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Il modo di cadere
di Lorenzo Paletti
Pubblicato su SITO


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Devo ancora imparare a cadere, e ogni volta che me ne accorgo, mi stupisco. Come quando, da bambini, i nostri genitori ci dicono cosa fare, senza che nemmeno loro lo sappiano.
Devo, perché è necessario, ancora imparare a rialzarmi dopo essermi fatto male. Pensare che non è impossibile, bisogna andare avanti, non cedere.
Spesso la vita ti insulta, ti deride, ti torce lo stomaco. La mia lo fa troppo spesso. Devo ancora imparare a rialzarmi.
Ho qualcosa in gola, non mi fa parlare. È un supplizio. Non ha fine. È continuo.
Pensavo che ci sarei riuscito, che se non ci sarei riuscito stavolta, non ci sarei cascato di nuovo. Ma le ragazze sono tanto belle, uniche, indispensabili. Ci casco ancora, e ancora.
La cosa che mi fa più arrabbiare è che io la conosco veramente. Io so chi è lei.
E sono suo amico.
Non la conosco solo per il sabato sera, agghindata a festa. Non conosco solo lei con gli occhi lucenti, in preda a chissà quale estasi.
Io la vedo, la conosco, come è tutti i giorni. Quando è arrabbiata, stufa, addolorata. Quando non le si può parlare per tanto è scontrosa. Quando ha dormito poco e porta ancora le occhiaie. Io la conosco vestita come ogni mattina, con la felpa e i jeans sgualciti, non in minigonna e maglietta scelta in una settimana. Io la conosco con la pelle raffreddata dall’inverno, con i capelli sparpagliati dal vento, dagli acquazzoni (non le piacciono proprio gli acquazzoni).
Non truccata, sotto una maschera, che non è lei.
E a me piace così. Per quella che è, non per quella che appare la sera.
Sarebbe magnifico vederla anche la mattina, quando russa o parla nel sonno, mentre si pettina, fa colazione, prepara lo zaino, saluta sua madre, sonnecchia sul pullman, ancora intorpidita dall’inverno.
E sarebbe ancora più bella uscita dalla doccia, con addosso l’accappatoio, una salvietta tra le mani per asciugarsi i capelli bagnati, e lucidi, e profumati, a caderle sulla fronte, sulle spalle.
Mi piace la sua pelle, anche quando è chiara e non abbronzata, non spalmata di creme. Mi piacciono anche la sua pancia e le sue gambe rotonde, la schiena inarcata, gli occhi a mezzaluna quando sorride.
Il suo viso, felice, sbarazzino. Le labbra, che si muovono raccontando delle sere con le amiche, gli amici. Le guance paffute, arrossate dal torrido caldo estivo. Il sorriso perfetto, e bianco, quando ride. E sentire il mio cuore che scoppia per essere riuscito a divertirla. La felicità di poterla vedere. La gioia di poterle parlare.
La mente corre, prepara battute, frasi dolci, pensa a lei.
Ho passato tanto tempo ad ascoltarla, contemplarla, in silenzio.
E così passerei giorni, mesi, anni della mia vita. Solo a guardarla. Gustarla senza proferire parola. È dolce. Tanto da farti venire il diabete.
Corruccia il viso quando fa qualche battuta, mette le gambe incrociate sulla sedia, si pettina con la mano, appanna il bicchiere pieno di tè fresco, si volta sul letto, cercando di dormire, non pensando alla temperatura. Parla con la sua amica nel letto accanto. Apre l’armadio e decide cosa mettersi. Chiude lo sportello della doccia e apre il rubinetto. Scende le scale lentamente, per non fare rumore, mentre i suoi dormono ancora. Ridacchia guardando un film comico. Mette le calze. Canta il CD di Giorgia. Si lava le mani. Litiga con suo fratello, pensa all’altro. Gironzola per le strade del centro e scruta le vetrine. Si mette lo smalto sulle unghie, guarda la sua immagine riflessa allo specchio.
Semplicemente rimane immobile a guardare il sole, i pettirossi solcare il cielo, persa nei suoi pensieri. E anche il migliore dei quadri, non è che tela da bruciare, confrontato con lei.
Con il suo naso. I suoi zigomi. Le sue orecchie. Il suo collo. Le sue dita. Il suo profumo.
Mi piace come è.
Dice che sono il suo migliore amico. Se è così mi piace pensare che l’amore finisce, prima o poi sfuma, si brucia. Inevitabilmente diventa cenere. L’amicizia ben coltivata dura per sempre.
Mi piace pensare di essere il suo angelo custode.
Perderla sarebbe troppo.
E pensare che qualcuno possa ferirla, senza conoscerla davvero, usarla, e poi buttarla come un fazzoletto sporco, mi fa venire qualcosa in gola, che non mi fa parlare, e riesco solo a pensare, e scrivere.
La mia barca sta affondando. C’è un buco e l’acqua entra. Devo resistere. Non so come fare.
Devo riuscirci.
Restare a galla per tutta l’estate.
Non posso affogare ora. Morire.
Lasciarla sola.

© Lorenzo Paletti



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(1) Gli ultimi uomini di Lorenzo Paletti - RACCONTO
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