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Calabi Yau
di Giovanna Garraffa
Pubblicato su SITO


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Chiamatela visione oppure no, ma prima ancora che lui si trasferisse nella grande casa bianca vicino al fiume, sapeva già che l’avrebbe incontrata. Quando passò per la prima volta vicino alla casa, gli apparve un’immagine, la visione di lei in piedi sul retro di quella casa, mentre guardava fuori dal patio in direzione del fiume, chiamando qualcuno, forse proprio lui. I suoi lunghi capelli rossi gli fecero capire che si trattava di una specie di premonizione poiché non conosceva nessuna che le somigliasse. Inoltre sapeva che nel momento in cui l’avesse incontrata per la prima volta nella vita reale, l’avrebbe riconosciuta.

Non aveva di queste visioni, e solitamente non ci avrebbe creduto. Era uno razionale lui, e se c’era una cosa da dire sulle sue composizioni, le sinfonie e le sue colonne sonore era proprio questo: erano razionali. Belle a volte, certo, bisognava ammetterlo, quando la forma del pezzo richiedeva una certa convenzione, ma razionali, misurate e precise. Raramente le note sfuggivano al suo controllo come spiriti, perché la sua musica era l’espressione di un’idea, l’argomento per una presa di posizione scientifica o metafisica, ed era questo che aveva successo. Ed era questo che lo faceva lavorare.

Vide molte altre case, alcune in condizioni migliori rispetto alla casa vicino al fiume, ma ogni volta che immaginava quella vecchia casa bianca, si ricordava della ragazza dai capelli rossi. Guardava fuori dalla porta sul retro, chiamando qualcuno, e in qualche modo lui sapeva – anche se non credeva a queste superstizioni – che se si fosse trasferito in quella casa, l’avrebbe incontrata. Era convinto che lei (chiunque fosse) gli sarebbe diventata molto familiare.

A 35 anni, si era già affermato a Hollywood, perchè quando ne aveva 25, gli fu commissionata, da un amico del college che era poi diventato un produttore, la colonna sonora di quello che in seguito sarebbe stato un film di grande successo. Questo gli procurò soldi e fama. Ricevette la nomination per l’Oscar. Trascorse 10 anni a vivere come un giovane di successo a L.A., a scrivere musica nella veranda della sua villa al mare e a divertirsi la notte tra un party e l’altro. Scrisse la colonna sonora per dei noti film horror, un lavoro di poco conto ma rimunerativo, e anche se era di Fresno, aveva amici produttori che vivevano su entrambe le coste. Andò a un mucchio di feste, ma quando compì 35 anni, accadde qualcosa.

Non si trattava né di una rivelazione, né di un momento sublime guardando degli uccelli in un campo, né tanto meno di una visione anagogica di un albero che suonava jazz infuriato nel vento, semplicemente una mattina si alzò ed era a conoscenza della verità. Era giunto il momento di fare musica di prima qualità. Aveva la possibilità di dedicarsi alla musica a tempo pieno per il resto della vita, se avesse vissuto modestamente. Voleva allontanarsi da L.A. e vivere in qualche posto isolato dove poter scrivere soltanto.

Quello che voleva scrivere lo ossessionava, le note lo perseguitavano anche nei sogni, e così capì che quelle note dovevano essere scritte.

Era una sinfonia. Quell’energia gli pulsava dentro da anni, tentando di diffondersi da ogni singolo poro. Era in grado, in ogni momento, di  vedere le note, erano come scritte nell’aria, o percepire i suoni. Il fatto era, che questa musica, questa sinfonia, questa idea lo aveva accompagnato fin dall’età di 5 anni. Quel ritmo di solito ritornava in un suo incubo ricorrente. Cominciava ogni notte con un ritmo sincopato della stessa nota, un si bemolle di uno strumento che sembrava essere un violoncello. Era un continuo, uno/due sempre la stessa nota, senza nessuna variazione quel suono lo riportava a un sogno che lui odiava ma che continuava a ritornare. Aveva 5 anni. Era in un’auto di notte. Solo. Per terra sul sedile posteriore. Rannicchiato e si nascondeva da qualcosa di brutto. Quel ritmo martellante del violoncello – da, da, da, da – si trasformava nel rumore dei grilli. Fuori dalla macchina, qualcuno voleva ucciderlo.

Adesso sapeva che quel ritmo avrebbe fatto parte della sua nuova sinfonia, ma non così, non come quel ricordo o quella sensazione. Voleva che fosse metafisico, non emotivo. Sarebbe stato come le sei extradimensioni postulate dalla Teoria delle Stringhe sulla meccanica quantistica. Sapeva che lo avrebbe registrato e che avrebbe venduto bene perchè improvvisamente tutti si erano appassionati alla fisica. Sarebbe stato un insieme di strumenti a corda, violoncello, viola, violino, chitarra, liuto, e arpa, sei strumenti, un viaggio musicale in ognuna delle sei dimensioni previste dai fisici, ogni strumento che fungeva da guida, una sorta di Virgilio, attraverso le altre dimensioni. Gli strumenti tutti assieme rappresentavano il culmine della sinfonia, il cui suono sarebbe stato al contempo, dissonante e frammentario, una cacofonia del caos quantistico, rappresentazione della realtà ad un livello subatomico, all’interno degli atomi, dei nuclei e dei quark.

Queste extradimensioni dovevano accartocciarsi e torcersi – non come un bambino sul sedile posteriore di una macchina – ma ad un livello subatomico. Ogni movimento doveva rappresentare quell’atto di penetrare e uscire da quelle dimensioni, in modo razionale ma non emotivo, e quel ritmo binario del violoncello sarebbe andato avanti per circa cinque minuti, quella singola nota ripetutamente, fino a diventare il suono cadenzato della logica, fino a non percepire più niente.

Decise di comprare la casa bianca vicino al fiume. Trascorse la prima settimana a trasferire tutta la sua roba dalla casa al mare di L.A. Dopo essersi trasferito, ci volle più o meno una settimana per sistemare tutte le sue cose, i libri sulle mensole, gli antichi strumenti musicali alle pareti, i diplomi e i riconoscimenti incorniciati, l’Oscar che luccicava in cima allo scaffale. La stanza principale era molto grande e comprendeva sia il soggiorno che la stanza da pranzo e durante il giorno era solito tenere le tende aperte. Amava far risplendere la casa di tanta luce e lasciava tutte le finestre spalancate così da poter percepire la brezza e il fiume. Fu proprio quando si mise a lavorare a quella sinfonia che conobbe la ragazza dai capelli rossi.

Lei suonò il campanello. Lui era piuttosto impaziente poiché stava portando a termine una buona partitura e non voleva interruzioni, ma si alzò comunque e rispose. Lei era lì in piedi e con un tegame avvolto in un panno.

“Fagioli piccanti,” disse lei. Sorrise e rimase lì in attesa che lui la facesse entrare, forse sperando che lui commentasse il profumo del cibo, o magari non stava pensando a niente di simile, semplicemente cominciavano a farle male i muscoli dell’avambraccio (per il tegame).

“Fagioli piccanti,” disse lei. Desiderava che lui l’aiutasse con il tegame.

“Uh, grazie,” disse lui, afferrando la pentola.

Indossava una gonna rossa estiva e una camicia smanicata bianca, i capelli sciolti, risplendevano alla luce. “Hai davvero dei bellissimi capelli,” disse lui.

Lei se li accarezzò. “Grazie,” disse lei. “Sono in ritardo?”

 “Scusami, entra pure,”  lui si scostò.

Lei entrò in casa con l’aria di chi da sempre avesse voluto vedere quel posto. Diede un’occhiata agli strumenti appesi in alto sul muro, violini antichi, strumenti a corda del periodo elisabettiano, flauti, armoniche e clarinetti.

“Oh,” esclamò lei. “Una specie di collezione.”

“Sono un musicista,” disse lui.

“Oh, davvero?” disse lei, squadrandolo, come se si intendesse di musicisti.

Lui reggeva la pentola coi fagioli, sentendosi sotto esame, e gli avambracci cominciavano a fargli male. Sentiva l’odore dei fagioli, e sapevano di buono, una salsa a base di pomodoro e aglio.

“Dove sono tutti?”chiese lei. “Fuori vicino al fiume?”

“Tutti?”

“Non sei Rick?”

Ecco cosa era successo. Lei si trovava nella casa sbagliata. I suoi amici davano una festa a casa di un amico vicino al fiume, una persona che lei non conosceva ancora. “Che imbarazzo,” disse lei.

“Credevo facessi parte del comitato di benvenuto.”

 “Bè, benvenuto,” disse lei.

“Immagino tu rivoglia i fagioli.”

Lei rise e gli domandò se voleva assaggiarli. “Sono davvero buoni,” disse lei. Lui rispose che ne avrebbe gradito un po’, così prese due ciotole e servì per tutti e due. La zuppa era densa. Così lui aprì una bottiglia di vino. Al suo secondo bicchiere lei ammise di essere contenta di aver sbagliato casa, perchè sarebbe stato meglio presentarsi in ritardo. Forse, disse lei, a livello subconscio, lo aveva fatto di proposito; “chi può dire quali realtà ci creamo,” disse lei. I suoi amici volevano sistemarla con quel Ricky, e lei non aveva nessuna voglia di essere sistemata.

 “Così sei single?”, chiese lui, rallegrandosi.

 “Bè, si,” disse lei, come se la risposta fosse ovvia. Lui disse di chiamarsi Brad. Lei Alyssa.

Lei non andò più a quella festa né a conoscere Rick. Praticamente, un mese dopo, viveva con Brad nella casa vicino al fiume.

La relazione era perfetta. Lei lavorava durante il giorno, così lui era in grado di concentrarsi tutto il tempo sulla sua sinfonia mentre lei non c’era, e nel tardo pomeriggio quando lui ormai non ne poteva più, lei rientrava. Trascorrevano le serate a passeggiare lungo il fiume, o a cucinare dei manicaretti. Lei amava cucinare ed era un vero genio in cucina. Lui amava il buon vino, e ogni sera stappavano una bottiglia, lo assaggiavano, lo commentavano, annotando le proprie opinioni sulla carta dei vini. A volte lei rientrava per pranzo. Lui usciva dal suo studio, dove scriveva, mentre lei si sedeva al tavolo e mangiava un’insalata.

“Ho un panino per te,” diceva lei.

Era la migliore relazione che avesse mai avuto, lui desiderava sposarla, e che lei trasferisse lì da lui tutta la sua roba. Lei era un’insegnante, e aveva l’estate libera, così potevano viaggiare intorno al mondo, andare da qualsiasi parte.

Andavano così d’amore e d’accordo fino a quel giorno quando ci fu quella terribile discussione. Non ricordava neanche com’era iniziata ma fu tremendo. Strillarono, gridarono e piansero, ma lui le disse delle cose così meschine, così malvagie, che lei minacciò di andarsene e di non fare più ritorno. Così prese tutta la sua roba, la buttò nella sua macchina e andò via sgommando.

I giorni successivi lui non fu più in grado né di scrivere né di dormire. Un giorno, dopo averne trascorsi molti a bere vino senza dormire, era lì che scriveva nel suo studio, o piuttosto provava a scrivere, quando d’un tratto perse i sensi. Chiuse gli occhi ed entrò nel primo stadio del sonno, dove le cose incominciano a perdere forma, dove la Ragazza del Lago con una barca attraverso l’acqua, lo conduceva fino al mondo dei sogni. Era in grado di sentire il remo di legno che schioccava e frusciava nell’acqua. Improvvisamente la verità lo fece risvegliare.

Alyssa non era mai esistita. Brad capì che era solo il frutto della sua immaginazione, che era stato influenzato dalla visione che aveva avuto la prima volta che con l’auto si era accostato alla casa. Questo spiegava perchè non erano mai andati in città per cena. Tutti avrebbero visto solo un uomo, seduto accanto a uno posto vuoto, parlare ad un posto vuoto, sporgersi dal tavolo e baciare il nulla. Ecco perchè non aveva mai incontrato nessuno dei suoi amici, e quell’unica volta che era venuto un suo amico da Hollywood a trovarlo, lei non c’era.

Ma ovviamente questa idea era ridicola, si disse. Certo che esisteva. Avevano litigato. Ecco tutto.

Una notte girava per casa in cerca di qualcosa che lei avesse potuto dimenticare, un paio di calze, qualche indumento intimo, un libro che stava leggendo, ma non trovò nulla, nessuna traccia. Questo poteva significare due cose, o che non era mai esistita oppure che era talmente arrabbiata con lui da aver preso tutto, ma questo non era un buon segno. Significava che effettivamente non aveva più intenzione di tornare.

Beveva sempre di più, dimenticava per riuscire dormire. A volte aveva delle allucinazioni, credeva di vederla camminare nel soggiorno o in piedi, alla finestra mentre guardava fuori o vicino al fiume, sotto la luna, con una camicia da notte trasparente.

Forse era troppo preso dal suo lavoro per essere lucido, forse stava dando di matto, o semplicemente non esisteva nessuna Alyssa. Se uno ci pensa, il nome stesso, Alyssa, risuonava come una fantasia maschile. Ovvio che si sarebbe chiamata Alyssa. Perché non Berta o Marta?

Una notte gironzolava per casa, a piedi nudi per le stanze, cercando di capire come stavano realmente le cose. Raggiunse una porta alla fine del corridoio, era quella della sua camera da letto. Era chiusa. Chissà se gli era possibile, accedere a una stanza segreta? Magari avrebbe potuto trovarsi nel centro di qualche grande città, passare dal suo piccolo corridoio fino alla voragine di alti edifici. La aprì ma era solo la sua stanza vuota. Sul mobile, vicino al letto, una scatola di Kleenex.

Una notte, riprese la sua sinfonia, e scrisse un’intera partitura, per chitarra, in una sola seduta, e aveva una melodia reale, la musica dell’amore. Mentre sentiva quella musica in testa e la scriveva, immaginava delle dita che fuoriuscivano dall’acqua del fiume, migliaia di dita che si agitavano nell’acqua al chiarore della luna.

Fu la notte che andò fuori. Era buio. Uscì dalla porta sul retro, attraverso i cespugli e gli alberi secolari, marciando a suon di musica. Dalla riva percepiva il flusso del fiume, come se l’oscurità lo rendesse ancora più rumoroso. Era la sinfonia più forte, mai sentita prima. L’ultima cosa che vide prima di scivolare e cadere tra le fredde dita dell’acqua fu se stesso, bambino, che tentava di nascondersi sotto al sedile posteriore dell’auto, per terra, accovacciato e contorto.

La mattina seguente, Alyssa si svegliò credendo di riuscire a perdonarlo per le cose che aveva detto. Andò in macchina fino a casa sua. Bussò alla porta ma non rispose nessuno, stava per entrare con la sua chiave, ma non ce l’aveva. Non ricordava di averla tolta dal portachiavi, tuttavia non ce l’aveva.  Cercò di aprire la porta ma non era chiusa a chiave. Entrò nella casa fredda. Quel luogo le sembrava troppo silenzioso. Lo chiamò, passando da una stanza vuota all’altra.

Andò in cucina e vide la porta sul retro. L’aprì, rimase lì in piedi, assaporando l’aria fresca mattutina. Si mise a chiamarlo. “Brad,” gridò lei, stupita di avvertire angoscia nella sua voce. “Brad, tesoro, sei lì?”

C’è un posto al di là del bene e del male. E’ lì che ti incontrerò.

© Giovanna Garraffa



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