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Il volo dell'aquila
di Daniele Mancuso
Pubblicato su SITO


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Durante un’afosa giornata estiva, nella fattoria del signor Gerani polli e galline erano tutti riuniti per celebrare l’addio di Cook, che qualche ora dopo sarebbe stato cotto al forno per essere mangiato dal contadino e la sua famiglia. Tutti erano commossi, soprattutto Rina, che era affezionata tantissimo a Cook: non aveva smesso mai di piangere in quel giorno, e a nulla servivano le parole di conforto degli altri. Mentre tutti si stringevano attorno al pollo Cook, che, come era suo solito, si mostrava spiritoso anche nelle situazioni tragiche, Hugo, il gallo più anziano del gruppo, richiamò l’attenzione degli altri:
- Amici carissimi, siamo tutti qui riuniti per dare l’addio al nostro amato compagno, che, come sapete, oggi verrà preso dagli uomini di questa fattoria per essere cucinato. Colgo l’occasione figliolo – rivolgendosi verso il galletto – per ringraziarti a nome di tutti per i bei momenti che ci hai fatto vivere: il tuo intramontabile spirito ironico, e la perspicacia innata che hai mostrato di possedere ci ha fatto gioire non poco, facendoci addirittura dimenticare la nostra condizione di polli e vivere dei momenti dignitosi al pari di animali come cani e gatti, i quali hanno il privilegio di convivere con l’uomo. Purtroppo, sono proprio queste situazioni come quella di oggi a farci tornare con i piedi per terra, e a ricordarci quale sia il nostro stato e il destino a cui siamo soggetti. Grazie di cuore, Cook.
Alle parole di Hugo, la folla si commosse, e Rina cominciò a piangere come una fontana.
- Dai amici, non fate così! Prendetela con filosofia, su… dai, se fate così, siete davvero dei polli! – disse Cook in tono spiritoso per lenire il dolore generale.
Improvvisamente la porta della recinzione si spalancò, e comparve il signor Gerani con una grande gabbia in mano.
- Eccolo, è arrivato! Scappiamo, andiamo via! – urlavano tutti nel panico totale disperandosi. Cook rimase invece al suo posto, come rassegnato alla sua sorte. Il contadino acchiappò il pollo con una mano e lo infilò nella gabbia.
- Meno male che questo qui si è fatto catturare subito. L’ultima volta è stata un’ammazzata, cribbio! – esclamò Gerani. La beccata ricevuta la settimana prima era ancora ben stampata nel palmo dell’uomo. Il contadino poi si avviò verso casa dondolando la gabbia con dentro Cook, che salutava tutti i suoi amici.
All’alba del mattino seguente il sole cominciava a sorgere come sempre, indifferente alla peripezie di uomini e animali. I raggi cominciavano pian piano a illuminare gli steccati e l’uscio delle stalle, e nel contempo il fragoroso canto di Hugo dava inizio alla nuova giornata. Parry, uno dei tanti polli che dormivano, fu svegliato dalla melodia di Hugo, e da quel momento non riuscì più a prendere sonno. Quando vide l’anziano gallo passeggiare per la terra della fattoria, decise di andare da lui per parlargli. Non aveva mai avuto molte di conversare con il vecchio, e questa poteva essere la volta buona per fargli alcune domande.
- Hugo!
- Sì, chi parla? – esclamò quello spaesato.
- Sono io, Parry!
- Ah, Parry, figliolo. Perdonami ma non ti avevo riconosciuto. Sai, la vista ormai comincia a perdere colpi..
- Non ti preoccupare. Sai, sono molto triste per il nostro Cook. Mi mancherà moltissimo!
- Mancherà a tutti noi. Di essere straordinari come lui se ne trovano pochi, specialmente poi nella nostra specie.
- Già. Sai, visto che sei rispettato e stimato da tutti per la tua immensa saggezza, volevo farti qualche domanda, perché ci sono delle cose che non capisco e mi turbano!
- Chiedi pure, amico. Per quanto è in mio potere, cercherò di darti il conforto necessario.
- Beh, sai, mi domandavo – e qui cominciò a prendere coraggio – perché mai noi polli dobbiamo morire così presto! Cioè, ovviamente tutti muoiono, compresi gli uomini. Ma quello che non capisco è perché noi, oltre che per breve tempo, viviamo pure male, senza nessun scopo, salvo quello di essere catturati dall’uomo per essere cucinati.
- Parry, figliolo – e il gallo gli poggiò un’ala sulla testa – la tua domanda è legittima, soprattutto perché deriva dall’ingenuità tipica dei giovani. Comunque andiamo a sederci sotto quella quercia. Vieni.
Dopo averlo seguito, Parry si sedette di fronte a Hugo, che si stava sistemando il folto ciuffo rosso.
- Bene, tu mi chiedi per quale motivo polli e galline siano destinati a vivere così.
- Già. Perché?
- Beh, caro Parry, forse quello che sto per dirti potrebbe sembrati assurdo, e non accettarlo. Ma una verità amara è meglio di una dolce bugia, quindi, a costo di disilluderti, ti dirò come stanno le cose.
Trasse un lungo sospiro, cosa che faceva sempre prima di cominciare un lungo discorso. E poi, guardando il giovane dritto negli occhi, parlò:
- La natura, Parry, è crudele. Proprio così, colei che ti ha creato e reso vivo con il suo soffio vitale, non lo ha fatto per amore o per pura benevolenza, no: l’ha fatto per sadismo. Guarda per esempio quel gruppo di alberi là, chiamati albicocchi, che sfoggiano quei frutti meravigliosi..
Parry guardò dove Hugo gli aveva indicato, e scorse delle grandi piante ricoperte di palline arancioni.
- Cosa sono quelle? – chiese Parry indicando la frutta.
- Albicocche. Sapessi quanto sono buone da mangiare! Una volta ebbi la fortuna di assaggiarne una, poiché cadde dal cesto della contadina senza che ella se n’accorgesse. Eppure, quella fu un’eccezione, un generoso dono del caso, che però non può infrangere la legge di sempre: noi quei frutti non possiamo mangiarli, perché siamo polli, e non possiamo arrivare là sopra.
- E chi può farlo? – domandò Parry
- Molti possono. Gli uomini ovviamente fra tutti. Ma la cosa bella è che, sebbene la natura li abbia limitati, gli ha dato qualcosa di straordinario, posseduto solo da loro: l’ingegno. Grazie a questo dono essi hanno costruito utensili che gli hanno permesso di raccogliere frutta anche dove loro normalmente non potrebbero arrivare.
- Ah sì, ho capito di cosa parli: le scale! Li ho visti tante volte usarle.
- Sei sveglio per essere un giovane pollo, eh? Comunque si, le usano spesso per raccogliere le albicocche dagli alberi. Ma sapessi quante altre cose hanno inventato! Ma, come ti ho detto, la natura è crudele, e non gli è bastato renderci inferiori agli uomini, perché ci sono molte specie d’animali che ci superano. Un esempio? Gli uccelli sono simili a noi per forma, ma possono volare, librarsi nel mezzo nei cieli, sfiorare le nuvole: figurati se non possono raggiungere un melo! Oppure vogliamo parlare dei serpenti? Sono viscidi, luridi, e oltretutto perfidi e antipatici: eppure, nonostante non abbiano ali, possono anche loro arrampicarsi sulle cortecce! Il bello è che nemmeno apprezzano i generosi doni di quegli arbusti, perché non li ho mai visti sfiorarli.
- Che ingrati! E perché gli uomini non se li mangiano i serpenti?
- Perché li temono, caro Parry. Non sai che i serpenti sono velenosi? Un loro morso può uccidere un umano. Ma non ti credere, anche quegli esseri striscianti temono l’uomo, quindi si evitano a vicenda.
- Invece ho visto che certi animali vanno d’accordo con l’uomo, o sbaglio?
- Sei acuto, figliolo! Non sembri un pollo per la tua testa. Comunque è verissimo: i gatti e i cani godono di enormi privilegi. Sai che la moglie del contadino fa dormire Rex ai piedi del letto? E che dire di Luna, la gatta, che d’inverno ha il diritto di stare vicino al caminetto, mentre noi ci geliamo le penne?
- Ma questo non è giusto! – esclamò infuriato Parry.
- Ah ah ah, vedo però che sei ancora molto ingenuo, figliolo. Te l’ho detto prima: la natura è crudele. E sai una cosa? La sua ingiustizia si manifesta nelle stesse sue creature, perché esse per prime non sono rette. Guarda l’uomo: tratta cani e gatti come signori, mentre noi polli viviamo in condizioni pietose. Eppure, non sono animali come noi? Però stanno molto meglio! Ma ti dirò di più: persino gli stessi umani si trattano in maniera disuguale. L’altro giorno udivo i discorsi del signor Gerani che si lamentava della ricchezza e potenza di alcune persone, mentre loro vivono nella miseria. Come vedi, la natura è pure beffarda, perché ha fatto in modo che ci fossero differenze tra gli individui della stessa specie.
Il sole ormai splendeva in alto nel cielo, e la fattoria era completamente illuminata. Dalla stalla si udì un vocio diventare sempre più intenso, e poi sbucarono uno per volta gli altri abitanti.
- Io vado a risposare un po’ – esclamò Hugo -. Tu magari raggiungi gli altri.
- Va bene. Grazie tante per avermi ascoltato! – e Parry andò a unirsi al resto del gruppo.

La giornata si stava svolgendo tranquillamente, e tutti parevano aver dimenticato l’evento tragico della morte di Cook: Rina come al solito discuteva con Barby sulle uova da covare in quel periodo, i pollastri Galvano e Gigi facevano a gara a chi dava più beccate allo steccato fino a quando non si stancavano; il resto del pollaio confabulava del più o del meno, mentre Boris, l’unico cavallo della fattoria, pascolava per i campi là vicino intento a divorare tutta l’erba presente. Parry se ne stava in disparte pensando alle parole di Hugo. Nonostante il saggio fosse stato convincente, il giovane ancora non si capacitava per quale motivo lui e i suoi simili dovevano sottostare a un destino così triste. Mentre rifletteva, gli occhi si posarono su quei meravigliosi albicocchi ricolmi di frutta che si ergevano fuori dallo steccato: erano belli, rigogliosi, dotati di robusti rami ricoperti dalla frutta. Parry si sentiva rimpicciolire di fronte a tale meraviglia: pareva che quei stessi alberi lo irridessero per la sua insignificanza. Anche i gruppi di fiori, che circondavano il campo, sembravano formare un coro per ridere di Parry e della sua incapacità di fare una cosa tanto semplice come arrampicarsi su quei rami. Ma una gran rabbia gli crebbe dentro, e esclamò:
- No, non è giusto che noi non possiamo arrivare sopra gli alberi per prendere i frutti! Adesso mi sforzerò, e riuscirò ad arrivare lassù. Forza!
E tutto deciso, saltellò con estrema facilità lo steccato (aveva imparato a farlo dopo tanti sforzi), e si ritrovò di fronte all’albicocco che pareva osservarlo dall’alto in basso con arroganza.
- Pensi che io non potrò mai arrivare da te? Adesso sarò sopra i tuoi rami in un batter d’occhio! – gridò il giovane, convinto di essere ascoltato. E subito dopo si avvicinò al tronco, spiegò le ali e avvinghiò le zampe alla corteccia tentando di spingersi verso l’alto. Ma dopo essere salito per qualche centimetro, ricadeva sempre in basso, come se una mano invisibile lo tirasse giù per dispetto. Ci provò per tre volte, ma niente da fare, l’esito non cambiava di una virgola.
- Ma guarda un po’ cosa combina Parry il pollo! – disse una vocina proveniente da dietro.
- Luna, per favore, vai a rompere le scatole da un’altra parte! Sto facendo una cosa importante, non lo vedi? Sciò, sciò!
- Una cosa importante? Ma se non puoi farla questa cosa… - rideva la gatta persiana.
- Lo dici tu che non ce la posso fare. Sono certo invece che se m’impegno al massimo, riuscirò a salire lassù per prendere la frutta.
- Uh, ma che eroe! Sei un povero illuso: non ce la farai mai a scalare l’albero, perché voi polli non avete la capacità di farlo.
- Ah, ma davvero? E chi sei tu per dire che non ho le capacità per arrivare in cima?
- Non lo dico io, stupido: lo dice la natura. Quelli come te non volano, né possono arrampicarsi. Quindi rassegnati, e lascia stare questi poveri albicocchi. Se fossero vivi, scommetto che ti prenderebbe a calci con le radici!
- Mai! Fino a quando non sarò salito lassù, non mollerò. A costo di starci giorni interi!
- Fai un po’ come vuoi, cocciuto che non sei altro. Ma tanto sarà tutto inutile. Quando vedo queste scene, ringrazio madre natura per avermi fatta nascere come gatto.
- Ah, davvero? E dimmi, voi gatti siete in grado di arrampicarvi? Scommettiamo che non ci riesci? Dai, provaci!
- Ah ah ah, secondo te una specie meravigliosa come la nostra non sa fare una cosa così semplice? Guarda.
Luna balzò dal tronco su cui era seduta, e con un salto felino si attaccò alla corteccia: grazie alle sue forti unghie, che erano più affidabili delle ventose, scalò il busto in un batti baleno, e si trovò sopra un ramo. Poi si tuffò per terra, atterrando senza un graffio.
- Accidenti…ma sei una forza! – esclamò Parry meravigliato
- Che ti avevo detto? Ora vai a giocare con i tuoi simili, e lascia perdere le cose che non fanno per te. Miao! – e la persiana si stava avviando verso al fattoria, quando uno strano verso proveniente dal cielo catturò l’attenzione sua e di Parry: una specie di uccello, ma dalle dimensioni più grandi e un robusto becco, planava nel cielo, con due ampie ali spiegate.
- Cos’è quello, Luna?
- Non sai cos’è? È un’aquila, sciocchino. Quello si che è un signor uccello.
- E’ bellissimo! Ma come fa a volare in quel modo?
- Perché è nato così. Ora però devo andare, la padrona mi chiama! – e la gatta tornò definitivamente alla fattoria.
Parry non distoglieva lo sguardo da quella visione: l’aquila continuava il suo tragitto, fino poi a scomparire dietro alla collina.
“Accidenti, è una cosa bellissima! Ma noi non possiamo volare come lei?” pensava Parry sconsolato. Dopo tornò all’interno dello steccato, per raggiungere gli altri.
La sera tutti erano riuniti dentro la stalla, come di consueto, a chiacchierare del più e del meno. La maggior parte del gruppo accerchiava Hugo per ricevere da lui consiglio su alcune questioni, parole d’incoraggiamento e qualsiasi cosa potesse alleviare le sofferenze dei polli. Parry stava da parte, continuando a pensare a quello che aveva visto il pomeriggio prima. Poi, come se d’improvviso si fosse ricordato di essere veramente là dentro e non fuori a osservare l’aquila, si girò verso Boris.
- Boris, non puoi capire cosa ho visto oggi! – esclamò Parry tutto contento.
- Parry, diamine, non mi disturbare. Sto cercando di dormire, e con voi che fate questo macello è un problema. E poi voi polli parlate sempre delle stesse cose, quindi mi racconterai qualcosa che già so.
- No, Boris, questa volta mi è successa una cosa davvero incredibile.
- Ah si? E dai, sentiamo allora – e la bocca si spalancò per sbadigliare.
- Oggi stavo cercando di arrampicarmi su un albero, quando a un tratto ho visto un’aquila volare in cielo. Era bellissima, aveva due ali enormi!
- Capirai, sembra che avessi visto chissà cosa. Io le vedo tutti i giorni.
- Davvero? E non ti piacciono? Sono troppo belle!
- A me piace solo mangiare l’erba. E’ l’unica cosa interessante che ho da fare, perché per il resto questa vita è una gran noia.
- Perché dici così? Sei un cavallo, dovresti essere felice!
- Non hai capito allora: io sono fiero d’essere un cavallo, ma non mi piace vivere in questa fattoria puzzolente. Dovrei cavalcare tutto il giorno, esplorare il mondo, attraversare praterie e boschi immensi. Invece l’unica cosa che quei contadinacci mi fanno fare è pascolare nelle vicinanze, mangiare vegetali e bere l’acqua sporca. Mai una volta che mi qualcuno mi sellasse per farmi correre.
- E allora scappa! Visto che non ti piace stare qua…
- Già, ma poi dove me ne vado? Dove potrei dormire la notte? E se poi qualche brigante mi trovasse, cosa ne farebbe di me? No, preferisco restare dentro questo tugurio, almeno sono al sicuro. E comunque avessi almeno una compagnia…no, l’unico cavallo dentro la fattoria chi doveva essere? Io!
- Beh, ma non sei solo, dai. Ci siamo noi a farti compagnia.
- Voi? Ma un cavallo cos’ha da dirsi con un pollo? Foste poi animali intelligenti…siete stupidi.
- Hugo è un gallo, ma non è stupido!
- Lui è l’unico a essere acuto infatti. Ma ormai è vecchio, la voce gli andrà via, e i contadini se lo mangeranno, visto che non servirà più a niente. E io resterò solo. Ora lasciami in pace, perché ho voglia di dormire.
Poco dopo anche gli altri decisero di andare a riposare, e ognuno si avviava verso la propria tana. Ma Parry, tutt’altro che assonnato, si avvicinò a Hugo:
- Hugo, devo raccontarti quello che ho visto oggi.
- Parry, figliolo, sai che io tutte le mattine devo cantare per dar vita alle giornate, e domani non farò eccezione. Quindi ho bisogno di riposare.
- Si lo so, hai ragione. Ma ho visto una cosa troppo bella, e se non te lo dico, starò sveglio tutta la notte per l’ansia! Mi ascolti solo cinque minuti?
- E va bene, ma che siano cinque minuti, chiaro?
- Sì. Beh, comunque oggi ho visto un’aquila! Era stupenda, e volava in maniera maestosa.
Alle parole di Parry, il volto del gallo si fece più serio.
- Andiamo sotto la quercia, giovane. – disse Hugo prendendo Parry sotto la sua ala. Giunti lì, il gallo esclamò:
- Si da il caso che tu abbia visto il miglior volatile mai esistente. Anzi, ti dirò di più: hai visto la creazione più ingegnosa della natura, la sua massima espressione della propria sapienza.
- Sul serio?
- Proprio così. Le aquile sono ammirate da tutti quanti, uomini compresi, per la loro regalità. Ma il loro punto di forza non è solo l’aspetto, perché possiedono capacità straordinarie.
- Sanno volare infatti!
- Anche gli uccelli possono volare, ma sono inferiori alle aquile, e vengono spesso mangiati da loro. No figliolo, la loro dignità non è legata solo al volo: sai per esempio che sono infallibili nella caccia? Una di loro vola bassa per spaventare le prede, mentre l’altra dall’alto aspetta il momento opportuno per attaccare. E funziona sempre, per la miseria, non le ho mai viste sbagliare un colpo.
- Le hai viste all’opera? – Parry spalancò gli occhi.
- Una volta ero amico di una marmotta, Ken. Quanti bei momenti trascorsi insieme! Ma un giorno, mentre stavamo passeggiando per i campi, un’aquila piombò dal cielo e se lo portò via per sempre. Fu un grande dolore per me, ma d’altronde la legge è questa.
- Non credo che esista una legge così crudele, che permette ad altri di uccidere chi gli pare e piace!
- Parry, te l’ho detto già questa mattina: la natura è malefica, e di conseguenza le sue regole sono ingiuste. Non sai che i deboli soccombono per mano dei forti? È stato sempre così, e anche in futuro le cose non cambieranno: le aquile sono superiori a molti animali, noi compresi, e quindi sopravvivono a discapito degli inferiori.
- Allora anche noi siamo più deboli di loro. Però ho visto che non ci danno la caccia….
- E qui che casca l’asino, figliolo, perché la natura, in tutta la sua malizia, ci ha creato non solo per essere soggetti all’uomo, ma per farci disperare di fronte alla superiorità di quei volatili! Non sai che polli e aquile si somigliano? Infatti entrambe hanno il becco, due zampe su cui muoversi, e le ali. Ma la somiglianza riguarda solo l’apparenza purtroppo, perché quanto all’essenza sono due cose opposte: loro hanno artigli affilati, mentre i nostri sono flosci; poi sono estremamente intelligenti, ma noi siamo stupidi; ma soprattutto, possono volare, e i galli no. La natura ci ha costituto come loro caricatura, in modo da farci sentire più inetti di fronte alla loro maestà. È una vergogna! Ora però basta parlare, Parry, perché sono stanco, soprattutto di ricordare quale sia la condizione in cui viviamo.
- Ma possibile che non c’è un modo, uno qualsiasi, per vivere una vita più bella? Possibile che noi siamo destinati a guardare gli altri godersi la libertà?
- Parry, ma allora sei ottuso! Il mondo funziona in questo modo. Se posso darti un consiglio, ti dico: smettila di angustiarti per quello che sei, e non continuare a sognare di poter cambiare le cose, perché è completamente inutile. Goditi quel poco che hai, fino a quando non arriverà il momento in cui verrai cucinato. Ora vai a dormire, ci vediamo domani. – e Hugo si avviò alla sua tana, lasciando il povero Parry sconsolato e con qualche speranza in meno.

Quella notte il giovane pollo fece un sogno: si trovava in mezzo alle nuvole, e percorreva la distesa azzurra ad alta velocità. Non riusciva a capire come faceva a trovarsi lassù…quando si accorse che stava volando! E vedeva tutti quanti, Hugo, Rina, Luna e gli altri membri della fattoria che lo guardavano meravigliati, e lui li salutava dall’alto. Poi incontrò l’aquila che aveva visto, e gli mise di fianco, formando una coppia idilliaca. E insieme raggiungevano i compagni, che tutti disposti in ordine, come un esercito allineato, si libravano nel cielo. Ma proprio in quel momento Parry fu svegliato dal canto di Hugo, ritrovandosi di nuovo nella stalla. I raggi solari penetravano pian piano dalle finestre, e, come se lo facessero per benevolenza, illuminavano quel tugurio per dare un pizzico di gioia dove sembrava non esserci mai.
Il pomeriggio si svolgeva identico a tutti gli altri: tutti erano impegnati come sempre nelle consuete mansioni o i soliti passatempi, e gli unici momenti a interrompere quella monotonia erano quelli in cui i contadini distribuivano il mangime al pollaio. Parry passava il tempo guardando gli albicocchi, irraggiungibili più che mai, e a osservare il cielo nella speranza di scorgere qualche aquila. Quel pomeriggio purtroppo il cielo era nuvoloso, e l’unica cosa visibile lassù erano le nuvole grigie. Sconsolato, il giovane si avviava verso la stalla, quando si imbatté in Gigi e Galvano impegnati nella loro gara di beccate.
- Ah ah, ormai caro Gigi non mi batti più! Il mio becco è diventato forte e robusto, e sono in grado di fare buchi enormi.
- Fossi in te non farei troppo il gradasso Galvano: ieri ho perso per poco, quindi oggi potrei tranquillamente superarti.
- Ehilà ragazzi, cosa fate? – intervenne Parry
- Ciao Parry. Io e il buon Galvano gareggiamo nelle beccate, il nostro sport preferito. Perché non partecipi anche tu? Avremo così uno sfidante in più!
- Già, Parry, partecipa anche tu. Lo steccato è un ottimo avversario, e potrai rafforzare il tuo becco.
- No, grazie – disse Parry seccato – ma non ho voglia di passare un’intera giornata a sbattere il muso contro un pezzo di legno. Non riesco a capire come fate a divertirvi facendo una cosa così stupida.
- Stupida? – esclamò meravigliato Galvano – tu definisci così un’attività edificante come quella che facciamo noi?
- Ma che razza di pollo sei? – sopraggiunse Gigi – Uno come te dovrebbe aspirare ad avere il becco più duro di tutta la fattoria! Sai quanto vieni rispettato se gli altri sanno della potenza del tuo becco?
- Ma che me ne importa di avere un becco forte !– gridò Parry – Posso passare il tempo davanti a uno steccato quando ci sono gli altri animali che si godono la vita accanto agli uomini, gli uccelli e i serpenti che possono arrampicarsi sugli alberi, e le aquile che volano nel cielo? No! Io sono stufo di essere un pollo, non voglio più fare questa vita.
- Giovane, che ti piaccia o no, tu sei un pollo, e lo sarai per il resto dei tuoi giorni. – esclamò Gigi.
- Esatto! – aggiunse Galvano.
- Non puoi sperare di arrivare a fare cose impossibili per te. Tu guardi gatti, cani, uccelli, serpenti e aquile. Ma ognuno di loro vive come la natura gli ha detto: quindi il gatto fa le cose che fanno tutti i gatti, lo stesso i cani, e pure uccelli, serpenti e aquile. Cosa sei tu? Dai, rispondi!
- Emh…sono…un pollo? – e arrossì.
- Esatto! E allora, se sai cosa sei, fai le cose che fanno quelli della tua stessa specie. Quindi non stare a lamentarti, e vieni a gareggiare con noi.
- E invece non lo farò! – gridò Parry – Dici che a ognuno è stato assegnato un ruolo, a quanto ho capito, vero?
- Proprio così.
- Beh, caro mio, si dà il caso che la natura sia crudele. Me lo ha detto Hugo. E perché io devo rassegnarmi a vivere così allora, se tanto sono un pollo per un atto d’ingiustizia? No, io non voglio vivere come voi: voglio arrivare sui rami per mangiare le mele, andare dove desidero, e soprattutto volare!
- Ah ah ah – risero fragorosamente Gigi e Galvano, quasi rotolandosi per terra per il divertimento.
- Cosa c’è da ridere?
- Ridiamo perché sei un povero sciocco! – disse Gigi.
- Già, uno sciocco. – ripeté Galvano.
- Non puoi ribellarti alla natura, Parry. Chi sei tu per decidere qual è il tuo destino? Nessuno, te lo dico io. Quindi smettila di lagnarti, e rassegnati a vivere nel modo che ti spetta. Considerati fortunato se ancora non ti hanno cotto al forno!
- Siete solo due idioti! Non capirete mai! – disse Parry, e se ne andò via lasciando i due polli che continuavano a deriderlo.

La sera tutti erano radunati nella stalla come di consueto per chiacchierare con Hugo, anche se non mancavano i gruppetti che se ne stavano per fatti loro. L’unico a non essere unito alla combriccola era Parry, restato fuori a osservare le stelle. Gli piacevano un sacco quei brillanti puntini bianchi. “Sono bellissimi. Chissà se le aquile possono vederli da vicino. Magari li possono anche prendere…accidenti, come faccio a diventare come loro?” pensava il giovane rattristato. A un certo punto un rumore proveniente dalle sue spalle lo fece girare: un piccolo umano, con un capellino giallo e i jeans strappati, lo guardava incuriosito, e teneva in mano un coniglio bianco morto.
“Oh no, mi vogliono cucinare. Non voglio morire ora!” pensò il giovane, e cominciò a fuggire dal bambino che gli correva dietro. In preda totale all’ansia, Parry andò a rifugiarsi dietro la grande quercia, sperando che l’omino non l’avesse visto. Il piccolo guardava ovunque con la testa, ma intanto si avvicinava sempre di più all’albero…fino a quando con un rapido balzo scovò Parry dietro la corteccia.
- Ah ah, pensavi di avermi seminato, eh? – esclamò il bimbo sorridente, che aveva finto di non aver visto il galletto nascondersi dietro la corteccia.
Il pollo riprese a scappare velocemente, ma il tipo riusciva sempre a stargli alle calcagna. A un certo punto Parry imboccò il vicolo dietro alla grossa stalla, nella speranza di seminare l’inseguitore sparendo poi in un modo o nell’altro. Purtroppo non c’era nessun passaggio ad attenderlo, né uno steccato da saltare, ma solo un grosso muro di pietra: era intrappolato, e l’ometto era di fronte a lui, ghignante. Il giovane tremava come una foglia, certo ormai del suo destino. Non avrebbe più visto né stelle né aquile, e l’unica cosa a cui avrebbe potuto aspirare è essere maciullato in fretta senza soffrire. Mentre quei pensieri gli passavano per la testa, il bambino si avvicinava sempre di più, con il coniglio bianco penzolante dal suo braccio sinistro.
- Ma perché scappi, bell’uccellino? Non voglio farti del male. – disse il bambino -. Volevo solo darti questo. – E lanciò di fronte a Parry il coniglio stecchito. Poi si piegò verso di lui e gli fece una carezza sulla testa.
- Sei proprio bello, sai? – disse dolcemente il ragazzino. Poi si alzò e scappò via, come se avesse combinato un guaio che nessuno doveva scoprire. Parry rimase lì, stupefatto dell’accaduto. E intanto il cadavere animale giaceva lì di fronte a lui, immobile.
- Ma allora non voleva mangiarmi, no: voleva regalarmi questo coniglio. Che bello!
Il giovane afferrò con il becco il collo della lepre, e una volta arrivato vicino alla quercia, cominciò a divorarlo in fretta e furia, come se non mangiasse da giorni interi.
“ Accipicchia che bontà. Finalmente qualcosa di buono da mangiare! Quei schifosi mangimi mi hanno nauseato” pensava Parry mentre si godeva quella prelibatezza. Ma improvvisamente un grido interruppe il banchetto:
- Guardate ragazzi cos’ho trovato. Venite a vedere, correte! Questa proprio non c’era da aspettarsela. – Gigi aveva trovato Parry a mangiare il coniglio, e intanto gli altri membri della fattoria si accalcavano attorno a lui, meravigliati anch’essi di fronte a quello spettacolo.
- Cosa?
- Dove diavolo l’ha preso quel coniglio?
- Se lo stava mangiando tutto lui, senza pensare a noi!
Le frasi d’indignazione si levavano sempre più numerose. Poi si fece avanti Hugo.
- Parry, come hai fatto a catturare quel coniglio? –
- Non l’ho catturato veramente. Un umano me lo ha regalato. Pensavo che mi volesse prendere per poi mangiarmi, invece voleva solo darmi questo coniglio da mangiare. – disse Parry sorridente – In fin dei conti non sono così malvagi gli uomini! – aggiunse.
- Invece questo dimostra ancora di più la loro ingiustizia! – gridò Hugo adirato – Ogni giorno veniamo nutriti con mangimi di pessima qualità, e ci tocca bere sempre l’acqua sporca. Per non parlare poi di quei schifosi avanzi di carne, ammuffiti da giorni e pieni di vermi. E adesso a te, che sei come tutti noi, ti fanno un dono del genere?
Tutti mormoravano in segno di approvazione. Parry fissava ammutolito il gallo, non aspettandosi di ricevere un rimprovero così aspro.
- Ma ciò che mi lascia ancora più amareggiato – continuò Hugo – è il tuo comportamento, Parry. Ti ho sempre protetto, confortato nei momenti difficili; ho sempre risposto alle tue domande, e soprattutto mi sono raccomandato con gli altri di trattarti bene fin dalla tua nascita. E tu, oltre a entrare in combutta con gli uomini, nemici di sempre, ti stavi divorando quel coniglio senza dividerlo con gli altri. Questo è grave, figliolo: ciò offende me, ma soprattutto questa comunità che ti ha cresciuto con amore.
- Vergognati!
- Egoista! – gridavano tutti da dietro.
- In gabbia deve andare, subito! – aggiunsero Gigi e Galvano infervorati.
- Mi spiace Parry, ma dovrò esaudire le richieste degli altri. Verrai rinchiuso, in modo che tu rifletta su quanto hai fatto. – concluse Hugo greve.
La folla, come un fiume in piena, si avventò sul povero pollo, i quale non ebbe nemmeno il coraggio di scappare. Il gruppo afferrò Parry e lo portò dentro alla stalla, chiudendolo infine dentro una piccola gabbia arrugginita. Tutto sotto lo sguardo impassibile di Hugo.
- Adesso resterai qua senza mangiare. Noi ci andiamo a prendere quello che ci spetta! – gli gridavano contro tutti quanti dietro oltre le sbarre. Poi si dileguarono dirigendosi verso il coniglio.

Quella notte Parry non chiuse occhio. Mentre la fattoria era immersa nel più totale silenzio, al quale faceva da sottofondo il canto dei grilli, il giovane rifletteva su quanto era successo, e l’entusiasmo che fino a qualche ora abitava il suo cuore andava inesorabilmente spegnendosi. Se le parole di Hugo dette sotto la quercia non erano state sufficienti a scoraggiarlo alla ricerca di una vita migliore, l’esperienza avuta quella sera aveva sradicato ogni sogno di gloria.
“Non potrò mai vivere come le aquile. Loro sono libere e volano nel cielo, mentre io ora sono chiuso in una gabbia, e sto addirittura peggio degli altri polli!” pensava ossessivamente Parry. Tale tristezza lo accompagnò per tutta la notte, impedendogli di dormire fino all’alba.
I raggi solari cominciarono a penetrare attraverso le finestre, e i volti dei dormienti pian piano si illuminavano. La luce si espandeva per la stalla a macchia d’olio, ma non arrivava a illuminare la gabbia arrugginita con dentro Parry, come se anche il sole volesse punirlo per il suo egoismo. Quando la stanza fu completamente illuminata, il canto di Hugo risuonò fragorosamente, e ogni membro della combriccola cominciava a svegliarsi. La giornata stava per iniziare: i bambini si sarebbero svegliati trovando sulla tavola un’abbondante colazione, mentre Luna e Rex sarebbero stati nei pressi aspettando che gli venisse lanciato un boccone di quelle leccornie; il pollaio invece avrebbe ripreso la solita routine, con Gigi e Galvano che facevano a gara di beccate, Rina che discuteva con le altre galline su uova da covare e pulcini da allevare, e Hugo intento a passeggiare per il campo, scambiando due parole ora con un pollo, ora con Boris, ora con il gruppo di maiali. Parry invece sarebbe rimasto dentro la gabbia, mentre tutti gli altri si godevano la vita. Questo deprimente pensiero fece piombare nel sonno il giovane: chissà, forse avrebbe sognato nuovamente di essere un’aquila e di volare nel cielo.
Un intenso clamore svegliò Parry all’improvviso: era ancora giorno fuori, ma tutti quanti erano riuniti dentro la stalla, cosa che non avveniva prima di sera. La folla sembrava agitata, e tutti si mostravano nervosi in attesa di non si sa cosa. Poi Hugo richiamò su di sè l’attenzione, cosa che faceva quando doveva cominciare un discorso importante. Tutti si acquietarono, e l’anziano gallo parlò:
- Amici cari, è tanto tempo che sono con voi, e il mio affetto è diventato così grande che vi ritengo dei veri e propri figli per me. Vi ho sempre confortato nei momenti difficili, e vedervi sollevati dalle mie parole mi ha recato tanta gioia. Ma ora quello che sto per dirvi non vi farà piacere, anzi, vi spaventerà a morte!
- Cosa devi dirci, Hugo?
- Avanti, parla! Non tenerci sulle spine – gridavano alcuni dalla moltitudine.
- Ebbene, non so come dirvelo – e qui il gallo ebbe una specie di tremore – ma ho appena saputo che il signor Gerani, in occasione del compleanno di suo figlio, ha invitato amici e parenti per una grande cena. A causa di ciò, il contadino ci acchiapperà tutti quanti per cucinarci e saziare gli invitati. Insomma, avete capito bene: verremo tutti sterminati oggi stesso, me compreso! Forse il mio canto non allieta più le mattine degli uomini, quindi hanno deciso di farmi fuori una volta per tutte. Alle galline verranno sottratte le uova per aspettare che si schiudano, e loro verranno uccise. Forse il padrone poi si recherà al mercato per acquistare altri della nostra specie, in modo da rimpiazzarci. Ma noi non lo sapremo, perché oggi la nostra esistenza è giunta al capolinea.
- No, non è possibile!
- Moriremo tutti, oggi stesso?
Si udì improvvisamente un colpo secco proveniente dietro la stalla: la porta si era spalancata, e sulla soglia c’era il signor Gerani accompagnato dai tre figli che tenevano le gabbie in mano.
- Ragazzi, mi raccomando, non fatevi scappare nessun tacchino. Altrimenti cosa diamo da mangiare stasera agli altri? Forza!
Il pollaio cominciò ad agitarsi come un mare in tempesta. Alcuni cercarono di raggiungere le finestre sulle pareti: ma vani erano i tentativi, e furono catturati subito. Altri correvano di qua e di là per la stanza, nella speranza di trovare qualche via d’uscita: ma il tragitto terminò dentro le gabbie. Altri ancora si dimenavano, saltavano, si contorcevano per terra, come se fossero in preda all’isteria: il figlio del contadino li catturò tutti. Tutto avveniva sotto gli occhi terrorizzati di Parry, il quale dentro la sua prigione assisteva a quell’orrendo spettacolo, dove i suoi amici venivano acciuffati uno a uno.
Ormai l’intero gruppo era incarcerato, fatta eccezione per Hugo. Il contadino, accorgendosi del gallo ancora in libero, disse:
- Carlo, prendi quello là – e indicò Hugo - e poi torna dentro. Noi andiamo a sistemare questi. – E sparì insieme agli due figli.
Hugo si trovò faccia a faccia con Carlo. Il bambino gli si avventò contro, ma questo, voltatosi in fretta, si arrampicò sul carro da fieno in fondo alla stanza: più svelto di una lepre, il vecchio bipede raggiunse la cima della montagna di fieno sopra il carro. Il bambino, sorpreso da tanta agilità, non sapeva cosa fare: la sua piccola statura non gli permetteva di raggiungere quell’altezza. Sconsolato, abbandonò il tugurio.
- Hugo, Hugo! Per favore, liberami! – gridò Parry.
Il gallo scese, e corse verso la gabbia del giovane.
- Parry, ascoltami. Dobbiamo provare a liberare gli altri e a fuggire. Non sono ancora pronto per morire, ma non voglio abbandonare nessuno! Prima che la famiglia Gerani metta i polli a cuocere, ci vorrà un po’ di tempo. Dobbiamo approfittarne, e provare a far fuggire tutti quanti. So dove i polli vengono sistemati prima di essere maciullati. Tu segui me, poi una volta dentro la villa ti dirò cosa fare.- Detto questo, Hugo liberò il giovane.
- Ma perché non hanno preso anche me? – domandò Parry.
- E chi lo sa? Forse si saranno dimenticati…in mezzo a tutto quel macello. Ma ora non perdiamoci in chiacchiere, andiamo! – e Hugo sparì in un lampo dalla stalla.
- Aspetta! Ma cosa devo fare ora? – ma il gallo si era già diretto verso la villa.
Parry uscì dalla stanza, e da lontano scorse Hugo entrare dalla porta principale, rimasta forse aperta per il gran caldo L’atmosfera della fattoria era surreale: non si udiva nulla, i consueti rumori e vocii erano svaniti. La stessa vegetazione pareva colpita da quel vuoto insolito. Parry si diresse anche lui verso l’entrata della casa, fino a penetrare all’interno. Non aveva mai visto l’abitazione dei Gerani da dentro: si trovava in un grande salone, dove c’erano alcuni mobili, un grande tavolo al centro con sopra una gabbia vuota, e numerosi dipinti sulle pareti. Il giovane osservava l’ambiente tutto meravigliato: abituato alla stalla, gli sembrava di trovarsi in una reggia. A un certo punto la sua attenzione fu colpita da uno specchio appoggiato a una parete, adiacente all’entrata del corridoio. Lo aveva già visto tempo fa, quando il signor Gerani lo stava trasportando dentro casa. Hugo gli disse che quell’oggetto serviva a riflettere la realtà, e che poteva vedere com’era fatto. Spinto dalla curiosità, Parry si avvicinò allo specchio. Si pose davanti al vetro….e balzò indietro di colpo, spaventato a morte.
”Cos’era quello?”
Provò ad avvicinarsi di nuovo verso la vetrata, adagio, fino a trovarsi a tu per tu con l’immagine riflessa. Parry spalancò la bocca, incredulo di ciò che i suoi occhi gli mostravano: davanti a lui c’era un’aquila, uno di quelle viste in cielo. Era bellissima, con il pelo marroncino, e un robusto becco giallo. Il giovane indietreggiò, ma anche la figura fece altrettanto. Continuava a osservare il volatile nello specchio, e quello faceva altrettanto. Poi provò ad allargare le ali….e anche l’immagine di fronte le distese. Fu in quel momento che capì tutto: il cuore cominciò a battergli impazzito, e la gioia invadeva ogni singola vena. Poi gridò:
- Ma allora io sono un’aquila! Non sono un pollo come dicevano tutti!
Si girò contento, e trovò davanti Hugo, immobile.
- Hugo, ho scoperto una cosa stupenda: sono un’aquila, non sono come voi! Ti ricordi di quando il signor Gerani portò quel grande specchio? Beh, l’ho trovato, mi ci sono specchiato, e ho scoperto di non essere un gallo! Me lo hai detto tu che questi oggetti mi mostrano come sono fatto!
- Lo so che sei un’aquila, caro Parry. Anzi, in realtà, l’ho sempre saputo – disse il vecchio in tono cupo.
- L’hai sempre saputo? Come? Ma se te e tutti gli altri mi avete sempre detto che ero un pollo!
Hugo lo guardava, senza proferire parola. Sembrava imbarazzato.
- Allora, perché mi avete mentito per tutto questo tempo? Perché non mi avete detto chi ero?
- Parry, visto come stanno le cose, è giunto il momento di dirti la verità.
- Cosa?
- Ebbene, ti ricordi di quando ti ho raccontato di quella marmotta uccisa da un’aquila? Era un mio carissimo amico, lo consideravo come un fratello, e non potei mai sopportare che mi fosse stato portato via in quel modo. Così decisi che in un modo o nell’altro mi sarei vendicato. E il destino ha deciso di accontentarmi, visto che mi offrì un’occasione troppo ghiotta per rinunciare: un giorno passeggiavo per i campi, quando mi accorsi che su un grande ramo di un albero c’era un nido d’aquila. Mi avvicinai incuriosito, quando le mie zampe urtarono su un uovo. Capii che faceva parte del nido, e non so come fosse caduto lì. La madre non c’era, e quindi ne approfittai per rubare l’uovo e portarlo alla fattoria.
- Quindi…sono nato da voi?
- Esattamente. Un giorno radunai tutti quanti come facciamo di solito, e dissi che quando l’uovo si sarebbe schiuso, dovevamo farti credere di essere un pollo: così tu saresti rimasto sempre qui, e non saresti tornato da tua madre. Ecco perché nessuno non ti ha mai detto chi sei veramente.
- Hugo, ma questo non è giusto. Ma come, ti lagnavi sempre che la natura è crudele, ma tu non lo sei stato meno di lei!
- Hai ragione, figliolo. Come darti torto? Sono stato malvagio, e con me tutta la fattoria. Volevo a tutti costi vendicarmi di chi aveva ucciso il mio migliore amico! Sappi però che molto spesso sono stato tentato di dirti la verità, soprattutto quando hai cominciato a farmi tutte quelle domande. Ma avevo paura di cosa avrebbero pensato gli altri. Molti si erano affezionati a te, non credere; ma ormai faceva comodo a tutti vedere una povera aquila che non sa di esserlo vederla disperarsi nel non riuscire a arrivare su un albero, e, ti confesso, anche a me andava bene così. Serviva a farci dimenticare la nostra inferiorità.
- Ma perché allora non riuscivo a volare? Perché quando tentavo di scalare gli albicocchi, non ci arrivavo?
- Perché tu stesso alla fine ti eri convinto di essere un pollo, Parry! Quando provavi a fare tutte quelle cose, sapevi nel tuo intimo di essere un tacchino, e per questo non riuscivi a decollare da terra. Forse se avessi avuto più fiducia in te stesso, chissà, magari ti saresti resi conto da subito di chi eri veramente. Ma ormai la verità è venuta a galla, ed è un bene. E per rimediare al mio errore, ti dico: scappa, vattene da qui. Adesso che conosci la tua identità, prendi il volo e fuggi da questa luogo di morte, e vai a vivere la vita che ti spetta, di cui ti ho ingiustamente privato.
Improvvisamente si udirono dei passi sulle scale: il figlio del signor Gerani scese in salone.
- Papà, vieni a vedere, ho trovato il gallo che non riuscivo a prendere. C’è pure l’aquila con lui! – urlò il ragazzino tutto contento.
Una voce risuonò da sopra:
- Carlo, cribbio, che aspetti ad acchiapparlo? E prendi pure quella dannata bestia, perché ti ho permesso fin troppo di tenerla nella fattoria: adesso voglio farla impagliare!
- Parry, ora, vattene, prima che sia troppo tardi! Sii libero, e dimentica tutti noi. – disse Hugo, ma per esortare il compagno non si accorse che il bimbo lo aveva già preso con le braccia e sistemato nella gabbia situata sopra il tavolo.
Parry corse via dal salone e uscì. Istintivamente guardò verso il cielo, da sempre per lui il simbolo della libertà. Improvvisamente incontrò Luna, la gatta persiana.
- Dove credi di andare, sciocco? Tra poco devi essere cucinato.
- Luna, stai zitta. Ora ho scoperto di non essere un pollo, ma un’aquila. Finalmente potrò volare, e andarmene via.
- Oh no, alla fine l’hai scoperto – esclamò la persiana infuriata – Non ti permetterò di andartene! Rex, prendilo!- gridò con tutte la forza.
Da dietro un muro sbucò il pastore tedesco, il quale cominciò a rincorrere l’aquilotto. Ma Parry, consapevole finalmente delle sue capacità, dopo un breve scatto si slanciò da terra librandosi in aria, lasciando sul posto Rex . Fortuna volle che il cane fosse abbastanza lontano, altrimenti Parry non avrebbe avuto scampo.
- Sto volando! È incredibile! Ciao Luna, ciao Rex!
Parry si ritrovò in un batter d’occhio vicino alle nuvole, e vedeva la fattoria, la stalla, Rex e Luna diventare sempre più piccoli. Finalmente ora era libero! Chissà ora quanti frutti degli alberi avrebbe mangiato! Ma soprattutto, non vedeva l’ora di raggiungere le altre aquile, per volare insieme a loro e attraversare praterie, vallate e colline, che aveva visitato solo nei suoi sogni.
Il sole cominciava a tramontare, cedendo il passo alla notte. Anche quel giorno era finito, ma presto ne sarebbe cominciato uno nuovo. Ma Parry non avrebbe più vissuto da pollo come sempre: avrebbe cominciato una vita da aquila.

© Daniele Mancuso



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