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14 luglio 1494
di Massimo Burioni
Pubblicato su PBSA2008


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Il vecchio gatto dal pelo rosso non ne voleva proprio sapere di morire. Uscì a fatica dall'acqua per la terza volta, trascinandosi dietro la corda, dalla quale la pesante pietra che i due ragazzi gli avevano legato al collo si era liberata. Comunque cominciava a dare segni di cedimento fisico e tremava. Era luglio, ma a quell'altitudine l'acqua del Tevere conservava la temperatura rigida di quando usciva dalla sorgente, situata poche centinaia di metri a monte di dove si trovavano loro, e tre bagni in pochi minuti avrebbero ammazzato qualunque gatto normale. Ma il Maragnone, il ben nutrito gatto del convento di Ogre, era una pellaccia dura, e stava rendendo il compito dei due amici più difficile del previsto.
Ultimo, dodici anni, il più grande dei due, bestemmiò tra i denti.
- Maledetto Maragnone! Questa volta la pietra te la schianto sulla testa, così facciamo prima.
Nonostante il nome, Ultimo era l'ottavo di una cucciolata di dieci fratelli, tutti maschi; Primo, Secondo, Terzo, e così via, in ordine crescente fino a Settimo, a testimoniare la poca fantasia dei genitori. Evidentemente i due, uscendo dallo schema aritmetico e battezzandolo Ultimo, speravano che il buon Dio esaudisse il loro desiderio; ma a quanto pareva non erano stati ascoltati.
In quei tempi difficili per la Chiesa di Roma, e turbolenti per il suo Stato terreno, erano ben altri i grattacapi che occupavano gli eterni pensieri del Dio dei cristiani. Quindi, l'accorata richiesta della coppia di poveri contadini, ingenuamente celata nel nome scelto per il loro ottavo figlio, era passata inosservata. Come tante altre suppliche provenienti da una umanità misera e dolente. Sicché, successivamente, erano venuti al mondo altri due pargoli a cui toccarono i nomi di Ottavio e Decio.
L'altro ragazzino rispondeva al nome più evangelico di Giacomo ed era orfano. Aveva undici anni, ma il cervello pronto per l'età adulta e la scaltrezza di chi da sempre ha dovuto cavarsela da solo. Viveva con i frati del convento di Ogre, e l'idea di fare fuori il grosso gatto era stata sua. Con le mani sui fianchi e le gambe larghe ben piantate sulla sponda del torrente, Giacomo non riusciva a staccare gli occhi dal felino che strisciava fuori dall'acqua con determinata lentezza, dimostrando ancora una volta il suo ostinato attaccamento a una delle sue proverbiali nove vite.
Bestemmiò a sua volta per non sembrare da meno e si avvicinò all'animale per acchiapparlo di nuovo. Con il pelo rosso bagnato appiccicato alla pelle, la testa del gatto sembrava esageratamente grande rispetto al resto del corpo, e questa disarmonia gli dava un aspetto ridicolo e pietoso allo stesso tempo. Maragnone, stremato dallo sforzo, si fece prendere senza opporre resistenza, e il ragazzo vide che il nodo sulla corda di canapa si era sciolto lasciando sfuggire il sasso legato alla sua estremità.
- Sei il solito coglione, Ultimo, non l'avevi legato bene neanche questa volta…
- Adesso gli spacco la testa, tienilo fermo!
- No, se sbagli il colpo rovini la pelliccia, e al convento di Vignola non ci daranno niente. Una pelliccia rovinata non vale nemmeno due rape lesse.
- Allora ci accontenteremo di vendere la carne e vaffanculo la pelliccia, i soldati della Rocca ci pagheranno bene per questa 'lepre rossa'. Quei fiorentini vengono dalla città e non sanno distinguere un gatto da un coniglio nemmeno da vivo, figuriamoci da scuoiato.
Ultimo raccolse una grossa pietra e si preparò a calarla sulla testa del gatto.
- Fermo! – intimò Giacomo facendogli scudo con il corpo – i frati di Vignola sono generosi con chi gli porta pellicce sane. Perché dovremmo rinunciare anche a una bella ricompensa, magari un bel pasto seduti nella cucina del convento? Forse ci daranno carne di maiale… uhm, già me la sento nello stomaco…
- I frati saranno anche generosi, ma i soldati pagano con moneta sonante, e la carne ce la possiamo mangiare alla locanda della Giuditta, come i signori, con un bel contorno di lenticchie e ceci, e magari ci mettiamo anche una mezza pagnotta di pane da inzuppare nel sughetto…, uhm, una vera goduria…
- …si, e per mandare giù il boccone ci facciamo portare una caraffa di vino della Pieve, come veri signori.
- Pensa che l'altro giorno, Checco Bellucci del Cotolo ha venduto a due guardie due grossi topi scuoiati e belli che arrostiti spacciandoli per scoiattoli. Se li sono mangiati sul posto, e… "un credevo che li scoiattoli fossene hosì boni!", ha detto uno di quei gonzi, pensa un po'. Checco s'è fatto dare due scudi per quei topi, capisci? Due scudi per due topi del cazzo. Come minimo per il Maragnone ce ne danno cinque, e con cinque scudi ci mangiamo per una settimana dalla Giuditta.
- Checco racconta un mucchio di balle, lo conosci, se ha detto due scudi vuol dire che non gli hanno dato più di tre o quattro soldi pidocchiosi. Alla Rocca saranno gonzi, ma i soldi non li buttano via per la bella faccia di Checco del Cotolo. Due scudi per due topi… nemmeno se me li fa vedere ci credo. Magari per divertirsi con quelle due sceme delle sue sorelle sì che glieli danno due scudi…
- Due scudi per due tope! – disse Ultimo.
A quella battuta i due amici si fecero una bella risata di complicità e poi si rimisero al lavoro con nuova energia. Giacomo tenne stretto il gatto schiacciandolo a terra e si rivolse a Ultimo:
- Dai, sbrigati scemo, prendi quella pietra più grossa lì, dietro di te, e stavolta vedi di legarla bene che non voglio passare tutta la giornata qui.

I cavalli faticavano lungo l'ultimo ripido tratto di sentiero che collegava la stretta valle del Senatello alla più ampia vallata del Tevere. I venti soldati dell'avanguardia dell'esercito di Guidobaldo da Montefeltro, scesero dalle cavalcature e proseguirono al passo tenendo i cavalli per le briglie. Presto il sudore cominciò a colare lungo le schiene protette da cotta e armatura leggera. I pesanti elmetti penzolavano attaccati alle cinghie delle selle producendo uno scampanio metallico ad ogni ancheggiare dei cavalli. Il fitto bosco di cerri e carpini che li aveva protetti dal sole e dalla vista di eventuali nemici, cominciava a diradarsi, e il drappello poté osservare a mano dritta la mole imponente della montagna che sovrastava lo spartiacque appenninico, considerato da sempre il confine naturale tra lo Stato Pontificio e i domini di Firenze. A mezza altezza, lungo il pendio del monte svettava alto, sopra le chiome dei faggi e dei rari abeti, uno spuntone di roccia che sembrava messo lì dalla mano di un dio, o di un demone, a guardia del confine. Una grande aquila volteggiava nel cielo azzurro sopra la montagna, e di tanto in tanto il suo stridulo richiamo echeggiava a lungo nella vallata apparentemente deserta.
- Questo posto mette paura – disse in tono serio uno dei soldati, senza parlare con nessuno in particolare.
- L'unica cosa che fa paura qui intorno è la tua brutta faccia… - disse un suo commilitone, e una risata nervosa uscì dalle bocche sdentate degli altri compagni, a coprire per pochi istanti il rumore degli zoccoli dei cavalli sull'acciottolato irregolare del sentiero tortuoso.
- Silenzio! – li ammonì perentorio Giovanni da Carpegna. Uomo fidato di Guidobaldo e conoscitore dei luoghi che stavano attraversando, Giovanni era stato incaricato di guidare l'avanguardia e sondare il terreno per evitare sorprese e agguati al grosso dell'esercito che li seguiva a qualche miglio di distanza.
- Ci siamo, quello è il Dente del Diavolo, da qui in poi siamo nel territorio dei fiorentini. Quindi bisogna stare con le orecchie e gli occhi bene aperti, come l'aquila che ci vola sopra la testa. Elmetti in capo, dunque, e tenete stretti i cavalli, appena terminerà la salita potrete rimontare in sella.
I soldati ammutolirono e lanciando sguardi nervosi a destra e a manca continuarono ad avanzare in silenzio, cercando di fare meno rumore possibile sul selciato sconnesso. Quando passarono ai piedi del Dente del Diavolo alcuni di loro si fecero il segno della croce e mormorarono brevi preghiere a labbra strette.
Superata la roccia il sentiero diventava più largo e pianeggiante e Giovanni da Carpegna ordinò che montassero in sella e si disponessero su due file.
- Occhi aperti e mano sull'elsa. Tra poco arriveremo sotto il monte Fumaiolo, dove Firenze possiede una rocca isolata, la Rocca del Cotolo, con una piccola guarnigione di una decina di soldati che hanno il compito di sorvegliare il confine con il Montefeltro e la Romagna, e potremmo incontrare una pattuglia di fiorentini in perlustrazione.
- Se incontriamo una pattuglia cosa facciamo? – gli chiese il suo braccio destro, Saulo da Pennabilli, un vecchio ed esperto soldato con decine di battaglie alle spalle e altrettante cicatrici su tutto il corpo.
- Gli ordini sono di impossessarsi della Rocca durante la notte, per permettere all’esercito di passare il confine senza che le staffette partano ad avvertire le guarnigioni di Verghereto e Bagno di Romagna. Se dovessero sorprenderci prima, dovremo incrociare le spade e ucciderli tutti. Guidobaldo conta di attraversare il confine entro domani, scendere verso la valle del fiume Savio costeggiando il Montecoronaro e poi risalire verso il crinale e attraversare il passo Rotta dei Cavalli, nei pressi del villaggio di Montione, allo scopo di dare battaglia in campo aperto una volta raggiunto il Casentino.
- Mi sembra un buon piano – assentì Saulo dopo qualche secondo di riflessione – dare battaglia nelle ampie vallate del Casentino, assalire Bibbiena e Poppi, per poi marciare su Arezzo. Si, mi sembra proprio un buon piano, ma molto dipenderà dalla sorpresa, quindi dovremo fare molta attenzione.
Mentre rifletteva a voce alta, con la mano destra si lisciava la folta barba grigia, in un lento gesto automatico. Anch'egli conosceva bene quei luoghi, perché quando era un giovane soldato al servizio di Federico da Montefeltro, padre di Guidobaldo, aveva attraversato quelle lande selvagge più di una volta, per scortare vari dignitari ed ambasciatori Urbinati nella città dei Medici, quando i Montefeltro ed i Signori di Firenze erano buoni alleati. Ma dopo la morte di Lorenzo il Magnifico molte cose erano cambiate, e con loro le alleanze. Adesso a Firenze erano tempi turbolenti ed incerti, c'era la Repubblica, e un frate esaltato, un certo Savonarola, tuonava contro la corruzione dei costumi e attaccava il Papa, Alessandro VI, accusandolo di libertinaggio, di condurre una vita dissoluta e di essere un cattivo esempio per i cristiani. Guidobaldo, alla testa di un esercito composto in gran parte da veneziani e lombardi, si accingeva ad attaccare i fiorentini per impossessarsi del Casentino e portarlo sotto il dominio del Papa. In cambio, Alessandro VI aveva promesso di proteggere Urbino dalle mire del re di Francia, Carlo VIII, che stava per invadere l'Italia centrale.

Ultimo e Giacomo stavano scendendo lungo il sentiero che dal Monbasso, vicino al convento di Ogre, menava alla Falera e da lì proseguiva verso il convento di Vignola. Ultimo teneva sulle spalle un vecchio sacco con dentro il gatto scuoiato e la sua pelliccia arrotolata. Senza testa e senza zampe era difficile distinguerlo da una lepre. Quando attraversarono il Tevere all’altezza del mulino della Giuditta Gabiccini, che grazie alla sua posizione all’incrocio di quattro strade faceva anche servizio di locanda per i rari viandanti, videro arrivare dal sentiero alla loro sinistra il drappello di cavalieri guidato da Giovanni da Carpegna. I due ragazzi rimasero come paralizzati alla vista di quei soldati barbuti e dagli sguardi feroci, che subito li circondarono con i loro cavalli sbuffanti e sudati.
Quello che sembrava il capo si sporse e si abbassò verso gli spaventati ragazzi che si strinsero l’un l’altro per farsi coraggio.
- Da dove venite? – gli chiese con voce tonante Giovanni da Carpegna.
I due si guardarono negli occhi per un momento, poi Giacomo rispose:
- Da… da… da lassù… dal Monbasso… si… messere… signore…
Vista la paura negli occhi del ragazzo, Giovanni cercò di sembrare più amichevole assumendo un tono meno brusco.
- E, dimmi ragazzo, avete visto altri soldati nei paraggi?
- So… soldati?
- Si, soldati. Sei forse sordo?
- No… signore, no…
- No cosa? Non sei sordo o non hai visto altri soldati?
- Io… non sono… sordo, la sorella di Checco del Cotolo è sorda… e anche muta…
- E una è anche cieca! – aggiunse in un impeto di coraggio Ultimo, come per aiutare l’amico in difficoltà.
- E chi sarebbe questo Checco del Cotolo? Un soldato della guarnigione della Rocca del Cotolo? – chiese Giovanni, che cominciava a divertirsi vedendo la paura dei due ragazzi trasformarsi in imbarazzo.
- No! – risposero i due con una sola voce.
- Checco è un nostro amico che abita al Cotolo e che racconta un mucchio di balle, e le sue due sorelle sono un po’ tocche nel cervello – continuò Giacomo picchiettandosi la tempia con il dito indice per rendere l’idea.
- Ho capito – disse il soldato – ma torniamo alla mia domanda, avete incontrato dei soldati da dove siete venuti?
- No, nessun soldato – intervenne Ultimo. Poi dimostrando una insospettata intraprendenza disse – …però abbiamo preso una bella lepre, la volete comprare?
E tirò fuori dal sacco la carcassa del defunto Maragnone, facendo attenzione a non mostrare la pelliccia rossa.
- Uhm…, bella davvero – a parlare fu Saulo da Pennabilli che, dopo avere squadrato con attenzione il ragazzo più grande e l’animale scuoiato che teneva alto con una mano, aggiunse ironico:
- Son grosse le lepri da queste parti, si cibano di gatti, forse?
- Cinque scudi e ve la mangiate – propose allora Giacomo, non avendo afferrato l’ironia nelle parole del vecchio soldato.
- Tenetevi la vostra lepre, o cosa diavolo è – disse perentorio Saulo - e mangiatevela voi, che mi sembra ne abbiate più bisogno di noi.
A quelle parole Giovanni da Carpegna sorrise, e con un gesto della mano rimise in marcia il gruppo di cavalieri sul sentiero che passava a monte delle quattro case che formavano il piccolo villaggio della Falera. Ultimo e Giacomo si accostarono alla siepe di rovi e li guardarono passare con un misto di sollievo e delusione; sollievo per la paura passata e delusione per l’affare andato male.
- Da… da… si… si… signore… - ruppe il silenzio Ultimo canzonando l’amico per quel suo balbettare impacciato davanti ai soldati – ah, ah, ah! Ti sei cagato nelle braghe Giacomo. Te la sei fatta addosso dalla paura…
- Macchè paura, idiota, solo che non sapevo cosa rispondere… – ribatté poco convincente - certo che però un po’ di paura la mettevano; con quelle barbe, i cavalli che schiumavano, le armi… chissà dove andavano.
- E chi se ne frega di dove andavano, peccato che non avessero fame, piuttosto, sennò gli vendevamo il gatto e ci risparmiavamo la strada fino alla Rocca.
- Già, invece ci tocca scarpinare fin lassù e sperare che i fiorentini ci paghino bene.

I due amici si misero in marcia, e parlottando allegramente imboccarono la scorciatoia che li avrebbe portati in meno di mezzora alla guarnigione del Cotolo.
Dopo poco sentirono uno scalpiccio di zoccoli provenire nella direzione opposta e si fermarono in mezzo allo stretto sentiero bordato di sambuchi e cornioli. Tre cavalieri fiorentini sbucarono da dietro la curva con i cavalli al trotto. Quando videro che i due ragazzi si sbracciavano per attirare la loro attenzione, fermarono i cavalli tirando bruscamente le redini e facendo contorcere i muscolosi colli delle cavalcature. I destrieri sbuffarono e scalpitarono nervosi, sputando spruzzi di bava tutto intorno. Il più vicino dei tre cavalieri si sporse in avanti, come aveva fatto poco prima il capo dei soldati del Montefeltro:
- Cosa vogliono due bastardi pidocchiosi da tre soldati della Repubblica di Firenze che vanno di fretta? – li apostrofò in tono canzonatorio.
Giacomo e Ultimo conoscevano tutte le guardie della Rocca, le quali a loro volta conoscevano tutti i ragazzini del posto, che spesso offrivano prodotti e servizi in cambio di pochi soldi.
- Scusate signore, ma stavamo giusto venendo alla Rocca per proporvi un affare molto conveniente – disse Giacomo, e con un gesto del capo fece capire all’amico che adesso toccava lui. Ultimo estrasse di nuovo la carcassa del gatto, con orgoglio la mostrò ai soldati e cominciò la sua sceneggiata:
- Abbiamo preso al laccio una bella lepre proprio stamattina, l’abbiamo scuoiata ben bene e siamo disposti a darvela per soli sette scudi. Una lepre di questa taglia non la trovate facilmente. E’ un vero affare.
- Bell’animale davvero – disse uno dei cavalieri – ma sette scudi sono belli anche loro.
- Quanto ci date? – chiese Giacomo.
- Quella lepre non vale più di tre scudi – il soldato che aveva parlato mise la mano al sacchetto di cuoio che teneva legato alla cintura e fece tintinnare le monete che conteneva. Sapeva che quel suono ammorbidiva sempre i villici durante le contrattazioni.
- Tre scudi!? – Ultimo strabuzzò gli occhi con fare offeso - ma state scherzando, signore, questa lepre ne vale almeno sei di scudi…
- Certo, almeno sei – rincarò Giacomo – i soldati che abbiamo incontrato prima ce ne avevano offerti cinque, ma noi non gliel’abbiamo mica venduta a loro…
A quelle parole il soldato fiorentino si irrigidì, ed il cavallo si mosse nervoso sotto di lui sentendo il cambiamento d’umore del cavaliere.
- Di quali soldati vai parlando, ragazzo?
- Ma di quelli che sono passati dalle quattro strade della Falera poco fa…
- Mi stai coglionando per vendermi la tua dannata lepre, o stai dicendo sul serio?
- Ma certamente che sono serio… diglielo anche tu Ultimo che non racconto balle io…
- Si signore, abbiamo incontrato un gruppo di soldati proprio vicino al mulino della Giuditta dei Gabiccini.
Il soldato scese da cavallo con un balzo, prese Ultimo per le spalle e tentando di essere il più rassicurante possibile cercò di saperne di più:
- Ragazzo, sapresti dirmi quanti erano?
- Mah, non saprei… erano molti, più di voi… io non so contare, ma di sicuro erano più di voi…
- Più di noi tre?
- Si, ma anche più di tutti quelli della Rocca…
- Erano almeno come due volte le dita di due mani – aggiunse Giacomo dopo essersi passato una ad una la punta delle dita sporche sulle labbra – erano tutti a cavallo con le armature e tutto quanto.
- Ostia! Una ventina di papalini in assetto di guerra… - intervenne il terzo cavaliere.
- Da dove venivano e dove si sono diretti, l’avrete visto no? – continuò quello che era sceso da cavallo.
- Venivano dalla strada del confine, quella che passa sotto il Dente del Diavolo, e hanno preso la strada sopra la Falera in direzione del Casentino…
Il soldato riprese le briglie del suo cavallo, con un salto rimontò in sella, bestemmiò e cominciò a lanciare ordini:
- Lapo! Parti subito, passa dalla strada dei Barattieri e va ad avvertire la Podesteria di Verghereto; riferisci che un drappello di papalini armati si sta dirigendo verso il Casentino lungo la valle del Tevere… ah, digli anche che probabilmente si tratta solo di un’avanguardia.
Quello che rispondeva al nome di Lapo spronò il cavallo e partì come se avesse il demonio alle calcagna, urlando e facendo schizzare ciottoli dappertutto. Il capo dei fiorentini si rivolse all’altro cavaliere:
- Io e te ritorneremo subito alla Rocca e decideremo il da farsi insieme agli altri… credo proprio si tratti solo di un’avanguardia e che si stia preparando qualcosa di grosso. In ogni caso, quelli ormai sono passati e a quest’ora saranno già lontani giù per la valle del Tevere.
- Ehi, signore, e la lepre? – Ultimo stava ancora lì con la carcassa in mano.
- Adesso non è il momento, ragazzo. Passate dalla guarnigione domani e vedremo – poi mise mano al sacchetto di cuoio, ne estrasse due monete e le gettò ai due involontari informatori. Gli speroni si abbatterono sui fianchi delle cavalcature e i due soldati si allontanarono in fretta sulla strada dalla quale erano venuti.

Ultimo e Giacomo, contenti come pasque per avere guadagnato due soldi senza fare niente, se ne ritornarono sui loro passi saltellando di gioia.
- Hai visto come se la sono filata i fiorentini? Sembrava che avessero visto il diavolo in persona – disse Ultimo.
- Si, mi sa che quei soldati barbuti non sono i benvenuti da queste parti. Chissà cosa succederà adesso, forse ci sarà una battaglia – rifletté Giacomo.
- Battaglia o non battaglia, noi ci abbiamo guadagnato due soldi, e a me dei soldati non me ne frega proprio niente – chiuse l’argomento Ultimo.
Giacomo annuì, e poi propose:
- Cose ne dici di andare dalla Giuditta e mangiarci un po’ di stufato di maiale, che tutto ‘sto camminare mi ha fatto venire fame?
- Ma si, andiamo a farci una mangiata al mulino; pancia mia fatti capanna! – disse Ultimo, poi guardò il compagno di avventure e aggiunse - chi arriva ultimo è un pigliànculo.
Si mise a correre con il sacco stretto in una mano e il soldo nell’altra, perché non aveva tasche buone nelle brache unte e piene di rattoppi che indossava.
- Non vale, sei partito prima…! - gli gridò dietro Giacomo, cercando invano di raggiungerlo - …tanto il pigliànculo sei sempre tu, perché sarai Ultimo fin che campi.
Quando arrivarono trafelati e sudati davanti al mulino videro un capannello di persone con al centro un ragazzino che gesticolava come un ossesso, con gli occhi fuori dalle orbite. Riconobbero subito Checco del Cotolo, e si avvicinarono curiosi anche loro. Alcuni degli astanti sorridevano e scuotevano il capo parlottando tra di loro, mentre altri sembravano più interessati al racconto del ragazzo.
- Ve lo giuro, ve lo giuro! – insisteva Checco girando lo sguardo nervosamente alla ricerca di qualcuno disposto a credergli – …prima non parlava e non sentiva, lo sapete tutti lo sapete… e adesso ci sente e chiacchiera che non la ferma più nessuno; sembra una raganella del Pantano dello zoppo! Mentre l’altra, che vedeva buio anche di giorno, adesso è lì che guarda tutto e tocca tutto, ripete i nomi delle cose che tocca e prega, ride e piange tutto insieme… che sembra più tocca di prima, sembra.
- Stavolta l’hai raccontata davvero grossa Checco – lo rimbeccò la Giuditta scrollando la testa e cercando di calmare il ragazzo che insisteva nel confermare il suo strampalato racconto.
- Vi dico che è successo un miracolo, un miracolo vero! Un prodigio! Le mie sorelle non sono più come prima, non sono più tocche… dovete venire a vedere, sono ancora lì di fronte a quel masso sotto la scogliera delle balze, e dicono di avere visto la Madonna! …la Madonna! Capite!
Al sentire nominare di nuovo la Madonna uno degli uomini presenti, Fabiano il carbonaio, un omone che si diceva avesse ammazzato un mulo con un pugno, gli mollò uno scapaccione che metà sarebbe bastato.
- Non bestemmiare la Madonna, scemo te e le tue sorelle! Adesso andiamo su alle balze a vedere, e se non è vero quello che racconti, allora te la passerai male, parola di Fabiano!
Detto questo, il carbonaio prese il rintronato ragazzo per la collottola e lo spinse in avanti, verso la strada che portava alla scogliera, seguito da alcuni dei presenti che già pregustavano lo spettacolo che sarebbe seguito di lì a poco. Gli altri si fecero qualche risata, ricordando altre grosse balle raccontate dal ragazzo in altre situazioni, poi si dispersero ognuno dietro i propri doveri.
Ultimo e Giacomo si scambiarono un’occhiata d’intesa e compatirono il povero Checco, che stavolta si era cacciato in un guaio serio.
- Che si fa, si va anche noi? – chiese Ultimo poco convinto.
- Ma sei matto? – rispose l'altro - un’altra camminata a stomaco vuoto per vedere Checco del Cotolo che si prende un sacco di legnate? Neanche per sogno. Io propongo di entrare e di farci portare quello stufato di maiale che si diceva prima.
- Hai ragione compare, e chi se ne frega di Checco e delle sue sorelle tocche!
E scambiandosi pacche sulle spalle entrarono soddisfatti nella locanda.

Il buio rendeva difficili i movimenti dei soldati, anche perché il sottobosco della macchia del Cotolo era davvero fitto e pieno di rovi che si aggrappavano alle casacche. I soldati di Giovanni da Carpegna si erano tolti le armature per essere più leggeri e per non fare rumore durante l’avvicinamento alla Rocca. La torre di guardia si trovava nel punto più alto dello spuntone di roccia che sovrastava l’abitato del Cotolo. Il corpo di guardia invece si trovava dalla parte opposta, verso nord, a poche decine di metri dal limite del bosco che circondava lo sperone roccioso. In campo aperto. Quindi per dare l’assalto occorreva attraversare un tratto di prato ed esporsi al tiro di eventuali vedette.
Arrivati alla fine della fitta macchia, i primi tre del gruppo partirono ad un cenno di Saulo da Pennabilli e corsero fino al basso muro di cinta della semplice costruzione a quattro lati che ospitava i soldati fiorentini. Vedendo che tutto era tranquillo, altri gruppi di tre o quattro soldati raggiunsero ad intervalli regolari il muretto, e si disposero in modo da poter dare l’assalto da diversi punti contemporaneamente. Aspettarono alcuni minuti, poi Saulo diede ordine di attaccare facendo il verso della civetta.
Sotto un cielo stellato così terso che le stelle parevano essere a portata di mano, ma senza luna, gli assalitori scavalcarono il muretto, si diressero svelti verso le porte e le finestre della costruzione, e senza indugi fecero irruzione all’interno dell'edificio con il cuore che batteva forte in gola. Spade e corti pugnali in mano, pronti a sgozzare chiunque avesse opposto la minima resistenza.
I sei soldati che trovarono all’interno furono colti di sorpresa mentre stavano dormendo. Ancora non si erano resi bene conto di cosa fosse successo che già il commando li aveva legati e imbavagliati. Non un grido era uscito dalla bocca dei fiorentini e non fu necessario uccidere nessuno. Tutte le armi, balestre, archi, lance e spade vennero ammonticchiate in uno sgabuzzino che fu chiuso a chiave da Giovanni di Carpegna in persona.
- Chi comanda qui – chiese Giovanni a nessuno in particolare.
- Uno dei prigionieri mosse il capo per farsi notare e gli fu tolto il bavaglio. Per sicurezza Saulo gli passò il pugnale affilato sotto il mento per fargli capire che non doveva gridare.
- Io ho il comando della guarnigione – disse il soldato dopo avere preso fiato, ma senza mostrare segni di paura.
- Quanti siete?
- Nove in tutto, tre stanno sempre di guardia sulla torre, notte e giorno.
- A che ora è previsto il cambio di turno?
- All’alba.
- Rimettigli il bavaglio – ordinò Giovanni.

Il sole spuntò dal suo nascondiglio estivo, dietro i Sassi di Simone e Simoncino, e illuminò la bella vallata coperta di boschi e solcata da uno spumeggiante giovane Tevere. Incastonata tra il Fumaiolo a nord e l’Alpe della Luna a sud, la prima valle su cui scorreva il fiume venerato dagli antichi romani era un tripudio di verde. I primi raggi di sole di quel giorno illuminarono sei soldati del Montefeltro mentre scendevano dal sentiero che portava alla torre con gli ultimi tre fiorentini legati. Si erano vestiti con i panni e le armature degli altri prigionieri e li avevano colti di sorpresa tra lume e scuro.
Giovanni da Carpegna radunò tutti i suoi uomini e si complimentò con loro e con Saulo da Pennabilli per il buon esito dell’assalto che avrebbe garantito l'invasione a sorpresa del Casentino.
- Bene, quello che eravamo incaricati di fare l’abbiamo fatto, nel migliore dei modi e senza spargimento di sangue. Saulo, fai portare i cavalli e le armature e organizza la permanenza di una decina di uomini che tengano sottochiave i prigionieri nel sotterraneo. Poi verrai con me a raggiungere Guidobaldo per dargli la buona novella. L’esercito potrà arrivare in Casentino senza incontrare ostacoli, e noi riceveremo forse un meritato encomio.
Mentre veniva chiuso a chiave nel buio del sotterraneo insieme ai suoi commilitoni, uno dei prigionieri sorrise pensando a Lapo. A quell’ora le staffette della Podesteria di Verghereto stavano sicuramente galoppando verso Poppi e Bibbiena per allertare le forze di difesa e preparare una degna accoglienza ai papalini.

© Massimo Burioni



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