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Vito lo Crasto
di Maria Grazia Armone
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“Vito Lo Crasto ammazzau a Turi, u picuraru!” Chi avrebbe potuto dormire in una notte come quella? Come api che sciamano, accorsero tutti, vicino alla contrada Casanova, all’uscita del paese.

Arrivarono di corsa, ansanti, ma giunti sul luogo dove era accaduto il fatto ammutolirono di colpo. Il silenzio irreale in quella calda notte d’estate, le stelle accorse curiose e l’aria ferma, carica di scirocco, contribuivano a dare maggiore solennità al triste scenario.

Fra i curiosi, chi l’aveva, si tolse la coppola o il cappello in segno di rispetto, non per il morto, ché quello pure da morto carogna era e carogna restava.

Tanti fra i presenti avevano ricevuto torti dal pecoraio ucciso: era spavaldo, crudele e prepotente. La folla che si era radunata era ammutolita per lo stupore.

Non si era ancora raffreddato il cadavere che “Vito Lo Crasto” così soprannominato per via delle corna, portate con pazienza ed umiltà, aveva riacquistato la dignità e con essa il suo vero nome: Vito Lo Castro; era tornato ad essere di nuovo un uomo.

Avrebbe dovuto farlo prima, pensavano le persone accorse.

I carabinieri, facendosi largo fra la folla, trovarono Vito in stato di trance, vicino al corpo senza vita, intento a guardarsi le mani.

Si lasciò condurre via docilmente; solo il pudore gli impediva di piangere poi vide Maria in mezzo alla folla ed i suoi occhi si velarono di lacrime. Chi si sarebbe preso cura di lei e delle due bambine?

Vito era talmente abituato a sopportare che non fece caso al fatto che man mano che passava la folla si apriva, nessuno gli belava dietro, né gli fecero il segno delle corna.

Per quanto ne soffrisse Vito aveva cercato di curarsi il meno possibile di queste cose.

Lui era un uomo semplice: voleva essere un bravo marito, un buon padre e un onesto lavoratore.

Mentre si lasciava portare via non smise per un attimo di pensare a Maria. Come avrebbe potuto proteggerla dalle maldicenze e dalle ostilità della gente?

Lui, una come Maria non se la meritava, era troppo bella per lui ….

Non era colpa di sua moglie se la mala sorte lo aveva costretto a macchiarsi le mani di sangue.

Quando si erano sposati, anzi prima fujuti e poi sposati, perché lei era minorenne, erano stati assai felici.

Era una perfetta donna di casa, un’amante appassionata e con chiunque parlava aveva il miele in bocca; ma quegli occhi neri la carnagione bianca ed il suo sorriso smagliante rappresentavano un pericolo per le vicine “schiette” e maritate.

Lei era “forestiera”, era giovane, sola ed aveva sposato Vito sul quale tante ragazze in età da marito avevano posato gli occhi.

Aveva ragione a ‘zza Nunziata, che in ottanta anni di vita ne aveva visto di cotte e di crude, conosceva la vita e aveva pietà della bellezza di Maria; chetava le malelingue delle vicine rassicurandole come poteva.

Maria era una brava ragazza e tanta bellezza non le avrebbe portato fortuna.

Dal matrimonio nacquero due bambine: Concetta, bella come la madre, e tre anni dopo Carmela, graziosa, seria e intelligente.

Le giornate trascorrevano tranquille: Maria teneva linda la casa, cantava mentre sbrigava le faccende domestiche, allevava le bambine e aveva un marito che la adorava, sentiva che non poteva desiderare altro.

Ma tutta questa felicità non poteva durare in eterno.

Per alcuni mesi le finestre di case sua rimasero chiuse, Maria non cantava più; faceva le stesse cose di prima ma in modo meccanico, da quando era morta sua madre si sentiva molto sola, era triste e afflitta.

Anche il suo dolore veniva spiato dalle comari; nemmeno gli abiti neri riuscivano a castigare la sua bellezza, quando usciva, col suo passo leggero e gli occhi bassi la guardavano ammettendo, con disappunto, che sembrava la Madonna Addolorata, togliendole i peccati, tuttavia le implacabili vicine aspettavano senza arrendersi che Maria commettesse il passo falso.

Vito soffriva a vedere la sua sposa così avvilita e le propose di venire in campagna con lui, le bambine si sarebbero divertite e anche lei avrebbe cambiato aria.

Avvenne così che in ventosa giornata di primavera anche Maria si sentì rinascere; stava lavando i panni e senza accorgersene riprese di nuovo a cantare.

Turi, il pecoraio, fu attratto dalla sua voce di sirena e cominciò a pensare a un modo per avvicinarsi a lei, come fece il serpente con Eva.

Studiò la situazione pensando ad modo educato di avvicinarsi a Maria.

Un giorno venne a chiedere l’acqua fresca del pozzo, galantemente si tolse la coppola, parlava con Vito che invece dell’acqua gli aveva offerto un buon bicchiere di vino rosso ma i suoi occhi non lasciavano Maria.

Pian piano divenne naturale che Turi si fermasse a trovare Vito e la sua famiglia, portava la ricotta appena fatta, faceva finta di scambiare due chiacchiere con Vito ma i suoi sguardi si rivolgevano a Maria e si facevano più audaci.

Dal canto suo Maria era turbata, lo cercava anche lei con gli occhi quando credeva di non essere vista. Cominciarono così una serie di schermaglie che tolsero la pace alla povera donna.

Il suo istinto di femmina le aveva fatto capire che i fatti raccontati da Turi erano delle smargiassate, dette solo al fine di sminuire quel gigante di Vito ai suoi occhi.

Turi non tralasciò niente: tempo ne aveva; quella la parte più bella del gioco: cogliere il frutto quando era maturo.

Fu premuroso e attento nei confronti delle bambine, portava loro qualche primizia rubata nelle campagne circostanti, ma non riuscì a conquistare la piccola Carmela.

Come se avesse intuito qualcosa lei lo incalzava con una fredda ostilità, sentiva degli oscuri presagi ma non riusciva a capire perché ultimamente mamma era diventata nervosa e trasaliva per niente.

Un giorno arrivò la conferma ai sospetti di Carmela: mamma soffriva di una forte emicrania e non volle venire in campagna con loro.

Lasciarono Maria a casa con qualche senso di colpa perché era la stagione della mietitura, una vera festa, specie per i bambini che stavano tutto il giorno a caccia di grilli e lucertole, la sera ballavano insieme ai grandi e poi crollavano addormentati sui covoni.

Quando Maria rifiutò di andare in campagna stava davvero male: era pallida, nervosa e mandò le bambine col padre dicendogli che un po’ di riposo le avrebbe giovato.

Il vento della sciagura che si era abbattuta in casa di Vito arrivò fino in campagna mentre stavano per fare ritorno a casa, messe le bambine a dormire sul carretto, quando un vicino di casa premuroso venne a riferire a Vito che Maria era scappata con Turi.

Vito, lentamente montò sul carretto e senza dire una parola si avviò verso casa.

Una parte del suo cuore si era lacerata ma lui andò avanti lo stesso.

Adesso in paese tutti si aspettavano che Vito con due soli colpi di lupara si riabilitasse uccidendo quella femmina disonorata di Maria e Turi che approfittando dell’amicizia lo avevano tradito e macchiato per sempre la sua reputazione e quella delle ragazze.

Chi le avrebbe più volute per mogli?

Carmela, aveva solo dieci anni, eppure si sentiva in dovere di proteggere il padre, la sorella maggiore e perfino la reputazione della madre.

Allontanò, con sospetto, le premurose vicine per non far trapelare nulla di più di quello che sapevano, bastò il suo ostile mutismo a dileguare le pettegole.

Solo a “ ‘zza ” Nunziata che aveva sempre voluto bene a Maria era consentito rientrare in casa e vegliare sulle ragazze.

Due mesi dopo, l’eco non si era ancora spenta, era una tiepida notte d’autunno fiocamente illuminata da una falce di luna quando si sentì arrivare un carretto che si fermò davanti alla casa di Vito.

Bussarono sommessamente e quando Vito aprì la porta vide i suoi cognati, i due fratelli di Maria, che, l’avevano riportata a casa , avvolta in uno scialle nero.

C’erano voluti due mesi di affannose ricerche per ritrovarla e per non passare loro stessi da cornuti ma l’avevano trovata e portata dal marito.

Maria aveva gli occhi tumefatti, le labbra spaccate e gonfie, la mano fasciata e chissà che altro le avevano fatto.

Il trattamento riservato a Turi non dovette essere migliore perché quando tornò dalle sue pecore camminava appoggiandosi ad un bastone ed aveva un braccio al collo. Col sorriso crudele e beffardo Turi raccontava di essere caduto da un dirupo mentre inseguiva una capra.

Nonostante le precauzioni prese per evitare altri scandali tutto il vicinato seppe che Vito si era ripreso la moglie e quando aveva constatato le ecchimosi e tumefazioni che i cognati le avevano fatto si era mostrato duro con loro e senza alzare la voce li aveva buttati fuori di casa intimandogli di farsi i fatti loro.

I cognati, che non erano diversi dagli altri, si sentirono oltraggiati e furono i primi a dire a tutto il paese che le corna che portava in testa se l’era giustamente meritate.

Vito era costernato per la moglie e si prese cura di lei con una tenerezza materna, per alcuni giorni trascurò la campagna, poi diede istruzioni alle figlie a all’anziana vicina di non lasciare Maria da sola un attimo per cambiarle le fasciature, rifare gli impacchi e imboccarla con brodo ristretto di gallina che lui stesso aveva preparato.

La lunga convalescenza di Maria fu anche convalescenza dell’anima ed insieme ai lividi ed alle fratture cominciarono a sanarsi le ferite interiori.

Sapeva di aver recato un male irrimediabile al marito ed alle figlie, soffriva ancora quando pensava ai momenti di passione con Turi perché ora che lo aveva conosciuto bene sapeva quanto era perfido e crudele.

Quante volte l’aveva umiliata picchiata ed insultata e lei per paura gli aveva giurato eterna sottomissione. Non capiva cosa volesse dire, quel rozzo pecoraio, ma era atterrita quando si ricordava che lui le aveva detto che un giorno sarebbe venuto a riscuotere un conto ancora aperto tra di loro.

La sua condotta aveva avallato le profezie delle vicine che volevano che lei fosse una poco di buono, le aveva tolto la pace, l’onore e quel poco di rispetto che in tanti anni di condotta irreprensibile si era guadagnato; ma Turi che altro poteva ancora pretendere da lei?

La già scarsa vita sociale di Vito, che non era uomo da osterie, divenne inesistente.

Agli occhi dei compaesani era diventato lo zimbello di tutti e da tutti veniva evitato.

La gente è una belva assetata di sangue può tollerare una disgrazia ma non capiva l’amore che Vito continuava a dimostrare a Maria.

Un marito abbandonato viene compatito, ma un marito che ha la vendetta a portata di mano, che ha la legge dalla sua parte, e non la sfrutta per il proprio onore e la propria dignità è cornuto, e tale tolleranza può diventare contagiosa.

Vito era cornuto “pacinziusu”, cornuto con l’aggravante di non aver ripudiato o ucciso la moglie ma di trattarla come una regina. In poche parole non è più un uomo.

Chi sceglie di cambiare le regole del vivere comune ne paga le conseguenze. Questa era la situazione nella famiglia di Vito.

Maria era consapevole del prezzo della sua colpa pagata ogni giorno dal marito e dalle figlie così non aveva nessuno a cui raccontare i suoi timori. Era meglio non parlarne neanche a “‘zza” Nunziata che le mostrava sentimenti materni.

Passò altro tempo e intanto da madre guardava con tenerezza le due figlie diventare due donnine, forse fin troppo serie per loro età.

Erano passati quasi due anni da quei terribili giorni le sue ansie erano scomparse, si era in pieno carnevale.

Per rendere un po’ più allegra la serata Maria pensò di impastare due zeppole cosi le ragazze e Vito sarebbero state più allegri.

Maria, aveva le mani impastate, l’olio sfrigolava nella pentola, stava iniziando a tuffare i dolci nell’olio bollente, quando con una folata di vento si aprì la porta del cortile, pensò di non aver chiuso bene la porta e si ripromise di farlo subito dopo, non si era resa conto che silenziosamente era entrato Turi.

Maria intenta nel suo da fare, si rese conto della sua presenza solo quando se lo trovò dietro: riconobbe la risata crudele, che da parecchi mesi non frequentava più i suoi incubi.

Senza dire niente le mise una mano davanti alla bocca, la spinse contro il tavolo della cucina e la violentò.

Uscì ridendo e prima di scomparire in mezzo alla nuvola di olio bruciato e zeppole le disse cosa voleva: ormai lei non lo interessava più! Però sua figlia Concetta si era fatta molto carina era lei il debito che aveva ancora da riscuotere, avrebbe fatto diventare presto Concetta una donna: come aveva fatto con lei!

Maria era una donna fragile e dura come un diamante.

Andò in bagno vomitò, si lavò, ripulì tutto, arieggio la casa si rimise al lavoro ma era diventata una tigre in gabbia,avrebbe voluto fare qualcosa ma si sentiva impotente .

A Vito i dolori e gli anni di isolamento avevano acuito i sensi e poi si rendeva conto che Maria sorvegliava le figlie con l’occhio di rapace, trasaliva per un nonnulla, ed aveva perso la tranquillità faticosamente riguadagnata, e poi dimagriva a vista d’occhio.

Nonostante ciò Maria teneva la bocca cucita pure con Vito, non era il caso di dargli altri dispiaceri . Alle sue domande rispondeva che non aveva niente.

La vita di Maria era un inferno: notti insonni ad aspettare l’alba, gli occhi aperti nel nero della notte, il senso di schifo e di vergogna di cui non riusciva a liberarsi.

Soffocando nell’angoscia sentiva il respiro di Vito, l’urlo del vento, e il tormento della sveglia che scandiva i minuti che l’avvicinavano ad un nuovo giorno fatto di incubi.

Nonostante ciò Maria non allentò mai la sorveglianza sulle figlie.

Venne un’altra primavera le giornate si allungavano i lavori in campagna aumentavano e Vito rincasava più tardi.

Adesso per lei le vicine ostili erano quasi un conforto, le vedeva sedute a crocchio impegnate a rammendare calzini e a sparlare, ma in caso di pericolo avrebbe potuto urlare e chiedere aiuto.

Lentamente arrivò l’estate lei dalla finestra spiava l’arrivo di Vito e per non far sentire prigioniere le ragazze le accordava il permesso di andare a sedersi davanti alla porta con un libro o un lavoro in mano.

Quella sera Vito tardava ad arrivare ……..

Era un caldo pomeriggio di luglio, Vito prima di tornare a casa aveva riempito un paniere di fichi, una bisaccia di pomodori e prima di mettere via gli attrezzi da lavoro diede un’occhiata tutta intorno alla campagna.

Si stava avvicinando al carretto per riporre le bisacce e si trovò faccia a faccia con Turi.

Non fu nemmeno la sorpresa di vederselo davanti, né il fatto che costui gli ridesse in faccia, con quei suoi denti da lupo, a provocarlo.

Turi non aveva la forza e la prestanza di Vito, ma si sentiva “uomo di panza” e aveva diritto a fargli qualsiasi soverchieria tanto aveva di fronte a se l’uomo che aveva reso cornuto e quindi poteva umiliarlo e provocarlo come e quando voleva.

A dirla tutta Turi si sentiva offeso dalla dignità con la quale Vito portava a spasso le sue corna, quasi che lui non gli avesse fatto nulla.

Sempre sorridendo gli si avvicinò e per provocarlo lo rassicurò dicendogli:”Non ti scantare che a Maria non la voglio più ….. però Carmela si è fatta grande, che ha quindici anni ora? Cresce bene! Più bella di sua madre diventa.”

Voleva continuare a canzonarlo, perché era così nella sua natura, pure quando andava a caccia la sua preda, prima di morire, doveva soffrire.

Tutto si svolse in un attimo, anche la rabbia che Vito aveva tenuta nascosta per tanto tempo venne a galla subito, e non gli diede il tempo di riflettere.

Il silenzio di quei pochi istanti era interrotto dal frinire delle cicale, uniche testimoni. Cosi Turi non si accorse nemmeno che Vito aveva preso dai pantaloni il falcetto e senza un istante di esitazione gli tagliò la gola.

Il sole era già calato nel cielo rossastro e Vito rimase lì guardando la terra che rapidamente asciugava del sangue del malo cristiano; ci mise qualche minuto a morire e Vito continuava a fissarlo e restò lì in attesa .

Li avrebbero trovati …. lui aveva provato a restituire a se stesso e a Maria un po’ di pace le sue bambine erano al sicuro, lui era diventato assassino non per onore ma per amore.

© Maria Grazia Armone



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