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Una volta o l'altra
di Fabio Calabrese
Pubblicato su SITO


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Paddy Hardstraker guardò il bambino che giocava vicino alla videofinestra. Il piccolo Billy cresceva bene, era un ragazzo sveglio e curioso e imparava con facilità, a scuola aveva sempre buoni voti. In certi momenti, guardandolo gli sembrava di vedere Molly da piccola.
“Un uomo può ritenersi soddisfatto”, pensò, “se il cinquanta per cento della sua discendenza è come aveva desiderato?”
“Hai di nuovo cambiato panorama, nonno?”, chiese il piccolo Billy indicando la videofinestra.
Lo schermo mostrava in primo piano una grande cascata in cui l’acqua precipitava attraverso una fitta vegetazione lussureggiante, s’intravedevano grandi felci, equiseti, macchie di bizzarri fiori dai colori vivaci, Certo, l’installazione di una videofinestra olografica gli era costata un bel po’ di risparmi, ma a qualcosa i soldi devono pur servire!
“Ti piace?”, chiese Paddy al nipote, “E’ il Salto Angel nella foresta amazzonica”.
“Si, nonno”, rispose Billy, “Ma anche l’isola dell’Oceano Pacifico non era male”.
Paddy evitò di menzionare il fatto che giù sulla vecchia Terra, la foresta amazzonica era ormai perlopiù ridotta ad un terreno brullo e bruciato, dei miserabili campi acquitrinosi quando pioveva, aridi e screpolati durante le siccità, su cui qualche migliaio di miserabili cercava di strappare una grama esistenza.
“Se anche Susan”, pensò, “avesse fatto come Molly, si fosse trovata un bravo ragazzo e mi avesse dato un nipotino!”
Non che Susan fosse una cattiva ragazza, tutt’altro, ma non aveva senso della realtà, si era messa con quell’Ed Kaminsky che era uno spostato, che non sarebbe riuscito a combinare mai nulla di buono, e che non sembrava intenzionato a sposarla.
Tornò a concentrarsi sul lavoro che stava facendo giù in laboratorio: era la tecnica mentale migliore per cambiare il corso delle proprie riflessioni, quando i pensieri si stavano facendo troppo sgradevoli. La lampada a termoluminescenza aveva bisogno ancora di molti ritocchi: era una nipote della vecchia lampada al neon, basata sul fatto che un gas ionizzato non cessa di colpo la propria luminosità una volta che s’interrompe l’erogazione della corrente elettrica. Somministrando e interrompendo l’elettricità a intervalli acceso - spento di circa un secondo, si poteva ottenere un risparmio energetico considerevole senza variazioni apprezzabili della luminosità, tutto stava nel realizzare un buon automatismo regolatore di queste interruzioni ritmiche.
Era buffo - pensò Paddy Hardstraker - il suo lavoro non somigliava proprio a come immaginavano l’inventore i vecchi romanzi, soprattutto di fantascienza: il tipo che ti inventa l’antigravità o il raggio della morte rimontando i pezzi di una vecchia radio, che ti costruisce un’astronave in giardino coi rottami acquistati dallo sfasciacarrozze, o che ti trasforma il frigorifero in una macchina del tempo.
Doveva essere scomodo - pensò - viaggiare in un frigorifero, sia pure verso la preistoria, od aprire il frigo per acchiappare un hamburger e ritrovarsi le mani attorno al collo di uno pterodattilo.
No, quelle erano fanfaluche, che erano e sarebbero sempre rimaste confinate ai romanzi per adolescenti. Tutto quello che si poteva fare, era apportare un minimo ritocco qui, un minimo ritocco là ad un know how già immenso, troppo per riuscire ad introdurre novità rivoluzionarie. Certo, gli sarebbe piaciuto vivere nel XIX o nel XX secolo, quando la tecnologia era agli inizi e un inventore poteva, con una sua trovata, ribaltare le convinzioni degli scienziati, come avevano fatto i fratelli Wright con l’apparente ovvia convinzione che “il più pesante dell’aria” non avrebbe potuto volare, creando un aereo di tela, tiranti, tubi e carrello di bicicletta. No, Paddy Hardstraker non sarebbe mai passato alla storia. Pazienza, la sua vita gli piaceva così com’era.
Era già fortunato a poter lavorare come indipendente a contratto, invece di essere dipendente della Jupiter Mining, come erano quasi tutti lassù sugli Asteroidi. Poteva lavorare a casa propria e scegliersi orari e i ritmi di lavoro, bastava che rispettasse le scadenze. Certo, quell’attività e quel tipo di contratto erano stati una scelta pericolosa, molti anni prima, e la povera Lorna ne aveva sofferto: in caso d’inadempienza c’era la rescissione senza biglietto di ritorno per la Terra, ma ormai nessuno si sarebbe sognato di non rinnovare un contratto al vecchio Paddy.
“Nonno”, disse Billy, “Mi aggiusteresti la mia pistola laser?”
“Ma certo!”, disse Paddy, “Andiamo giù in laboratorio, però devi promettermi di non toccare niente”.
“D’accordo!”
Paddy guardò la pistola giocattolo: in termini puramente economici, sarebbe convenuto comprarne un’altra, ma lui era molto contento del fatto che Billy ci tenesse alle sue cose, e ancor di più che mostrasse interesse per la meccanica.
Il laboratorio si trovava al piano sottostante, praticamente nel cuore del planetoide che era di dimensioni minuscole: una nicchia scavata nella roccia ai tempi in cui anche questo frammento cosmico era stato oggetto di prospezioni minerarie.
“Caspita, fa fresco qui”, commentò Billy.
L’ambiente, che aveva l’aspetto di una cantina di forma irregolare, era dominato da un ampio bancone da lavoro illuminato da una grande lampada a termoluminescenza di tipo più antiquato e dispendioso di quella a cui Paddy stava lavorando. Sul bancone e negli angoli intorno ad esso, c’erano l’attrezzatura di Paddy e varie parti di macchinari e strumenti su cui lavorava alternativamente: l’ordine non era mai stato il suo forte.
Paddy prese la pistola giocattolo. Normalmente, premendo il grilletto, si doveva sentire un forte ronzio e il tamburo e la canna dovevano illuminarsi di una vivace luce rossa che simulava la radiazione laser, luce e ronzio dovevano continuare finché il grilletto era premuto; invece emetteva un vivido bagliore e poi più niente, fino a quando la piastrina di alimentazione e la lampadina non venivano sostituite.
“Credo di aver capito”, disse Paddy, “Come sai, queste piastre di alimentazione sono di tipo standard, e non sono usate solo per i giocattoli, ma per un sacco di altre cose, ed hanno una carica piuttosto forte. Ci deve essere una resistenza qui nella parte interna, che dosa il passaggio della corrente dalla piastra alla lampadina, ma per qualche ragione non funziona, così la piastra si scarica e la lampadina si brucia, dobbiamo vedere di sostituirla”.
Si mise al lavoro per smontare il giocattolo, quando suonò il citofono. Fortunatamente, poiché gli capitava di passarci molte ore della giornata, aveva pensato di installare una derivazione anche laggiù.
Accese il visore.
Sullo spiazzo di atterraggio era scesa una navetta e il suo occupante, un uomo magro dai capelli castani radi e gli zigomi affilati, si trovava davanti alla porta d’ingresso, costui esibì davanti al visore un tesserino di riconoscimento della Jupiter Mining.
“Mister Hardstraker?”, disse questi, “Sono Ian Mc Intyre, un tecnico della Jupiter. Abbiamo dei guai laggiù con una delle sue modifiche”.
“Bene, attenda un attimo”, rispose Paddy, “Le apro”.
Prima di risalire, prese con sé la sua attrezzatura di emergenza: era un vero piccolo gioiello che a suo tempo gli era costato un occhio della testa, non più ingombrante di una valigetta ventiquattrore, conteneva un piccolo PC con schermo piatto che poteva anche essere usato come terminale in collegamento con altri computer, ed un assortimento di svariati utensili.
Fece accomodare Mc Intyre in salotto. L’uomo sembrava nervoso; dopo aver risposto solo con un vago cenno del capo al saluto di Paddy ed aver ignorato il ”ciao” di Billy, si era soffermato a gettare appena un’occhiata distratta alla videofinestra, ed aveva evitato per un soffio di calpestare i giocattoli del bambino, guardandoli come se fossero immondizia.
“Deve venire via subito”, disse.
“E il bambino?”, rispose Paddy, “Non credo sia il caso di portarlo con noi, e non lo posso lasciare solo: sua madre me l’ha affidato per l’intera giornata, ma se può aspettare ancora dieci minuti, sta per venire la mia governante ad ore, la signora Sloane, possiamo lasciare Billy con lei. Perché intanto non si siede e mi racconta di che si tratta?”
Mc Intyre fece un brusco cenno di diniego.
“Vedrà con i suoi occhi”, disse.
L’uomo continuò a camminare nervosamente avanti e indietro fino all’arrivo della navetta della donna, poi, prima che lei arrivasse alla porta pressurizzata, si era già infilato il casco per dirigersi al proprio velivolo.
“Venga, Hardstraker, non perda un minuto”, disse avviandosi all’uscita.
Paddy diede rapide istruzioni alla signora Sloane e si affrettò a seguirlo.
Come gli accadeva spesso, una volta che la navetta di Mc Intyre fu decollata, nonostante l’urgenza rivelata dall’atteggiamento di quest’ultimo, Paddy Hardstraker si rilassò e si guardò attorno.
A volte, ancora dopo tanti anni, riusciva a sorprendersi per lo spettacolo di quell’angolo dell’universo dominato dalla gigantesca massa di Giove. L’astro risplendeva vivido con le sue innumerevoli striature e i suoi vortici, occupando circa un quarto del cielo, ed erano proprio la luce e la radiazione termica del gigantesco pianeta, vero sole mancato, a rendere i satelliti di Giove e la fascia degli asteroidi i luoghi meno inospitali del sistema solare, dopo la vecchia Terra.
I grandi vortici di tempesta dalla forma di eleganti spirali, erano visibili sulla superficie dell’astro. Guardando con un po’ di attenzione nell’emisfero meridionale, era ancora possibile scorgere, sebbene sbiadita, la Grande Macchia Rossa, un gigantesco uragano che aveva dominato per secoli la tormentata superficie del pianeta.
Tutto attorno a loro, si scorgevano gli asteroidi di tutte le forme e dimensioni, intenti al loro incessante balletto cosmico. Gli astronomi stavano ancora discutendo se gli asteroidi avessero costituito o meno un pianeta che sarebbe stato disgregato dalle influenze gravitazionali di Marte e di Giove, o se invece fossero sempre stati un ammasso errante di spazzatura cosmica, ma una cosa era certa: negli asteroidi si trovavano in abbondanza quei metalli pesanti che erano invece rari sulla superficie dei pianeti. Questa ricchezza aveva attratto verso gli asteroidi centinaia di migliaia di uomini, e migliaia di loro erano morti prima che quei planetoidi di nuda roccia fossero trasformati in luoghi abitabili. La Jupiter Mining era ora proprietaria di gran parte degli asteroidi minerari di quel quadrante della Cintura, tranne qualche tratto poco redditizio che era rimasto nelle mani di cercatori indipendenti.
Hermes stava ingrandendo rapidamente nel quadrante di prua. Hermes era il planetoide più grande del settore ed ospitava una città a cupola, l’unica vera città di quella zona dello spazio: era lì che la Jupiter Mining aveva la sua sede, ed era lì che viveva quasi la metà degli abitanti di quel tratto della Cintura.
“Allora”, disse Paddy, “Mi vuole spiegare cos’è successo?”
“Gliel’ho detto”, rispose Mc Intyre, “Quando saremo arrivati!”
“Non capisco il perché di tanto riserbo”, replicò ancora Paddy, “Lavoro a contratto da trent’anni con la Jupiter Mining, conosco praticamente tutto il personale tecnico, e sanno benissimo che possono fidarsi di me, e ora che ci penso, non conosco affatto lei!”
A mo’ di risposta, Mc Intyre fece un rapido gesto e nella sua mano comparve, come per un gioco di prestigio, una pistola: era del tipo a pressione, il cui bossolo era costituito da una cartuccia di gas ipercompresso, e il proiettile da un piccolo dardo d’acciaio, poteva sparare indifferentemente nell’atmosfera o nel vuoto, ed era altrettanto micidiale di qualsiasi arma da fuoco.
“Bene, vecchio”, disse, “Ci sei arrivato. Ora, se ci tieni alla pelle, sta calmo e zitto”.
La navetta si stava disponendo in fase di atterraggio, ma Paddy vide che la sua meta non era Hermes, ma un piccolo planetoide che orbitava intorno all’asteroide maggiore. Atterrarono nei pressi di una costruzione, l’unica che sorgeva sul planetoide e Paddy vide che si trattava di una struttura modulare: una di quelle che potevano essere impiegate come parti di stazioni orbitali, come navette spaziali indipendenti, o indifferentemente essere ancorate al suolo come edifici.
“Cammina davanti a me e non fare scherzi!”, disse Mc Intyre.
Oltre la porta pressurizzata che separava la struttura modulare dal vuoto dello spazio, c’era un hangar che ospitava una seconda navetta oltre allo spazio sufficiente per alloggiarne una terza e, in fondo all’hangar, un’altra porta immetteva in un corridoio breve e disadorno su cui si affacciavano diverse altre porte. Mc Intyre fece strada a Paddy fino ad una porta immediatamente a destra del corridoio.
“Aspetta qui”, disse, “Non chiudo a chiave perché tanto non puoi andare da nessuna parte”.
Con una certa riluttanza, Paddy Hardstraker entrò. L’ambiente disadorno e squallido assomigliava più che altro ad una cella, l’arredamento era costituito da due brande ed una sedia. Su di una branda vi era una giovane donna dalle vesti lacere che giaceva a faccia in giù.
Sentendolo entrare, la donna si girò.
A Paddy sembrò che una mano misteriosa gli avesse artigliato il cuore strappandoglielo dal petto, ed ora cercasse di farglielo uscire a forza dalla gola.
“Susan!”
“Papà...oh, papà!”
Paddy vide che sua figlia era stata trattata senza il minimo riguardo, in maniera brutale: la giovane aveva il viso tumefatto, pieno di grandi lividi bluastri.
“Bambina, bambina mia!”
L’abbracciò e la tenne stretta contro di sé, mentre il petto di lei era squassato dai singhiozzi. Prese a carezzarle delicatamente il capo, come si fa con un bambino.
“Susan, tesoro”, disse quando ebbe recuperato un po’ di lucidità, “Ma chi è questa gente, cosa vogliono da noi?”
“Si tratta di Ed, papà. Ha perso molto al gioco, gli deve più di diecimila crediti. Mi hanno rapita perché sperano di ricattarlo, ma lui non li ha quei soldi, papà, non li ha!”
“Ed Kaminsky, quel buono a nulla!”
“Ti prego, papà, so quel che pensi di lui!”
“E chi è”, chiese ancora Paddy, “il gentiluomo che ci ospita con tanta generosità?”
“Benny Bosch!”
Paddy Hardstraker aveva già incontrato quel nome sulle pagine di cronaca nera dei giornali di Hermes: Benny Bosch era uno del giro del gioco d’azzardo e delle scommesse clandestine, un individuo di quel genere dal quale Paddy aveva cercato per tutta la vita di stare lontano.
Erano trascorsi approssimativamente tre quarti d’ora, quando entrò Mc Intyre con la pistola in pugno, fece loro cenno di uscire con la canna dell’arma.
“Andiamo, piccioncini”, disse, “Muovetevi”.
All’estremità opposta dell’hangar, il corridoio terminava in una sala arredata con un tavolino dal ripiano di cristallo ed alcune poltrone e un divanetto rivestiti di similcuoio verde dall’aria piuttosto logora, che davano nell’insieme l’impressione della sala d’aspetto di un dentista di modesta categoria.
Seduto sul divano vi era un uomo di mezza età, grassoccio, dall’aria gioviale ed i capelli grigi alquanto radi, indossava un abito di buona fattura ma di taglio un po’ antiquato. Ed aveva all’anulare della mano sinistra un anello che, se non era prezioso, era almeno vistoso.
“Mister Patrick Hardstraker, suppongo”, disse questi in tono cordiale, “E’ un vero piacere conoscerla, mi hanno parlato di lei come di un genio della tecnica. Io sono Benjamin Bosch, Benny per gli amici”.
“Il piacere è tutto suo!”, esclamò Paddy, “Brutto rigurgito di fogna!”
Mc Intyre agguantò Paddy per il bavero e alzò la pistola, impugnandola per la canna, contro la sua faccia.
“Ti faccio ingoiare tutti i denti, brutto...”
“No, Jan”, disse Benny Bosch, “Non è necessario”.
“Lei passa per un uomo geniale, mister Hardstraker”, proseguì imperturbabile, “ma non dimostra grande intelligenza insultando qualcuno da cui dipende la sua vita”.
“Cosa volete da noi?”, chiese Paddy, “Perché mia figlia è stata aggredita in questa maniera selvaggia?”
“Perché ha lo stesso caratterino ribelle di suo padre, e perché lei tenga presente quello che può succedere a lei, a sua figlia, a suo nipote”.
Paddy sussultò.
“Che c’entra Billy? Non osate toccarlo!”
“Cosa crede?”, rispose calmo Benny Bosch, “di poter dettare condizioni? C’è un’altra navetta in arrivo. Fra un minuto le sarà tutto più chiaro”.
Poco più tardi ci fu uno sbattere di porte ed uno scalpiccio di passi per il corridoio, entrò un uomo alto, dalle spalle e la corporatura di un giocatore di football, la mascella quadrata e l’espressione dura, che trascinava letteralmente per un braccio il piccolo Billy.
“Questo è Martin”, disse Benny Bosch in tono gioviale, “Lei non lo conosce, mister Hardstraker, ma sua figlia lo conosce molto bene: è stato lui che le ha rifatto il trucco”.
Paddy e Susan lo ignorarono e dedicarono la loro attenzione al bambino: piangeva e sembrava in stato di shock, ma non sembrava aver riportato danni fisici.
“Nonno, zia Susan!”
Paddy lo prese tra le braccia.
“Calmati, Billy, ora c’è il nonno, tutto andrà bene”.
Si rivolse verso Benny Bosch.
“Per l’amor di Dio, perché anche mio nipote, perché?”
“Diciamo”, rispose calmo costui, “che tengo molto alla sua collaborazione, mister Hardstraker, ed ho voluto avere sottomano tutti gli argomenti per essere convincente”.
“Miserabile!”
Bosch non gli stava badando, si era rivolto verso Martin.
“La vecchia?”, chiese.
“Ho fatto come mi hai detto, Benny. Domani la cara signora Sloane si sveglierà con un bel mal di testa”.
Un’altra persona era entrata dietro Martin e Billy.
Ed Kaminsky e Susan si scambiarono un’occhiata che parve un volo di scintille elettriche.
Kaminsky, con i lineamenti alterati, si rivolse verso Bosch.
“Farabutto!”, gridò, “Questo non era nei patti, a lei non dovevate torcere un capello!”
Si avventò con le mani verso la gola di Bosch, ma Mc Intyre e Martin furono rapidi a immobilizzarlo, afferrandolo per le braccia e facendolo cadere di peso su una poltrona.
“ Patti, quali patti, Ed? Per pagare il tuo debito ci hai venduti a questi delinquenti!”, gridò Susan.
“Sei un imbecille, Kaminsky”, disse Benny Bosch, “Pensi davvero che io creda che avresti trovato la maniera per pagarmi quel che mi devi? Ma il vecchio qui è la gallina dalle uova d’oro, e dovevamo fargli capire di essere pronti a tutto per fargli fare quello che vogliamo, e poi la tua dolce Susan se l’è andata a cercare”.
“Quale gallina dalle uova d’oro?”, chiese Paddy, “Volete che paghi io il debito di Kaminsky? Ho qualche soldo da parte, ma non arrivo a diecimila crediti. E poi”, aggiunse con un lampo di orgoglio, “non credo che il mio denaro sia della stessa razza del vostro. Nel vostro mondo il denaro circola in grandi quantità, va e viene, cambia di mano con estrema facilità. Il mio è denaro onesto, messo da parte credito su credito in una vita di lavoro”.
“Ma noi non siamo razzisti”, disse Mc Intyre.
“E tu credi”, disse Benny Bosch, “che ci interessino i tuoi spiccioli cuciti nel materasso? Tu, vecchio, hai qualcosa che ci interessa e ci può rendere molto di più”.
“E che cosa?”
“Non hai forse un accesso riservato ai dati tecnici della Jupiter Mining?”
“Si, ma...”
“Quindi, usando il tuo accesso, puoi facilmente ottenere un quadro completo e dettagliato di tutte le attrezzature, i macchinari, i procedimenti impiegati dalla Jupiter Mining. La J. M. È considerata l’azienda tecnologicamente più avanzata nel settore dell’estrazione mineraria, ma non è la sola di tutta la Cintura degli asteroidi. Ci sono altre tre o quattro ditte che pagherebbero molto bene queste informazioni”.
“Un momento!”, disse Paddy, “Non è così semplice. Prima di tutto, bisogna fornire un codice d’accesso che è strettamente personale: sarei subito identificato, io lavoro per la Jupiter Mining da più di trent’anni e...”.
“E la tua brillante carriera sarà bruciata, e sarai fortunato se la J. M. Si accontenterà come risarcimento di tutto quanto potrà spremerti...questa idea mi esulcera, amico mio, ma a la guerre comme a la guerre”.
Benny Bosch avvicinò la canna della pistola alla tempia di Billy.
“Avanti, vecchio, deciditi o farò saltare la testa di tuo nipote come una zucca bacata, e dopo ce n’è anche per tua figlia!”
Paddy lasciò cadere le braccia in un gesto di sconforto.
“Va bene”, mormorò, “Avete vinto”.
“Papà, non farlo”, disse Susan, “Non puoi buttare a mare il lavoro di tutta una vita per questi delinquenti!”
“Non posso rischiare la vita di Billy e la tua”, rispose Paddy.
“Ora ragioniamo”, disse Benny Bosch giulivo. Schiacciò il pulsante di un piccolo telecomando che si trovava sul tavolo. Una falsa parete della sala scivolò da parte, rivelando una sala occupata da un’ampia consolle di computer.
“Si accomodi, mister Hardstraker”, disse Bosch in tono falsamente gentile, “Qui troverà tutto quello che fa al caso suo”.
Paddy si sedette alla consolle e chiese il collegamento con il computer centrale della Jupiter Mining.
“Nel primo cassetto alla sua destra”, proseguì Bosch, troverà dei floppy in bianco, credo che siano sufficienti per trascrivere tutte le informazioni che ci servono”:
“Si”, disse Paddy, “ ma data la massa d’informazioni che lei vuole, non sarà una cosa breve, ci vorrà almeno un paio d’ore se non ha in mente qualcosa di specifico”.
Mc Intyre si avvicinò reggendo la valigetta col personal di Paddy.
“Questa le può servire?”, chiese.
“Veramente credo di no, comunque dia qua”.
Iniziò a digitare il proprio codice di accesso. Fu quello il momento scelto da Ed Kaminsky per agire: nella sua mano era improvvisamente comparsa una pistola, non un modello a pressione, ma un vecchio tipo terrestre a polvere da sparo, una pesante Smith and Wesson a canna lunga. Impugnandola per la canna, la calò con forza sul cranio di Martin e, mentre questi stramazzava al suolo, la puntò in avanti tenendo sotto tiro Bosch e Mc Intyre.
“Presto”, disse, “Filiamocela!”
Paddy si allontanò con Susan e Billy, mentre Ed arretrava continuando a tenere sotto tiro i due gangster.
Arrivarono alla porta della sala.
“Presto, Hardstraker”, disse Kaminsky, “Porti via Susan e Billy mentre tengo impegnati questi gentiluomini, non pensi a me”.
Paddy, con Susan e Billy, corse attraverso il corridoio fino all’hangar, mentre Ed, facendosi scudo della porta socchiusa, scambiava colpi di pistola con Benny Bosch ed i suoi soci.
Solo mentre saliva la scaletta che portava al portello di una delle navette, Paddy si accorse di stringere in pugno, seguendo l’abitudine irriflessa di tutta una vita, il manico della valigetta con il suo personal. Buttò la valigetta nel vano della navetta e si voltò per aiutare Billy a salire.
Pochi secondi più tardi, la navetta schizzava via dalla struttura modulare, fuori dal minuscolo campo gravitazionale del planetoide.
“Bisogna avvertire la polizia”, disse Susan.
Paddy armeggiò con la radio di bordo, “Non funziona!”
“Dannazione”, esclamò, “I comandi sono bloccati!”
Diede un pugno di disperazione sulla consolle.
“Morta come una pietra!”
Lo schermo sopra la consolle di comando si accese: era Benny Bosch.
“Hardstraker”, disse, “Nel suo stesso interesse, la smetta di fare stupidaggini. Non può fare niente, ha capito? Niente! Questa navetta è controllata dal mio computer. La sto riportando giù. Pensi a sua figlia ed a suo nipote, e non tenti brutti scherzi”.
La navetta non si allontanava più dal planetoide, ed aveva iniziato ad invertire la rotta.
Paddy Hardstraker sapeva di avere ancora solo una manciata di secondi, si guardò febbrilmente in giro alla ricerca di qualcosa che potesse usare come un’arma, ma non trovò nulla. Aprì la valigetta del personal: nel vano strumenti c’erano ancora la pistola giocattolo di Billy e la lampada a termoluminescenza su cui stava lavorando quella mattina. Prese in mano il giocattolo e lo soppesò. C’erano due bei draghi sputafiamme dipinti sui due lati del tamburo, neppure un cieco l’avrebbe presa per un’arma vera. Un momento! Il corpo della lampada era un cilindretto di vetro e metallo che aveva all’incirca le stesse dimensioni del tamburo, lo staccò e lo sostituì con il pezzo della lampada.
“Papà, cosa vuoi fare?”, chiese Susan.
“Ragazza mia”, disse Paddy, “Quando non hai in mano altro che scartine, ti tocca per forza giocare quelle”.
“Ma è una pazzia, papà, non la prenderanno mai per un’arma vera. Ti prego, non farti ammazzare”.
La navetta era tornata ad atterrare, rientrando nell’hangar della struttura modulare.
“Hardstraker!”, era la voce di Benny Bosch, “Vieni fuori o dobbiamo venire a prenderti?”
Paddy si affacciò dal portello. Là fuori c’erano Bosch e Mc Intyre con le pistole puntate, e Martin che tratteneva Ed Kaminsky bloccandolo per le spalle.
Ed era pallido in volto e sembrava sorreggersi a malapena; il braccio destro, dalla spalla al polso, era interamente coperto dal sangue che gli ruscellava giù dalla spalla vistosamente ferita.
“Non vi avvicinate!”, disse Paddy puntando in avanti la pistola giocattolo, “Non vi avvicinate o sarà peggio per voi!”
“Non fare il pagliaccio, Hardstraker”, disse Benny Bosch, “Metti via quell’aggeggio”.
“Questo è il prototipo di una pistola laser di mia invenzione”.
“E speri che io la beva? Si vede benissimo che è un pezzo di lampada a termoluminescenza incastrato in una pistola giocattolo”.
“Certo! Ho dato ai componenti della mia arma l’aspetto di oggetti innocui”.
“Fesserie!”
“Non ti avvicinare!”
“Ne ho abbastanza di questa buffonata”.
Così dicendo, Benny Bosch si diresse verso Paddy che, per un riflesso automatico, schiacciò il grilletto dell’arma giocattolo.
Dalla canna della pistola di Billy uscì una lingua di fuoco rossastra che colpì il petto di Benny Bosch aprendovi uno squarcio bruciato largo un palmo.
Vedendo il corpo del loro capo crollare al suolo senza un gemito, Mc Intyre e Martin si affrettarono a deporre le pistole e ad arrendersi.

“Non so proprio come ringraziarla, mister Osborne”, stava dicendo Paddy al funzionario della Jupiter Mining, “Lei e ovviamente la J. M. Adesso che avete dato lavoro a Ed Kaminsky, credo proprio che me lo ritroverò come genero, ha passato un’esperienza che penso lo avrà dissuaso per sempre dal gioco d’azzardo”:
“A quando i confetti?”
“Presto, molto presto”.
“Comunque”, disse Osborne, “Siamo noi ad essere in debito con lei. Quei tre potevano provarci con qualcun altro. Non esiste una procedura di sicurezza che non possa essere aggirata, e la garanzia migliore per un’azienda è la lealtà dei propri dipendenti e collaboratori. Nonostante questo, le dirò che sulle prime qualcuno dei nostri dirigenti era infuriato con lei, e ce n’è voluta per convincerlo della sua buona fede: pensavano che avesse inventato davvero un disintegratore e ce l’avesse tenuto nascosto, invece quella che ha ucciso Benny Bosch è stata proprio una lampada a termoluminescenza incastrata in una pistola giocattolo. Lo sa, mister Hardstraker, che ha veramente avuto una fortuna sfacciata?”
“Di questo sono convinto”, rispose Paddy, “ma ancora non capisco come”.
“Si figuri io che sono un amministrativo”, disse Osborne, “Ad ogni modo, i nostri tecnici hanno cercato di ripetere la sua “invenzione” con lampade dello stesso tipo e pistole dello stesso tipo, e una qualche idea se la sono fatta. Il giocattolo di suo nipote aveva la resistenza difettosa, e scaricava tutta l’energia della piastra di alimentazione nel tamburo della pistola o nel cilindro della lampada in una volta sola. La cosa più probabile che potesse capitare, era che quell’aggeggio le scoppiasse in faccia, ustionandola e riempiendola di schegge di vetro, il che è mancato poco che accadesse ad uno dei nostri tecnici”.
“E allora?”
“Lei ha avuto una fortuna sfacciata, ma forse non si rende ancora conto quanto sfacciata, o forse è stato Benny Bosch ad avere una iella nera. Lei ha una competenza maggiore della mia in queste cose. Cosa succede se si aggiunge energia ad un sistema, cosa accade a livello molecolare?”
“Che l’energia cinetica, e quindi i movimenti delle molecole, aumenteranno tendendo a dilatarsi; in pratica, se accendiamo il fuoco sotto una pentola d’acqua, bollirà, ma se si tratta di molecole di gas in un bulbo di vetro, come nel caso di una lampadina attraversata da una corrente di voltaggio troppo forte, la lampadina può scoppiare”.
“Bravo, molto bene, vede che ci sta quasi arrivando da solo? Io, senza il rapporto dei nostri tecnici, brancolerei nel buio. Lei sa che il movimento di ciascuna molecola di un gas è assolutamente casuale, statisticamente non prevedibile, e perciò esse si muovono in maniera disordinata, e il risultato è un’espansione complessivamente uniforme. La probabilità che esse si dispongano in una sequenza almeno relativamente ordinata, è talmente bassa da poter essere trascurata a tutti gli effetti pratici, eppure non è assolutamente nulla e una volta o l’altra, magari pochissime volte in tutta la storia dell’universo, doveva pur succedere”.
“Capisco”, disse Paddy, “E in questo caso, il cilindro di gas, invece di scoppiarmi in faccia, si trasforma in un getto di materia incandescente che ci libera per sempre di Benny Bosch”.
“L’universo è grande, c’è abbastanza posto perché tutti i giorni accadano eventi altamente improbabili. Le probabilità di vincere alla lotteria transplanetaria sono ridicolmente basse, eppure ad ogni estrazione c’è un vincitore. Lei gioca alla lotteria, mister Hardstraker?”
“Veramente, no”.
“Bravo, non cominci adesso; ho l’impressione che debba aver esaurito la sua scorta di fortuna in una volta sola. Arrivederci, mister Hardstraker, la Jupiter Mining sarà sempre lieta di rinnovarle il contratto, fino a quando non si sarà stufato di pasticciare coi suoi marchingegni”.
“Stia tranquillo che non avverrà molto presto. Arrivederci, mister Osborne”.
Osborne osservò Paddy allontanarsi. Caro vecchio testardo, l’onestà e il coraggio, quelli non dipendevano dal caso.

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