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Mondo cinico
di Gianluca Napolano
Pubblicato su SITO


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Quando Miss Anne Elliot in Fred, conosciuta meglio come la Signora Fred, trovò nella buca delle lettere un volantino che sensibilizzava le persone a fare donazioni al canile comunale, non immaginava affatto che nel giro di una settimana sarebbe rimasta senza marito. Ed allora, gli abitanti di Strada San Martino, l'avrebbero conosciuta non più come Signora ma bensì come vedova Fred.
Continuò a rigirarsi tra le mani quel foglio di carta color verde foglia secca. Salì fino sopra in casa, aveva lasciato la porta un attimo aperta per scendere nell'atrio per controllare se fosse arrivata posta, e lo posò sul mobiletto d'ingresso sormontato da un enorme specchio. Qualche ora più tardi arrivò suo marito da una lunga camminata in montagna. Si era alzato presto dando un bacio sulla fronte della moglie, aveva fatto una doccia ed era uscito. Il dottore non gli sconsigliava del tutto questo tipo di attività, ma doveva in qualche modo regolarsi. Marito e moglie avevano superato da poco l'alba dei settantacinque anni e, soprattutto a quell'età, certi sforzi era meglio non farli. Ma Fred Fred, ebbene sì aveva il nome uguale al cognome, era un testardo per natura. Si era sposato con Anne Elliot contro il parere dei genitori che lo avevano messo in guardia sul suo carattere per nulla docile. Lo sapeva, ma lui aveva bisogno di una donna forte, con l'inclinazione al comando. Uno scoglio a cui aggrapparsi in qualsiasi momento, di fronte a qualsiasi decisione, anche la più stupida.
Le lancette dell'orologio appeso in cucina indicarono le dodici, ora in cui, potesse crollare il mondo intero, venire la terza guerra mondiale, si sedevano a tavola mangiando, discutendo senza quel fastidioso ronzio della televisione. Conversarono, intonarono leggeri rutti di apprezzamento del cibo e quella giornata si concluse come qualsiasi altra che avevano vissuto da quando si erano sposati, fino all'infarto day.
In realtà non si manifestò all'improvviso ma un po' alla volta nei giorni successivi. Dapprima un lieve affaticamento, anche solo per una breve passeggiata fino alla gelateria all'angolo. Oppure dopo aver tirato da terra una cassetta per gli attrezzi. Fred Fred non disse niente per due motivi: uno per non spaventare la moglie. L'altro, di natura psicologica, era uno stupido atteggiamento difensivo della mente che, duranti le notti in cui ogni battito del cuore era accompagnato da una lieve fitta di sofferenza, continuava a ripetergli:
Freeed Freeed non cagarti addosso... è solo che pretendi troppo dal tuo fisico.
Decise, allora, di limitare qualsiasi attività fisica ed escludere del tutto le camminate in montagna. Il giorno in cui vide per l'ultima volta la luce del primo mattino filtrare tra le tapparelle, si alzò con un lieve senso di tormento come se una parte del suo inconscio gli avesse rivelato che fosse giunta la sua ora. Per questo decise di non uscire se non fosse stato per sua moglie, che voleva a tutti i costi andare al mercato per comprare le fragole. Quella sera avrebbero avuto ospiti a cena ed era doveroso fargli assaggiare la sua specialità: torta con yogurt sormontata da una coltre di frutti rossi. Fred Fred le fece notare che in frigo c'era dello sciroppo dello stesso sapore, per cui bastava usare quello e, come si dice: voilà signori e signore, vi faccio mangiare un dolce rifilandovi roba per nulla fresca.
A quell'ipotesi Anne si irrigidì un po' come fece la Signorina Rottermeier di fronte alla piccola Heidi quando la vide con una cesta piena di gatti tenuta tra le manine. Per carità, una cosa del genere! Un simile sotterfugio non era ammesso nella sua cucina. Si puntò sui tacchi come una bambina capricciosa sul punto di esplodere, un po' come faceva da piccola e voleva gli stessi giochi di sua sorella. Non ebbe, poi, bisogno di aggiungere altro che Fred Fred, nell'ultimo slancio di energia, si vestì di corsa e l'accompagnò fuori.
Quell'anno l'estate era arrivata prima del solito. Il sole cocente batté sulla coccia pelata dell'uomo senza esitazione. Ebbe la sensazione che i neuroni reclamassero pietà, un po' di respiro. E non servì affatto l'essere entrato dentro al mercato coperto dove la frescura poteva in qualche modo ristorarlo. Si mise in un angolo, in piedi mentre Anne guardava le ceste di fragole senza porsi il dubbio che fossero o meno gonfiate con gli steroidi. Andò in cerca di una sedia con lo sguardo. Non appena la vide, si allungò con tutto il corpo in uno slancio da atleta che si prepara per il salto in lungo. Si ritrovò a pancia in giù mentre fissò per l'ultima volta il traguardo tanto desiderato e il cuore scoppiò come un palloncino. Non appena sentì il tonfo, Anne gli fu vicino iniziando a piangere. L'aveva amato, rispettato soprattutto perché si era lasciato comandare senza battere ciglio.
Una cognata pensò ai funerali che si svolsero dentro ad una piccola cappella. La vita riprese monotona e la povera Anne arrivò a conversare con una bambola di porcellana, giusto per non rendersi conto che stava parlando con se stessa. Per ovviare al problema delle risposte, una voce nella sua mente gliele formulava ed ecco che poteva continuare qualsiasi discorso. Benché la sua esistenza non avesse più senso, continuava a fare le cose che faceva ogni dì. Usciva per compere, anche se non andava più allo stesso mercato dove era morto Fred Fred. Ogni domenica si dedicava alle pulizie della casa. Decise di usare un nuovo detersivo per pavimenti, uno che sapeva di limone. Quando le piastrelle furono asciutte, si distese sul divano beandosi di quella freschezza che, una volta aperta la finestra, si mescolò all'odore di un gruppo di cespugli coperti di ciclamini. Si rivolse alla bambola (le aveva dato il nome Zagabria) facendole notare di quanto fosse contenta riguardo la scelta di quel deterrente. Fu allora, osservando gli occhi neri e spenti, la bocca spalancata in una “O” bordata di rosso della sua “amica”, di stare impazzendo. Si affacciò alla finestra osservando il via vai delle persone, indaffarate in conversazioni, litigi ma anche in risate. Non era giusto che il destino le avesse tolto quella possibilità. Si immaginò il resto della sua vita seduta su una sedia, rincoglionita davanti alla tv mentre una conduttrice “tettona” mostrava come fare l'insalata di polpi. Forse doveva finire in quel modo, pensò. E va bene ma era anche giusto che il mondo sopportasse il suo dolore, diventando scorbutica ed antipatica, esternando in questo modo la rabbia per quella perdita improvvisa. Per due mesi aveva portato sempre il vestito nero a lutto, ora era arrivato il momento di toglierselo. Avrebbe preso la vita in maniera ironica ma, soprattutto, cattiva nei confronti di una sorte che non la voleva più felice. Per questo, non c'era nulla di cui stupirsi se, vedendola giro, cominciò a commettere piccole angherie: al supermercato passava davanti a tutti mentre faceva la fila. Una volta decise di comprarsi un paio di lenti nuove. In realtà quelle che aveva andavano più che bene solo che le sembrava stupido perdersi lo spettacolo del commesso costretto a mostrarle montature su montature mentre lei si limitava a dire: non so...sono ancora indecisa. Lo fece anche in un negozio di abbagliamento, di prodotti farmaceutici e ovunque ci fosse una persona costretta a sopportarla. Arrivò addirittura a due “infamie” nello stesso giorno, sempre al supermercato. Una signora teneva in mano un bellissimo pomodoro, rosso e maturo al punto giusto. Anne decise che non doveva stare nelle mani, per non parlare dentro al piatto, di quella stupida. Con un movimento brusco, finse di svenire addosso alla poveretta che fece cadere l'ortaggio ruzzolando per terra, spappolandosi del tutto quando un carrello ci passò sopra senza pietà. Anne si proferì in scuse e l'altra, con il fatto di trovarsi di fronte ad un'anziana, le perdonò il gesto. Lo stesso fece anche l'inserviente che dovette pulire il tutto. Davanti all'uscita sussurrò, quasi di sfuggita, ad una povera bimba che babbo natale era soltanto un'invenzione. Se qualcuno le avesse fatto notare di quanto fosse diventata stronza, lei avrebbe risposto, con aria saccente, che aveva un'ironia del tutto sua e speciale.
Tuttavia la solitudine, soprattutto la sera quando rincasava, tornava a farsi sentire. Osservando,poi, per puro caso, il volantino che aveva posato sul mobiletto dell'ingresso, le venne in mente che un cane potesse essere un'ottima cura contro la tristezza.
Partì alla ricerca del suo nuovo amico nelle prime ore del pomeriggio. Nell'atrio del canile – un tempo un ex macello – diversi disegni di qualche scolaresca, venuta in visita chissà quando, pendevano morti e storti in uno stupido tentativo di nascondere la malinconia del posto. Nelle gabbie, un fiume di cani di tutte le età e razze si muoveva in mezzo alla puzza degli escrementi e di piscio. Con i loro occhi buoni pregarono la nuova arrivata di essere adottati. Le si arrampicarono sulla gamba ma Anne aveva fatto la sua scelta: in fondo al recinto un grosso pastore tedesco se ne stava solitario con la sua vecchiaia. Attraverso lo sguardo quasi spento dalla cecità, vide colei che sarebbe diventata la sua nuova padrona.
Ben presto si trovò in giro per la città con tanto di guinzaglio al collo. I primi giorni fu molto diffidente nei confronti della donna ma dall'autorità di Anne traspariva, in ogni caso, sicurezza. Per questo decise di fidarsi. Ogni sera lo portava a fare i bisogni che, con puntualità, non venivano mai raccolti. Gli arrivava pure una carezza prima di andare in giardino per dormire. Era estate ed Anne avrebbe dovuto trovargli una sistemazione in casa durante l'inverno. Ci avrebbe pensato al momento giusto così come il nome da dargli perché nella sua mente incominciò a formarsi una priorità diabolica: usare quella povera bestia per fare sempre più dispetti. Affacciandosi alla finestra, una sera dopo cena, si accorse che il il salone di bellezza era ancora aperto. Non aveva mai sopportato la proprietaria con quel sorriso falso e i denti grossi come quelli di un cavallo. Per questo decise che il suo animale le avrebbe fatto un bel regalo. In pochi attimi fu in strada, lo portò fino all'entrata del negozio e quando vide quella zampa spennata alzarsi, si sentì cattiva come non mai. Il liquido giallastro bagnò la piccola scalinata in marmo colando dagli angoli. Quello non fu un episodio isolato. Ben presto i padroni di altri esercizi, situati nella stessa strada, si trovarono “doni” di quel genere. Uno di loro, una notte, si appostò e vide con tutta la lucidità di cui era capace che l'autrice di quei dispetti era la vedova Fred. Si riunì il comitato di quartiere e mandò una lettera di convocazione ad Anne che non si prese neanche la briga di rispondere. Fu pervasa da un nuovo potere, era come se avesse un'intera strada in pugno con i suoi scherzi. Non si domandò fino a quando avrebbe potuto continuare e, forse, non era neanche il caso di porsi una tal questione. L'importante era divertirsi un mondo e cacchio se quello non era bellissimo gioco! Quando non faceva dispetti, curava il suo giardino. Per evitare ripicche imparò, guardando su internet, a fare il cemento. Ne gettò, un po' alla volta, una colata lungo il muretto che cingeva il regno verde di cui tanto andava orgogliosa. Prima che si asciugasse, piantò dritti, dritti cocci di bottiglie verdi e taglienti. Entro quello spazio il cane non osava fare un passo senza di lei. Sapeva, grazie al suo istinto di conservazione, che la sua padrona ci teneva alle rose, ai ciclamini per non parlare, poi, di quelle bellissime bocche di leone.
L'estate giunse alla fine e l'appartamento difronte alla vedova Fred venne occupato da un nuovo arrivato. A vederlo gli si poteva dare ben più dei suoi trentaquattro anni grazie alla calvizia che gli aveva mangiato i capelli in modo violento e precoce. Gli occhi miti nascondevano un animo nervoso. Di chi, nella vita, ha imparato a sopportare mangiando il proprio fegato. Aveva lasciato il suo vecchio impiego in banca in cambio di un lavoro come spazzino. Poche ore all'aria aperta in tutta tranquillità. Questa era la conclusione di John, la sua personale speranza di una vita all'insegna del relax. Ne ebbe conferma già dai primi giorni in cui imbracciò una scopa e gli diedero la pista ciclabile come zona di competenza. Iniziava il mattino alle sei ma alle dodici, puntuale, timbrava il cartellino. Il resto della giornata proseguiva in balia del tempo libero. Non aveva fatto i conti con Anne e il suo cane, però. Dopo mangiato si stese sul letto per riposare ma ecco che un “bau bau” ripetuto più volte affievolire qualsiasi speranza di quiete. Dalle fessure delle tapparelle vide un'anziana donna con un ridicolo cappello a fiori farsi trascinare da un pastore tedesco vecchio e malconcio. La bestia si accorse, grazie al suo senso animale, di essere osservata per questo continuò il suo verso sempre più forte. Tanto che, quando fu in fondo alla via, John lo sentiva come se ce l'avesse ancora vicino. Tornò a riposarsi non immaginando che la donna sarebbe diventata causa delle sue nevrosi. Di fatti, la sera stessa, il cane riprese ad abbaiare proprio sotto la finestra della camera da letto di John che mise la testa sotto il cuscino per prendere sonno. Ma non c'era nulla da fare: fu la prima di una serie di nottate passate in bianco. Un giorno andò a suonare alla porta della vedova Fred la quale gli rise in faccia quando le chiese, per piacere, di farlo zittire almeno nelle ore notturne, dato che già alle sei di mattina iniziava la sua giornata. Le propose addirittura di mettergli una museruola pagandola di tasca propria. La sua ilarità si fece più forte mostrando una dentiera macchiata di rossetto. John tornò a casa sconfitto sedendosi per terra con la schiena attaccata alla porta d'ingresso. Possibile che ogni cosa dovesse andargli storta? Per anni aveva avuto una storia con una ragazza che, non appena saputo di essere diventata fidanzata di uno spazzino, lo aveva piantato per telefono dicendogli: non sei più l'uomo della mia vita. Era andato in psicoterapia per sconfinare la soglia del dolore e forse quel cambio di lavoro e di quartiere potevano aiutarlo benissimo. Di certo, però quella vecchia, non era di sostegno. Per distrarsi andò al luna park della città. Comprò dello zucchero filato, delle caramelle a forma di uova e, per ultimo, si fermò ad uno stand di giochi. Il proprietario, un omaccio simile ad un orso peloso di mezz'età, gli porse un fucile. Pochi spari e John fece più volte centro in una serie di bersagli. E che cosa si portò a casa, ironia della sorte? Un grosso peluche a forma di pastore tedesco. Fu tentato di buttarlo nella discarica comunale ma forse, in fondo, poteva servire come ottimo strumento contro lo stress. In casa, recuperò un coltello affilato appostandosi dietro le tapparelle. Da uno spiraglio aspettò che uscisse quella dannata con il cane. Non appena questo cominciò ad abbaiare, John uccise il peluche con colpi secchi sul capo. Continuò amputandolo, un po' alla volta, di tutte le sue parti. Arrivò addirittura a cavargli gli occhi di plastica e buttarli dentro al water. Erano gesti folli ma almeno servirono a placare la sua nevrosi. Il risultato fu una gentilezza improvvisa con Anne tanto che lei cominciò ad aversela a male perché, da quando era morto Fred Fred, quella era la prima volta in cui i suoi dispetti non sortivano alcun effetto. Se la prese con la bestia, quasi fosse lui la causa, picchiandolo con la cinghia del collare in più occasioni.
Un po' di tempo dopo, si incontrarono per strada. John era preoccupato perché del peluche non era avanzato neanche un pezzo. La salutò in maniera distratta e, solo per puro caso, si accorse del gatto che passò tra di loro. Il cane si buttò al suo inseguimento trascinandosi dietro Anne. Notando di quanto potesse impazzire, John decise che, anche per lui, era giunto il momento di fare un salto al canile comunale. Già perché, oltre ai cani, c'erano anche una folta schiera di “micini” in attesa di famiglia. Se ne portò a casa quattro, grossi e dal pelo folto. Ne aggiunse un'altra coppia presa dalla strada mentre puliva il parco pubblico, una mattina a lavoro. Fuori, dalla sua porta d'ingresso, si poteva sentire benissimo un miagolare continuo e lamentoso in contrasto con l'abbaiare di quell'odioso cane. Su di una rivista trovò l'annuncio in cui si regalavano quattro bellissimi cuccioli, tutte in perfette condizioni. Decise di prendere anche quelli. Una sera, dopo cena, provò a spegnere le luci e, di riflesso, le pupille dei gatti si accesero per abituarsi all'oscurità. Puntini luminosi spuntarono da ogni angolo, da sotto le lenzuola e John si accorse che ce ne erano qualcuno in più. Alcuni si erano accoppiati e quegli intrusi dovevano essere i loro cuccioli. Fuori ci fu il solito abbaiare e, anche quella notte, non avrebbe preso sonno. Rise perché sapeva che sarebbe stata l'ultima volta.
Riuscì a trovare una serie di ceste voluminose, il giorno dopo. Le usò per infilarci i gatti e, con il sole dietro l'orizzonte del mare, arrivò a casa della vedova Fred. Di sicuro quelle punte aguzze non avrebbero fermato il suo esercito che si infilò tra le fessure del cancello del vialetto d'ingresso. Il continuo miagolare svegliò il cane che si buttò alla loro caccia, sparsi in tutte le direzioni. I fiori, le piante, e l'intero giardino vennero devastati da quella baraonda. Anne uscì fuori, con le mani nei capelli mentre John si piegò in due dalle risate. Ecco, vecchia stronza, ti sta proprio bene, pensò. Ma la sua ilarità si fermò per un attimo quando vide la donna piangere ed accarezzare l'animale che, in quegli ultimi mesi di vita, non aveva posseduto un nome. John non aveva previsto che la bestia vecchia e malandata potesse morire per il troppo affaticamento. Allora quello scherzo gli era riuscito proprio bene e, soddisfatto come non lo era mai stato in tutta la sua esistenza, se ne andò lasciandosi quella triste scena alle spalle.
La vita di Anne tornò ad essere vuota, le passò la voglia di fare dispetti. Riprese ad indossare lo stesso vestito nero che aveva messo i giorni successivi alla morte di Fred Fred. Capitò di passare sotto la finestra di John che ora si sentiva più tranquillo ed era riuscito a dare via tutti i gatti a dei suoi amici che li tenevano in campagna. Quando incrociò lo sguardo della sua nemica scoppiò a riderle in faccia. L'altra fece finta di niente chinando la testa. Era diventato cinico e crudele proprio come il mondo da cui spesso e volentieri aveva imparato a scappare. Ma, se era un mezzo come un altro per stare davvero in pace con se stessi, allora avrebbe accettato questo cambiamento. Fu attraversato da un lieve senso di amarezza per essere giunto a questa conclusione, tuttavia guardando il sole splendente nel pieno del pomeriggio, decise che quella sarebbe stata una bella giornata. Si cambiò di corsa perché era rimasta ancora una cosa urgente da sbrigare: andare alla posta e spedire un telegramma di condoglianze.

© Gianluca Napolano



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