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Giovanna e la Ferrari
di Giuseppe Butera
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Giovanna tornò a casa e non vi trovò nessuno. Concettina, vabbé, era in collegio, Vanniddru e Munniddru, per i fatti loro, ciascuno con i propri amici ammaccabàsole, ma Ninniddru, come mai non era come al solito a fare i compiti?
Il sangue le salì alla testa e la scena mai dimenticata della scomparsa del figlio piccolo quando era proprio piccolo, le invase il cervello come un lampo.
A quei tempi, Giovanna, vedova da qualche mese, aveva un'anziana serva, il cui unico compito era quello di badare al bambinello e, quando a questi non erano neanche spuntati ancora i denti di latte, era lei a masticargli il pane con i pochi denti che le rimanevano. E in un attimo di distrazione della vecchia balia asciutta, il piccolo era scomparso. Incredibile, ma vero.
In preda alla disperazione, Giovanna si appigliò a tutte le ipotesi e congetture che le elargivano a piene mani la sorella Enzuccia, la vicina Fofa, la comare Filomena, il putiaro don Ciccio, tutti. Alla fine, con uno sforzo immenso per cercare di frenare il batticuore, Giovanna prese la decisione più giusta, approfittando del pomeriggio ancora luminoso di piena estate: ricorrere all'abbanniatore.
L'abbanniatore era un omone dalla pancia rispettabile. Dotato di una voce stentorea, si guadagnava il pane gridando il giorno intero ai quattro venti gli annunci che gli affidavano ricchi e poveri, dietro congruo compenso. Senza bisogno di megafono o di altoparlanti, l'inserzione pubblicitaria era fatta letteralmente a viva voce.
- A chi ha trovato un picciliddru ...
Dal vicolo degli Impallomeni, con i fratellini del bimbo scomparso dietro, sbucava sul piano Lena già con un corteo considerevole di ragazzi e sfaccendati vari, proseguendo la scalata dell'erta via Bacbac, sulle bàsole di basalto su cui le ruote dei carretti producevano quel rumore che aveva conferito l'onomatopeico nome alla salita, su su verso il ventoso quartiere di Bibirria, l'araba "porta dei venti", appunto.
- Che? Non sia mai dio. Un picciliddru s'è perso? E come mai? E di chi è figlio? Poveretta sua madre -. Le voci della gente, come in una festa di paese, si rincorrevano, si accavallavano, si scontravano con quella da trombone dell'abbanniatore, che sembrava il pifferaio magico della favola dei fratelli Grimm, con quello stuolo di ragazzi dietro, pur senza musica e senza canti.
Munniddru, con le mani dietro, incedeva tutto impettito, compenetrato nell'alta funzione di fratello maggiore, come un dignitario di corte preceduto dall'araldo. Appresso a lui veniva Vanniddru, che trascinava per mano Concettina con la sua bambola di pezza.
All'imbocco di via San Michele, una donna venne fuori dall'umile tugurio dove abitava e si fece strada tra la calca appena formata dai curiosi del quartiere.
- Avvossìa, l'ho trovato io il bambino e l'ho messo a dormire nel mio letto -. Fatto. Il mistero era risolto. - Era stanco poverino, a tratti si faceva la salita carponi, che a stento ha imparato a camminare. Gli ho preparato un biberon e si è subito addormentato.
- Ti dovessero ammazzare li cani! - Così Giovanna accolse il figlio appena ritrovato, come qualunque madre siciliana avrebbe fatto. Frasi terribili, maledizioni sproporzionate anche al cospetto di un figlio con più dell'anno e mezzo di vita che Ninniddru aveva allora. - Botta di sangue! Ti dovesse venire un colpo! - Per poi affogarlo di baci con gli epiteti più spasimanti - Fiato mio! Sangue del mio cuore! Cosa dolce! Pupetto di zucchero!
In ogni modo, pensava con tristezza, quel piccolo che la aiutava a dura pena a colmare un po' del vuoto lasciato dal giovane marito, con quel piede lungo che già si ritrovava, ne avrebbe sicuramente fatta di strada.
E ora, a otto anni, era scomparso di nuovo.


Purtroppo, ormai nessuno più faceva l'abbanniatore, che la radio era divenuta un elettrodomestico presente anche nelle case più povere e notizie come la scomparsa di un bambino finivano per raggiungere le orecchie di tutti gli abitanti dell'isola.
Giovanna si mise immediatamente a ragionare con le supposizioni più attendibili, ma si ricusò fin dall'inizio di stare a sentire la sorella Enzuccia, le comari, le vicine, il putiaro e il calzolaio. Stavolta preferì andare difilato dalla polizia. Ed era già buio.
Per fortuna davanti al portone del tribunale di via Bacbac c'era il maresciallo Giammusso dei vigili urbani, ancora e sempre maresciallo.
- Marescià, forse lei mi può aiutare. Hanno rapito mio figlio.
- Ma che dice, donna Giovà? E come fu?
Quel posto esagitava oltremodo l'immaginazione di Giovanna con il ricordo delle facce patibolari dei detenuti, intraviste per un istante tra le teste dei carabinieri alla discesa dalla cellulare, mentre si avviavano, oppressi dal peso delle manette e dall'obbrobrio della folla di curiosi, verso il giudizio e la condanna.
Accanto al tribunale c'era poi un macellaio, presso cui ogni venerdì scaricavano i quarti di bue, marchiati in blu dall'ispezione veterinaria, che sembravano squallide deposizioni dalla croce, di esangui cadaveri martoriati.
Tutto parlava di violenza e di crimini, proprio davanti alla scuola comunale che riempiva di grida infantili la strada intera, ogni qualvolta suonava la sua festante campanella della fine delle lezioni. E i gruppi di ragazzi che giocavano ai nìchili o al soffio delle fatidiche figurine o si azzardavano nei carrettini con i cuscinetti a sfere sul piano inclinato del marciapiede cementato. Tutto parlava altrettanto di gioia e di vita. Da godere e da preservare.
Giovanna non versava una lacrima, ma l'affanno aveva fatto impallidire quel volto roseo, paffuto e volitivo.
- Questi zingari che circolano ogni tanto dalle nostre parti. O certi malintenzionati come quello che ha le stesse generalità di mio figlio Munniddru e che ci ha fatto stirare il collo per poter fargli ripulire la fedina penale. O malandrini come quel nostro conoscente che mandava lettere minatorie ad amici e conoscenti, per servire da murobasso ai capi mafia del paese.
- Ma suo figlio adesso è cresciutello e mi pare abbastanza sveglio.
- È vero, ma sempre picciliddru è. E ancora molto innocente.
- Lei se ne torni a casa. Ci penso io a mobilitare la polizia, qualora tardasse a farsi vivo. Purtroppo domani sarò ancora in servizio per via della corsa. Ah, se almeno potessi prevedere chi vincerà - soppesò triste il maresciallo Giammusso.
- Che corsa? Ah, è questo, la corsa! Ma che smemorata che sono. Come mi era potuto sfuggire. È per domani mattina..
- Non lo sapevate?
- Certo che lo sapevo. Ma mi è svanito dalla mente. Quei discolacci il pesce d'aprile mi hanno fatto. Ma questa me la pagano -. E Giovanna se ne scappava via come un razzo, imprecando ai figli maschi che si stavano portando sulla mala strada anche il piccolo e alla memoria che le stava cominciando a giocare dei brutti scherzi e a questa vita disgraziata che l'avrebbe portata alla rovina -. E potete giocarvi la scommessa, marescià, che la corsa la vince la Ferrari.
- E come lo sa?
- L'anno scorso non hanno forse vinto i fratelli Bornigia con l'Alfa Romeo?
- Sì.
- Nuvolari non si è dovuto ritirare per un guasto nella sua Cisitalia-Abarth 204?
- Sì, ma che c'entra con la corsa di quest'anno?
- L Ferrari di Bernabei e Pacini non è arrivata seconda e quella di La Motta e Alterio terza?
- Sì, è vero. E, a proposito, come fa a sapere tutte queste cose? - si sbalordiva il maresciallo.
- È come uno e due che fanno tre. Lo so e basta!


Era successo venti giorni prima. Ninniddru voleva vedere la corsa e Vanniddru, in un raro accesso di generosità, era disposto a portarselo dietro.
- Ma ancora è troppo piccolo - obiettava invariabilmente sua madre, tutte le volte che le uscite dei figli più grandi coinvolgevano il cacanido.
- Mamà, è la Targa Florio, la corsa di automobili più antica del mondo, che quest'anno passa di nuovo dalla nostra città.
Vanniddru sapeva che convincere sua madre sarebbe stato difficile, ma non si aspettava che lo fosse tanto.
- E dove me lo vuoi portare?
- A Porta di Ponte, a casa del mio amico Gerlando. Così ci svegliamo presto e in un salto arriviamo a Piazza Stazione.
I primi bolidi sarebbero infatti passati all'alba dalla Passeggiata, il maestoso viale che prolunga lo spiazzo antistante la stazione centrale. Da casa loro fino a Porta di Ponte bastavano in realtà dieci minuti appena, percorrendo a piedi l'intera via Atenea, il decadente salotto della cittadina. Ma i giovincelli ci tenevano a passare la notte svegli, a giocare a carte e a riscaldare i motori del tifo per l'indomani.
Ninniddru se ne stava in un angolo ad ascoltare in silenzio i due che mercanteggiavano la sua prima notte fuori casa.
- Mamà, è un'occasione unica per vedere la Ferrari.
- E che premura c'è? Quando cresce la vede.
Non c'era verso. Vanniddru finì per desistere. Chi invece riuscì a piegare l'intransigenza di Giovanna, anche se lei non l'ammise mai esplicitamente, fu proprio Ninniddru, che si dispose a elucidarle per chi e per come tutta la gloriosa storia della Ferrari.
Era lui infatti il fortunato e geloso possessore di un intero scatolone pieno di figurine, ritagli di giornale, opuscoli illustrativi e persino un poster del gran debutto di Ascari nel campionato del mondo di Formula 1, in occasione del Gran Premio di Monaco dell'anno prima, su di una fiammante Ferrari 125 F1. A tutti gli effetti, però, per il piccolo l'interdizione continuava.
- Mamà, ma lo sai almeno chi è Enzo Ferrari?
- Chi sarebbe costui? - Allora, lei lo ignorava proprio. Ma avrebbe scoperto un giorno, sempre dall'informatissimo Ninniddru già più avanti negli studi, che un certo scrittore aveva reso celebre da tempo quella stessa risposta/domanda, in bocca a un oscuro curato di campagna, a riguardo di un altrettanto oscuro personaggio del passato: "Carneade... Chi era costui?".
- Devi sapere che Enzo Ferrari da piccolo faceva il maniscalco, ma a vent'anni ha vinto la sua prima grande corsa ad Acerbo, battendo le Mercedes che arrivavano proprio dal successo alla Targa Florio.
- E qui ad Agrigento, correrà pure lui?
- No, mamà, oramai è troppo vecchio per correre. Adesso è il padrone della scuderia Ferrari.




E lì a spiegarle che Enzo Ferrari non era tornato in una scuderia a fare il maniscalco, ma che ora faceva l'industriale e che il probabile campione della corsa di quella Targa Florio sarebbe stato il suo pilota principale, Alberto Ascari, appunto, come nel passato lo era già stato Tazio Nuvolari.
- E che si sono messi d'accordo? Ferrari, Ascari, Nuvolari...

A poco a poco la mamma si andava interessando all'argomento, immedesimandosi sempre più in ogni particolare che il piccolo le illustrava. Scoprì inoltre lo scatolone sotto il letto del ragazzo e si rese, in poco tempo e all'insaputa di tutti, una ferratissima ferrarista. Era oramai rapita dall'incantesimo di quelle storie fantastiche e si rese conto che, alla fine, avrebbe ceduto.
Ma quel giorno, impegnata com'era a sgobbare nelle cucine del Collegio Zirafa, dove aveva accettato l'impiego di aiuto cuoca, si era completamente dimenticata della faccenda, e i ragazzi, dal canto loro, sicuri che non avrebbero mai ottenuto il permesso, decisero di arrischiare ugualmente il loro progetto, senza l'autorizzazione materna.


Alle nove di quella sera, Ninniddru aveva già gli occhi a pampinella, che era l'ora in cui era abituato a dormire. E quanto più si sforzava di tenerli aperti e più crollava dal sonno.
I giovanotti accomodarono alla meglio il bambino su un divano e neanche la baraonda che si susseguì, tra risate, grida di vittoria di chi vinceva e di disappunto di chi perdeva, nuvole di fumo e fumi alcoolici dei più, riuscì a distoglierlo dai suoi sogni d'oro.
E quando, ancor prima dell'alba, i giovani tifosi dovettero proprio andare, per assicurarsi i migliori posti dietro le transenne a San Calò, non ebbero il coraggio di svegliare Ninniddru, che continuava a dormire beatamente. Tanto c'era il portinaio dirimpetto, che, vigile e ben disposto, sarebbe potuto accorrere a qualsiasi evenienza.
L'aurora dorava già piazza Stazione rigurgitante di gente quando cominciò ad arrivare dalla valle dei templi il ringhio dei bolidi che risalivano la passeggiata archeologica.
In quel momento, una voce di donna sovrastò il ronzio distante dei motori e il crescente clamore della folla.
- Vannì, Munnì, vi dovessero...
- Mamà - risposero all'unisono Vanniddru e Munniddru colti dallo spavento, mentre vedevano la loro madre ingigantirsi come una valanga nera in loro direzione. Giovanna, con il volto infuocato e gli occhi fuori dalle orbite, veniva portandosi in braccio Ninniddru, i cui piedi quasi strisciavano sul selciato da quanto era cresciuto e, ormai svegliato dalle grida, si divincolava come poteva dagli eccessi della protezione materna.
- Così vi siete presi cura del nicarello, figli di...?
In quanto non si avvistavano le prime macchine, il centro delle attenzioni era divenuto quel singolare e rumoroso nucleo familiare. E sicuramente dalla testa di non pochi scommettitori inveterati deve essere passata l'idea, una volta che c'erano, di giocarsi qualcosa su chi dei due si sarebbe per primo guadagnato una sberla o chi avrebbe inventato la scusa più fantasiosa per sfuggire alle ire della madre.
Per fortuna gli astanti furono subito richiamati al motivo principale di quell'assembramento. La prima macchina da corsa spuntava difatti da dietro la caserma Crispi e in un batter di ciglia arrivava in piazza per fare l'inversione di marcia ed entrare trionfalmente nel viale delle Vittorie, sotto le acclamazioni della folla.
- È una Ferrari, mamà - gridò giulivo Ninniddru, il cicerone personale di Giovanna.
- Ma non mi avevi detto che le Ferrari sono rosse? Quella, da come è dipinta, sembra un carretto siciliano.
- Mamà, è un modello nuovo fatto a piacere del pilota riccone che se l'è comprata e ha contrattato un pittore siciliano per adornarla con i motivi folcloristici dei carretti, in omaggio al giro di Sicilia appunto.
- E Ascari, dov'è, che non l'ho visto?
- Mamà, quello si sta preparando per il campionato mondiale e non è venuto in Sicilia.
Dopo un po', altri bolidi passarono sfrecciando fulminei, sotto le ondate assordanti dell'effetto Doppler. Altre Ferrari, Stanguellini, Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Mercedes-Benz,
Pochi istanti di spettacolo avrebbero fornito innumerevoli spunti di conversazione a tutto un popolo, per molto e molto tempo ancora.
Riconciliata sotto l'egida della Ferrari, la famiglia Impallomeni se ne tornava a casa definitivamente unita e appagata dalla gioia comune e sottomessa come non mai al dominio incontestato della matriarca.


Quel primo aprile 1951, la Ferrari con la nuova vettura 2560/212 Export del conte Vittorio Marzotto, il "carretto siciliano", vinse l'undicesimo Giro di Sicilia, percorrendone i mille e ottanta chilometri, alla straordinaria media di cento chilometri all'ora. Secondo fu Taruffi con una macchina identica.
In un incidente nei pressi di Priolo, avevano perso la vita il barone Stefano La Motta e Franco Faraco.
Ascari quell'anno arrivò secondo in formula uno, dietro Fangio, ma l'anno dopo fu primo e, nel cinquantatre, si mise in tasca lo stesso Fangio, il quale finì per diventare a sua volta pilota della Ferrari, e vincere, nel cinquantasei.
Il maresciallo Giammusso divenne anche lui uno sfegatato ferrarista. Per sempre.

© Giuseppe Butera



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