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Notte Stellata
di Cinzia Baldini
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La sera in cui era nata sembrava che tutte le stelle del firmamento, scintillando lucenti e vicinissime, si fossero date appuntamento sulla prateria. Il drappo del cielo nero come la pece per l’assenza della luna impreziosiva quella visione d’eternità. L’astro amico della Terra si era ritirato dall’altra parte dell’universo. Era andato a rendere omaggio al Grande Spirito e lei proprio in quella notte aveva emesso il suo primo vagito e per questo Notte Stellata era il nome che i suoi genitori avevano scelto per lei.
L’erba della prateria spettinata da una leggera brezza sembrava sussurrare infastidita e l’aria tiepida carezzava la pelle. L’urlo dei coyote in lontananza e l’abbaiare dei cani nell’accampamento che rispondevano al loro richiamo, rendevano la notte viva e pulsante. Le braci dei fuochi erano ormai morenti e solo le sentinelle vegliavano invisibili sull’incolumità della tribù. Domani sarebbe stato il giorno della grande caccia e gli uomini avevano danzato e reso omaggio allo Spirito del Bisonte che con il sacrificio del suo animale sacro avrebbe garantito cibo, indumenti e sopravvivenza alla sua gente, come accadeva fin dall’inizio dei tempi.
Con i piedi calzati nei morbidi mocassini di camoscio Notte Stellata era sgusciata silenziosa fuori del suo tipì e nessuno dei suoi si era accorto della sua assenza. Non era la prima volta che lo faceva, le piaceva respirare l’aria della sua terra e si ubriacava degli odori, degli umori e delle sensazioni che da essa si innalzavano ed il modo migliore per farlo senza essere disturbata era proprio la notte. Ma quella era una serata diversa, non c’era nessuno eppure aveva la vaga sensazione di essere osservata e uno strano presentimento le stringeva la gola facendola ansimare. Un uccello notturno, spaventandola, urlò il suo richiamo che infranse il silenzio per qualche istante finché tutto tornò come prima. Eludendo gli uomini di guardia, con il cuore che le batteva velocemente nel petto, rimbombandole nelle tempie in tonfi cupi come il suono dei tamburi durante i rituali sacri, si incamminò lungo il piccolo sentiero che si inoltrava nella fitta boscaglia pregando il Grande Spirito di proteggerla.
Notte Stellata aveva lunghe trecce di capelli neri che le scendevano ben oltre le spalle e che alla luce del sole per uno strano gioco di colori assumevano degli incredibili riflessi blu. Sulla fronte spaziosa portava una strisciolina di cuoio lavorato su cui aveva intrecciato delle perline colorate in modo da comporre i simboli della sua antica e gloriosa tribù. Notte Stellata era una giovane donna comanche e gli zigomi alti ed il naso leggermente aquilino, suggerivano chiaramente le sue origini. Gli occhi grigi, vivaci e saettanti rischiaravano la pelle bronzea del suo volto mentre le labbra fini e delicate completavano quel quadro di naturale e primitiva bellezza. Il corpo slanciato coperto da un vellutato completo di pelle di daino che le fasciava il fisico sodo e tornito e l’incedere fiero la rendevano simile ad un’antica divinità pagana. La ragazza ignorava la sua sensuale bellezza e diventata donna da poche lune sognava che presto, forse dopo la grande caccia sarebbe diventata la squaw di un guerriero coraggioso ed audace.
Attraversato il piccolo boschetto e scalata senza fatica una ripida parete di roccia si sedette ad attendere l’alba. Era estasiata davanti allo spettacolo che la natura offriva ai suoi occhi man mano che le rosee dita dell’aurora svegliavano dal torpore notturno ogni anfratto, ogni sasso, qualsiasi cosa animata ed inanimata che si offriva al suo sguardo. Attendeva con ansia di riconoscere prima in modo sfocato poi sempre più definito le linee e le forme così care e rassicuranti del paesaggio circostante.
Mentre la terra rossa sembrava incendiarsi sotto i riflessi del sole nascente Notte Stellata innalzava la sua preghiera a Manitu per averle concesso di vivere libera sul suolo calpestato dai suoi avi e che gli Spiriti buoni e protettivi di essi vegliassero sulla pace del villaggio. Spesso si sedeva tra le anziane e con avidità ascoltava i loro racconti, rideva ai loro pettegolezzi e dava una mano nei lavori più duri come andare a prendere l’acqua nel vicino torrente o conciare le pelli degli animali.
La sua vita scorreva tranquilla e niente avrebbe potuto sconvolgerla si disse, ma quella sensazione di irrequietezza non l’abbandonava. “Più tardi andrò a parlare con lo sciamano del villaggio” pensò “lui interrogherà il grande totem e saprà come far tacere queste voci. É come se tutti gli Spiriti della Natura si siano riuniti e mi gridassero in testa qualcosa che non riesco a comprendere”. Sollevò le spalle fissando le iridi grigie verso la luminescenza perlacea dell’orizzonte e vide dei piccoli puntini neri che si muovevano lentamente lungo quella linea immaginaria. Con le mani si strofinò gli occhi pensando che il sole ormai alto nel cielo volesse beffarsi di lei e schermandoli con le dita indirizzò lo sguardo verso i cactus bassi e rotondi che crescevano intorno alla zona rocciosa in cui si era arrampicata e alle piante di saguaro che si allungavano in strane forme verso il cielo color turchese.
Ripensava all’inverno appena trascorso, al freddo, al ruscello ghiacciato e al tepore sotto la sua tenda coricata tra le pelli di bisonte, a suo padre Giovane Falco e a sua madre Brezza d’Estate ed il cuore gli si illanguidiva di dolcezza. Amava tutto di quella terra come amava la sua gente e in un moto di orgoglio promise a se stessa che avrebbe fatto di tutto per continuare le loro tradizioni e tramandarle ai suoi figli come i genitori avevano fatto con lei.
Tornata alla realtà vide che i piccoli puntini in lontananza si erano ingranditi e una nuvola di polvere trascinata dal vento lentamente si spostava con essi. «Uomini a cavallo» esclamò istintivamente, ancor prima che le sue giovani pupille abituate a sondare quelle grandi distanze mettessero a fuoco le figure. Erano vestite in modo strano, con dei calzoni dalla foggia e dai colori stravaganti e delle giubbe i cui ornamenti splendevano al sole come l’oro. Non cavalcavano a pelo, ma stavano seduti su elaborate bardature e man mano che si avvicinavano riuscì a distinguerne la loro pelle chiarissima. Si alzo in piedi per osservarli meglio e troppo tardi ricordò le parole del vecchio saggio Zanna di Lupo. Come una gazzella intimorita dall’arrivo dei leoni così Notte Stellata si preparò alla fuga, ma il suo slancio fu preceduto da un lampo improvviso ed un secco schiocco, simile ad un tuono, che si perse scivolando nella prateria. La giovane comanche impietrita dallo stupore, spalancò i grandi occhi e rimase ferma per qualche istante illuminata dai caldi raggi del sole, poi vacillando cadde nella polvere e mentre la corolla di una rosa vermiglia si allargava sul suo cuore le gelide labbra della morte raccolsero il suo ultimo respiro: «Quello era l’uomo bianco…».

© Cinzia Baldini



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