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Il naso
di Vincenzo Ierace
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IL NASO

Chiuso nella sua stanza-studio ovattata, sul lato posteriore della casa, Giovanni aspettava il rientro di Enza. Erano le sette di sera, pioveva e non aveva mai visto un cielo più grigio di quello che da due giorni si intravvedeva attraverso le tende della finestra. Intuiva cosa sarebbe accaduto, ma cercava di non pensarci e di distogliere la mente da funesti pensieri.
“Questa sera dobbiamo parlare” gli aveva detto uscendo come tutte le mattine per recarsi al lavoro e con un tono fra il minaccioso e il definitivo.
Aveva così passato la giornata in casa con un peso sullo stomaco e in compagnia dell’ansia. Erano ormai alcuni mesi che il loro rapporto non funzionava più, si era spento e non trovava più stimoli e interessi. Si era chiesto molte volte il perché, ma non aveva trovato risposte soddisfacenti, anche se, da buon pragmatico qual’era aveva sempre saputo che nessun rapporto dura in eterno e la frase “ti amerò per tutta la vita” l’aveva sempre fatto sorridere: era così giunto il giorno per pagare il dazio.
Alle sette in punto sentì girare la chiave nella serratura e richiudere la porta; cominciò a sperare che lei avesse dimenticato la “minaccia” fatta la mattina, ma sentì distintamente l’accelerazione del battito cardiaco e un sudore freddo corse lungo la schiena.
“Va bene”, pensò, “Togliamoci questo dente”, mentre fuori la pioggia continuava implacabile e fredda a picchiettare sui vetri. Se almeno ci fosse stato il sole! Forse sarebbe stato tutto meno triste e doloroso.
Enza aprì la porta in modo deciso, “Ciao” disse “Come stai?”. Si sentiva dal tono che la frase era convenzionale. Era molto tesa in volto, ma anche molto determinata. Nessuna esitazione nella sua voce.
“Tutto sommato, abbastanza bene” rispose, cercando, senza risultato, di non tradire l’emozione.
Lei, in silenzio, si guardava attorno, posava lo sguardo sul divano, sulla scrivania, sui suoi oggetti di lavoro, il rivestimento in carta alle pareti, la lampada da pavimento, i tappeti. Alla fine disse: “Cerca di non interrompermi, volevo parlarti del nostro rapporto”, era seria e tranquilla, le aveva sempre invidiato quella sicurezza, “Ti sarai accorto anche tu che da un po’ di mesi le cose fra noi non vanno più come prima” – la pioggia martellava senza sosta – “Non è colpa tua, sei sempre stato molto affettuoso e attento alle mie esigenze, non c’è un altro uomo nella mia vita e sono stata bene con te fino a……”
“Ma allora cosa c’è che non va” cercò di balbettare lui evitando di incrociare il suo sguardo.
“Se mi lasci dire…..” incalzò lei.
“Possiamo trovare delle soluzioni, impostare le cose in maniera diversa” interruppe lui e, mentre parlava, si guardava attorno, posava lo sguardo su tutti gli oggetti che li circondavano e le orecchie erano tese ad ascoltare lo scrosciare della pioggia.
“Volevo dirti una cosa che da tanto tempo ho dentro di me, ma non ho avuto mai il coraggio di rivelarti” tagliò corto Enza.
“Forse è per mia madre?” disse lui, “Lo so che ha il vizio di intromettersi nei fatti nostri”, “E’ sempre stata un po’ invadente ma cerca di capire che è una persona sola e anziana, io sono figlio unico, però se tu vuoi” – sentiva chiaramente che si stava arrampicando sugli specchi – “Domani, anzi no, stasera la chiamo e le parlo chiaramente”. Enza cominciava ad avvertire un senso di disgusto e non lo nascondeva.
“Ascolta” disse con un tono che non ammetteva repliche, “Non è un problema di amore, non è un problema di madre o di nonna, funziona tutto alla perfezione, ma……” esitava.
“Ma?”
“La verità è che non ho mai potuto soffrire la grandezza del tuo naso, è sproporzionato rispetto ala testa, ed è ridicolo”, “Non ho altro da aggiungere, vado a fare le valigie, ti auguro tanta felicità”.
Detto questo si girò ed uscì chiudendosi la porta alle spalle. Lui rimase per un po’ al centro della stanza, interdetto, sorpreso, novello Cirano, ascoltava la pioggia, e non sapeva se ridere o irritarsi. Pensò solo che le donne quando vanno via non si voltano mai indietro a guardare. Poi con calma, riflettè sulle parole appena ascoltate, andò verso lo specchio e guardò con attenzione la faccia che tutte le mattine per trent’anni aveva visto in quell’oggetto riflettente e impietoso mentre si radeva e sulla quale non si era mai interrogato. L’unica cosa che riuscì a dire fu: “Cavolo, ha ragione lei!”

© Vincenzo Ierace



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