla mascella, per potere pensare, per un istante almeno, solo al dolore, per liberare la mente da tutte quelle sciocchezze.
Ruotò il rubinetto ossidato e l'acqua calda, molto lentamente, prese a riempire la vasca, gonfiando il bagno di schiuma in larghe bolle e levando vapori profumati.
Un brivido gli attraversò la schiena, mentre, di nuovo, le immagini affollavano la sua mente. Ricordi differenti, lontani nel tempo, evocati dalle pareti bianche e povere della piccola stanza da bagno, da quel profumo di sapone, dai brividi sulla pelle. Scivolò in un dolce inganno del tempo, il mare dei ricordi lo sommerse, e non erano più pensieri ma solo immagini, suoni e sensazioni. Sentì l'amore della madre, così lontano nel tempo, la fredda solitudine di tanti suoi giorni, l'immensità angosciante del mondo, il ruvido tocco della disperazione. C'era una mano tesa, nel profondo delle sue memorie, grande e forte come l'infinito stesso, la mano di suo padre così potente, in quel ricordo antico, che pareva che potesse oscurare le stelle e poi così tragicamente umana nell'immobilità della morte.
Scivolò in un meriggio di una lontana Estate, nella calma dorata di quei giorni che paiono eterni e si perse come tanti anni prima fra le pagine ingiallite di un libro d'avventura, e viaggiò, come allora, per le più esotiche città trovate sulle pagine di un piccolo atlante. Di nuovo, come era stato, incontrò la Morte, di nuovo, come la prima volta, l'osservò in silenzio, di nuovo non capì e fu solo.
Sputò nell'acqua. Gli pareva di aver udito una risata alle spalle, ma dietro a lui c'era solo quell'estraneo nello specchio. Quando, quando lo aveva visto per la prima volta? Si chiese. Non ricordava, forse era apparso quando aveva sedici anni e si era scoperto, terrorizzato, a perdere i primi capelli, forse lo seguiva silenzioso da sempre e lui non se ne era mai accorto. Certo che allora era tutto diverso, si poteva ancora guardare il mondo negli occhi, tenendo fra le mani le infinite possibilità della vita. Se solo avesse saputo, se solo avesse capito quanto è rapida la realtà a cancellare i piccoli sogni, quanto strettamente ci vincoli a sé il destino.
Scivolò nell'acqua. Troppo calda, forse. Voltò le spalle alla specchiera e la posizione, per nulla adatta alla forma della vasca, lo irritò, ma sapeva che non avrebbe sopportato lo sguardo beffardo che lo fissava con insistenza da oltre quel vetro.
Si immerse fino alla gola, i piedi, premendo contro il muro all'altra estremità, uscivano dall'acqua e lunghi brividi di freddo gli correvano fino alla schiena. Al ritmo irregolare del rubinetto gocciolante(avrebbe dovuto ripararlo prima o poi), chiuse gli occhi e, secondo un rito ormai antico, sognò. Si concedeva ogni giorno quella pausa, da molto tempo, qualche minuto di fantasia per sopportare lunghe ore di realtà, lo aveva fatto spesso, mentre silenzioso e solo mangiava in un angolo della mensa aziendale.
E sognò, sognò tutte quelle cose che un uomo non dovrebbe sognare mai, sognò di castelli e destrieri, giostre e tornei, principesse tristi e antichi maghi, sognò di potenti incanti e fucine di fabbri neri, intenti a dar vita alla più meravigliosa delle lame, che avrebbe meritato il nome di una donna, da portare per tutta l'eternità, Giulia. E sognò di sé, ma più grande, più forte, bello come un dio, di sconfiggere infine la morte in un epico scontro e riscattare le anime dei morti facendo tremare le terre, le vette dei monti e le dimore stesse degli dei e. . . . .
e poi c'era il lavoro, un'ispezione che si avvicinava e mari di carte da riordinare.
Peccato che sia così difficile annegare in una vasca. La schiena ora gli doleva per la scomoda posizione, dovette alzarsi ed iniziò ad insaponarsi, il tronco bagnato gli trasmise immediatamente una sensazione di freddo così sgradevole da ricondurlo alla realtà. Sentì, distintamente questa volta, il mostro nello specchio che rideva(o non era altro che il rubinetto che aveva preso a gocciolare più velocemente?).
Pensò con disperazione che era Venerdì, sperò senza convinzione che quella sera il telefono non squillasse, che gli amici si dimenticassero di lui, di non essere costretto ad indossare una consueta maschera da compagnia, di non dover ascoltare vecchie barzellette, di non dover bere su discorsi vuoti, di non dover brindare al Niente. Tentò di rassegnarsi a un' altra serata trascorsa a parlar di donne e amori immaginari.
Donne! Tentò di annegarsi ma riuscì solamente a sbattere la testa contro il bordo, mentre alle sue spalle lo specchio rideva oscenamente. Donne, tutte quelle che aveva creduto di amare, o amato, che poi è la stessa cosa, tutte quelle che non lo avevano capito e quelle che lo avevano capito, e troppo bene, che avevano riso o sorriso, che avevano detto no. G. , R. , B. i loro sorrisi scivolarono davanti ai suoi occhi, sempre più confusi, mescolati, inutili. I sorrisi che avevano sempre regalato ad altri. Una dimenticata malinconia scivolò nella sua anima, come allora fu la dolorosa consapevolezza della separazione, l'impossibile, ossessivo desiderio di fusione, udì l'impercettibile sfiorarsi di due anime spaventate, le vide ritirarsi a quel contatto e perdersi nell'incubo reale di un mondo grigio e sconosciuto, cercarsi sempre con la paura di trovarsi. Si sentì solo, come mai prima di allora, di una solitudine senza rimedio, e aveva freddo. E pianse, lui che quando aveva amato l'aveva fatto con il cuore nella mano e ogni volta l'aveva avuto spezzato, sì che le tante cicatrici ora glielo gelavano sino al fondo dell'anima, sì che aveva creduto, e lungamente, di non amare più, ed era stato, se non quasi felice, almeno tranquillo e rassegnato, scivolando sconosciuto ed invisibile fra folle senza colore.
Pensò a una ragazza vista una sola volta nella vita, pensò che non l'avrebbe più incontrata e si spaventò nel sentirsi sollevato, volle ricordare i suoi occhi chiari e grandi e non li ritrovi più nella memoria, poi capì.
Capì che tutto era perduto, che l'amore era passato, che non l'aveva riconosciuto, sentì nell'anima un dolore profondo. Un bisogno disperato di bellezza ed armonia, di quella perfezione, che un destino crudele aveva negato a uno spirito che ne era schiavo. Cercò quella bellezza nella mente, ma di già era fuggita, e la pianse amaramente poi si voltò.
Si guardò negli occhi in quello specchio, e quasi gli pareva che fosse un altro uomo, un uomo nuovo a farlo, strinse alla cintura il suo vecchio accappatoio, sorrise beffardamente ed afferrò il rasoio. L'idiota gongolante di là dal vetro di certo ci restò molto male, quando con un gesto deciso e duro lui gli tagliò la gola e lucide lacrime di sangue schizzarono l'argentea superficie.
Che immagine passò dinanzi ai suoi occhi mentre moriva? Una donna o un sorriso, una bestemmia o una preghiera?
Forse, solamente, fu felice, di non dovere riparare il rubinetto.

© Andrea Ternera



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