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Sotto vetro
di Alessandro Oliviero
Pubblicato su SITO


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Come abitudine consolidata dagli anni e dalle stagioni, anche quel pomeriggio settembrino ci ritrovammo seduti sul balcone a sorseggiare bevande dolci e a ricordare degli anni in cui le mamme ancora passavano le notti a raccontare storie per farci dormire, mentre, appena chiuso l’uscio, sotto le coperte leggevamo racconti segreti e orribili per tenerci svegli durante il temporale e le saette, per godere della potenza della tempesta, ascoltare i canti delle Amadriadi ed immaginare le loro  vesti leggere debolmente illuminate dalla fioca luce lunare e i lamenti dei titani rinchiusi nel tartaro di fuoco.

Da piccoli consideravamo un vanto e un dono poter ascoltare quei giganti che gridavano spargendo la voce attraverso la foresta. La foresta parla.

Le sue corde vocali sono  fronde, il suo respiro vento, la sua lingua  foglie gialle dell’autunno, i suoi denti, non abbiamo mai capito quali fossero i denti.

Discutevamo molto della fantasia, della sua forza e della sua oscura missione, della tenacia con cui cerca di aggrapparsi ad ogni frammento di indefinita ragione come ad uno scoglio pur di sopravvivere al mare ostile della realtà.

Ma quello che accadde è tremendo, è una cosa che ha mangiato ogni attimo della mia giovinezza e dell’età adulta, qualcosa che non ho  voglia neanche di nominare perché sennò ritornerebbe come evocata dal mio pensiero e continuerebbe a mangiare il tempo che mi resta, e tutto ciò che mi è rimasto non è che una briciola, darei un’oncia d’oro per un’oncia di tempo e tutte le perle dell’oceano per dimenticare e  riavere indietro la vita che mi è passata davanti rosicchiata come da un morbo che l’ha resa mutilata di tutti gli organi di respiro e di movimento, rendendola inerte come una bambola. Ed è tutto vero! Non recito filastrocche o storie da falò, io racconto di quando ero bambino ed insieme al mio amico Tum  scoprimmo la vera forza generatrice delle catastrofi, di ciò che rende instabile la terra sotto i vostri piedi, dei maremoti, delle alluvioni, del male nemico dell’umanità; sto parlando della fantasia, naturalmente.

Ella ha una natura contorta, e non è multicolore e non è l’ esplosione dei boccioli dei ciliegi o dei cespugli di mirto in primavera, ella è nera; ella ha un manto nero che indossa per fuggire gli occhi del mondo e con il tempo quel colore di tenebra si è trasferito sulla sua pelle rendendola invincibile ed ambigua.

“Guarda! Cosa si muove lì? Sotto le foglie? Eh?” Mi indicava Tum con il dito puntato verso qualcosa che visibilmente non esisteva, ma avanzava verso le nostre scarpe numero trentadue. Quando la stagione diventava fresca ma non tanto fredda da fermare il sangue degli arbusti ed uccidere gli animali dello stagno, amavamo percorrere la foresta umida per carpire i segreti del muschio che si formava sulle pietre. Il muschio conosce tantissime cose, basta che il piede di una persona poggi sul suo dorso perché ne legga la mente e l’anima, i desideri e le fobie per poi tramandarli alla sapienza del bosco che  trasforma la conoscenza in funghi. Tutte le visioni e le così dette allucinazioni provocate alla nostra vista dall’ingestione di quei piccoli puntini che sembrano i bottoni persi fra il fogliame di camicie mai viste, erano solo voglie, nostalgia, paure, di tutti coloro che erano passati nei dintorni calpestando per errore le pietre verdi e scivolose di muschio.

Ma questo accadde solo più avanti nell’età, verso l’inizio di quell’adolescenza che stava già per finire, cominciammo ad informarci riguardo le proprietà di alcune specie di funghi che crescevano nei dintorni dei nostri luoghi di passeggio.

Un giorno, quello stesso desiderio di spaventarci a morte leggendo  storie raccapriccianti di lupi mannari e streghe sotto le coperte, ci spinse ad assaggiare i depositari della conoscenza nella foresta, avidi di apprendere le vite di coloro che essa aveva registrato nella sua memoria.

Probabilmente, allora, fu la prima volta che cominciammo a interrogarci riguardo la Fantasia; chi era, cosa volesse mai da noi, ma ella ci punì mostrandosi e rispondendo a suo modo alle nostre domande.

Così all’alba del ventitré ottobre, dopo esserci ritirati da una passeggiata nascosta all’aria pungente, eravamo poco più che ragazzini e l’utilizzo di funghi era rarissimo, salimmo le scale della casa di Tum con le scarpe bagnate ed una volta entrati ci dirigemmo verso il balcone. Così, parlando il sole sorgeva, e nei momenti di silenzio sgranocchiavamo nocciole, gettando la scorza in basso, godendo del suono che una scorza di nocciola potrebbe fare correndo dal quinto piano di un palazzo verso terra. E fu in quel momento che accadde la cosa stupefacente! Ecco, mi ritrovo a scriverlo di nuovo, ma è un ossessione! Perché ad un certo momento non udimmo più nessun rumore, ma sembrava fosse nata una nuova primavera, perché molte rondini avevano cominciato a librarsi in volo davanti ai nostri occhi. Quando provammo a sporgerci per vedere da dove provenissero non capimmo bene, poichè sembravano apparse dal nulla, finchè, preso dal desiderio di colpirne una al volo, gettai una noce diretta verso la schiena di uno degli uccelli.

Quello che successe ancora mi sconvolge, ancora mi mangia dentro l’intestino dal profondo, perché quella noce mentre era nell’aria sviluppò un becco acuminato, degli artigli spuntarono e si allungarono assieme a delle zampe ed ali maestose, ed in breve la rondine che avevo puntato si ritrovò tra le grinfie e la bocca ossea di un falco che aveva cominciato a sbranarla.

Non poteva essere reale, non poteva che esistere solo nella nostra mente, ma non eravamo in preda ad un abbaglio, era tutto così vero, la pelle intirizzita dal freddo  era una prova della nostra lucidità, tutto quello che ne seguì e la nostra reazione gelida come l’aria che respiravamo ne fu ugualmente prova, ma qualcuno aveva riservato un diverso destino alle cose.

Le scorze si erano trasformate in rondini, il frutto da me lanciato in un falco, e la mia intenzione di colpire la rondine si era tramutata nella violenza con cui il rapace aveva ucciso la preda, tutto fin troppo chiaro, semplicemente assurdo e limpido, ed in pochissimo tempo questo diventò per noi il miglior passatempo da assaporare segretamente all’alba.

Da quel balcone aveva cominciato a volare di tutto; dalle cartacce sporche nascevano semi volanti, dalle lattine di alluminio lucenti delle bolle di sapone luccicanti, la saliva di Tum diventava cristallo lieve e finissimo che colava dalla sua bocca formando stalattiti che poi si infrangevano a terra senza il minimo chiasso o frammento che potesse essere riconosciuto dai passanti, tutto accadeva nell’aria e finiva nell’aria, le matite erano libellule,  se lanciate con alcuni pennarelli addirittura farfalle, ma a parte l’enorme quantità di oggetti che sprecavamo gettandoli al nulla, avevamo capito una caratteristica importante del fenomeno. L’intensità e l’intenzione con cui le cose venivano lanciate,influiva nella trasformazione, e questa era la cosa più pazza, perché dei gessi neri e gialli scagliati con violenza e cattiveria diventavano presto vespe che ronzavano minacciose attorno alle nostre teste, ed anche se capimmo in seguito che non avevano il potere di farci del male, si deduceva benissimo dal loro comportamento che ne avevano una grande voglia.

I funghi spalancavano le pagine e… Sorpresa, erano libri volanti, le cravatte capelli leggerissimi e i soldi,chissà perché, rimanevano soldi, e toccava poi andarli a raccogliere.

Quello che era un passatempo spassoso divenne pian piano il nostro laboratorio di ricerca sul campo.

“Se provassimo a pisciare…” Azzardai.

Dal balcone piovevano calcoli, numeri, equazioni, formule fisiche e teorie riguardo l’universo, ma tutto si riduceva banalmente a pinzette, palline di polistirolo, granelli di sabbia, quel vuoto in cui tutto cambiava non aveva rispetto per il nostro mondo ,per le nostre regole, per le nostre leggi, era caos nel suo stato più puro e questo faceva ribollire il nostro sangue, ed erano le preghiere della nostra infanzia esaudite, la nostra mania per l’ombra più che per l’oggetto che la crea, eravamo di certo gli esseri umani più felici dell’intero mondo.

“Io mi butto.” Dissi improvvisamente al mio amico un giorno. Erano passati mesi dalla nostra scoperta.

“Non sei serio” Fece lui.

“E invece sì, io ora mi butto, guarda!” E misi una gamba oltre la ringhiera di cemento.

“Che cavolo fai, imbecille!” Tum strinse forte le mie braccia e mi tirò con veemenza verso l’interno del balcone.

“Eh! Ci sei cascato! Mi è rimasto un po’ di cervello ancora, non mi butto mica davvero!” Poi fissai Tum e provocai: “Buttati tu.”

Stette per pochi secondi a guardare giù, poi voltandosi verso di me disse:

“Va bene, Senzapalle, sappiamo tutti e due che qualsiasi cosa cada qui non raggiunge neanche il suolo e Dio solo sa che fine le aspetta, perciò credo che difficilmente ci butteremo…”

“A meno che…”Feci io.

“A meno che…”Fu il suo eco.

E’ terribile  parlarne, è terribile solo parlarne! Ma quanti sacrifici sono stati fatti in nome della scienza? Isole sconvolte da particelle radioattive, e chissà quali altri abomini, invece noi, per il nostro esperimento, richiedevamo solo una terza persona, cosa c’era di male? Cosa? Forse che volessimo indurla a buttarsi dal balcone? E cosa c’era di cattivo? Si sarebbe trasformata, avrebbe volato nel cielo come un uccello dalla grandi ali e poi? Chissà cosa, magari sarebbe ritornata nel mondo reale per spiegare le cose che aveva sentito, che aveva visto, noi non potevamo rischiare di perderci di vista, il segreto doveva essere custodito da entrambi, nessuno potrebbe vivere da solo, conoscendo una forza così grande. Così ebbe inizio la nostra prova.

Convincemmo un amico a venire fino al balcone e gli mostrammo tutto, il nostro grande segreto, gli spiegammo ogni minimo particolare molto onestamente perché non potessimo sentire la coscienza pesante successivamente. Ma qualcuno aveva deciso che le cose andassero diversamente, infatti, nonostante avessimo accuratamente scelto il nostro soggetto, la sua emozione nell’apprendere quella stravaganza fu troppo forte, e fu spinto dal desiderio di parlarne con altri.

“Devo correre, dobbiamo dirlo a tutti, dobbiamo dirlo agli scienziati, devo dirlo a papà, è il redattore di una testata giornalistica locale, sarebbe uno scoop incredibile! Io e voi gli scopritori, i nostri nomi nell’enciclopedia…”

Alla parola enciclopedia, mentre tentavo di dissuadere quel ragazzino che fremeva già ritenendosi portatore di una grandissima verità, Tum l’ afferrò per i piedi mentre ancora parlava e lo scaraventò giù.

“Io mi girai verso Tum impietrito, incontrai il suo sguardo desolato, e subito dopo guardai oltre il balcone, ma prima ancora che vedessi qualsiasi cosa, sentii un tonfo sordo che mi fece raggelare il sangue nelle vene.

“Dio santo” Tum era bianco nel viso, evidentemente sconvolto. La nostra vittima aveva fatto la stessa fine dei soldi! Caduto inesorabilmente senza alcun volteggio, l’unica differenza con il denaro era che ormai là sotto c’era ben poco di valore da raccogliere. Era un ammasso di carne morta.

Non potemmo e non riuscimmo a spiegarcelo, dei giorni che seguirono posso solamente dire che mascherammo l’accaduto con un incidente e ci riuscimmo perfettamente, ma dall’ora in poi la nostra vita tormentata dal rimorso ci sfuggì sempre più dalle mani e finimmo col non perdonarci  quell’atto inconsulto, ma io non colpevolizzai mai Tum per il suo gesto, aveva difeso l’unica unicità che ci rendeva coscienti del sospiro torbido e nascosto che sfuggiva alle orecchie del resto del mondo, ed una cosa è certa: non gettammo più neanche una briciola di pane da quel balcone.

 

Ma il pomeriggio settembrino aveva riportato tutto alla memoria come ogni anno ed eravamo seduti a sorseggiare dei succhi delicati e saporiti, facendo attenzione come sempre che nulla cadesse oltre la ringhiera.

Tum era cambiato, invecchiato, ma il suo sguardo era lo stesso di tanti anni fa e alcune sue espressioni mi ricordavano  in modo sorprendente quell’ agghiacciante vuoto e quella desolazione che vidi nelle sue pupille dopo che ebbe compiuto quel gesto incredibilmente stupido ma nello stesso istante nobile, di conservazione di un segreto che nessuna lingua potè mai sciogliere.

Con gli identici occhi mi scrutò e disse:

“Rifacciamolo!”

Così senza farmi pregare tanto passammo la classica giornata che eravamo soliti godere quando eravamo piccoli, con tanto di ingestione di funghi e passeggiata nel bosco. In tutti quegli anni ne era passata di gente da quelle parti, infatti le storie raccontate dai funghi non mentivano, erano vari i dolori, le gioie, i pensieri di coloro che avevano calpestato le pietre ma tutti in fondo erano uguali tra loro.

“Adesso che si fa?”

“Andiamo al balcone e Dio mi fulmini se non mi ci butto!” Asserì Tum convinto.

Io guardai a terra, mi sembrò irrispettoso che scherzasse dopo quello che era successo, nonostante tutto trovammo la nostra strada verso casa e successivamente verso quel luogo maledetto al quinto piano del palazzo. Ed era l’alba.

“Ecco qui” Dissi, sbattendo le mani contro le gambe. Poi mi aggrappai all’unica crosta di coraggio che avevo nel fegato e lascai cadere un bicchiere. Giù. Nel vuoto.

Fu bellissimo, fu come rivivere le avventure immaginarie che si creano da bambini, solo che nel nostro caso era tutto vero, ed una bellissima fenice dai colori diversi sorse dal lucente vetro, volando via e sparendo fra i palazzi circostanti.

Tum si girò verso di me e non ci fu bisogno di parlare. Come nei tempi andati, di tutto cominciò a precipitare dal quinto piano di quell’edificio, gettato dalle nostre mani e trasformato dalla Fantasia.

Ella aveva deciso di riappacificarsi con noi, regalandoci un ‘ultima possibilità di morire conservando quel prezioso pezzo di spazio sfuggito alla realtà e alla forma ed improvvisamente impazzito. Ma sbagliavamo.

Perchè una manciata di coriandoli lanciata dalle mie dita si trasformò interamente in un cumulo di persone, tante quanti erano i pezzettini di carta colorati. Tutti divennero esseri umani, delle donne,  dei bambini, degli uomini e tutti caddero sfracellandosi le ossa fra le urla e l’orrore, ed ecco che si spalancarono le finestre delle case, ecco che si accesero le luci di tutti gli appartamenti e le ville. Qualcuno già invocava aiuto e qualcun altro già chiamava la polizia.

“L’abbiamo fatta grossa!” Esclamai verso Tum.

 

La Fantasia è un essere ambiguo, trasformato dalla cattività che le abbiamo riservato,tutte le volte che abbiamo cercato di ucciderla, di controllarla,di darle leggi e complicati nomi latini, le abbiamo segnato una cicatrice in volto, ma adesso è tornata per vendicarsi, per riprendere il suo regno e non solo, anche la nostra realtà, la trasformerà e ci procurerà orrore finchè non lasceremo che comandi, e quel giorno nefasto allora io ed il mio migliore amico Tum ci sentiremo dei proto esploratori, degli argonauti di una nuova era, gli unici occhi che hanno visto in anticipo l’arrivo di questo essere nuovo e della sua armonia caotica, e saremo tutti in cambiamento, tu diventerai un bicchiere, lui una spazzola, lei un filo di cotone colorato, le vostre formule dei pallini di polistirolo, le loro leggi delle scorze di limone, ma prima di allora, io ed il mio migliore amico Tum, resteremo a morire in galera.

© Alessandro Oliviero



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