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di Valentina Cirella
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Era più tardi del solito: l’auto del Sig. Cosini era già parcheggiata al suo posto, sua figlia aveva già abbandonato la bicicletta in garage e gli abitini della Sig.ra Plump – che razza di nome per una bambola! – erano appesi come ogni sera con i panni stesi dalla madre.
Attraversò il cortile facendo attenzione a non inciampare nella lastra di pietra sconnessa del vialetto. Ad attenderlo sull’ultimo gradino, fedele come sempre, un mucchio di carta colorata – ma benedetto postino! Non vede che anche io ho una cassetta come tutti! -.
Entrato, si liberò del soprabito riponendolo con cura nell’armadio; nel tragitto gettò la posta sul tavolino del salotto.
Quando aprì la porta della sua camera fu accolto da una fresca folata di vento proveniente dalla finestra lasciata evidentemente socchiusa e che, all’aprirsi della porta, si doveva essere spalancata. La chiuse velocemente e, passando accanto al letto, ne accarezzò la coperta di lana morbida quasi a ribadirne la sua proprietà.

Troneggiava purpureo in quel regno di carta eburnea un semplice biglietto sgualcito: tre tagli profondi, quasi paralleli lo solcavano al centro; un taglio perfetto – ma dico, che almeno lascino a me la possibilità di scegliere quale tra queste macchie d’inchiostro debba essere pulita per prima!-.

Lucio Fontana. Esposizione
della Collezione Fontana
Galleria del Naviglio. Milano

Troppo conciso per essere il biglietto di un amico, troppo essenziale e genuino per essere una pubblicità… un invito! Non una pubblicità, ma una richiesta –forse un po’ misera- di partecipazione ad un evento pubblico.
Ne era corsa voce, fra le scrivanie era passato di mano in mano quello che aveva scambiato per uno squallido pettegolezzo o per un rifiuto che stesse percorrendo il suo cammino alla ricerca di un cestino ancora in grado di accoglierlo.
Un invito… una mostra d’arte contemporanea; “…un’arte sconcertante!”, “ma ricca di contenuti intrinseci”, “una gran bella trovata commerciale per ingenui…”.

Tutto questo gli tornò in mente e finalmente quel cartoncino rosso acquistò significato.
E ora, che fare? Improvvisamente fu come se tentasse di trovare nella sua mente un motivo plausibile ma dimenticato per cui doveva accettare quell’invito, –non saprei come comportarmi, da che parte si guardano quei quadri? Se tutti si fossero informati e mi facessero domande?-. L’idea del confronto con gli altri, con i colleghi, in un ambiente che non gli competeva era terribile. Fu assalito da brividi freddi, tutto d’un tratto la questione aveva acquistato un’importanza vitale che forse di diritto non le spettava.

La zona nella quale era situato l’edificio non gli era familiare: piccoli vicoli passando attraverso i quali veniva rincorso da costruzioni non più moderne né in perfetto stato. Entrò assorto nell’idea di voler solo dare testimonianza agli altri della sua presenza; camminava veloce, sicuro, sguardo fisso; l’atteggiamento da impiegato che assumeva entrando in ufficio ogni mattina. Era un lavoro, un dovere, niente più e lo si doveva fare.
Una mano gli si posò sulla spalla destandolo dai suoi pensieri. Ecco il confronto, si era inaspettatamente materializzato, troppo presto per poterlo affrontare mostrando una sicurezza il più possibile sincera o una maschera di audace convinzione. E il luogo! Le sue angosce lo avevano condotto proprio al centro della prima sala sulla cui parete di destra riconobbe subito il cartoncino rosso: il piccolo re che troneggiava sul suo tavolino aveva assunto una dimensione grottescamente maestosa all’interno del suo ambiente, non più mischiato al misero inchiostro di bollette e cambiali.
Indugiava nei movimenti per paura che i presenti potessero distogliere lo sguardo dalle pareti attratti da un rumore impertinente. Soltanto i suoi occhi percorsero, velocemente una volta e poi sempre in modo lento, le quattro mura della stanza che ad ogni battito di ciglia assumevano figure geometriche sempre più complesse. Si rese conto di aver osservato per molti lunghi minuti solo gli estremi di quei quadri, le loro cornici nella parte superiore, dove, finita l’opera, il colore si univa allo sfondo della parete vera e propria. La paura, la soggezione psicologica da cui si era lasciato assoggettare lo avevano portato ad assumere il punto di vista di un sottomesso, inferiore di fronte all’immensità di quelle visioni… incomprensibili.

Doveva scoprire se anche gli altri come lui non erano in grado di comprendere, se invece lo erano o se fingevano.
Tutti sembravano essere in perfetta sintonia con quegli abbozzi d’arte; qualcuno inclinava lievemente la testa, socchiudendo appena gli occhi, ma appena incontrava lo sguardo di un altro visitatore annuiva serio, assumendo la posa di un grande esperto pronto a chiarire a chiunque i più piccoli segreti sull’interpretazione di quelle tele.

La mano che lo aveva destato dal suo angoscioso torpore iniziale si concretizzò di fronte a lui nella figura di un collega, colui che probabilmente era stato il promotore di quella visita. Di nuovo quel senso d’inferiorità, ma questa volta gli fu chiaro da subito il motivo – cosa so io di tutto quello che ho intorno? Perché è tutto così astratto?-. Prima che l’interlocutore avesse modo di proferire parola i suoi sentimenti, le sue paure si animarono in un fiume di pensieri che fuoriuscì impetuoso dalla sua bocca –immenso, spaventosamente prepotente, incomprensibile, crudele, rosso, blu, nero….-.
Al suo silenzio involontario seguì un inspiegabile conforto, accentuato dalla vista di un volto bonariamente sorridente che lo fissava dritto negli occhi. Quella sensazione rimase legata a quella visione immutabile per molto tempo fino a dileguarsi e ricomparire accompagnata da una voce di cui non percepì subito la provenienza. “Prova a sederti là proprio nel centro, lasciati avvolgere da questi colori, penetra in questa realtà, non chiederti e non chiedermi niente, non ne siamo in grado, non ce n’è bisogno, è tutto lì”.
Appena si fu seduto il suo sguardo fu catturato dal profondo taglio sulla tela… non aveva più colore, non c’era più niente di concreto, materiale, se mai c’era stato. Non c’era niente, c’era il niente. Era là, era nel vuoto più assoluto, era nel buio più completo: quello era il punto di partenza, il niente, da lì sarebbe dovuto cominciare tutto. Lui invece aveva voluto fare il percorso al contrario. Non la presunzione di conoscere lo spirito con cui si poteva accedere a questo mondo, ma la paura, il timore sarebbe stato il motivo per penetrare sempre più a fondo. La sua paura era il frutto del coraggio di chi aveva voluto andare al di là di questa realtà e aveva così originato un nuovo coraggio, quello di chi vuole trovare ancora qualcosa che annulli il niente e gli permetta di sentirsi vivo.

Uscendo dal museo ne attraversò il portone. -E’ di vetro- pensò.
Il buio tiepido della sera lo accolse, si era fatto molto tardi e ormai le strade erano deserte. Si guardò attorno, ciò che i suoi sensi percepirono era l’ignoto, era un mondo nuovo ed un’aria nuova. Per un attimo si sentì come sospeso, era di nuovo penetrato in un buio sconosciuto. Si alzò un lieve alito di vento portando con sé lo zampillare di una fontana. La fontana che stava al centro di una piazza –se lo ricordava-. La piazza aveva forma circolare ed era circondata da grandi abitazioni grigie, un po’ malandate, ma imponenti. Una seconda folata di vento fu accompagnata da polvere e profumi diversi. Una musica, delle voci. Il silenzio di nuovo. Una luce si accese e si spense tanto velocemente da sembrare un battito di ciglia.
Questa volta però aveva percepito tutto, perché lo aveva voluto; perché la paura che il buio del niente potesse esistere nella sua realtà aveva risvegliato di nuovo il suo coraggio indagatore. Non aveva dovuto creare niente, nessuno sforzo se non quello di entrare in contatto con un mondo che già esisteva, il resto era già tutto là, pronto per essere riscoperto e vissuto.
Ognuna di quelle strane tele, quelle stoffe violentemente tagliate, graffiate, brutalmente colorate, erano porte che conducevano ad un unico mondo all’interno del quale niente è da sapere, si tratta di vivere, di essere, di esistere.

© Valentina Cirella



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