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Il rispetto delle regole
di Giorgio Ottaviani
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Racconto segnalato dalla giuria del concorso letterario UNIBOOK-PROGETTO BABELE 2009

Devo sbrigarmi se voglio trovare una puttana.  All'angiporto pullulano come blatte, ma sono come i marinai in franchigia. A mezzanotte, quelli tornano a bordo e loro si rintanano nei buchi fetidi dove vivono e non le vedi più fino alla sera dopo.

La città vecchia, con la zona del porto, è un covo di feccia. Non vale i soldi della benzina che servirebbe per dar fuoco a tutti e ricacciarli nell'inferno che li ha partoriti. Ne farei volentieri a meno di girare per questi vicoli, ma quello che cerco lo posso trovare soltanto qui, o almeno qui è più facile che altrove. E' come quando i pescatori rientrano con le loro barche.  Quello che c'è è tutto lì sulla banchina. Basta avere i soldi. Se non puoi permetterti l'aragosta c'è il pangasio, ma puoi lo stesso toglierti la fame. Per me, comunque, i soldi non sono un problema.

Quando sei figlio di uno che non hai mai conosciuto e di una impiccata o impari in fretta a vivere  o è meglio non essere nati. Io ho imparato e ho fatto i soldi, mio fratello no.

Appena maggiorenne mi sono iscritto al partito.  Il partito è il potere, detta le regole. Basta rispettale e non ci sono problemi.  Non è importante capire il perché. Se uno lo capisse sarebbe come il capo del partito. Basta non infrangerle, mi sembra così semplice che ci arriva anche un idiota. Io le ho sempre fatte rispettare in modo inflessibile. E' così che ho fatto strada. Mio fratello no. Lui non poteva seguire regole di cui non capiva il perché e ha fatto la fine di nostra madre.

Ho detto a mia moglie che dovevo andare a una riunione del direttivo del partito. E' normale che si facciano a tarda sera. Ho indossato la divisa e sono uscito dicendole di non aspettarmi. Non posso dirle la verità, non capirebbe, mi urlerebbe dietro che non è giusto, la conosco ormai.  Oltretutto è incinta e le donne in questo stato non ragionano.

Avanzo in una stradina stretta fra case fatiscenti su cui si affacciano due o tre bettole. Un randagio cerca nella spazzature. Odore di piscio, salsedine e vino da due soldi.

Sul lato opposto due marinai procedono verso di me. Ondeggiano e starnazzano come anatre zoppe. Sono ubriachi, ma non abbastanza da non riconoscere la mia divisa da ufficiale del partito e alla prima traversa spariscono nel buio.

In fondo al vicolo, proprio all'inizio della scala che scende verso il porto vecchio, sotto la luce giallognola di un fanale, una ragazza. Il fumo della sigaretta si arrampica nel cono di luce e disegna a terra un'ombra leggera, mobile, mentre quella di lei sembra verniciata con la pece sull'acciottolato.

Rimane ferma a guardarmi mentre mi avvicino, poi spavalda allarga le falde del cappotto che le arriva fino alle caviglie come ad aprire il sipario d'un teatro e mette in mostra le gambe appena coperte da un gonnellino che non le arriva al pube.

"Per un... grosso membro... del partito posso fare qualsiasi cosa." dice ridendo sguaiata. "Tu cosa vuoi?"

"Tutto" rispondo "qual'è il prezzo per avere tutto?"

"Cinquanta. Anticipati."

Le allungo i soldi. Li afferra con un sorriso e fa per infilarli nella borsetta.

Un attimo e col pugnale d'ordinanza le trapasso il seno. Solo un gemito e un lampo di incredulità nei suoi occhi, poi si affloscia lenta, come un sacchetto di sabbia dal fondo bucato. Mentre va giù la lama esce dalla ferita. Il sangue sgorga a fiotti  e di colpo stramazza a terra. E' morta, ma i suoi occhi spalancati mi fissano ancora  increduli. Pulisco il pugnale con le falde del suo cappotto e riprendo dalla borsetta i miei soldi, facendo attenzione a non inzaccherarmi le scarpe nella pozza di sangue che comincia a spargersi a terra. A lei quei soldi ormai non servono più, Averli avuti anticipati, però, le ha dato un attimo di soddisfazione, prima di morire.

Ora posso tornare a casa, da mia moglie.

Mentre mi allontano, mi volto un istante a guardarla. La luce del lampione si riflette nel rosso che bagna l'acciottolato.

Quando la troveranno, nessuno si scandalizzerà per una puttana ammazzata nei vicoli dell'angiporto e il partito provvederà pure a farla seppellire.

Quando impiccarono mia madre dovemmo pensarci noi a farla seppellire. Certo, lei aveva trasgredito alle regole del partito. Nessuna donna può avere più di un figlio, ed è giusto perché siamo già in troppi così.

I bambini sono belli, lo so, portano gioia in una famiglia, ma se non si rispetta la regola una donna un figlio, salta tutto. I conti sono conti.

Mia moglie desiderava tanto avere dei bambini e l'ho messa incinta. Quando ha fatto l'ecografia s'è accorta che sono due gemelli: uno di troppo. L'idea di dover rinunciare a questa gravidanza l'ha fatta cadere nella disperazione. Le donne sono irrazionali. Disperarsi per dei figli che ancora nemmeno esistono. Non potevo sopportare di vederla in quello stato. Le ho detto che a noi ufficiali del partito era consentito, in questi casi avere due figli. Non è vero, ma mi sono preoccupato di fare in modo che la regola non venisse infranta e i conti fossero rispettai. Sono sicuro che quando il partito lo verrà a scoprire, non avrà nulla da obiettare.

© Giorgio Ottaviani



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Testi di Giorgio Ottaviani pubblicati su Progetto Babele

(1) Il rispetto delle regole di Giorgio Ottaviani - RACCONTO
(2) Chi ha usato questo letto di Giorgio Ottaviani - RACCONTO
(3) La via d'uscita di Giorgio Ottaviani - RACCONTO
(4) Continuum di Giorgio Ottaviani - RACCONTO



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