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l'ultima corsa
di Valeria Biffi
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Credo che fuori stia nevicando, le campane sembrano lontane questa mattina.
Non ho voglia di uscire a controllare, sto bene qui, al caldo. L’ultima volta che ho visto la neve stavo ancora con Lei.
Quella mattina, come al solito, percepii il suo risveglio: lo spostamento delle coperte, lo scricchiolio dei suoi passi sul parquet, il rumore delle persiane che sì aprono…e il suo lamento alla vista della neve. A Lei non piace, e guidare con il manto bianco sulla strada la rende ancora più pericolosa. Se la cava molto meglio su due ruote. Mi piace quando facciamo dei giri il sabato pomeriggio o la domenica mattina con la sua Bianchi.
Ricordo la prima volta, la nostra prima estate, c’era un gran sole nel cielo, Lei era felice quel giorno, sin dalla mattina il suo brio era stato contagioso anche per me, che non potevo fare a meno di starle vicino e riempirla d’amore. Decise che una giornata così non doveva essere passata in casa, prese la bici e si mise a pedalare forte, allungando le gambe in discesa come fanno i bambini. Intorno a me tutto passava veloce, non distinguevo bene gli alberi, la strada, ero eccitata ed impaurita, strizzavo gli occhi finché presi coraggio e mi guardai intorno, mi sembrava che tutto il mondo fosse un’enorme macchia verde. E poi il profumo; era così strano, l’aria odorava di fiori, degli stessi che Lei mette nel vaso ogni sabato, quelli gialli, grandi; ma c’era anche dell’altro, un odore che allora non conoscevo e cui non sapevo dare un nome.
C’erano rumori insoliti, voci, tante voci, non ne avevo mai sentito tante tutte insieme. Posteggiammo la bici e continuammo a piedi, nel prato. Le stavo vicina, quasi fossimo un tutt’uno. Ci fermammo all’ombra di una quercia, Lei distese un telo, io rimanevo immobile non osavo allontanarmi da Lei. Si sdraiò prona e iniziò a leggere uno dei suoi grandi libri. Io mi guardavo intorno, tutto mi sembrava immenso: l’erba, il cielo, le farfalle. Mi misi così sopra la sua schiena e inizia a fare le fusa.Era bello sentire l’aria fresca che faceva vibrare i miei lunghi baffi, arruffava il mio pelo e mi rendeva felice.
Lei si girò facendomi rotolare giù, mi prese in braccio e iniziò a passeggiare, mi parlava, spiegandomi ciò che c’era intorno a noi, dando un nome a ciò che vedevo. Stavamo bene insieme.
Dopo questa prima gita ce ne furono molte altre. Ogni volta ricordavo i nomi di ciò che vedevo e ne imparavo di altri, c’era però sempre quell’odore che non riuscivo ad identificare.
Un giorno c’erano tantissimi scatoloni per casa, Lei era agitata, ma anche contenta. Ogni tanto spariva con qualcuno di questi scatoloni e mi diceva “scusa se ti lascio sola così a lungo, ma ti prometto che presto staremo ancora tanto insieme, starai ancora meglio che qui, avrai un giardino tutto per te”.
Non sapevo quali fossero i suoi progetti, sapevo solo che mi mancava, ma feci quello che mi aveva chiesto: portai pazienza.
Aspettai, finché finirono tutte le scatole e rimanemmo solo noi due nella casa. “E’ ora” mi disse. Mi mise nel trasportino e salimmo in macchina. Era più o meno la stessa strada che facevamo in bici. Arrivammo in una bella casetta rosa in mezzo ad un giardino, apri il mio trasportino. Uscì titubante, tastando per la prima volta un terreno nuovo, intorno a me volti che volevano essermi amici. Rimasi incerta se uscire del tutto o rientrare, poi la guardai, e vidi che mi sorrideva e mi incoraggiava, capì che potevo fidarmi.
Aveva detto la verità, il giardino era tutto per me, un immenso parco giochi. Rampe da cui balzare, pertugi da scoprire. Ma anche pericoli di cui ignoravo l’esistenza. Vidi, per la prima volta da vicino, altri gatti, ma erano diversi da me, forse perché non avevano Lei.
Le prime notti sono state dure, tanti rumori nuovi e ancora quell’odore nell’aria.
Tanti gatti venivano nel mio giardino, credo che volessero essere suoi anche loro, ma io li ho cacciati. Lei è fiera di me.
La primavera e l’estate sono stati stagioni di scoperta e crescita per me. Ero pronta ad affrontare l’inverno nella mia nuova casa.
Faceva già freddo quando un sabato pomeriggio mi misi al sole al di là del nostro cancello.
Si fermò un bambino, mi accarezzo, e risentì quell’odore. Poi arrivò qualcuno che disse al bambino di fare in fretta, tutto a un tratto mi ritrovai in uno scatolone buio che sbatteva all’interno di un bagagliaio. L’odore era sempre più forte. Che stava succedendo? Chi erano e dove mi portavano?
Si fermarono e mi fecero uscire, tremavo, e capì cos’era quell’odore: paura.
Scappai, mentre cercarono di riprendermi, ma io fui più veloce.
Cercai di tornare da Lei, ma non ci riuscii. Mi fermai in un giardino dove mi trovò una ragazza le somiglia, è dolce e mi vuole bene, ma non è Lei.
Chissà quanto mi ha cercata, chiamata e pianta. Vorrei dirle che sto bene e che sto facendo di tutto per tornare da Lei. Mi manca. Al mattino quando mi sveglio mi sembra di vederla e di sentirla, e nelle mie orecchie riecheggia sempre la sua voce “buon giorno Bia”.

© Valeria Biffi



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