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L'uomo di paglia
di Ettore Zani
Pubblicato su SITO


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Gli oggetti sono cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive, gli oggetti non parlano, non camminano, non ricordano al posto nostro. Gli oggetti non dovrebbero spaventare e neppure ispirare un gran ché di sentimento, sono solo insignificanti propaggini della parte inanimata di questo mondo; eppure, perché un eppure ve lo aspettavate, la vita non è concetto tanto facile da ammansire, come una bestia da soma recalcitrante ad essere cavalcata si ribella, ci stupisce facendo cose fuori dell’ordinario, contrarie alla ragione comune, e ci disarciona cogliendoci in fallo quando eravamo certi d’essere a un passo, uno solo, dalla conquista della verità. Ci sono giorni in cui anche degli oggetti si deve aver paura e ci sono momenti in cui la verità e la ragione non sono le stesse che abbiamo sempre creduto che fossero.
Tornavo a casa ed era sera, una di quelle sere assolutamente comuni, sapete, quelle in cui il sole scivola languido dietro le colline ad ovest lambendo i comignoli della città, allungando le ombre fino a farle scomparire entro un buio più grande. Un buio famelico che dapprima ammorbidisce tutto: le forme e i colori dei palazzi, il cipiglio deciso dei passanti diretti a casa, il profilo sfilacciato degli alberi ai lati delle strade, e poi, inaspettato divora. Cala sulla città improvviso e tappezza di nero… ma questa è la notte ed ancora non era così tardi.
Giunto al civico venti alzai lo sguardo e salutai, aggrottando un ciglio, il portone di casa mia. Aspettavo con ansia il momento di togliere pastrano e guanti, appoggiare il bastone nel suo angolo e dirigermi veloce al camino, dove avrei trovato la legna già pronta, affastellata con cura dalla mia domestica e un fiammifero in terra per dare la fiamma. Rosemary era un’anziana signora che da un decennio ormai prestava servizio in casa mia, da quando avevo deciso di abbandonare le agiatezze della dimora di famiglia, appena discosta da Piccadilly, e trasferirmi nella più lontana Camden Town. Allora credevo di essermi allontanato abbastanza da mio padre e mia madre ma la città aveva più fame di quanta ne avesse la mia gioventù ed in breve, coi primi rintocchi del novello secolo, mi ritrovai di nuovo inglobato nella città, raggiunto dai tram, dalle carrozze, dagli autobus trainati dai cavalli, intontito dallo stridore e dal fracasso, e soprattutto, cosa ancora peggiore per me, sul percorso diretto del tram che portava a Piccadilly.
Salii le scale con il cuore ingombro, venivo proprio dalla casa dei miei genitori che per l’ennesima volta avevano insistito per farmi tornare a casa, chiesto tra le lacrime e le minacce che riprendessi gli studi o che almeno accettasi il lavoro nella fabbrica di mio padre, che abbandonassi la vita indecente a cui mi ero votato ma le loro voci si erano semplicemente mischiate al folto coro che da qualche tempo albergava nella mia mente.
Uno, due, tre pianerottoli ed ero di fronte alla mia porta. Frugavo tra le tasche del pastrano alla ricerca delle chiavi quando sentii il rumore. Sembrava un rantolo, ma era sottile quanto la lama d’un coltello. Proveniva indubbiamente da dietro la porta del mio appartamento. Poggiai la guancia sul legno nel tentativo di sentire meglio. Si trattava di un sibilo che rauco andava e veniva, ricordava forse il respiro di un malato di tisi come ne avevo veduti qualche volta all’ospedale cittadino, quando ancora frequentavo i corsi per diventare medico. Ma c’era dell’altro in quel rumore, un qualcosa che non sapevo dire, qualcosa che per quanto mi sforzassi non riuscivo a riconoscere come umano. Indietreggiai di un passo domandandomi se non fosse il caso di scendere in strada e chiamare un poliziotto ma tosto mi riavvicinai all’uscio per sentire ancora se non mi fossi semplicemente sbagliato.
Silenzio.
Doveva essere così, un abbaglio e nulla più, tutto a causa di quelle voci che non mi lasciavano in pace. Mia madre, mio padre, il mio vecchio professore, il signor Tilmann proprietario dell’emporio nel quale lavoravo; tutti convinti che le loro parole fossero più giuste delle mie. Si prendevano gioco di me, trattandomi alla stregua di un timone da manovrare a piacimento. Virare a babordo, virare a tribordo, ognuno secondo le proprie convinzioni ma mai secondo le mie.
Stavo per infilare la chiave nella toppa quando sentii la serratura aprirsi dall’interno, il clang metallico del chiavistello che scivolava indietro ed un fruscio di passi allontanarsi veloci. Sussultai preda dello spavento ma poi il battente si scostò liberando l’uscio e vidi una figura china sul camino. Era soltanto Rosemary che s’era attardata ed ora stava preparando la legna come suo solito. Mi sentii stupido per tutto il timore provato e, scrollandomi di dosso l’indolenza rimasta dopo lo spavento, varcai la soglia. La mia casa, così come era sempre stata, mi accoglieva a braccia aperte, eppure m’era rimasto qualcosa nel sangue: una sensazione di freddo che non se ne voleva andare. Gettai un occhiata nella penombra della stanza alla ricerca di tutti gli oggetti e i mobili, come se la loro presenza potesse essermi di conforto. Come se il fatto che fossero ancora lì e non si fossero tramutati in chissà quale mostro potesse rendermi felice. Mi sentii bambino ed indifeso. Ragionavo come un bambino. Esattamente come tutte le voci nella mia testa pretendevano che fossi.
Ma ecco, là in fondo la finestra che s’affacciava alla strada ed accanto la libreria zeppa, piena di libri disposti a casaccio ed impilati gli uni sugli altri laddove non v’era più posto nella scaffalatura; ed il sofà il cui tessuto si era stinto per l’utilizzo, rivelando come un ombra l’impronta del mio sedere ad imperitura memoria. Neppure il tappeto indiano, coi suoi ghirigori e il suo puzzo di fumo, se n’era volato via. Niente, nessun mostro, nessun genio della lampada.
Sorrisi dentro di me e mi volsi in direzione di Rosemary il cui corpo accovacciato sul camino era un ombra scura i cui contorni si confondevano con le pareti.
Sembrava quasi che non avesse né forma né consistenza.

- Rosemary – le dissi, - lascia pure, finisco io qui. Vai a casa.

La voce che mi rispose veniva da un pozzo profondo, da una lontananza inconcepibile e sinistra. La voce che mi rispose era un sibilo che avevo già udito.

- Non ti ricordi di me? William, davvero non ti ricordi di me?

Nel sentirmi chiamare per nome quasi svenni. Ricordavo.
Era bastata quella voce ed il tempo mi si era compresso addosso fino a far scomparire il presente. Il soffitto era calato fino al pavimento per farmi sentire quale fosse il peso del passato.
Il primo giorno nella nuova casa. Solo, senza un soldo e divorato dentro me stesso da una fame insaziabile di vita. Avevo un solo bagaglio riempito a mezzo con qualche vestito, un paio di libri e Jack.
Jack.
Allora i miei genitori non vollero mandarmi neppure un centesimo, speravano che l’indigenza mi avrebbe presto fatto cambiare idea ma tenni duro. Non volevo la loro vita, non volevo il loro lavoro né le loro fidanzate, non volevo le loro partite a bridge ed i loro thé delle cinque. Non volevo il carosello di volti imbellettati a cui partecipavano ogni domenica pomeriggio dopo la messa. Non volevo il quadro della regina in salotto e l’ipocrisia acida degli aristocratici che frequentavano la casa. Non volevo il sorriso forzato dei servitori, non volevo gli stallieri né il cappello fra le mani del capo degli operai, quando aspettava nella cucina di servizio di poter parlare con mio padre. Non volevo tutto questo.
Rimasi a Camden Town e Jack mi faceva compagnia. Mi raccontava le sue storie, le stesse di quando ero bambino. E la sua voce era un sibilo perché così mi piaceva.
Jack ero io però, non quel pupazzo di paglia che tenevo tra le mani, io ero la sua voce ed io raccontavo le storie. Io sibilavo nella penombra del camino facendo finta di avere ancora dieci anni. Ero io ad essermi perso tra le mie convinzioni, tra gli assoluti della gioventù e poi mi ero ritrovato in quel che ero diventato: Un giovane uomo con un lavoro semplice ed una domestica.

- Cosa sei diventato William? Un pavido!

- Tu non esisti, tu non esisti, Jack ero io, io, solo io…

Mi aggrappai alle tende trafitto dalla paura, scivolai sul tappeto e mi ritrovai per terra, Jack ero io, continuavo a pensare. Jack non esiste. Jack è morto.

- Io esisto William, esisto dal giorno in cui mi hai gettato nel fuoco, in questo stesso camino, ridendo di me.
- Non ridevo di te. Io non… no, ridevo di me che ancora giocavo con un pupazzo e mi raccontavo storie da fanciulli. Per questo ti ho gettato, uno stupido momento di stizza, il fatto è che io… - cercai di rialzarmi ma le forze venivano meno ed anche la vista mi sembrava offuscata. Le voci nella mia testa riprendevano vigore, mio padre mi urlava quanto fossi incapace, mia madre strillava preoccupata, Tilmann biascicava rimbrotti che a stento oltrepassavano la sua folta barba.

- Io sono solo cresciuto Jack. – finii la frase.
- Cresciuto… ah! Io sono cresciuto. Guardami William. - E si voltò per la prima volta dacché ero rientrato in casa. Era davvero lui, ma era un uomo. Un uomo di paglia. Era alto quanto me, le mani ed i piedi due moncherini legati con dello spago ed il viso un ovale giallognolo con due profondi buchi neri al posto degli occhi.
Non aveva bocca, non l’aveva mai avuta. La voce proveniva da quegli incavi infernali, più neri della notte che stava calando oltre la finestra.
La notte di Ognissanti.

- Io sono un uomo, vedi. Sono l’uomo che tu non sei mai stato capace di diventare. Tu sei piccolo William, sei rimasto piccolo perché io sono cresciuto al tuo posto ed ora reclamo ciò che è mio!

Non riuscivo a camminare ed allora strisciai. Mi diressi alla scrivania e presi tra le mani il crocefisso che vi era poggiato. Un regalo di mia madre. Lo detestavo ma lo tenni stretto esponendolo a mani giunte verso Jack.

- Vattene – urlai piangente.
- E dove? È questa casa mia.
- Vattene – ripetei
- Vattene tu! – urlo facendo tremare le fondamenta di tutto ciò che di umano mi era rimasto. Il suo sibilo era un ruggito.

Tornò a voltarsi verso il camino, raccolse un lungo fiammifero da terra e riprese ad occuparsi del fuoco. In breve le fiamme si destarono dal loro letto di ceneri. La legna prese a crepitare e la luce si fece più intensa nella stanza. Tutti gli oggetti presero a danzare intorno a noi prendendo per mano la loro ombra. Gli oggetti erano vivi.
Solo io ero ancora immobile, seduto sul pavimento con il crocifisso in mano. Lo scagliai contro jack.

- Bravo, tanto non ci hai mai creduto – mi fece scansandosi quel tanto per non esser preso. Il crocefisso cadde nel camino e si lasciò avvolgere dalle fiamme mansueto.

- Ora William, sarò io a gettare te nel fuoco – e sorrise senza bocca.



Zani Ettore – 31 Ottobre 2007

© Ettore Zani



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