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Sono uno scrittore!
di Lucia Zago
Pubblicato su PBSA2008


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Io sono uno scrittore. Lavoro in una multinazionale che produce beni di consumo tecnologici, di quelli che si trovano nelle case di tutti, ma dei quali trovo superfluo parlare. Lavoro qui temporaneamente.
L’ufficio si trova vicino a casa mia e non ricordo nemmeno più se ho scelto la casa dove vivo perché era vicina al mio posto di lavoro o se ho, invece, trovato questa occupazione perché abitavo nei dintorni e un giorno ho portato qui il mio curriculum con un esito non sperato.
Lavoro in questo ufficio da sette anni.
Mi occupo di statistiche di vendita: ogni giorno, sulla mia scrivania, arrivano pacchi di tabulati e allo stesso tempo, alla mia casella di posta elettronica, arrivano decine di mail che riportano dati e dati relativi alle vendite dei prodotti proposti sul mercato dall’azienda dove lavoro. E mi guardo bene dal dire “dalla mia azienda”, come invece direbbero molti miei colleghi, il senso di appartenenza non è proprio il sentimento che prevale in me! Io semplicemente vengono in questo ufficio cinque giorni alla settimana dalle 9.00 del mattino alle 18.00 del pomeriggio e leggo dei numeri e altri li scrivo e a volte per questo ogni ultimo del mese ricevo in cambio una cifra nella colonna dell’avere sul mio estratto conto: tutto qui. Tutto il resto per me non ha importante, tanto questo per me è un lavoro temporaneo.
Io sono uno scrittore!
Beh, certo, uno scrittore che per vivere si arrangia a fare questo lavoro, ma non ha importanza, lo faccio perché mi servono dei fondi per le necessità di ogni giorno. Quello che conta è avere ben chiaro l’aspetto transitorio della faccenda, e lavorare, come sto facendo, per cambiare la situazione.
Io scrivo.
Scrivo ogni giorno.
Scrivo romanzi.
Ne sto scrivendo uno bellissimo.
Lo sto cominciando.
E’ il primo.
Lo pubblicherò.
Diventerò famoso.
Lascerò questo lavoro.
Vivrò di quello che scrivo.
Scrivo anche mentre sono a lavoro. Mi vengono tante idee mentre sono seduto alla mia scrivania, o in sala mensa, o nei corridoi. Spesso, mentre sono in riunione con i colleghi e con il mio capo riesco ad uscire dal gioco dei numeri legati alle vendite, agli obiettivi e alle progressioni rispetto all’anno precedente, riesco a dimenticare tutti quei grafici e comincio ad osservare dal mio angolo: la sala riunioni, i mobili comprati in serie e scelti da nessuno, la moquette sporca e consunta, le sedie ergonomiche ma comunque scomode, i fogli distribuiti sul grande tavolo disordinatamente, i dati e i commenti che si susseguono sulla parete, pilotati da un tasto del PC del mio capo. Guardo tutto questo e poi mi soffermo sui visi stanchi e nervosi, ripiegati nelle loro espressioni di disappunto e di indifferenza.
Vedo il mio capo e penso alla sua vita privata, alla storia della sua esistenza votata per la maggior parte a questa azienda per la quale ci ha già rimesso più di venticinque anni della sua vita, una moglie e un infarto che lo ha lasciato in vita per miracolo. Vedo che quando parla non pensa a tutto questo. Lo vedo mentre incita tutta la squadra a dare “il meglio e tutto il possibile” per questa società che ha come impegno quello di crescere sempre di più, a qualsiasi costo.
E lo sento ripetere nella mia testa: “Cosa può fare ognuno di noi per far crescere questa azienda? Pensateci, è responsabilità di ognuno essere parte di questo processo e dare tutto quello che può per migliorarsi e quindi migliorare questa nostra azienda che ci dà tanto”. Sono le parole che ogni tanto ripete quando si accorge di un calo di motivazione, di un allontanamento dal suo seguito. Oppure sono soltanto parole che ripete a sé stesso per giustificare tutto quello che ha perso.
Penso anch’io a quello che potrei fare per questa azienda. Forse la cosa migliore che potrei fare sarebbe andarmene. In ogni caso è solo questione di tempo. So bene che non solo è la cosa migliore per l’azienda, ma soprattutto per me. Allora immagino e vivo il momento in cui sarò di fronte mio capo con la lettera di dimissioni tra le dita: porgendogliela gli spiegherò che il libro che ho scritto durante le lunghe notti insonni e durante i sabati e domeniche sacrificati agli amici, alle donne, ai viaggi e ai divertimenti, finalmente, quel libro è stato pubblicato. Gli spiegherò, sapendo bene che lui non è un frequentatore di librerie, che il mio libro è già nelle vetrine e sugli scaffali da settimane. Gli spiegherò anche che dopo solo un mese dall’uscita l’editore ha già inondato il mercato con la seconda ristampa, e che sta già preparando la terza. Tutto questo glielo spiegherò per premettergli che sono costretto a lasciare il mio lavoro, perché sono ormai invitato nelle librerie di tutto il paese per conferenze e per firmare copie; perché, anche se è vero che i diritti d’autore per il momento sono arrivati solo in minima parte, ho già praticamente in tasca un contratto per scrivere il seguito; e sono stato contattato da un produttore cinematografico per i diritti sulla mia storia, per riscriverne la sceneggiatura, per farlo diventare un film: so già chi saranno gli attori protagonisti, ma non glielo posso dire, non sono ancora autorizzato a rivelare quei nomi per motivi contrattuali.
Immagino i suoi occhi sgranati, immagino ad ogni mia parola la sua schiena schiacciarsi sempre più alla sua sedia in similpelle blu unta e rovinata ai bordi. Che soddisfazione immaginarlo mentre, confuso, mi chiederà se ci ho pensato bene, e m’imbastirà un discorso di prassi cercando di spiegarmi i vantaggi di far parte di una grande azienda come la “nostra” e invece di denigrarmi e mettermi di fronte ai continui dubbi legati ad un’esistenza incerta tipica di uno scrittore che oggi, si, è famoso e vive del suo apprezzato primo libro, ma che deve poi rincorrere i lettori che forse non avranno poi così tanta voglia di leggere il seguito, che di solito non è mai all’altezza del primo.
Ma io mi vedo mentre, sicuro di me, gli porgerò comunque, in maniera risoluta, la lettera di dimissioni, il mio braccio teso, e la sua mano che si avvicinerà alla busta e la afferrerà lentamente. Non gli dispiace che me ne vada, questo me lo vuole spiegare bene, gli dispiace solo perché i suoi risultati sono legati anche alla diminuzione del turn over, ed io rappresento per lui solo un’altra sconfitta. Si dispiace per sé stesso, non per me. Ma io allora, almeno col pensiero, sarò già lontano.
Poi mi vedo uscire dal suo ufficio, mi vedo tornare alla mia scrivania. Non mi siedo, ma apro i miei cassetti e prendo le poche cose che per me hanno un significato e me ne vado via “con decorrenza immediata”, come ho precisato nelle poche righe della mia lettera.
Poi mi vedo mentre mi intrufolo tra le scrivanie e i capannelli dei miei colleghi. E’ ancora presto, stanno ancora bevendo il caffè del mattino. I loro occhi sono ancora intrisi di sonno. Li saluto: do loro la mano, pochi di loro li abbraccio, a solo uno dico un sincero “Ci sentiamo presto!”, tutti gli altri me li lascio scivolare via.

BIP
Mentre immagino queste scene trionfali nel mio prossimo futuro sento arrivare una mail. All’inizio non riesco a mettere a fuoco lo schermo del computer. Ora si. Una seccatura: l’ufficio produzione mi sollecita una relazione che in effetti aspetta da qualche giorno.
“Si, eccola, sto per finirla” penso tra me, e decido di non rispondere, tanto è una questione di poco: manca una rilettura, qualche correzione, qualche ritocco, qualche parola, poche righe, forse una o due pagine. Sarà pronta per il pomeriggio. Non rispondo.
So che è un lavoro inutile, basta leggere i dati per capire che cosa sta succedendo a questo prodotto. Non è necessario sprecarci una relazione!

Dovrei scrivere un racconto sui lavori ingrati ed inutili che sono costretto a fare. Sono uno scrittore e dovrei sfruttare questa mia seconda personalità per rivendicare i diritti dei lavoratori frustrati dal loro lavoro. Si, forse dovrei farlo. Sarà sicuramente l’argomento del mio prossimo romanzo.
Magari lo inizio a scrivere ora.
No, prima devo scrivere il libro che avevo già pensato, il mio futuro best seller, che mi permetterà di dare le dimissioni.
Credo sia il momento di iniziare.
Finirò la relazione più tardi.
Rimpicciolisco a piè pagina il file della relazione
Apro un nuovo documento di Word.
Prima di tutto gli do un nome.
File.
Salva con nome.
Rimango a pensare.
Come lo chiamo?
Ci vuole un titolo altisonante, impattante, pregnante, attraente.
Ci penso.
Fisso la pagina bianca.
I pensieri si accavallano.
Non mi viene in mente niente.
Lo chiamerò libro.doc, per il momento.
Ora devo iniziare a scrivere la storia.
Il titolo lo posso decidere anche dopo.

C’è un po’ di movimento in corridoio. Probabilmente è il capo che ogni tanto, nella giornata, viene a chiederci come stiamo. Non gli importa, in realtà: vuole solo controllare cosa stiamo facendo.
Metto da parte il file del mio libro e riattivo la relazione.
Cambio colore ai titoli.
Metto in evidenza una frase a caso, sperando che sia più importante delle altre.
Sposto un grafico.
Cancello una riga.

In corridoio è di nuovo tutto tranquillo. Riattivo il file del mio libro. Fisso il cursore che lampeggia in alto a sinistra, in attesa di un movimento delle mie dita sulla tastiera. Invece rimangono sospese a mezz’aria, aspettando che i miei pensieri confusi si trasformino in parole e poi in frasi.
Continuo a fissare il monitor per un tempo che si perde tra lo stridore della stampante attivata dai miei colleghi, i telefoni che squillano e le voci che si rincorrono, un nome gridato, una frase sussurrata.
La pagina è ancora bianca. Penso all’incipit del mio libro e mi viene in mente soltanto la frase appropriata per commentare i dati nella relazione. Allora riattivo il file e cerco la pagina, ma, mentre la cerco dimentico la frase e mi viene in mente che il protagonista del mio libro, all’inizio della storia, deve per forza trovarsi a cavallo della propria moto e di fronte ad un bivio. La moto come metafora di libertà e il bivio come simbolo del cambiamento e della scelta. E’ un’idea grandiosa! Tutti riconosceranno in questa prima immagine un momento importante della loro vita e ne saranno catturati.
Allora ritorno alla pagina intonsa del mio libro.doc e, mentre mi appresto a descrivere la prima scena, mi viene in mente che ancora non ho scelto il nome del mio avventuroso protagonista. Deve essere un nome abbastanza comune ma tale da evocare ricordi di cambiamento, ricerca, evoluzione, trasformazione, coraggio, avventura. E allora inizio una ricerca in internet sul significato dei nomi…
Lo squillo del telefono sulla mia scrivania mi distoglie quasi immediatamente dalla ricerca. Non vorrei rispondere, ma lo faccio, infastidito e immediatamente sono preso dall’ansia di non avere ancora concluso la mia relazione. Nessun sollecito: è un mio collega, mi chiede se ci sto a fare un regalo a Myrna che si sposa, gli rispondo di si. Riattacco chiedendomi vagamente chi è Myrna e ricomincio la mia ricerca.

Achille, bruno, scuro…
Alberto, molto illustre, famoso…
Aldo, che sta tra il servo e l’uomo libero…
Alfonso, valoroso e nobile…
Alvaro, che si difende da tutti…
Amedeo…

Guardo l’orologio, sono le 18.00. è passata un’altra giornata. Me ne vado a casa. Domani mattina finirò la relazione, subito dopo aver scelto il nome del mio protagonista. Io sono uno scrittore!

© Lucia Zago



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