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L'ultima poesia
di Antonio Ragone
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Durante una delle mie tante escursioni sopra i monti, tra alcuni cespugli di more, mentre una continua pioggerella mi bagnava, notai un piccolo pezzo di carta d'un quaderno a quadretti.

Qualcuno penserà alla banalità di quel mio ritrovamento e ancor più all'interesse che subito mostrai di avere nei suoi riguardi; ma l'istinto - quell'istinto proprio dei poeti - mi spinse a raccogliere quel foglietto.

Il tempo e gli elementi avevano ormai fatto su di esso un profondo lavoro di usura, perciò delle frasi scritte - almeno in una quindicina di righe - se ne potevano riuscire a leggere sì e no le ultime due.

Misi con cura il foglietto in tasca, poteva facilmente sbriciolarsi bagnato com'era, mentre dall'altra parte degli alberi intesi belati di pecore e la voce maestosa del pastore. Il quale, appena mi vide, mi salutò, e io notai dentro il saluto una domanda di stupore alla quale risposi allargando le braccia.

Si fermò con me alcuni minuti, mentre le pecore si stringevano l'una all'altra.

Parlammo un po' della montagna, delle sue bellezze e pericoli, del caldo e del freddo, della pioggia e della neve.

Tra questi argomenti mi raccontò di un incidente, avvenuto proprio in quel posto, qualche tempo prima: un'automobile che stava percorrendo la strada sovrastante s'era chissà come rovesciata e rotolata giù sino al punto dove noi ci trovavamo; e il giovane che guidava morì.

Tornai a casa bagnato e infreddolito, e corsi subito a cercar tepore presso la stufa, il cui fuoco di tanto in tanto scoppiettava.

Mi soffermai, forse per pochi attimi, ad ascoltare quegli scoppiettìi, e nell'intervallo intercorso tra l'uno e l'altro, restavo ad aspettare incuriosito.

Ogni piccola cosa, in quel periodo, ricordo, destava la mia curiosità, cose semplici, puerili, talvolta anche banali, che poi, però, s'intrecciavano con la mia fantasia così fertile e spaziosa.

Esse - le piccole cose - erano il porto dal quale levavo l'ancora per un mare in bonaccia o tempestoso, per raggiungere l'approdo in isole lontane.

E fu proprio mentre stavo per prendere il largo, tra gli scoppiettìi del fuoco, che mi ricordai di quel foglietto di carta raccolto sopra i monti.

Delicatamente lo presi dalla tasca e l'appoggiai, ancor più delicatamente, sopra i bordi della stufa perché si asciugasse; poi, sotto la luce del neon, riuscii, non senza fatica, a leggere le ultime parole:

            - io resterei ad aspettare
              veder pian piano sciogliersi la nebbia? -

Ero sbalordito, ma felice. Quelle parole erano versi! E io amai subito quel finale di poesia e quel giovane poeta che trovò la morte in un burrone.

Con occhi pensierosi mi riavvicinai alla stufa, e partii per un altro viaggio. 

La città, quella mattina, era più frenetica del solito, la gente si confondeva alla lunga e disordinata fila di macchine, e le poche parole umane si soffocavano sotto il lacerante suono dei clacson.

Il poeta, anch'egli nella folla, non riusciva a difendersi dal meccanismo, e la parte più profonda del suo essere, dove risiedono i suggerimenti della sua arte, fu completamente investita dai rumori e dalla fretta.

Cercò riparo nel primo luogo che gli sembrò più adatto per la sua esigenza di silenzio.

Alcuni quadri erano disposti in cerchio, in quel luogo marmoreo, e in un angolo, seduto ad un tavolino coperto di depliant, un piccolo uomo stava leggendo.

Doveva essere il pittore.

Il poeta tirò un lungo sospiro di sollievo che gli servì per porre una barriera col mondo esterno e cominciò a guardare qualche quadro.

Poi si sentì chiamare. Chi lo conosceva in quella città che non era sua? Era il pittore, l'omino seduto al tavolino.

Si abbracciarono, più volte si guardarono per rintracciare sui propri volti i segni del passato, per ripescare gli anni della scuola, si ricordarono, a vicenda, dell'amore per le proprie arti, poesia e pittura.

Quanti anni (tre, quattro, cinque...) buttati nella mischia, a rincorrere un posto di lavoro, un quadro e una poesia; l'uno, poeta, chiuso nell'ombra che copre la poesia, a cercar spazi per far conoscere agli altri le emozioni che lo muovono; l'altro, pittore, che pur nelle difficoltà uno spazio trova, anche se stretto.

- Io - disse il pittore - ecco, faccio una mostra. Sarà niente, eppure qualcuno entra e continuerà a entrare da quella porta, vedrà qualche mio quadro e forse qualcuno, anche, lo comprerà. Ma tu, dimmi, che te ne fai d'una tua poesia? -

Si salutarono gli amici ritrovati, il piccolo pittore riprese il suo posto all'angolo, e il poeta di nuovo fuori nella foresta meccanica.

Scese la sera, e il poeta stanco, con la cinquecento grigia, stava ritornando al suo paese.

Ripensava al suo amico pittore, e allora rivedeva il luogo marmoreo, e immaginava gente, tanta gente ch'entrava ad ammirare quadri.

D'improvviso si fermò, accostandosi, prese una penna e un pezzo di carta d'un quaderno a quadretti, e scrisse una poesia.

Dopo, riprese il viaggio, mentre una pioggerella cominciava a cadere.

Diceva e ridiceva a se stesso la sua poesia e la domanda finale si ripeteva, come un'eco, sempre più:

            - io resterei ad aspettare
              veder pian piano sciogliersi la nebbia? -

(La nebbia dell'indifferenza, della chiusura ai giovani poeti, dell'inutilità d'una poesia.) 

Ad una curva qualcuno aspettava sulla strada viscida di pioggia per rapirgli l'ultima poesia.

© Antonio Ragone



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(1) L'ultima poesia di Antonio Ragone - RACCONTO



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