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Trebolo
di Gioia Nasti
Pubblicato su SITO


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“‘O ssapevo – esordì Anna fissando il marito con lo sguardo di chi ha avuto ragione dall’evidenza del fatti – Ma a te non si può dire niente, perché tiene ‘a capa tosta!” Franco guardava avanti e non osava rispondere. “E mo’? Che facciamo?”
“E che facciamo? – si chiese a sua volta Franco, poi guardandosi in giro si illuminò – Là ci sono delle luci e sono anche piuttosto vicine. Io direi di scendere dalla macchina ed arrivare al paesino a piedi.”
“A piedi??? – si voltò di scatto – Ma sei impazzito?? Con questa tormenta di neve???”
“Tesoro, è meglio secondo te rimanere qui in macchina a passare la notte al gelo?”
Anna rifletté sulle parole del marito. Effettivamente era l’unica alternativa possibile e, a guardare bene, il paesino era davvero abbastanza vicino. Poi, camminando non si sarebbero certo congelati; rimanendo in macchina, invece…
“Se tu non ti fossi intestardito a venire nonostante le pessime previsioni, ora non saremmo in questo guaio!” lo rimproverò aspramente ed urlando.
“Hai ragione. Ma ora siamo qui e dobbiamo prendere una decisione. Quindi è inutile che continui a incolparmi, tanto la situazione non cambia!” Anna fece silenzio per qualche secondo.
“Non ho intenzione di portare neanche una valigia. – disse infine – Prenderò solo la mia borsa.” Franco interpretò la frase come un cenno di assenso alla sua proposta di andare a piedi e cercò di recuperare la borsa con l’intimo per poter passare la notte in un alberghetto qualunque fino all’indomani, quando avrebbero proseguito per il paese, e l’albergo, di destinazione.
“Non c’è nemmeno campo con il cellulare. È impossibile avvertire qualcuno, perfino quelli dell’hotel, che ci staranno aspettando.”
“Certo, ti pare che non avevo provato prima di proporti la sosta forzata?” Anna guardò il marito stizzita, si voltò e cominciò ad incamminarsi verso le luci. La neve sferzava i loro volti nonostante camminassero con il capo chino. Fortunatamente, la traversata, sebbene faticosa, non fu molto lunga e ben presto raggiunsero il paesino, intirizziti ma speranzosi di trovare un posticino al caldo dove passare la notte.
“Non c’è nessuno in giro.” Franco commentò.
“E ti credo. Con questa tempesta di neve, chi vuoi che sia tanto pazzo da avventurarsi fuori?” rispose Anna acida. Franco incassò anche questo colpo senza fiatare. Appena entrati nel paese, si inoltrarono nel centro storico, prendendo una stradina stretta sulla loro sinistra. Era talmente stretta che, immaginando due persone affacciate al balcone, queste si sarebbero potute dare la mano semplicemente sporgendosi un po’. L’entusiasmo per essere arrivati cominciò a smorzarsi quando i due, proseguendo con il naso in su, notarono che le finestre erano, per la maggior parte, sprangate. Non c’era una sola finestra illuminata. Quei pochi negozi che si intervallavano ai portoni dei palazzi antichi erano, ovviamente, chiusi. La loro unica speranza restava la presenza di un alberghetto ancora aperto e funzionante. D’altronde, era pur sempre stagione sciistica, benché quasi al termine. E quella tempesta improvvisa non poteva aver impedito ai turisti di muoversi, proprio perché non era arrivata con un lungo preavviso. Loro stessi, infatti, avevano sentito la notizia alla radio mentre si apprestavano a raggiungere l’albergo che avevano prenotato e che si trovava a circa 500 metri dagli impianti di risalita.
Improvvisamente Anna rabbrividì. Franco pensò che fosse, naturalmente, per il freddo e non le chiese nulla. Ma Anna, come se avesse letto nella mente del marito e volesse smentirlo, si affrettò a rettificare.
“Questo posto mi dà i brividi. Sembra un paese fantasma.”
“Ma che vai dicendo. Tu vedi troppi film d’orrore e poi ti lasci suggestionare da semplici situazioni quotidiane credendo che non so quale evento soprannaturale possa avere o aver avuto luogo.” Franco minimizzò con nonchalance continuando a camminare in cerca di un posto dove potersi riparare. Anna non rispose, ma gli si fece più vicino, come per cercare protezione da chissà quali presenze oscure che potevano, nella sua immaginazione, aleggiarle intorno.
Finalmente, dopo una salita che li lasciò senza fiato, i due trovarono un alberghetto illuminato. Anna sorrise a quelle luminarie ancora natalizie, seppure ci si trovasse a ben due mesi di distanza. Franco, invece, sembrava tutto intento a scrutarvi dentro per poter scorgere la presenza di un portiere di notte. “Guarda tesoro, hanno fuori ancora le luci di Natale! – esordì dopo tanto silenzio Anna con aria di scherno additando alle file di luci intermittenti che pendevano dai balconi del primo piano e formavano come degli archetti capovolti sulla facciata del palazzo.
“Solo quello? Non hai visto all’interno – le chiese Franco accostandosi leggermente alla vetrata che dava sulla hall. – Qui c’è ancora l’albero di Natale e laggiù perfino il presepe.” Franco le rispose ed ammiccò, deridendo quei paesani sciocchi che tenevano ancora in piedi tutto l’apparato natalizio. Ancora una volta Anna rabbrividì senza sapere perché.
“Questo posto mi fa veramente paura.” concluse diventando seria all’improvviso.
“Ma non essere sciocca, - la rimproverò il marito, felice di essere tornato ad interpretare il ruolo del “capo di famiglia”, l’uomo impavido che si contrappone alla donna fragile bisognosa di protezione – Quanti film hai visto ultimamente? Eppure in precedenza non eri così suggestionabile!”
“Non ti sembra strano che neanche nella hall dell’albergo non ci sia nessuno? Posso capire qui fuori, ma dentro…” Franco scosse le spalle e la testa come per minimizzare il commento appena fatto e si diresse convinto e spedito verso le scale e al porta d’ingresso. Anna non riusciva a decidersi, ma infine l’alternativa di passare la notte all’addiaccio, con una tempesta di neve in atto e alla ricerca di altri alberghi la convinse a seguire i passi del marito.
La hall dell’albergo “La sciovia” era semplice ed arredato all’essenziale: qualche divanetto attorno ad un tavolino di vetro sotto il quale faceva bella mostra di sé un tappeto simil-persiano. La nota inquietante, almeno per Anna, era la persistenza di un albero di Natale e di un presepe, che, per quanto ben addobbati e realizzati con gusto, erano pur sempre “fuori stagione”.
“Dai Anna, vediamo se c’è qualcuno a cui chiedere una stanza.” Franco le propose avvicinandosi alla reception. Ma dietro il bancone non c’era nessuno. Le chiavi erano tutte appese, come a significare un albergo pieno di clienti. Eppure in giro non c’era nessuno. Franco guardò la moglie e storse la bocca, come a voler dire “non ci capisco niente”. Non poteva prendere certo una chiave perché non sapeva se le stanze erano davvero occupate e, in quel caso, neanche quali lo erano e quali no.
“Perché non ti siedi nell’attesa?” propose alla moglie ancora intimorita da quel silenzio surreale mentre fuori infuriava la neve ed il vento ululava. Anna si avvicinò ad uno dei divanetti, scegliendone con cura uno da cui potesse tenere sotto controllo l’intera situazione. Si accomodò come se avesse paura di schiacciare qualcosa e guardandosi sempre in giro.
“Vado a dare un’occhiata dentro.” Franco disse infine, ma Anna si alzò di scatto.
“Se credi che rimanga qui ad aspettarti, ti stai sbagliando di grosso. Non ci volevo neanche entrare, figuriamoci se mi va di rimanere da sola!”
“Anna, stai davvero esagerando adesso. Ma di cosa hai paura? Non c'è nessuno!”
“Appunto” rispose lei quasi sottovoce. Franco le andò incontro con fare comprensivo, si sedette accanto a lei e rimasero insieme ad aspettare in silenzio che venisse qualcuno. Passò mezz'ora, poi un'ora ma nessuno si vide. La tensione cominciò a crescere. Franco non ne poté più e fece per alzarsi.
“Dove vai?” lo bloccò sua moglie.
“Vado a cercare qualcuno. Possibile che non ci sia un inserviente, un cameriere, un proprietario, un portiere di notte in questo maledetto albergo?” tuonò con voce sempre più crescente. Erano circa le dieci e mezzo di sera quando udirono una musica, allegra e argentina. Sembrava la musica tipica delle feste da ballo. Ma da dove veniva? Il paese era deserto, ed anche l'albergo. Si guardarono ed Anna rabbrividì di nuovo.
“No, io me ne vado, a costo di morire assiderata in mezzo alla neve!”
“Ma non essere stupida! Finora non è successo niente, perché dovrebbe succederci qualcosa ora? Piuttosto, andiamo ad ispezionare l'albergo, forse riusciamo a scoprire dove sta questa gente.” Riluttante, Anna dovette seguire Franco per non rimanere sola nella hall. Cominciarono dal piano terreno, si addentrarono negli uffici, dove ogni cosa era in ordine: il computer era spento, ma la stampante era in stand-by, con la lucina accesa, il che significava che qualcuno l'aveva usata di recente. La segreteria aveva in memoria dei messaggi ed il numero lampeggiava. C'erano perfino dei documenti poggiati sulla scrivania in attesa di essere sfogliati e magari firmati. Uscirono da quella stanza ed entrarono nei bagni attigui. Anche qui la disposizione dei fogli per asciugarsi, del sapone e dei cestini per la spazzatura lasciava intendere che l'albergo fosse stato usato di recente. La sala da pranzo risultò essere in ordine e pronta per la colazione del mattino successivo.
“Saliamo al primo piano; lì c'è l'ascensore.” Anna seguì il marito rasentando il muro, così da tenere almeno le spalle al sicuro. Si infilarono nell'ascensore e Franco premette il pulsante contrassegnato con il numero 1. Le porte non si chiusero, allora Franco riprovò ed attese di nuovo. Ancora una volta le porte non si spostarono di un millimetro.
“Forse è guasta.” Anna azzardò, ma mentre terminava la frase le porte cominciarono a muoversi. L'ascensore, però, invece di salire, cominciò a scendere. E scese per ben tre piani, arrivando a -3, dove, probabilmente, doveva esserci l'ingresso dal parcheggio sotterraneo. Le porte si aprirono su un corridoio stretto e semibuio, chiuso, dal lato sinistro, proprio accanto all'ascensore, da una porta con maniglione antipanico. Dall'altra parte, invece, il corridoio proseguiva in uno squallore tipico dei sotterranei. Franco fece per uscire, ma Anna lo tirò per la giacca immediatamente dentro premendo con forza e maniacalità il numero 0.
“Ma sei impazzita?”
“Ho paura!! Voglio andarmene da questo posto da schifo!! Preferisco morire di freddo, che di
terrore!”
“Andiamo al primo piano, almeno. Diamo un'occhiata lì e poi decidiamo. I sotterranei sono brutti dovunque, lo è anche il garage sotto casa nostra, eppure abitiamo in una grande città, piena di gente e molto rumorosa." Anna acconsentì di malavoglia.
Finalmente arrivarono al primo piano. Il corridoio che si aprì davanti a loro era completamente diverso da quello visto a -3. La moquette a terra, i parati di un colore pastello sulle pareti, quadri di soggetto montano rendevano più tranquilla l'atmosfera. Si avvicinarono alle porte per provare a sentire qualche voce, una televisione accesa, un phon, dell'acqua corrente, ma non udirono nulla. Eppure la musica continuava. Veniva dalla stanza in fondo al corridoio di destra. Franco vi si diresse a passo spedito, quasi trascinando Anna. La luce era accesa e, man mano che si avvicinava, la musica diventava più forte.
Le porte a vetro erano chiuse ma da fuori non si vedeva nessuna ombra muoversi. Franco spalancò le porte, ma all'interno la sala era completamente vuota. Lo stereo era effettivamente acceso, però non c'era nessuno. Franco guardò l'orologio: le 23.00. La tempesta di neve non accennava a diminuire, sarebbero stati costretti, volenti o nolenti, a passare la notte lì. Il problema era dirlo ad Anna, la quale, era chiaro, non vedeva l'ora di fuggire da quel posto.
“In questo albergo non c'è veramente nessuno. È molto strano.” esordì Franco. Anna lo guardava, ma non rispondeva. C'era una vocina nella sua testa che non smetteva di dirle “Fuggi, fuggi.” Era l'unica cosa a cui riusciva a pensare.
“Anna, mi dispiace, so quanto desideri andartene da qui. Però dobbiamo rimanere, non è possibile uscire in quella tempesta. Non so neanche come siamo riusciti ad arrivare fino a qui ed ora la tormenta sembra essere peggiorata. Se non ti va di girare per l'albergo, possiamo rimanere giù nella hall, ma non possiamo assolutamente uscire fuori.” Rassegnata, Anna dovette arrendersi all'evidenza ed acconsentì, senza opporre grande resistenza, a scendere di nuovo a piano terra.
Andarono a sedersi sul divanetto senza parlare, con la musica che, dal piano di sopra, ancora si sentiva in tutto l'albergo, unico segno vivo in un paese fantasma. Anna rimase immobile, come sospesa in aria. Non aveva la forza di muovere un muscolo per timore che anche un lieve fruscio avrebbe potuto scatenare forze incontrollabili. Poi lentamente tese la mano verso la borsa e ne tirò fuori un libro. Lo aprì dove teneva il segnalibro e cominciò a leggere, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Franco le sedeva accanto senza dire nulla, perso nei suoi pensieri. L'atmosfera, l'assenza di un qualsiasi essere umano, la musica che andava da sola, tutto si presentava estremamente strano, eppure doveva esserci una spiegazione a tutto quello che stava accadendo. Lentamente, scivolò nel sonno, senza accorgersene. Anche Anna alla fine si addormentò e sognò.
Sognò di essere ad una festa di paese durante il periodo natalizio, in un albergo approntato per l’evento. Vedeva una quantità di gente che si divertiva, cantava e ballava dopo aver consumato il cenone dell'ultimo dell'anno. Giovani, adulti, anziani, bambini erano tutti presi dal ritmo e salutavano con allegria l'anno vecchio che andava via ed il nuovo che arrivava. Erano contenti dì essere lì, anche perché fuori c'era una tempesta di neve, mentre loro erano lì al caldo e si divertivano. La porta dell'albergo però era stata lasciata aperta e questo si sarebbe rivelato un grosso errore. Il calendario segnava 1 gennaio 2000, nuovo anno, nuovo secolo e nuovo millennio. Un colpo di spugna al 1999 andato veramente male. All'improvviso un ululato li fece fermare di botto: ultimamente se ne sentivano parecchi di ululati simili e la gente del paese si sprangava dentro. I compaesani si guardarono l'un l'altro negli occhi colmi di terrore e si diressero, come un'onda umana, tutti insieme nella hall per assicurarsi che anche quella porta fosse sprangata. Invece...
Anna li vide correre senza accorgersi di lei, che restava una spettatrice nascosta, urlando di paura, li vide arrivare giù, accanto al bancone della reception e fermarsi terrorizzati davanti al branco di lupi affamati che mostravano quei denti spaventosi. Li vide infine indietreggiare per cercare scampo ad un destino già segnato, mentre i lupi gli si avventavano addosso.
Un urlo terribile la risvegliò, facendo sobbalzare anche Franco. Era finalmente mattina e splendeva il sole. L'incubo, in ogni senso, era finito. Senza dirsi nulla, si alzarono dal divanetto e, senza chiedersi se qualcuno fosse arrivato oppure no durante la notte, uscirono dall'albergo “La sciovia”, dirigendosi verso la loro macchina lasciata qualche centinaio di metri più in là.
Sebbene il paese non avesse l'aspetto terrificante e desolato della notte precedente, era comunque ancora deserto, ma i due non si chiesero perché. Non importava, ora l'unica cosa che volevano era tornare alla macchina, partire ed andare lontano di lì. Uscendo dal paese, Franco si voltò indietro e vide il cartello con il nome del paese mezzo sepolto dalla neve. Per istinto, spazzò via un po' della neve con la mano per leggere.
“Trebolo. - disse a bassa voce - Non credo che riuscirò più a dimenticare questo nome.” Anna non disse nulla; era troppo stanca per commentare. In macchina, tuttavia, dirigendosi al paese in cui avevano prenotato l'albergo per la loro settimana bianca, gli raccontò del sogno che aveva fatto e che l'aveva svegliata.
“Sarà stata l'atmosfera, Anna. Comunque, è tutto finito. Qualsiasi cosa sia successa, o abbiamo immaginato che sia successa, è finita. Ora dobbiamo solo goderci la nostra vacanza e Dio solo sa se ne abbiamo bisogno in questo momento.”
L'alberghetto che avevano prenotato era, in realtà, una piccola pensioncina di poche stanze, molto ben attrezzata, con una piccola hall accogliente con un camino. Era molto intimo e rassicurante, soprattutto. Quando il proprietario li vide arrivare, dopo che si erano presentati, fu felice che non fosse accaduto loro niente, in quella tempesta di neve.
Franco spiegò che la macchina si era fermata nei pressi di un paesino e loro erano riusciti a passare la notte in un albergo di questo paese, in verità molto strano, in cui pareva che non ci fossero abitanti. Il proprietario dell'albergo, insospettito, gliene chiese il nome.
“Trebolo, - rispose Franco sicuro di sé - non potrei mai dimenticarlo.” Vide il proprietario sbiancarsi in volto e diventare improvvisamente serio. Cercava qualcosa sotto il banco della reception da mostrare. Finalmente, porse loro un foglio di giornale risalente a 6 anni prima, esattamente datato 2 gennaio 2000. Il titolo, che prendeva tutta la pagina in larghezza, diceva: “Sbranati dai lupi la notte di Capodanno”. Anna diede un urlo e si accasciò su una delle poltrone della hall; Franco si ricordò improvvisamente del sogno di Anna ed il sangue gli si gelò nelle vene. Lo fece presente al proprietario dell'albergo, che annuì dolorosamente.
“Trebolo - cominciò a raccontare il proprietario - era un paesino molto piccolo. Nel 1999, molti dei suoi abitanti si trasferirono in città perché l'annata era stata pessima. Il lavoro non si trovava, i raccolti erano stati scarsi e perfino gli animali si erano spinti al di fuori del bosco per cercare cibo altrove. Si sperava che il 2000 avrebbe portato un po' di buona fortuna a tutto il paese. Ecco perché il sindaco volle festeggiare l'entrata del nuovo anno nell'albergo più vecchio del paese, tutti insieme, quasi come un rito propiziatorio. Negli ultimi mesi girava voce che a Trebolo fossero arrivati i lupi, spinti dalla fame e dalla scarsità di cibo, ma nessuno voleva crederci, finché non si trovarono le prime vittime, soprattutto giovani che si incontravano nelle ore più tarde e che, tornando a casa, avevano avuto la sfortuna di incontrarne uno. Da quel momento i paesani decisero dì mettere una sorta di coprifuoco. All'imbrunire, tutti a casa sprangati dentro fino al mattino successivo.
Anche quella notte di Capodanno doveva essere così. Si erano organizzati fin dal mattino con tutto ciò che serviva e l'avevano portato all'albergo, ma uno di loro si era dimenticato lo spumante e poiché casa sua era molto vicina all'albergo “La sciovia” si era azzardato ad uscire nonostante la notte inoltrata. Gli altri lo aspettavano nella sala cinema, adibita a sala da ballo per quella sera, ma lui non vi fece mai ritorno. Un branco di lupi lo colse mentre stava rientrando in albergo e di lui rimasero solo le tracce di sangue sulla neve. Ma la cosa più grave era che la porta dell'albergo era rimasta aperta. I lupi, fiutando l'odore dell'uomo che avevano appena assalito, riuscirono a risalire fino all'albergo da cui veniva. Gli ululati, intanto, avevano richiamato i paesani nella hall e quando i lupi entrarono nell'albergo fu una carneficina. Nessuno si salvò; qui nei dintorni siamo riusciti a sapere cosa fosse successo solo perché alcuni invitati avevano la videocamera ed avevano ripreso non solo la festa, ma anche il massacro. Nessuno è più tornato a Trebolo. Solo la polizia, per constatare ciò che era successo, recuperare ciò che restava dei cadaveri e dar loro sepoltura e ripulire il tutto. Nulla è stato toccato da allora. Nelle case è rimasto tutto com'era quella notte. Anche nell'albergo non è stato mosso niente. Le luci natalizie e lo stereo con la musica ancora si accendono con un timer, la porta è sempre
aperta, pronta ad accogliere chi, come voi, può trovarsi in difficoltà. Ma c'è qualcosa che aleggia tutto intorno, come una presenza che cerchi di spiegare, a chi si avventura da quelle parti, in qualche modo, cosa successe nella notte del 1° gennaio del 2000.

© Gioia Nasti



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