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Una notte d'inverno del 1943
di Antonella Anzalone
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UNA NOTTE D’INVERNO DEL 1943
Camminiamo a passi lenti nel buio. La neve scricchiola sotto le scarpe. Ho freddo. Poi qualcuno grida nel buio:”i fascisti”. Ci appostiamo con i fucili dietro gli alberi. Lontani sulla strada i fari gialli di un camion. Non ricordo chi sia stato a sparare per primo se noi, nascosti dietro gli abeti nel buio o il convoglio sulla strada. E’ successo una notte di tanti anni fa. Era un freddo inverno del 1943. Io ero il capitano Richard e il mio amico Pinin era Il Solo. Adesso gestiamo un bar-trattoria con rivendita di tabacchi sulla provinciale tra Pieve Pelago e Ponte Sant’Anna ma quello che accadde quella notte cambiò la mia vita per sempre. Nelle serate come questa, tra una briscola e un tre sette racconto la mia grande avventura agli amici del bar, mentre la Maria mesce il vino e dalla cucina arriva l’acciottolio dei piatti. L’agguato ai fascisti. Preparato da giorni. Un nostro uomo ci aveva informati che un carico di armi scortato sarebbe passato nella nostra zona. Era la nostra prima azione con “i grandi”. Io allora avevo 17 anni e Pinin 16. L’ho raccontata così tante volte questa storia, che mio nipote Mario ogni volta mi dice “zio basta con queste menate”. Ma io continuo a raccontare mentre la Maria ci versa da bere. Abbiamo sparato ai pneumatici del camion per farlo fermare sulla strada e poi abbiamo lanciato le granate. Le esplosioni hanno illuminato la notte. Lo scontro a fuoco non è durato più di due minuti, ma nascosto dietro un abete con un fucile tra le mani quegli istanti mi sono sembrati interminabili. Mi sentivo fischiare le pallottole nelle orecchie senza vedere nulla che non fosse il lampo del mio fucile e il freddo della notte mi gelava le mani e le orecchie. Poi tutto si è acquietato e nel silenzio qualcuno ha urlato di andare verso il camion. Ho corso all’impazzata con gli altri sino alla strada. “I fascisti sono tutti morti” ho pensato. “Oppure sono scappati. Caga sotto!”. I miei compagni sono saliti sul camion. Qualcuno ha cercato di farlo ripartire ma aveva le gomme a terra così ci siamo caricati le casse di armi e munizioni sulle spalle e siamo tornati verso il bosco sul sentiero che si inerpica sulla montagna. L’ ho raccontata tante volte questa storia e ogni volta risento il freddo di quella notte e il peso della cassa di granate sulla spalle. Pinin camminava davanti a me smadonnando in dialetto. Io ero l’ultimo della fila, arrancavo dietro agli altri e ogni tanto correvo in avanti per recuperare terreno. E’ stato così che sono rimasto troppo indietro e mi sono perso nel bosco con una cassa di granate sulle spalle. A un certo punto ha iniziato pure a nevicare, una neve fitta che ha cancellato le impronte dei miei compagni sul sentiero. Non sapevo più in che direzione andare allora mi sono ricordato di mio zio Giovanni, quello che aveva la fattoria con le mucche vicino a Casaletto. Mio zio che non aveva mai visto una montagna in vita sua una volta mi ha detto:”Se ti perdi in montagna inizia a scendere di quota”. E io ho fatto così: ho cercato un sentiero in discesa e ho continuato a perdermi nella tempesta di neve. Ho camminato per un tempo lunghissimo alla cieca, poi ad un certo punto ha smesso di nevicare e il cielo ha iniziato a tingersi di rosa. Camminavo verso il fondovalle quando ho visto una luce in lontananza e poi un filo di fumo che si levava da un camino. Ho accelerato il passo, la casa non sembrava lontana. Un edificio in pietra grigia con il tetto coperto di neve, accanto alla casa una stalla per gli animali e un fienile. Il cuore mi batteva all’impazzata, mi sono fatto coraggio e ho bussato alla porta. Mi ha aperto una giovane contadina con gli occhi impastati di sonno: “Cosa vuole a quest’ora? Da queste parti non viene mai nessuno”. La ragazza sbarrava con il suo corpo il vano della porta da cui arrivava la luce calda di un camino. Le ho spiegato farfugliando parole di scusa che mi ero perso nella tempesta di neve e non sapevo come ritrovare i miei compagni. Non le ho detto che ero un partigiano ma più tardi ho avuto l’impressione che lei lo avesse capito da sola. Mi ha fatto entrare con un gesto un po’ scorbutico come sono spesso scorbutiche le persone in questi paesi di montagna. Ho lasciato la cassa di granate davanti alla porta. “Se hai fame c’è della zuppa sul fuoco. Il pane è sulla mensola sopra il camino” mi ha detto. La ragazza mi ha rivolto la parola è poi e tornata a sedersi accanto al fuoco vicino ad un grosso gatto che faceva le fusa. Mi sono versato una scodella di minestra calda e sono andato a sedermi sul lato opposto del focolare. La luce del camino illuminava di vampe rosse i suoi capelli biondi lasciando in ombra il viso. “Io mi chiamo Germano Innocenzi” le ho detto. Ho usato il mio vero nome, per intero, come ai tempi della scuola. La ragazza mi osservava mangiare come incuriosita. “Io sono Alina” mi ha detto tendendomi la mano dopo un tempo che mi è sembrato interminabile. Ho preso la sua mano nelle mie. “Non capitano troppo spesso forestieri dalle nostre parti, sai?” mi ha detto ritraendo la mano troppo in fretta. “Io non sono proprio un forestiero, la mia famiglia abita dall’altra parte della montagna da molte generazioni” le ho risposto un po’ piccato. Alina si è messa a ridere. “A te però da queste parti non ti ho mai visto” mi ha detto e mi ha preso la scodella vuota dalle mani. “Vuoi altra zuppa?”ha aggiunto. Solo in quel momento ho sentito su di me tutta la stanchezza della giornata. “No grazie” ho risposto. “Si potrebbe avere un po’ di pane?”. Mentre Alina tagliava il pane alla luce del camino l’ho osservata più attentamente: doveva avere la mia età, forse un paio d’anni di più. Indossava un vestito cucito in casa di una stoffa che mi sembra fosse azzurra ma adesso non ricordo più con precisione. Era molto magra ma aveva una certa grazia. Mi sono alzato e l’ho ringraziata per il pane. Avevo ancora molta fame. La fame e la stanchezza, me ne rendo conto, non mi abbandonavano mai in quei giorni lontani. Ci siamo seduti di nuovo davanti al camino e ci siamo messi a chiacchierare come due vecchi amici. Intanto fuori si è fatto giorno e presto la luce del primo sole ha invaso la cucina. Sono rimasto a casa di Alina diversi giorni anche perché non sapevo dove andare. Ho mangiato con lei e ho diviso il suo letto dietro il grande camino. Una mattina Alina mi ha praticamente cacciato via: “Adesso è ora che tu vada” mi ha detto semplicemente e mi ha indicato la strada che porta al paese più vicino. Mi sono caricato sulle spalle la mia cassa di granate e me ne sono andato.
Sono tornato da quelle parti con Pinin nell’estate del 1945, quando la nostra brigata partigiana si è sciolta definitivamente e ognuno di noi è tornato alle proprie occupazioni di prima della guerra. In quel periodo guidavo una jeep militare americana che usavo per certi miei traffici nella provincia. Ho rintracciato facilmente il paese vicino e ho guidato sino alla casa grigia arrampicata sulle pendici della montagna. Con mia grande sorpresa al posto della casa abbiamo trovato un cumulo di macerie annerite da un incendio. Ho fermato la macchina poco lontano da quella che doveva essere la porta d’ingresso, davanti a noi solo desolazione e rovine. Abbiamo fatto un giro. Ho riconosciuto quella che doveva essere la cucina di Alina ma adesso al posto del grande camino c’era una voragine piena di erbacce.
Quella sera ho chiesto notizie della casa all’oste del paese. Mi ha detto che l’edificio era abbandonato da prima della guerra. “Una volta ci abitava una famiglia ma sono tutti morti in un incendio, sarà stato nel ’34 o nel 35” mi ha detto. Gli ho raccontato la mia avventura di quella notte di due anni prima. Si è messo a ridere di gusto:”Nelle notti di inverno da queste parti talvolta si fanno strani incontri” è stato il suo unico commento. Questa è la parte della storia che di solito mette i brividi ai miei ascoltatori. Quando la racconto nel bar si fa un gran silenzio poi la Maria si affaccia sulla porta della cucina con uno strofinaccio in mano e mentre fa finta di asciugare una tazza o un bicchiere mi domanda inevitabilmente: “Ma non è che ti sei sognato tutto quanto Germanin?”

© Antonella Anzalone



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