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Tomás
di Laura Bevilacqua
Pubblicato su PBVAMP


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Mi chiamo Tomàs.

È un bel nome, Tomàs, ha un suono austro-ungarico, antico, polveroso, ma non lo troverete sulla mia carta d'identità, né in qualsiasi altro documento.

È solo mio. Mi appartiene.

Quanto al resto, beh, a che serve il cognome se non a pagare i debiti o firmare i conti, o, magari, a… sposarsi?

 

Dunque, Tomás.

Ti chiederai cosa mi spinga a scriverti, dopo così tanto tempo.

Un impulso vanesio, immagino, una ditata su quel tavolo cosparso di polvere; perché di polvere si tratta e di un piccolo segno che, domani, sarà cancellato da altri.

Tomàs.

Provi a sillabarlo, Rachel?

T.O.M.A.S.

 

Mi hanno detto, o mi piace immaginarlo, che sono nato in casa.

A quei tempi era l'unico modo; tra urla e gemiti e levatrice svegliata nel cuore della notte (sempre intempestivo, vero, Rachel?)

Nella confusione che ne è nata (noti il gioco di parole, piccola mia?) sono uscito dal buio anticipando i tempi, di molto, credo.

Sarebbe potuto sembrare desiderio di vivere e invece…

Mi hanno scaldato tra due bottiglie di acqua bollente protette da asciugamani profumati e spessi.

Così mi hanno detto, o l'ho solo immaginato.

Ho ricordi confusi di quei momenti. Del resto, chi non li ha?

 

Rachel.

E' un bel nome, Rachel. Quell'accento spostato sulla prima "e" chiusa e scivolato via sulla seconda, impercettibile.

La dolcezza della elle, l'asprezza della erre.

R.A.C.H.E.L

 

Sono nato con te.

Dunque, tu mi hai salvato, o sono stato io, Rachel?

 

Che sciocchezza, vero?

Io non ho mai vissuto.

 

Eri un essere grinzoso e livido.

Hai aspettato a respirare in attesa di qualcuno che non arrivava mai. Volevi addormentarti, allora, vinta, ma ti hanno ripresa per un soffio e ti sei messa a piangere.

Era un pianto disperato, Rachel.

Scusami, non è colpa mia.

Io ero lì. Con te, ma tu non lo sapevi.

Sono sempre stato con te.

Dovevo dirtelo, ma non ne ho mai avuto il coraggio.

Ora ci provo anche se è tardi, forse.

Mi perdoni Rachel?

Io ti ho perdonato.

Sempre.

 

Del resto non ho il senso del tempo.

Ora mi trovo qui, ma ci metto solo un attimo a frugare tra le cianfrusaglie rimaste nei cassetti e nei nostri pensieri e a perdermi in un groviglio di specchi.

Mi sono perso tante volte, Rachel.

Mi sono perso con te.

 

Nelle foto hai un'aria spaurita.

Raramente ridi, ma quando lo fai sei radiosa.

Una bambina appartata, chiusa in un suo spazio-tempo.

Parli da sola e pensi.

Hai bisogno di pensare. A chi pensi, Rachel?

Io ti seguo, non visto e, allora, hai una specie di trasalimento, un'aria furtiva.

Ti manco Rachel?

Io sono sempre con te.

 

Ricordi, piccola mia?

Ricordi quei suoni attutiti, tutto quello spazio e quel silenzio scandito da battiti.

Stavamo così bene al caldo, protetti.

Quando è successo tutto quello che è successo?

Quando?

IO ti sentivo, un dondolio leggero, una specie di sciacquio di onda rifratta.

Galleggiavamo. Piccoli mostri mutanti.

 

Di notte, mentre dormi, mi avvicino e ti sfioro i capelli con le dita.

Sono così leggeri i tuoi capelli. Appena soffio si spargono sul cuscino.

Un po' del tuo sangue è mio, Rachel.

Lo sai vero?

Ti agiti e parli, parole sconnesse.

Chi sogni, Rachel?

 

Ti sentivo fremere, un rigurgito di carne. Ci separava una parete elastica, sottile che non mi impediva di respirare con te; piccoli colpi regolari che impazzivano, di tanto in tanto, per poi calmarsi, placati.

Quando sono scivolato via, Rachel?

Quel momento mi sfugge; ero distratto, forse.

Non volevo andarmene, Rachel.

Io volevo stare con te.

 

Un giorno ti ho vista mentre ti guardavi allo specchio.

Avevi un'aria scherzosa, sembravi giocare con la tua immagine.

Mi piace quando ridi. Sei bella, Rachel

La tua immagine.

Ti assomiglio?

 

Galleggiavo sempre più lontano affannato, spaventato, recluso, solo, sempre più stanco.

Una goccia di sangue e pelle.

Cominciavo solo allora.

Cominciavo ad essere.

Sei tu che mi hai respinto, Rachel?

Non volevo andarmene Rachel.

Io volevo essere te.

 

Sei così fragile.

Da lontano sembri un'adolescente con quelle braccia magre e le gambe lunghe, eppure, quanto tempo è passato?

Rachel?

C'è un'antica stanchezza nei tuoi movimenti e nello sguardo senza tempo, una specie di nostalgia.

Vorresti tenere sempre con te le persone che ami.

Non le lasci andare e, nello stesso tempo, vorresti restare sola.

Ti soffocano o sei tu che li soffochi, Rachel?

Come hai fatto con me.

 

Sui testi di medicina li chiamano "gemelli evanescenti", quelli che non ce la fanno, risucchiati dall'altro che, invece, vive.


Cannibalismo.

Questo è stato.

Come hai potuto?

È per questo che sei così triste, Rachel?

 

Non devi.

Non è colpa tua, e nemmeno mia, del resto.

Che importa?

È stato il caso.

Potevo essere io a sopravvivere.

Io ti ho salvato, o… sei stata tu, Rachel?

© Laura Bevilacqua



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