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Sotto la neve
di Alberto Veronese
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Nevicava. Natalie cercò di far ripartire il motore della macchina.
"Ehi, finisci di raccontarmi la storia!" disse la figlioletta di tre anni e mezzo seduta sul sedile posteriore. Riprovò a girare la chiave dell'accensione. Niente. La batteria si era del tutto scaricata.
"La macchina è rotta," disse la madre.
"Cosa è rotto?" chiese la bimba.
"Oh, siamo bloccati. Dobbiamo aspettare che arrivi qualcuno." "Chi arriva?"
Natalie si girò e guardò la bimba sul sedile posteriore: "Adesso arrivo io angelo mio." Appoggiò il gomito sullo schienale del sedile anteriore, passò tra lo spazio dei due sedili e si mise di dietro con la bimba: "Dai vieni." La bimba spalancò le braccia e circondò fin che poté il corpo della madre: "Mamma, non andiamo più da papà?"
"Sì sì, ma adesso dobbiamo aspettare qui." La madre la strinse a sé.
"Adesso possiamo finire la nostra storia?" chiese la bimba con un sorriso.
"Certo, tesoro," disse la madre, "nevicava e nevicava, e la casetta piano piano rimase sotto la neve. Non si poteva guardare fuori dalla finestra da quanta neve era caduta..." "Anche noi rimaniamo sotto la neve?"
"No, no, nella storia nevicava molto ma molto di più."
"Continua."
"La bambina più grandicella pensò allora di fare un grande fuoco nel camino. I bambini incominciarono a buttare tutta la legna che trovarono nel camino. Il fuoco divenne sempre più caldo e rosso. Poi ci buttarono le sedie, i cuscini e le poltrone. Poi i mobili e i letti. Presto nella casa non rimase più niente da bruciare e allora i bambini si misero a riposare e a dormire. Il giorno dopo quando si svegliarono il sole brillava attraverso la finestra. Corsero felici alla finestra e videro che nel giardino e sulle piante erano sbocciati i fiori. Avevano scaldato così tanto la casa che attorno alla casa era arrivata la primavera." "Mamma, ho freddo."
"Coraggio piccina mia. Presto papà verrà a prenderci. Perché intanto non mi racconti tu una storia?"
"Fuori faceva freddo. Anche dentro però. E la casa era sotto la neve. I bambini erano dentro, nella casa. E allora incominciarono a bruciare ogni cosa.
Quando si svegliarono non c'era più la casa. Solo l'erba nel giardino."
"Dormi ora."
"Mamma, ho freddo."
La donna strinse la bambina a sé.
Nevicava più forte e faceva più freddo. Si erano avvolti nella coperta di lana. Natalie cantava tranquilla la ninna-nanna, cullando la bimba.

Una vivace folata di vento freddo e tempestoso nella notte scosse le vecchie assi della capanna. Martino chiuse il libro tenendo il pollice tra le pagine e girò il polso. Il suo orologio segnava le undici e mezzo. Posò il libro sul tavolino, sistemò meglio il cuscino sul divano e si avvolse bene nella coperta. Si propose di essere paziente, non preoccuparsi e di dormire; forse Natalie era rimasta dai genitori.

Così, intanto passò la notte. Infreddolita e misera Natalie rimase immobile.
Pensò a Martino solo nella loro capanna di vacanza, ai lieti discorsi serali con lui, al tè caldo che prendevano davanti al fuoco del camino, al loro letto coperto dal fresco e soffice piumino.
All'alba arrivò il sole. Brillava opaco attraverso lo spesso strato di neve sui finestrini della macchina. Calcolò che in tre ore, quattro al massimo, Martino sarebbe arrivato.

Proprio quella notte Martino dormì profondamente e al mattino si alzò pieno di energie. Attizzò il fuoco nel camino, si preparò il caffè e la colazione, si vestì e decise di andare a spaccare un po' di legna.

"Mamma, ho freddo." disse la bimba e tossì. Anche Natalie aveva freddo. Poi sentì la sete. La gola le era secca e bruciava.
"Adesso prendiamo un po' di neve e la succhiamo come un gelato, ti va?"
"Come un gelato alla fragola?"
"Sì piccina mia, come un gelato alla fragola."
Natalie cercò di abbassare un poco il finestrino. Non ci riuscì. Era bloccato dal gelo. Provò ad aprire la porta posteriore. Bloccata. Sollevò la bimba, la fece sedere di fianco a sé. "Adesso la mamma prova ad aprire una porta," le disse mentre la coprì bene con la coperta. Provò più volte, ma le porte della macchina non si aprivano. Rimase spossata e senza forze. Disse piano:
"C'è troppa neve tesoro mio. Aspettiamo che il sole riscaldi la macchina."
"Come nella storia?"
"Sì, sì proprio come nella storia."

Nel frattempo Martino si era tagliato con l'ascia. Proprio sopra la mano sinistra. La mano gli penzolava attaccata all'avambraccio solamente da un lembo di pelle e qualche tessuto che Martino non seppe riconoscere. Un fiotto di sangue gli bagnò il volto. L'orologio a polso gli era caduto nella neve, tranciato dal colpo. Martino pensò, che se non fosse stato per l'orologio, la mano probabilmente si sarebbe staccata del tutto. Alzò il braccio e cercò di fermare l'emorragia.
I raggi del sole sparirono. Natalie vide mutare la luce e le ombre. Il freddo persisteva. Le sembrò di essere lì da molte settimane. Insensibile e in un dormiveglia malgrado lei. Natalie teneva la bimba fra le braccia e la cullava cantando la ninnananna.

Semicosciente, Martino giaceva davanti la soglia della capanna. Non era riuscito ad entrare in casa.
Era appoggiato contro la porta di legno fredda e dura. Era troppo esausto per desiderare altro che giacere e riposare. Stringeva i denti e con incredibile lucidità seppe che stava morendo, ancora qualche minuto e sarebbe rimasto lì, disteso, morto.

Natalie non sentiva più il freddo. Continuò a cantare e a cullare la bimba. Traeva piacere da quel silenzio ovattato e bello. I soffici capelli che spuntavano dalla testolina bionda della bimba le solleticavano il mento. Sapevano di pace. Era un momento di felicità, pensò, di infantile felicità. Finché si addormentò.

© Alberto Veronese



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