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Il Dio Ade
di Emiliano Grisostolo
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I

Le paludi dell' Acheronte

L' obolo stava immobile sulla bocca dell' uomo disteso. Attorno non si udiva alcun che.
Quando l' uomo disteso sulla lettiga di legno si sentì strattonare, aprì gli occhi. Si guardò attorno alla ricerca di una risposta. Nella propria mente solo confusione.
La vista scarsa, non sentiva nulla. Vedeva inerme colui che sbraitava e agitava il bastone sopra di lui. Ma nulla.
Ed ecco che l' udito iniziò a funzionare, ed ecco che la collera di quell' uomo orsuto e barbuto, dal volto segnato e gravemente, o così pareva, malato, gli si conficcò nel petto e nel cuore. Nella testa e negli occhi.
Silenzio e dolore provava in quel momento, odio e rammarico per qualcosa che non rammentava. Solo silenzio seppur l' uomo brutale che lo sovrastava urlasse contro il suo riposo continuo, solo desolazione in un corpo e... in una mente devastata da tremori che non sapeva riconoscere.
Il corpo... ma quale?
Possedeva ancora un corpo? Cos' era oramai in quello che appariva attorno a lui in quel momento, solo un limbo senza tempo, un luogo del non ritorno?
Era forse...
Chiuse gli occhi mentre il bastone gli piombava sulle braccia che faticosamente cercavano di riparare il suo volto. Lanciò le proprie urla verso colui che senza pietà colpiva e alzava di nuovo il proprio bastone per colpire nuovamente. Una, due, tre volte... Poi le sue urla parvero far breccia in quella che appariva una scorza troppo dura.
Ora l' uomo dal volto grave e barbuto, dal cappello rotondo e dal mantello a brandelli, teneva
l' obolo di rame nella mano, tra le dita. Non urlava più, aveva trovato il porprio tesoro. Era ora di andare.
Il bastone aveva ripreso la sua posizione originale, un capo a terra, l' altro nella mano sinistra di quel vecchio bruttissimo. Le angoscie, le paure, i timori dell' uomo disteso e picchiato presero corpo ogni attimo in più che trascorreva, divvenendo reali, vere a tal punto da far male dentro quel qualcosa che sapeva di non possedere più. Il dolore provocato dalle bastonate era già passato, ma sapeva, intuiva che in qualche maniera quel ricordo gli sarebbe stato utile in futuro, perchè in futuro quel dolore sarebbe tornato a trovarlo. Non era finita la sua avventura, era appena iniziata.
Gli occhi aperti sul proprio futuro, uno nuovo. Lo sguardo vitreo del cadavere che per qualche ragione era tornato a vivere in un luogo d' oltre tomba, in una landa senza tempo dalla quale nessuno era mai tornato, se non si contava Eracle.
Lo aveva letto da qualche parte, altri ricordi in quel lasso di tempo non gli tornarono alla mente, forse non li aveva neppure più. Non sapeva neppure chi era o che cosa era.
Si ritrovò in piedi e mentre la lettiga si allontanava, ( o era lui che si allontava?) il bastone piombò nuovamente sulla sua spalla destra mandandolo a terra nella poltiglia sulla quale stava camminando.
" Muoviti! sali su di quella barca, e aspetta i tuoi compagni, stanno già giungendo."
L' uomo sputò il fango che si era ritrovato in bocca, sapeva di terra morta. L' odore acre di una terra che non poteva dare più alcun frutto al mondo, a quel limbo nel quale si era risvegliato. Un frutto che forse non conosceva neppure nei suoi ricordi.
Alzò lo sguardo e così anche la testa, il bastone lo ricacciò a terra e la mente ripiombò nell' oblio e nell' odio verso quella persona, quel vecchio. Una sensazione orribile di angoscia mista ad odio, voleva ucciderlo, prenderlo per il bavero di quel mantello sgualcito e ricacciargli in gola quello che ora teneva a terra il suo corpo stanco, spossato da un trapasso che non aveva un perchè.
Si costrinse a pensare che semplicemente non lo riccordava.
Il bastone scomparve, e mentre alzava gli occhi alla ricerca della barca e dei nuovi compagni che stavano giungendo, così gli aveva detto il vecchio dalla lunga barba, gli tornò alla mente il suo nome. Tutto immediatamente gli divenne molto più chiaro.
La moneta che teneva nella mano quel vecchio era l' obolo che serviva a pagare il traghettatore, lui era alle soglie di un mondo immenso e senza tempo. Era giunto così alla fine, pensava mentre si dirigeva con grande stanchezza verso la barca e da dietro altre urla si alzavano in cielo, ma quale cielo? Sopra a loro solo un cielo nero senza luci, denso a tal punto da rendere ogni cosa od essere uguale ad un' altra per mancanza di colore, di profondità... di vita.
Ma una vita a loro modo l' avevano riacquistata, non l' aveva compreso subito, ora invece capiva che i suoni che udiva al di la di quella palude erano i suoni degli esseri che li stavano aspettando.
" Quello è l' Acheronte," disse il vecchio.
In quel momento seppe in un solo istante, mentre altri dietro a lui incalzavano per salire sulla barca che li avrebbe traghettati sull' altra riva del fiume dei morti, che la sua nuova esistenza era appena all' inizio.
In quello il bastone lo rispedì a terra in un turbine di confusione mentre altri lo calpestavano incuranti.

II

Il dio Ade

L' uomo si faceva chiamare Eral, un tempo. Ora, in quel luogo, non aveva più alcun nome.
C' era stato un tempo in cui quel nome era l' unico che conoscesse, l' unico che potesse dare una risposta ai suoi perchè, per lo meno in parte. Ora invece tutto appariva lontano, vago come ricordi che lentamente ma inesorabilmente si allontanavano da lui, dal suo essere.
E quale essere?
Si ritrovava a guardare in volto esseri che come lui non sapevano più nulla del loro mondo, esseri in cui nulla avrebbe riportato la luce, la libertà, la voglia di ...
Vivere?
Era veramente quello che stava per pensare? Per dire? Per credere?
In cosa poteva ancora credere?
A nulla. Quella era l' unica risposta a cui poteva agrapparsi. Al nulla, perchè attorno a lui, dentro di lui in quel momento, vi era soltanto il nulla.
I colori erano scomparsi, affogati in quella landa agrappata alle rive di un fiume stagnante sul quale stavano navigando. I suoni soffocati dalle urla dei dannati che lo stavano accompagnando, e dai canti che si inalzavano al cielo ( quale cielo?) sopra di loro.
Tutto era inerme, tutto era morto.
Tutto aveva appena preso vita.
Eral si guardò intorno come alla ricerca di un volto che potesse dargli una qualche risposta più completa, un suono amico, ma quale? Tutto era avvolto nell' ombra e solo l' odore acre di quella palude melmosa in cui la terra andava a morire, aveva la forza di entrare in lui rubando anche
l' ultima speranza di essere all' interno di un sogno.
Gli odori non si sentono in sogno, gli era stato detto. Gli odori...
Ma anche quello scomparve dalla mente, l' ultimo ricordo che in qualche maniera era rimasto agrappato alla sua esistenza, quella che ancora possedeva, o credeva di avere. Si ritrovava solo, perso dentro un guscio che lo stava portando al luogo del non ritorno. Nessuno parlava, nessuno diceva nulla, solo angoscia e solitudine in mezzo ad altri che come lui lo fissavano e si fissavano con occhi vitrei, morti, spenti, senza vita.
Occhi di esseri, o quello che erano ora, abbandonati in un limbo senza tempo, senza terra, senza confini.
No, pensò nell' istante stesso in cui la bastonata lo colpì alla spalla facendolo sobbalzare e crollare sul remo che teneva tra le mani, quel luogo i confini li aveva, ma erano enormi e loro stavano per passare il portone d' entrata. Poi fu il buio.
E le urla gli fecero riaprire gli occhi. Erano le urla di Caronte, il vecchio che ancora li stava obbligando a remare quella barca dal legno fradicio che non affondava.
" Forza! Remate tutti insieme brutte carogne!"
Eral riprese i sensi e il dolore scomparve per far posto ad una nuova bastonata ancora più violenta, questa volta non cadde, schivò appena il colpo e si fece forza non appena il braccio riprese a funzionare. Remò con tutta la propria forza, non ne voleva sapere di essere colpito nuovamente.
Ma la distanza da coprire sembrava enorme, l' altra riva, se mai di altra riva si poteva parlare in quel fiume, l' Acheronte, non appariva ancora dinanzi ai loro occhi svuotati dall' anima.
Un corpo svuotato dalla vita.
E all' improvviso i loro latrati di dolore, ciò che usciva dalle loro gole senza un loro comando, scemarono perchè davanti ai loro occhi la riva era riapparsa.
" Scendete esseri degli inferi, siamo giunti al cospetto di colui che viene chiamato Satana, Diavolo, Lucifero... Siete giunti al cospetto del Dio Ade."
" Ade..." Risposero in coro i corpi inermi seduti sulla barca.
Si alzarono, i loro movimenti erano lenti, misurati, quasi impercettibili, ma un passo dietro l' altro si ritrovarono al cospetto di un essere enorme sulla terra che puzzava di marcio. Il suo naso era adunco, le orecchie a punta, con zanne a punta e ali di pipistrello sulle schiena. Sembrava che rospi si muovessero sulle sua schiena alla ricerca frenetica di cibo. Gli occhi grandi e rossi.
Dietro a lui un' immenso portone che sembrava essere sospeto nel nulla.
Ai suoi lati vi era soltanto un denso nero che obbligava a volgere lo sguardo in altre direzioni, e solo di sfuggita si potevano notare figure informi dai mille volti muoversi nell' ombra come spettri impalpabili, senza forma.
" Io sarò il vostro padrone d' ora in avanti. L' unico e per sempre."
Eral rimase in silenzio, attorno a lui gli esseri che lo avevano accompagnato nella traversata del fiume, non si mossero, non dissero nulla. Non osarono fiatare.
Lui si.
Si mosse appena cercando di voltarsi di lato, scrutando così il buio che avvolgeva quella nuova entrata per il mondo degli Inferi. Perchè era li che erano diretti, l' aveva compreso con suo rammarico, finalmente.
Una bastonata lo rispedì a terra e poi fu il buio dentro di lui. Il silenzio si fece più forte e rabbioso, il nulla che lo circondava prese il posto nella sua mente, lo invase, lo percosse violentemente tanto da fargli male, da renderlo quasi... morto.
Ma morto con gli occhi vitrei lo era già, lo comprese quando quel dolore allucinante scomparve così com' era venuto, lasciando il posto ai volti immobili di quegli esseri che lo attorniavano. I suoi compagni.
Qualcuno lo rialzò dal fango, un altro lo rimise al suo posto con semplici gesta meccaniche che non gli riuscì di comprendere. L' unica cosa che comprendeva, l' unica che conosceva in quel momento era solo un pensiero costante che non lo abbandonava più: quello non era il suo posto.
Se avesse perso quell' unico pensiero, l' unico appiglio al quale si stava agrappando con fatica e con tutto il proprio essere, o ciò che ne rimaneva, allora tutto avrebbe perso d' importanza.
E nel silenzio e nell' agonia si sarebbe perso come un granello si sabbia in mezzo al mare.
Il grande portone alle spalle del Dio Ade si mosse stridendo e lanciando il suo urlo di terrore nel mondo circostante. Le ombre che si muovevano veloci ed informi scapparono in ogni direzione, altre tentarono di allontanarsi dal risucchio che stava avvenendo nei pressi di quell' entrata per il mondo degli Inferi, solo alcuni riuscirono ad allontanarsi senza venirne risucchiati scomparendo in urla strazianti.
" E venuta l' ora di andare miei nuovi sudditi. Senza timore vi porterò in un mondo di angoscia e di dolore dal quale non potrete più fare ritorno. Questo ha deciso il vostro Dio, questo farò io per voi."
La massa di esseri che lo attorniavano si mosse regolare, spingendosi ma senza fretta, senza rallentare. Un cammino regolare, fatto di paura, timore, terrore. Immersi con i loro spiriti in un limbo senza tempo, senza vita, destinati ad essere creature di un mondo irreale ma vero, un mondo stretto a se ma infinito, un mondo racchiuso dentro le loro paura e quindi falso, ma nello stesso tempo vero...
Vero come era vero che stava vivendo per la seconda volta... o l' ennesima, chi oramai poteva più saperlo. Era sul punto di scoppiare dalla rabbia, urlare e correre e correre sempre più veloce, senza guardarsi più indietro. Davanti a lui solo il nero, l' Acheronte con il traghetto fradicio di quel vecchio, le sue acque malsane nelle quali sarebbe probabilmente scomparso, e oltre la libertà.
Rimase immobile defilandosi lentamente, schivando le spinte dei compagni, degli esseri che lo circondavano e che ora stavano avanzando lasciandolo al suo destino, senza scomporsi, senza pensare a nulla.
Quando il bastone del vecchio Caronte si alzò in alto sopra la sua testa, fu lesto a muoversi, e colpendo il vecchio allo stomaco buttandolo così a terra, prese a correre alla ricerca di ciò che ancora non immaginava.
Dietro a lui la figura del Dio Ade che rideva e scompariva in una nube fatta di nulla.


III

Il guardiano legato

La poltiglia malsana sotto i suoi piedi aveva un odore orribile, nauseabondo.
La calpestava perchè non poteva farne a meno, ma ora, più di prima, ne comprendeva l' esistenza, se viva era, e faticava a respirare, a ragionare.
Lo zolfo si alzava lento in spirali attorno a lui, la palude nella quale correva incaspicando, cadendo, e riprendendo a correre con più vigore ogni volta, appariva ai suoi poveri occhi stanchi, alla sua mente offuscata dal caos, immensa.
Spostò lo sguardo verso destra, laggiù, da qualche parte, aveva appena notato un movimento lesto, veloce. Fugace.
Un' ombra scivolata come per caso tra le pieghe di quella notte nera nella quale si stava perdendo. Dietro urla di dolore straziante si alzarono come a voler evocare demoni salvatori, o semplicemente urlavano perchè lui ce la stava facendo, mentre loro morivano.
Ma la vita in quel limbo era già un qualcosa di lontano, troppo lontano per essere richiamata alla realtà del momento. La vita non l' aveva alcuno, lui solo stava cercando si riconquistarla, di cercarla in mezzo a quel deserto nero di melma e acqua puzzolente.
E la barca oramai era che a pochi passi. Ancora uno sforzo si disse, costringendosi a correre, a correre senza pensare ad altro, senza guardarsi alle spalle.
Una sola distrazione e sarebbe per lui stata la fine.
Di nuovo quel movimento sfuggevole. Rallentò appena cercando con lo sguardo attento quelll' essere, quella qualunque cosa che aveva notato con la coda dell' occhio. Nulla.
Rallentò ancora, camminava ora, ma non se ne rese conto.
Eral stava piangendo, camminava e piangeva. Attorno solo suoni ed urla di strazianti morti. Dietro il gigantesco portone. Davanti a lui ora, e lo fissava con orrore, un' immensa bestia a quattro zampe dalla forma insulsa.
Chi mai era quel... Guardiano?
Il Cerbero descritto nella mitologia, nei libri che...
Il vuoto, anche quell' ultimo ricordo, quell' ultima speranza di non essere qualcosa di così totalmente vuoto, scomparve.
Un ringhio cavernoso di rabbia si alzò nell' aria. Lo zolfo salì con più violenza entrando nel suo corpo, nella sua testa. Poteva ora sentirne gli effetti, gli girava tutto, ne era asfissiato e non respirava, ma non poteva permettere che qualcosa come quel guardiano lo rispedisse indietro. Non glielo avrebbe permesso.
Ma daltronde cosa poteva fare!?
Pianse perchè non vi era altra cosa da fare. Pianse portandosi le mani al volto e coprendosi gli occhi quando quell' ombra che aveva ora un nome ed una forma si mosse in principio in modo lieve, ma successivamente con violenza e velocità inaudite, contro di lui.
L' essere, il Guardiano, il cane del Dio Ade non era solito patteggiare con alcuno. L' unico che era riuscito quasi a soffocarlo e ad ucciderlo, riportandolo nel mondo dei vivi, era stato Eracle, ma quello che aveva dinanzi ora era un uomo senza senso.
Le tre teste di cane con la coda di serpente furono sull' uomo sbranandolo, ed Eral scomparve tra le fauci della bestia come se non fosse mai esistito. Non un grido, non una goccia di sangue cadde a terra o si disperse nell' aria.
Poco distante il Dio Ade ricomparve attorniato dai nuovi sudditi, l' immenso portone per il mondo degli Inferi era aperto. A rotazione ogni nuova creatura baciava il posteriore del Dio che raffigurava un nuovo volto, un bacio di fedeltà e di sottomissione totale.
Una risata si alzò in aria quando scomparve nuovamente lasciando i nuovi venuti alla mercè di Cerbero che si avvicinava a loro ringhiando e spingendoli verso il portone ed il mondo dal quale non sarebbero più potuti tornare. Dalla bocca gli colava sangue fresco ma scompariva nello stesso istante in cui toccava il suolo.
Quella stessa terra era intrisa del sangue dei fuggitivi, di tutti coloro che vi avevano provato e avevano fallito innesorabilmente.
Tra le urla ed il terrore il portone si richiuse dietro i pochi che ancora avevano tardato entrare, Cerbero si sedette davanti all' entrata, la lunga catena alla quale era legato toccava terra, e si appisolò in attesa di nuovi comandi.

© Emiliano Grisostolo



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