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Stavo pensando a quando il mar Ionio sbatte calmo sui sassi
di Luisanna Gerace
Pubblicato su PBSA2008


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La mattina mi investe subito l’odore del dopobarba dei ragazzi dell’ufficio, si accoccola al caffè e diventa subito autunno. È da molto tempo ormai che il mio stomaco è delicato, ho spessissimo un leggero senso di nausea misto a vuoto e odore di foglie bagnate. Combatto stanca con un pc che non vuole accendersi, ogni mattina la stessa storia, giusto per stirarmi un po’ i nervi, tenderli e allenarmi: mi aspetta un’intera giornata così.
Sono in questo ufficio per grazia ricevuta. Non so neanche quante persone ne sono al corrente, sono sicura che nessuna sa bene perché. Notano ogni tanto le mie assenza, di venerdì perlopiù, una volta ogni venti giorni. Spesso uso questa scrivania per scrivere, credo se ne accorgano tutti, scrivo a penna su un taccuino o su fogli sparsi che mi capitano sottomano o anche su post-it gialli. Li appiccico uno sull’altro e li infilo veloce in agenda. Che penseranno di me? Chi scrive a penna in ufficio? Dal desktop del pc solitamente guardo Reggio e in lontananza l’Etna incorniciato tra le nuvole. C’è una collina secca e dura che domina tutto lo stretto.
Stamattina in macchina ho lasciato che la musica si scegliesse da sola che tanto io ero intenta a pensare. A volte faccio sogni ad occhi aperti di strane rivincite fatte di mezze frasi e mozzichi di parole. Bocconi mandati giù lenti e prima una lunga masticazione. Vivo da dieci anni a Bologna e dovrei sentire mia questa città più di quanto senta mio il paesino in cui ho vissuto i miei primi 18 anni. Il paesino, però, per quanto piccolo, riesce ancora a sorprendermi e a volte riesco perfino a
perdermi, specie in quelle strade di campagna, strette, con poche case, dove non passa quasi mai nessuno, magari di sera. Corro in macchina con la musica alta che si spande fuori e un pacchetto di Merit che sul cruscotto va su e giù. E’ lo strano modo che ho di impararmi, di solito così capisco quello di cui ho bisogno. A volte piango.
Allora capisco che quella spiaggia fa male, più di qualsiasi altra cosa, fa male, più di una campagna emiliana. Forse perché mi ricordo la sabbia ruvida e appiccicosa, umida di luna tra le dita dei piedi, che s’infilava ovunque, nel risvolto dei pantaloni verdi, tra i capelli. Forse perché mi ricordo che scarpe portavo e la pressione intensa delle sue dita sulla mia schiena. E mi ricordo la canotta su cui si era fatto un forellino minuscolo, mi ricordo che era scollata, nera e scollata. Mi ricordo il rumore dei ciondoli del bracciale che avevo al braccio sinistro, il rumore del mare che sembra uguale ovunque, ma non è così, è ogni sera diverso e quella sera era ancora più diverso.
A volte dopo lunghe ore di serenità penzolante e irreale, quando inizio ad irrigidirmi, a scorgere vibrazioni, un tendere che piano diventa malinconia grumosa fino ad affiorare umida agli occhi, nello stesso tempo trovo come piccole e piacevoli sensazioni di pungolatura; vagamente più viva, gemmo illusorie speranze. Come se bastasse questo mio anelare a trattenerlo, legarlo, sentirne la presenza. Come se non sapessi che proprio questo stesso sentire sia invece il mio legame, la mia briglia, il mio impaccio.
Stamattina però pensavo ad un altro mare, pensavo a quando il mar ionio sbatte lento e placido sui sassi e lascia quella schiumetta rada che sembra un cappuccino fatto con il latte scremato.
Pensavo a quel giardino dove l'odore della zagara si dondola lento con il gelsomino e il piccolo mandarino, giù in fondo, carezza all'uscita nell'aprire il cancello verde. Ai gechi che si rincorrono attorno ad un lumicino e il crepuscolo che sa di salsedine nebbiosa. Pensavo alle strade scassate che afferrano casette basse e da lontano le luci di una lampara che sa di legno bagnato. Pensavo che a marzo-aprile la spiaggia è dorata pallida, che il sole si nasconde, ma il mare è lento lento. Pensavo ad un respiro lungo e le stesse case di sempre sul lungomare e, lontane, le montagne aspre e irsute, l’odore fresco del giglio pancratium. Stamattina andavo in ufficio dove il pc non si sarebbe acceso e pensavo al mar ionio che sbatte lento sui sassi e forse c’era Rino Gaetano alla radio. Stamattina pensavo anche a Valeria Parrella e al suo talento che sa di fango tra le scarpe, che liscio schizza veloce e improvviso. Pensavo a quanto è traballante la vita se non la imbratto di favola. Pensavo a quel tempo vago in cui spostavo un libro di sociologia per aprire un romanzo, per sentirmi viva e colpevole. Ma forse sono uguale, mi piacciono ancora le matite, ne ho 4 kg chiusi in una scatola. Mi piacciono le rotelle di liquirizia e mi piace pensare che avrò un amore fatto di popcorn, leggero leggero. Mi piace quando la mattina prima di andare in ospedale riempio la borsa di tela piena di libri, più che posso, per dimenticare quanto quella goccia sia lenta. Rossa e pastosa, nera a volte. Perché il dolore ha strani modo di manifestarsi, così capita che mi si incastri il carrello della lavastoviglie su un piatto più grande e rischio di rompere tutto in preda ad una rabbia spropositata e ad una sensazione improvvisa, coma qualcosa che viene da lontano ma immediato, di soffocare in una serie di abitudini spente. Quel lampo mi prende lo stomaco e deglutisco secco, senza saliva.
Come uno strano senso di aspettativa come se sotto la superficie di buone maniere, conversazioni senza pericolo, giorni feriali da dimenticare, sotto l’incapacità, la tentazione del pensiero perdente, l’inspiegabilità del ridere, ci sia qualcosa che attende di essere afferrato. Ma non afferro.
Ma a me la vita piace condividerla, anche quando è solo mia, e mi piace condividerla su una tovaglia macchiata di sugo rappreso e cosa importa se porto i tacchi o delle ciabatte consumate. Allora parlo, parlo che più non posso, spulcio ogni stato d’animo superficiale, parlo d’amore che mi fa uguale alle mie amiche, magari di sesso. E poi fumo mille sigarette e tra una boccata e l’altra sono una persona qualunque che scorre la vita su un Vanity Fair. Stamattina pensavo anche alla paura. Non è panico, è paura lenta e inesorabile che liquida parte dal centro dello stomaco e si spande in mille rivoli fino ad arrivare al cervello dove annacqua qualsiasi cosa. Galleggiano ricordi e annegano progetti, è torbida e gocciola fuori, schizza su un libro e sbava un altro foglio.
A volte ha una forma. Il sangue supera lo strato superficiale del derma, ti si infila sotto, non puoi asciugarlo, macchia.
Ho pensato questo, stamattina, venendo a lavoro mentre affondavo il piede sulla frizione e mettevo in folle davanti al semaforo. Ho pensato che a volte un lavoro che non ti piace serve a farti sognare che ci sia un’alternativa e questo non è tanto male, come un amore finito, un foglio sbavato, quando l’inchiostro si fa illeggibile e sul fronte trovi il fallimento e l’impossibile a ritroso, ma sul retro scritto piccolo a matita c’è lo spalancato possibile, il rimanere via, tutto quello che ancora ho da vedere con gli stessi occhi, da sfiorare con le stesse mani, la sensazione tiepida di un nuovo abbandono a sapori sgarbati. L’attesa custodita e scandita da ricotta e cioccolato. Quel odore precipitato su altri odori delle paste di domenica mattina, sempre a marzo-aprile, sempre in quel paesino. La Repubblica la domenica mattina su un caffèlatte, il primo sole respirato sulla terrazza, sempre da una parte il mare, dall’atra le montagne.
Inspiro forte: il tempo forse è solo una scommessa. Espiro, butto fuori l’aria: certo, è vero, poi torna un dolore lancinante alla schiena in basso verso l’ultima vertebra e mi ricordo che qualcosa rosicchia piano le mie ossa e io continuo a fumare, mi ricordo che non mi sono mai sentita una donna-donna, che sempre allo stesso punto del dolore lancinante trovo quei cerotti di estrogeni che una volta al mese mi macchiano di femmina, che ogni tanto arrivano fitte, botte lungo il midollo per ricordarmi che anche lui esiste malgrado tutto, che ogni tanto si mette a lavoro, quando l’ultimo globulino si spacca, lo perdo, piccolo cola fino ai piedi e mi lascia impotente. Penso che la mia malattia mi ha lasciato segni sul corpo e sull’anima, ma molto più sul corpo, perché sono brava a prenderla in giro. Guardo le mie gambe troppo lunghe, i forellini callosi sull’incavo del gomito, la cicatrice lunga e grossa e troppa per me che mi vergogno anche di pensarla, che parte da sotto il seno e arriva all’ombelico. Allora penso che la mia vita è scandita da pillole e aghi e devo ritenermi anche fortunata, che la sera mi accuccio su quel marsupio logoro con quel medicinale che se schizza un po’ fuori al contatto con l’aria fa una crosticina dura e bianca, quasi cemento. Penso: che sta succedendo qua dentro! Di quante cose non so accorgermi ancora. Butto giù pasticche senz’acqua, io un figlio forse non lo potrò avere, mi s’ingrossa il fegato, il cuore, i reni, mi si accavallano nevriti a rumori sordi, come un criceto che sulla caviglia destra mi corrode i nervi, ogni giorno mangiucchia e assottiglia il mio scheletro, crurr-crurr mi sale su tutta la gamba, arriva al bacino, si ferma, schizza sul braccio e poi si attacca al collo. Così penso a lei, un’altra lei nella sua vita, così subito, neanche il tempo di deglutire un saluto; penso che lei sarà sicuramente più rosa e più morbida, sarà meno complicata fuori e sofisticatissima dentro e avrà la sicurezza di una donna coi pantaloni neri a vita bassa, le spalle piccole e una maglietta bianca. Forse avrà un tampax in borsa, il sorriso aperto, segnerà il ciclo sull’agenda, avrà paura di un ritardo, incrocerà le gambe sul letto quando in tuta di sera soffierà parole distratte ad un telefono.
Le mie parole, invece, non sono mai distratte, forse sbagliate, ma mai distratte, forse indugio o raddoppio la b e d. forse a volte sono timide o urlate e sguaiate, aggressive, ma mai distratte specie se l’interlocutore vale almeno un’idea.

© Luisanna Gerace



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