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Lucio
di Massimo Burioni
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Lucio era un bambino di sette anni e viveva con i suoi genitori in una fattoria, in un piccolo paese di montagna sdraiato ai piedi del Monte Fumaiolo, in quell’angolo di Appennino che non è Romagna, non è Toscana e non è nemmeno Marche. Ma per Lucio era il centro del mondo. Nella fattoria del babbo di Lucio si allevavano vacche e pecore; le bestie, come dicevano da quelle parti. Come in tutte le fattorie, le pecore avevano una loro stalla a parte, ma nella fattoria del babbo di Lucio le vacche abitavano sotto lo stesso tetto dove abitavano loro. Non che Lucio e i suoi dividessero le stesse stanze con gli utili e mansueti animali dalle lunghe corna, questo no, però la stalla e la casa si trovavano nello stesso edificio, così si poteva andare dalle bestie senza dovere uscire di casa. Una bella comodità. Non era forse anche per questo motivo che il babbo di Lucio era invidiato dagli altri allevatori della zona?
Questa specie di convivenza, invece, non piaceva molto alla mamma del bambino, perché ogni volta che si apriva la porta della stalla, un pungente odore di stallatico si spandeva per tutta la casa, e sembrava di vivere veramente insieme alle vacche. Ma lei amava molto suo marito, e se un po' di odore di stalla era il prezzo da pagare per evitargli di raffreddarsi, e magari ammalarsi, ogni volta che doveva prendersi cura delle vacche, allora lei quel prezzo lo pagava senza lamentarsi. Questo piccolo disagio casalingo, però, si verificava solamente in inverno, perché in primavera, appena l'erba ricominciava a crescere spinta dalle piogge e tirata verso l'alto dai raggi del sole, il babbo di Lucio, aiutato dalla mamma e da uno zio, accompagnava tutta la mandria nei pascoli, dove veniva lasciata allo stato semibrado fino alle prime avvisaglie dell'inverno. Svuotata delle bestie, la stalla veniva ripulita ben bene e, durante tutta la bella stagione, era usata come magazzino per le granaglie e deposito provvisorio per attrezzi da riparare e cianfrusaglie varie.

Lucio era un bambino molto vivace e non perdeva occasione di farlo notare a chi gli stava intorno. Quando i genitori non potevano occuparsi di lui perché erano impegnati nei lavori dei campi o con il bestiame, lo affidavano alla nonna. La poveretta aveva una venerabile età, si stancava in fretta e spesso non riusciva a seguire il bambino a dovere, e quindi a sua volta, incaricava Marco, il cugino più grande di Lucio, di tenere d'occhio il bambino per qualche ora. Marco, anche se aveva solo dieci anni, era fornito di una buona dose di pazienza e di buonsenso, ma non era contento di controllare lo scatenato cuginetto. Però, essendo anche ubbidiente, prendeva Lucio per mano e lo portava con se a giocare, oppure a fare una passeggiata nei campi, a caccia di lucertole e ramarri.
A volte, quando Lucio era in giornata di ascoltare, Marco gli raccontava le storie che imparava a scuola. Lui faceva la quinta, e sapeva un sacco di cose interessanti, come la storia di uno di Roma, un certo Attilio Regolo, che per una promessa fatta ai suoi nemici, certa gente di Cartagine, una città antica che adesso non esisteva più, fu chiuso dentro una botte che aveva dei chiodi all'interno e fu fatto rotolare giù da una rupe.
“Io non farò mai promesse, è troppo pericoloso”, pensava Lucio. Oppure la storia di Cleopatra che per amore di Giulio Cesare si fece mordere da un serpente velenoso. Un aspide, come quelli che il babbo di Lucio ammazzava qualche volta nei campi in estate, quando raccoglieva il fieno. Ma una delle storie che lo colpì di più fu quella che parlava di un uomo saggio di nome Maometto che, sapendo di non potere spostare una montagna, disse: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Anche se non si ricordava bene cosa ci fosse andato a fare in montagna, Lucio pensava che quel Maometto fosse un bel furbo.
Suo cugino gli raccontava anche storie di strani animali dai nomi buffi, come il rebiscio e il serpente regolo, che nessuno aveva mai visto, ma che tutti in paese erano pronti a giurare che esistevano per davvero.
Spesso, Marco e Lucio si univano ai pochi altri ragazzini del paese per giocare a nascondino o al gioco dei quattro cantoni, se c’erano anche le femmine, mentre se si ritrovavano solo tra maschi, giocavano a tappini, un gioco che si faceva con i tappi a corona delle aranciate e delle gazzose, e consisteva nel colpire con il proprio tappino quelli degli avversari e catturarli. Per giocare a tappini ci voleva buona mira, il senso della distanza e della velocità, ma soprattutto una superficie liscia, dove i tappini potessero scivolare bene, tipo una gettata di cemento, un pianerottolo a mattonelle o un terrazzino. Per tirarli si potevano usare, a seconda del tipo di tiro voluto, il dito medio, l’indice o il pollice. Ogni giocata a tappini era una vera e propria sfida di precisione e strategie, che richiedeva grande concentrazione. Ma siccome Lucio era il più piccolo di tutti, veniva suo malgrado lasciato fuori dalla maggior parte di queste attività ludiche, e doveva accontentarsi di guardare i grandi che giocavano, standosene seduto sul muretto del terrapieno che delimitava la piazzetta del paesino. In quei momenti veniva assalito da una furiosa gelosia per il cugino ed era capace di tutto. In generale attaccava di sorpresa e le sue vittime preferite erano le bambine del gruppo. Senza preavviso alcuno, lasciava il muretto e fulmineo si avvicinava alla vittima prescelta, le afferrava i capelli e tirava con tutte le forze, fino a quando la malcapitata di turno non si gettava a terra piangendo di dolore. Altre volte raccoglieva una o due pietre ai bordi dell'asfalto sbrecciato e, con una mira degna di miglior causa, spesso e volentieri colpiva il suo bersaglio. Dopo le malefatte scappava come un fulmine a rifugiarsi dalla nonna, che lo difendeva d'ufficio e non permetteva a nessuno di avvicinarsi. I suoi genitori e quelli degli altri bambini raramente venivano informati di quello che succedeva durante la giornata, ma anche se avessero saputo, avrebbero liquidato quelle faccende come cose da ragazzi. Era la fine degli anni sessanta, e da quelle parti gli adulti non si interessavano di cosa facevano i ragazzi, oppure ci ridevano sopra.

Nella fattoria dei genitori di Lucio si coltivavano anche un po' di grano e di orzo, il cui raccolto, mischiato con granaglie di leguminose e macinato, veniva usato per integrare la dieta invernale delle bestie, altrimenti composta solamente di fieno misto a paglia. Quando i cereali erano maturi nei campi, si provvedeva alla mietitura ed i grossi covoni in cui si affastellava il grano venivano raccolti ed ammonticchiati con perizia per formare i barchetti, che a Lucio sembravano casette degli gnomi. Ogni barchetto era formato da una ventina di covoni sistemati a croce, in cinque o sei strati da quattro, facendo in modo di avere le spighe nella parte interna, per proteggerle in caso di pioggia. In quel periodo dell'anno i campi di grano erano costellati di barchetti, e le lucciole dovevano accontentarsi di volare sopra le aride stoppie. I covoni venivano poi trasportati fino all'aia e sistemati in un unico grosso cumulo chiamato barcone, dove chicchi e paglia trascorrevano gli ultimi giorni insieme in attesa di essere separati dalla trebbia. La trebbiatura si faceva nell'aia della fattoria, grazie ad una macchina trebbiatrice che affascinava Lucio con tutte le sue pulegge, le cinghie, i vagli, la grande bocca che inghiottiva i covoni ad uno ad uno fino a mangiarsi tutto il barcone. Ma più di tutto gli piaceva guardare i bocchettoni da dove usciva il grano, che veniva subito insaccato, e la macchina che pressava la paglia in grosse balle tenute strette con filo di ferro. La trebbia era una macchina itinerante che veniva dalla Toscana e risaliva la valle del Tevere per trebbiare nelle aie dei vari paesi, seguendo il corso della stagione e i differenti tempi di maturazione dei cereali secondo l'altitudine. Ogni anno la stagione dei trebbiatori terminava nelle fattorie del paese di Lucio, che, con i suoi mille metri, era il più in alto di tutta la zona e dominava la valle del Tevere verso la Toscana e la valle del Marecchia verso il Montefeltro e le Marche.
Dopo la trebbiatura, i sacchi di grano venivano immagazzinati nella stalla vuota, mentre con le balle di paglia si costruiva la pagliaia. La grande pagliaia a forma di casa era tutto quello che restava nell'aia dopo il passaggio della trebbia. A Lucio la pagliaia piaceva principalmente per due motivi; primo, perché assomigliava ad una casa, secondo, perché ci viveva Gualdo, il cane da caccia del suo babbo. Il babbo di Lucio non aveva mai tempo, e forse nemmeno tanta voglia, di fabbricare una vera cuccia per il suo cane, come quelle che Lucio aveva visto nei fumetti e nei libri di favole, così risolveva il problema togliendo due balle dalla base della pagliaia sul lato esposto a sud, e creava così una specie di grotta molto accogliente e sufficientemente spaziosa per ospitare Gualdo, ma anche Lucio, che lo andava a trovare spesso. In quei momenti l'intera pagliaia si trasformava nella più bella cuccia da cane del mondo.

Un freddo pomeriggio d'inverno, Lucio si trovava con Gualdo dentro la cuccia di paglia e cercava di imparare dal cane alcune delle cose fondamentali della vita, come grattarsi dietro le orecchie con una gamba o mordicchiarsi una chiappa alla ricerca di una pulce, senza peraltro riuscirci, quando si accorse che il suo amico a quattro zampe tremava.
- Non avere paura, ci sono qui io con te, e ci scalderemo insieme – sussurrò all'orecchio dell'animale.
Prese il cane e se lo strinse addosso, ma Gualdo cominciò ad uggiolare, si mise a tremare ancora di più e si lasciò sfuggire una specie di starnuto.
- Ho capito, ti sta venendo un bel raffreddore – gli disse Lucio guardandolo dritto negli occhi.
- So io quello che ci vuole per farti stare meglio.
Depose delicatamente Gualdo sul suo giaciglio e si fiondò in casa chiamando la mamma a gran voce.
- Mamma! Mamma! Presto, Gualdo ha il raffreddore, ho bisogno delle medicine!
La mamma di Lucio era appena rientrata dalla mungitura pomeridiana delle pecore e stava versando il latte nella grande pentola posta sopra il fornello a gas. Di lì a poco ci avrebbe aggiunto anche il latte delle vacche munte dal marito, lo avrebbe scaldato e cagliato per poi produrre il miglior formaggio di latte misto di tutta la vallata.
- Cos'è che dici? Sei raffreddato e vuoi le medicine? Questa sarebbe la prima volta che mi chiedi le medicine – disse un’incredula mamma senza smettere di versare il latte.
- No mamma, non sono io l'ammalato, ma Gualdo. Ha il raffreddore e sente tanto freddo…
- Ah, mi sembrava – posò il secchio e gli scompigliò i capelli con un gesto affettuoso della mano che sapeva di latte.
- Vieni, ti darò una vecchia coperta per il tuo Gualdo, vedrai che sarà più che sufficiente per tenerlo caldo.
Si avviò verso il ripostiglio dove teneva le robe vecchie seguita da un pensieroso Lucio, non del tutto soddisfatto della superficiale collaborazione materna in questa faccenda così seria.
Poi, mentre aspettava fuori dal ripostiglio, gli venne in mente la soluzione. Svelto come quando scappava dopo avere lanciato un sasso a qualcuno, salì le scale che portavano alle stanze da letto, entrò nella sua camera ed afferrò l'oggetto che avrebbe risolto il suo problema. Se lo mise in tasca e scese di sotto. Quando la mamma uscì dallo sgabuzzino con la vecchia coperta in mano Lucio era sparito.
"Questo bambino mi farà impazzire, una ne fa e cento ne inventa", pensò la mamma scrollando la testa. Poi decise che la coperta gliel'avrebbe portata lei a Gualdo, e si avviò verso la porta che dava sull'aia. A pochi passi dalla pagliaia sentì il cane che uggiolava in maniera strana. Si avvicinò ancora e sentì Lucio che, imitando il suo tono di voce, diceva:
- Vedrai che con questo ti passerà, facciamo un bel massaggio e domani il mio cucciolo starà meglio.
Guardò dentro la grotta e prima ancora di vedere venne assalita alle narici dal forte odore del Vicks Vaporub che il suo bambino stava spalmando abbondantemente sulla pancia di Gualdo. Il cane si stava indubbiamente godendo il massaggio, e dimostrava la propria soddisfazione sfoderando il suo rosa organo sessuale, uggiolando felice e dimenando la coda freneticamente.
- Lucio! Ma cosa stai facendo!? Vieni fuori di lì e passa subito in casa… - lo prese per un braccio e lo tirò fuori dalla cuccia, con grande disappunto di Lucio e di Gualdo.
- Ma mamma!... Stavo solo curando il raffreddore di Gualdo…, non è questa la pomata che mi dai quando il raffreddore ce l'ho io…?
Ma la mamma non lo lasciò continuare e, minacciandolo di severe quanto improbabili punizioni, lo spinse dolcemente, ma decisamente, verso casa. Lucio si mise a piangere e tra un singhiozzo e l'altro cercò di spiegare le sue buone intenzioni. Al vedere tutte quelle lacrime, la mamma si intenerì e si accovacciò di fronte al bambino.
- Senti Lucio, io capisco che tu volevi fare una cosa buona per il tuo cane, ma la stavi facendo nel modo sbagliato. Le medicine che vanno bene per le persone non vanno bene anche per gli animali, anzi, spesso sono dannose.
Il bambino annuiva e tirava su col naso, ma non aveva il coraggio di guardare la mamma negli occhi. Allora lei gli alzò il mento con delicatezza e gli schioccò un bacio in fronte. Lui finalmente sorrise e gli si strinse al collo imbrattandola di Vicks.
- Anche per questa volta lasciamo perdere, va bene? – disse più a se stessa che al figlio.
- Scusa mamma, non lo faccio più.
- Vorrei solo sapere quante saranno le cose che da qui a stasera mi dirai che non farai più…
- Cosa mamma?
- Niente, niente. Prendi questa benedetta coperta e portala al tuo cane. Vai!
- Grazie mamma.
E quando l'ultima 'a' gli uscì di bocca era già entrato dentro la cuccia sotto la grande pagliaia.

Adesso Gualdo non tremava più, tutto avvoltolato com’era dentro la coperta che Lucio gli aveva portato. Però l’espressione afflitta che il bambino leggeva su quel poco di muso di cane che usciva dal bozzolo, ed i guaiti supplicanti che produceva, forse volevano dire che stava peggio di prima. Lucio ne dedusse che il suo amico cane stava per morire dal freddo, nonostante la spalmata di Vicks Vaporub e la coperta.
Il bambino ci pensò su per pochi minuti, poi sbarrò gli occhi, come fulminato dalla soluzione che gli rimbalzava dentro la testa. Sgusciò fuori dalla cuccia e si diresse di corsa verso la porta grande della stalla delle vacche.
- Babbo! Babbo! Babbo!
Il babbo di Lucio stava finendo di spremere i lunghi capezzoli della mammella dell’ultima vacca. Sentendo le grida del bambino si prese paura, si alzò di scatto dallo sgabello da mungitura e per poco non fece cadere a terra il secchio pieno di latte caldo, denso e schiumoso.
- Lucio, sono qua, in fondo alla stalla, cosa c’è da gridare. Ti sei fatto male?
- No babbo, no! Però se non facciamo subito qualcosa mi sa che Gualdo morirà presto!
- Smettila di gridare che spaventi le bestie, e stai attento a non pestare la merda, sennò la senti la mamma dopo. Ma perché Gualdo dovrebbe morire? Hai combinato un’altra delle tue birbaie?
- No babbo, non ho combinato niente, ma Gualdo sta morendo di freddo là fuori, e siccome io posso stare con lui nella sua cuccia, ho pensato che anche lui potrebbe stare con me…, ecco…, perché non lo mettiamo nella mia stanza, così non morirà?
Il babbo lo guardò dall’alto e stava per dirgli di levarsi di torno con le sue baggianate, ma Lucio lo fissava con uno sguardo così pieno di entusiasmo e di speranza, che l’adulto non ebbe il coraggio di sgridarlo. Anche lui, come sua moglie poco prima, si accovacciò per parlargli da pari a pari, da bambino cresciuto a bambino piccolo.
- Senti Lucio, i cani non stanno in casa con le persone, perché a loro piace sentire l’aria fresca sul muso, così respirano meglio e si sentono liberi, anche quando sono legati ad una corda come Gualdo.
- Ma Gualdo trema tutto e secondo me sta per morire…
- Non sta per morire, credi a me. I cani da caccia come Gualdo sono abituati al freddo, hanno un bel pelo fitto fitto che gli tiene caldo, e se li rinchiudi in una casa, al caldo, allora si che diventano tristi e si ammalano per davvero.
Ma il bambino non sembrava per niente convinto dagli argomenti del babbo.
- In città c’è chi tiene il cane in casa – continuò l'uomo - ma solo perché in città non hanno una pagliaia come la nostra dove metterlo. I cani di città non sono fortunati come Gualdo, lo sai?
- Perché non hanno la pagliaia? – domandò il piccolo.
- Si, anche per quello, ma soprattutto perché non hanno un padroncino che si preoccupa per loro come te.
Gli diede una leggera pacca sulla spalla, e si rialzò lentamente per tornare alla mungitura.
- Vai adesso, che devo ancora finire di mungere e la mamma aspetta il latte per fare il formaggio.

Lucio tornò dal cane, che nel frattempo si era quasi liberato del tutto dalla coperta ed a Lucio sembrò che avesse ricominciato a tremare. Il bambino gli riferì quello che gli aveva detto il babbo a proposito dei cani sfortunati che vivono in città e che non sentono mai l’aria fresca sul muso. E cercò di fargli capire che lui, Gualdo, invece, era un cane fortunato, perché aveva una paglaia tutta per se. E per di più a forma di casa, che, secondo Lucio, era il massimo per un cane da caccia.
Il cane lo guardava con lo sguardo triste dei segugi, e ogni tanto si dava una grattata dietro le orecchie, e quasi sembrava che capisse veramente quello che il bambino gli stava raccontando.
Poi arrivò una folata di vento più fredda e più forte delle altre, di quelle che fischiano e che fanno mulinare la paglia tutto intorno. Gualdo si riscosse, si alzò e andò ad accucciarsi verso il fondo della grotta. Il sole era appena tramontato dietro il monte della Verna, dove era vissuto San Francesco, uno che con gli animali ci parlava veramente, gli aveva raccontato il cugino Marco, e la temperatura si stava facendo decisamente più fredda.
“Se potessi parlare con Gualdo, mi farei dire se sente freddo o no… e scommetto… no, io non scommetto, sono sicuro che mi direbbe che sente un freddo cane”, pensò Lucio mentre si avviava a testa bassa verso la casa, dal cui comignolo usciva lento un bel fumo grigio di legna che brucia bene dentro il grande camino, e che lascia una montagna di carboni ardenti. Una montagna di brace rossa che la mamma mette dentro gli scaldini per il prete, che poi infila dentro i letti per scaldarli prima di andare a dormire. Il pensiero della montagna di brace e del letto caldo gli fece venire un’idea.
- Se Maometto non può andare alla montagna, la montagna va da Maometto! – gridò correndo in casa.
Prese la paletta che si trovava accanto al camino, vicino al soffiatoio e alla scopetta di saggina, la riempì di bella brace calda e, facendo attenzione a non far cadere neanche un carboncino, si incamminò verso la pagliaia.

Quando arrivarono i pompieri, della grande pagliaia era rimasto solamente un mucchio di cenere nera, e qua e là spuntavano grovigli di filo di ferro. Lucio, aggrappato ad una gamba della sua mamma piangeva senza fare rumore e guardava ciò che rimaneva della cuccia più bella del mondo. Ai suoi piedi, Gualdo si guardava intorno ed ogni tanto si grattava dietro le orecchie con le zampe posteriori e sbadigliava. La mamma di Lucio stringeva a se il bambino e guardava preoccupata il marito che, immobile in piedi davanti a loro, fissava la cenere ancora calda e pensava che per quell’inverno le vacche avrebbero dovuto rinunciare alla paglia e che finalmente Gualdo avrebbe avuto una vera cuccia da cane.

© Massimo Burioni



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