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Lettera a Celeste
di Patrizia Di Donato
Pubblicato su PBSA2008


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Resta così ti prego, stretta nel tuo abito serrato da insaziabili bottoni. Attendo parole. Potrebbero fuggire davanti al sopsiro schiuso delle tue labbra. Evita perciò, lo sguardo fisso di chi si illude che il mondo finisca sul suo corpo. fai come i tuoi capelli, rimpicciolisci e nascondi il mare ondulato. Offrilo all'alba, quando timide luci si insinueranno fra le fronde abbandonate sul cuscino.
Avessi visto che papaveri quel giorno Celeste! Papaveri feriti, inutili eroi senza patria, miseri aedi dai calzari consunti. Io premevo il tabacco dentro la vecchia pipa e cantavo,quel giorno.
Sollevo un braccio e mi schiaffeggio. Una volta, un'altra ancora e il rossore accentua la fenditura sulla guancia, ricordo del proiettile di guerra. La medaglia tintinna sul bavero stinto.
Dio se è bella, ripetevano gli occhi ingordi e la sottile striscia di pizzo che mostrava a tratti le tue caviglie, sfidò il mio timore di perderti. Ti colpii forte, ancora e ancora, così come ora colpisco la mia inutile testa ossuta e canuta.
La bellezza Celeste, la bellezza è una maledizione. Regine, sguattere, principesse e meritrici. la bellezza siede fiera sul trono della giustizia. Lei una notte puntò l'indice e ti scelse. E tu fosti la mia maledetta.
Era un mattino assolato quello, in un angolo giacevano tre biciclette da riparare. il mastice era terminato e le viscere forate attendevano, ma era estate e io rimasi. Mi divertiva quel frinire amoroso e quei silenzi che pretendono risposte, come amanti con le mani ferme sui batacchi. Insetti ostinati attraversavano il baule, inciampando sugli innumerevoli chiodi conficcati fra le vene rinsecchite del legno stanco. Che uomo sarei diventato sotto la coltre di una carezza? Chiodi come mausolei, doni brutali e incontrollati, si ostinavano ad immmolare sull'algido altare di un padre assente e cattivo, un figlio odiato.
Che pretendevi da un vedovo ricurvo, con una nidiata caduta dai rami? Che fosse buono?
Com'è soffice e tiepida l'ingenuità con cui ti avvolgi Celeste.
Il carro arrivò e io mi avvicinai. Tu eri fra la gente affastellata come giornali da resa. C'erano bocche senza suono nè lamenti, solo ll cigolio delle ondeggianti ruote e l'acciottolio degli oggetti maledettamente sopravvissuti alla morte. Con il tuo corpo bello e le labbra socchiuse, scendesti e io ti amai.E' mia, urlai. La perla è mia, l'anello è mio, l'oro rubato alle tue dita. Mi seguisti ignara come un cane senza denti, ondeggiando e arrancando sulla salita. le valige di cartone si alternavano, precendendo il tuo passo. Bella. Le tue gambe guizzavano sotto il lungo abito, logoro e ruffiano. Ciocche ribelli si contorcevano al sole, facendosi beffe della biona crocchia pudicamente abbisciata alla nuca. Bella, facevo eco impaurito e teso nel celare il forziere in quella vita da briganti. Non attesi la notte per possederti e il mattino seguente ti sposai.
Quando mi dicesti il tuo nome? Non ricordo, so solo che ad un certo punto allungasti la mano e sussurasti "il mio nome è Celeste" e io risi.
Povero cavallo della Mesopotamia che affondava gli zoccoli fra le acque degli antichi laghi, povero amore mio.
Avrei dovuto sedermi, a capo chino, perchè la sferza planasse indolore, ascoltare la tua terra, respirare il tuo tempo. Non lo feci. Li meritavo quei tuoi occhi che mutavano varcando l'orizzonte, quando infierivo sulle tue labbra. Il dorso delle tue mani che asciugano i rivoli vermigli sono i chiodi che oggi battono sul mio cuore.
Ti ascolto, amore mio, dimmi come fu. Dimmi del cavallo del vetturale che puntava gli zoccoli e raspava il terreno, dondola sui tuoi fianchi belli e mostrami la montagna che barcolla come un gigante ubriaco.
Narrami delle cose che perdevano il loro senso reale trsformandosi in una massa informe.
Ti vedo sai. E' l'alba e il tegamino scivola dalle rozze mani del lattaio alle tue. Ti stai dileguando dentro il grande portone mentre scrolli con energia i suoi occhi appuntati sul tuo corpo. Sei in casa e ravvivi il fuoco del camino. Pensi a come è stupido questo inverno senza neve. Scosti la tendina e sbirci il cortile. Due donne con funeree gramaglie attraversano la strada, rabbrividisci e torni alla tua serenità. Avvampi al pensiero delle mani grandi che dormono ancora. La tua piccola gli dorme accanto. Sorridi e pensi ai loro visi mischiati. E' tutto ciò che possiedi, vero Celeste?
Poi qualcuno suona alla tua porta. Scendi ignara ma all'improvviso, la terra ride, spalanca la bocca e ingoia senza rimorso. Ti ritrovi a camminare lungo un fiume che scorre al centro della strada, fra urla soffocate.
Quando l'ira si placa, fra la nebbia di polvere, ti vedo scavare in preda al terrore, come un animale senza tana. Le mani piangono lacrime cremisi mentre invochi nomi sordi. Non ti risponde nessuno vero Celeste? Le macerie celano i corpi frastagliati di tuo marito e di tua figlia. Fa freddo e fra un po' branchi di lupi affamati scenderanno dai monti. Dividi con me questo dolore ora, ti prego.
Avezzano. 13 gennaio 1915. Ore 7,45. Cade la neve.
Sopravvivesti e giungesti in paese, il mio.
Devo spiegarti sai, come fu che non ebbi il tempo di dirti: grazie amore mio.
Guardavo il grano, quel giorno. Preparavo la pipa e pensavo che il mastice era terminato. L'acqua bolliva sulla carbonella e le donne sciamavano dentro la camera in attesa che la vostra estate si compisse. Con quattro pedalate arrivai da Gino, presi il mastice ma lui era un bastardo perciò restai. Dimenticai il peso del tempo, le biclette da riconsegnare, dimenticai te e il figlio che stavi per darmi.
Rincasai tardi.Vidi i vicini assiepati intorn o alla nostra casa. Il cuore batteva come un prigioniero. Che sta accadendo? Andate via o afferro il fucile e finisco qui la mia guerra. Corsi in camera e mi accolsero i tuoi occhi serrati, il viso esangue,candido, come se vi fosse caduta sopra una neve leggera.
Sarebbe stato il figlio a cui avresti dato i denti,le avresti sorriso afferrando le sue margherite trite.
La tua foto dondola sul mio petto. Anche quest'anno la lavanda inebria il tuo armadio.
Rincasa amore mio.
Un dolore penetra il mio cuore. Fisso l'orizzonte. Vedo una polvere lontana che avanza. La pipa rotola sul pavimento. Spalanco la bocca.Voglio gustare il sapore del tuo ritorno. tendo le braccia e ti afferro, dolce mia. Rido e lascio che il calore di questa neve plani sul mio corpo di gelo. Cado sul tuo corpo bello e là resto. Per sempre.

© Patrizia Di Donato



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