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Sabbia nera
di Daniela Manzini K.
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Lo accompagnavano sulla spiaggia tutte le mattine tre bambini fra gli otto e gli undici anni. Due maschi ed una femmina, dai volti abbronzati e gli occhi scuri. La femmina lo teneva per mano, i due maschietti andavano avanti, precedendoli fino ad una specie di capanno che poi capanno non era, ma solo una tenda scolorita e sdrucita sorretta da due pali e fissata nella parte posteriore ad una cintura di canne bionde. I bambini vi arrivavano per primi e davano un' occhiata al posto, come a guardare che tutto fosse in ordine, poi uno sgusciava fra le pieghe dello straccio che la brezza animava gonfiandone ora un lembo ora un altro, ne riemergeva portando una sedia pieghevole, apriva la sedia proprio davanti al riparo, aspettava che lui arrivasse tenuto per mano dalla bambina. Lo facevano sedere. Un' ultima occhiata in giro e se ne andavano.
Il vecchio restava seduto al riparo della tenda, in vista delle onde e delle palme, per ore. Non faceva niente. Un volto segnato dagli anni, dalla fatica, dal sale dell' oceano. Mani grandi, venate di blu, deformate dall' età, artigli parevano, posate sulle cosce magre. Occhi scurissimi brillavano fra le rughe profonde incise nel volto. Non faceva niente. C' erano vecchi che intrecciavano giunchi, riparavano reti, parlavano fra loro, in quell' angolo di spiaggia subito dietro il bastione del vecchio fortino spagnolo, prima dei grandi blocchi che delimitavano il porto. Il vecchio stava solo, sulla sua sedia, il capo che si reclinava sempre più man mano che le ore trascorrevano e lui, dondolandolo , ma solo un poco, cantilenava quello che pareva un canto antico.
Suoni e parole sussurrate, smozzicate, nella brezza dell' oceano, fra i fremiti delle foglie di palma, davanti alle onde che luccicavano al sole come fatte di scaglie d' oro e d' argento - così eran fatte le corazze degli eroi, quelli del passato - e ai suoi piedi la sabbia, nera, lavica, che contrastava con il colore del cielo e dell' acqua e pareva dal contrasto trarre forza.
IO SONO QUI. La terra degli uomini di mare.
E davanti, l' oceano mutevole, cangiante nei colori, che é così ed ecco non lo é più, terra di mare, di leggende, di sogni e d' amori, di tesori e di morte.
ANCH' IO SONO QUI. Il mare impregna la terra. La bacia e si ritrae. Chiama. Cantilenava il vecchio la sua canzone. A nessuno e a tutti. A quelli che ascoltavano e a quelli che passavano e ammiccavano. Ai vivi e ai morti. A se stesso. Al presente e al passato. Forse al futuro.
Avvicinarmi a lui e accoccolarmi lì vicino non mi costò nessun sforzo. Mi venne spontaneo. Poiché c' era un mondo intero in quei suoni e in quelle parole. E, si sa, non ci si può permettere il lusso di lasciar perdere un mondo nuovo da conoscere. C' è sempre da imparare.
" Domani, domani vedrai, era ieri, un giorno fa....dolce nell' acqua il pesce guizza e la rete si tende e l' onda porta lontano. Viaggi fra creste di spuma, la vela lacerata, il fulmine squarcia livido il cielo, acqua salata, la barca fra le onde, conchiglie sulla riva ad asciugarsi al sole...partenze, ritorni....figli del mare....aspetta ....il mare....che non dimentica un volto, ricorda tutti i sorrisi e le ombre e le speranze accoglie...Credi. Nel mare. Porta lontano. Il mare. Onda su onda. Onde. "
Mi fissa. Occhi lucidi di vita. Dondola il capo, piano. Le mani artigliano le cosce magre. La cantilena diviene un discorso ritmato sul batter dell' onda sulla riva:
" Di tutto raccoglie il mare. Acqua. Credi che sia solo acqua. Salata. Credi che sia il mondo dei pesci, dei grandi e dei piccoli. Ci vivi sul mare. Ci passi la vita. E lui ti culla e ti strapazza, ti sussurra e ti urla all' orecchio. Gli chiedi: Chi sei? Dunque, chi sei? Attento, chiediglielo con gentilezza. Se vuoi una risposta. Che poi magari ti risponde solo dopo anni, ma non importa. Tu chiediglielo con gentilezza. Prima o poi risponde. Ti prende a schiaffi, innalza muri d' acqua tenebrosi, ti sprofonda giù giù nel suo ventre e ti solleva in alto incontro al sole. Così è fatto il mare. Mai fermo, anche quando la sua voce si fa sottile sottile tanto che ti ci addormenti il cuore in quella voce, neanche allora è fermo. Non può star fermo. Troppe cose ha dentro di sé.
Ti fa trovare nella rete un coccio che non si sa da dove venga, da che tempo venga, una conchiglia enorme come non se ne è mai viste, poi un giorno capisci, perché è lui che risponde, che hai passato la vita a navigare dentro uno scrigno fatto di ricordi...ricordi tenuti stretti nella sabbia dei fondali, rivestiti dallo smalto dei coralli, ossa di amici, lance di nemici, ancore che non sono più risalite in alto....spazio e tempo si danno la mano nelle onde, ballano sui giorni che vanno a perdersi fra albe e tramonti, sole che sorge e luna che sale e sole e luna specchiano i loro visi nel mare e il mare conserva il calore del sole, la luce della luna e se ne impreziosisce...
Caddero dall' alto della rupe e il mare li accolse e nessuno li divise. Due amori che correvano inseguiti, perché una figlia di principe non poteva amare un cavaliere... Non li presero. Si fermarono lui e lei sull' orlo della rupe e si baciarono con gli occhi, bada, solo con gli occhi e non importa come si chiamassero. Si baciarono con gli occhi e si lanciarono giù dalla rupe nel mare. Il mare conserva il loro amore, raccontano le conchiglie la loro storia... t' amo... anch' io t' amo e nessuno li può dimenticare. E i pesci nel profondo salgono verso l' alto, la luce a fior d' acqua smuovono, onda su onda.
La voce del mare narra storie.... e tu sei lì in mezzo a quell' acqua chiara e senti e ascolti e poi... non dimentichi più e il mare ti lascia i suoi ricordi e tu torni a riva e racconti a quanti ascoltano e poi racconti solo a te, se nessuno t' ascolta più.
I tesori del mare. Tanti. Ma questo è il più grande. Il mare conserva le orme lasciate da quelli che son passati su rotte lontane e ogni tanto qualcosa restituisce,...si è soli sul mare, non fosse per la sua voce e le sue storie. Conservare, a volte restituire. Il vento cancella le orme lasciate su strade polverose...il mare conserva i suoi tesori e sono memorie antiche...A volte le restituisce. Perché si sappia che lui non dimentica, mai. Niente. Nessuno. Lui c' è fin dall' inizio, c' era solo lui. Ha visto e sentito tutto... Il mare ha occhi grandi sempre spalancati che tutto vedono e le ombre accolgono.
Anche quando gli uomini si sono ammazzati e l' acqua era rossa attorno alla barcaccia e loro si scannavano come indemoniati finché ne rimase uno, il mozzo, che fu ripescato da quelli della Tina e mai disse perché era accaduto quello che era accaduto. Il mare li sentì parlare, gridare, sentì l' arpione che si conficcò nel cuore del primo, il colpo che prese alla testa il secondo, lo scatto della lama che s' affondò nel petto del terzo e poi lavò le lacrime del quarto e alzò un ' onda gigantesca che strappò sartie, divelse l' albero, spazzò il ponte, ghermì l' ultimo degli uomini e tutti li portò a dormire fra i rami fioriti delle alghe. Tranne il mozzo: lui lo trasportò a una tavola e lo sospinse in là... lontano.
Sa di guerre, d' amore, di odio e di lacrime. Di violenza e forza e coraggio: l' odore del mare. Inebria. Incanta. Dal passato fluisce nell' oggi e poi... ancora... avanti verso il domani. Nulla va perduto.
Un giovane partì per tentar fortuna ed aveva solo la sua barca che era stata di suo padre e speranze gli gonfiavano il petto. Cercava fortuna. Lontano dall' isola dalla sabbia nera dove era nato. Cavalcò le onde fino al continente dove la gente parla in modo strano e sempre corre per strade fatte di polvere.
Il mare ve lo portò con venti favorevoli, fu buono e gentile con lui. Arrivò. Lavorò. Guadagnò. Divenne ricco. E potente. Dimenticò il mare. Ma il mare non si scordò di lui. Lo chiamava ogni notte da sotto i pontili allungati sui moli di cui il giovane era divenuto padrone...Ritorna, diceva, ritorna. Perché il mare ha memoria eterna. Come se fosse un figlio perduto, lo chiamava. Memoria eterna ha il mare che tutto riceve e tutto conserva. Io non volevo tornare. Ero ricco. Potente. Ma mia madre stava morendo, mi mandarono a dire. Tornai. Su un battello bianco e rosso che era una meraviglia. Perché ero ricco. Il mare sorrise frusciando contro lo scafo e colorando d' oro i fianchi della barca. Io fumavo e pensavo a quando ero partito da casa, così giovane e solo. Il mare mi accompagnò all' isola e mi lasciò sulla riva, le onde si accartocciarono intorno ai miei piedi come per trattenermi. Mia madre intanto era morta. Girai di nuovo le spalle all' isola, la terra aspettava lontano, poi lei, che avevo amato da ragazzo, mi fu davanti e fu come una magia di luci e di ombre e di calore e di freddo e il sangue corse rapido per le vene e io pensai che l' avrei portata via con me, quando ci fu il boato e il vulcano spruzzò nel cielo vampate di fuoco. Corremmo al battello. Molti ne portai con me al largo. Il mare impazziva intorno all' isola e gridava. Poi tutto finì, tornammo a riva e fra la rovina la voce del mare ricominciò a cantare. Della vita dell' amore della morte...
Non tornai più sul continente. Perché il mare non dimentica. Mi aveva chiamato indietro perché io mi ero scordato dell' amore che mi ero lasciato alle spalle, di me stesso. Glielo avevo narrato durante le notti trascorse a pescare, di lei, di quanto eravamo giovani e poveri... lui se l' era tenuto ben fisso in mente, io no. Rimasi. Mare della mia vita. "
A me, accoccolato sui talloni sotto il sole, con negli occhi le frange delle foglie di palma, si apre dinanzi una breccia aperta sull' infinito attraverso la quale passato presente e futuro confluiscono in linee convergenti come radici di alberi secolari che nella terra sprofondano e s' allungano e dal tronco si allontanano, riemergono a fior di terra e al tronco linfa convogliano attimo dopo attimo. Uno spazio aperto nel mare immenso che preserva, accoglie e inanella di bagliori le spoglie dei sogni, i ricordi stessi dei giorni e non esiste ieri, ma solo quest' oggi che con l' ieri è tutt' uno e diviene domani.
Mare che risuona di parole e sospiri, le mie parole, i miei sospiri, occhi aperti a cercare quel perché che non trovo da nessuna parte, che, se appena mi pare di scorgerlo, mi sfugge e la ricerca riprende.
Forse fra le onde non troverò risposta,
ma pace
e il ricordo di lei fra i ricordi di tanti respireranno echi di vita
e lei ancora sarà con me,
- i nostri attimi durati una vita,
perduti nel fango d' una luce ingannevole, d' un suono stridulo, fragore e schianto, rottami contorti -
lei ancora sorriderà e tenderà la mano: sono qui.
Mi fissa il vecchio, viso grinzoso, e dondola il capo sì sì sì, è così.
Mi alzo, annuisco e mi allontano a passi lenti sulla sabbia nera di quest' isola nata dal fondo dell' oceano, che ti riempie di voce potente, frangente dopo frangente e se cammini proprio sulla battigia dove le onde si sfanno, non importa se piangi, tanto gli spruzzi ti lavano il viso e nessuno se ne accorge. Solo il mare lo sa.

*

Presi l' abitudine d' andare sulla spiaggia di sabbia nera e, giorno dopo giorno, aspettavo che lui arrivasse, ascoltavo i brandelli di frasi che gli uscivano dalle labbra, insieme guardavamo la linea lontana dell' orizzonte dove cielo ed acqua s' incontrano, sfumando l' uno nell' altra.
Un giorno il vecchio non venne, i ragazzini non si videro. In paese si parlava solo del fatto che nella notte era morto, quasi centenario, colui che per tutti era il padrone dell' isola.
Il padrone dell' isola. Di ogni locale, di ogni casa, forse di ogni granello di sabbia nera. Lui.
Allora sono tornato pian piano alla spiaggia, ho camminato sulla battigia, mi sono chinato a raccogliere un sassetto levigato, verde, l' ho stretto nel pugno, mi ha ferito il palmo, l' ho stretto con più forza, poi mi sono fermato e l' ho guardato nel profondo, quel mare d' acque salate che sanno degli uomini quando ancor di vita non ce n' era al mondo aperto in spazi infiniti, l' ho fissato e con gentilezza, badate, con gentilezza, gli ho chiesto: " Perché lei è morta, lei, non io? ", e ho lasciato cadere nell' onda il sassetto, con dolcezza.
In dono. Perché non dimenticasse la mia domanda.

© Daniela Manzini K.



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