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di Alessandra Mancini
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Non ti era mai piaciuto il mio modo di scegliere gli ortaggi; così superficiale e insensibile.

“Usa i sensi” mi dicevi. “Ne hai cinque a disposizione.” E prendendo un pomodoro tra le mani bianche, chiudevi gli occhi e mi incitavi a fare lo stesso. “Prendilo tra le mani, palpalo dolcemente. Cosa senti?” mi chiedevi. “Mentre accarezzi la buccia liscia, immaginalo tra i denti; morbido e polposo, o magari succoso e croccante. Come ti piace?” e sorridevi maliziosamente.

Ed ora, accarezzando il tuo leggero vestitino estivo, non ce la faccio proprio ad immaginare dove potresti essere. L’ultima volta che l’hai messo ci siamo fermati vicino ad un camioncino che vendeva pomodori. Un cartello scritto malamente a mano diceva: “Pomodori appena colti dalla pianta.” Adoravi giocare con i profumi, e cercavi di farmi amare quell’odore di terra e pioggia che annusavi avidamente dal picciolo di quell’ortaggio così tondo e sodo. Poi ti venne un’idea, lo capii dal tuo sorriso malizioso. Le dita lunghe afferrarono due pomodori, uno per ogni mano. E improvvisando una danza appena accennata, iniziasti a far scorrere quei frutti succulenti sul collo, lungo e candido, per poi scendere verso il decolleté. Avanzavi felina verso di me e, posati i pomodori, mi afferrasti la nuca con la mano destra e avvicinasti il mio viso al tuo collo, incitandomi ad annusare quell’aroma che amavi tanto.

Come avrei potuto non amarlo ora.

Ricordo che il vecchio contadino osservava sgomento. Sono sicuro che quella scena gli fece passare la notte in bianco.

A ricordo di quella magia, un vestito ed una foto dove saltavi tra le mie braccia appena prima dell’autoscatto. Che faccia ridicola la mia. Che sorriso meraviglioso il tuo: c’erano cieli azzurri, prati, e pascoli di dolci agnellini. E ora, a chi starai donando tutto questo?

Due gocce amare si allargano sul vetro di quella cornice, due gocce dagli occhi bastano a scatenare l’inferno. Un impeto furioso mi spinge a scagliare con rabbia il nostro amore sulla finestra. Tutto va in frantumi. Schegge di vetro e pezzi di cuore ricoprono il pavimento.

Le mani sul volto, il culo sul letto; sul tuo lato del letto. Non ho il coraggio di cambiare le lenzuola, c’è tutto lì: capelli, pelle, odori, sudore, vita: la mia.

Sono arrivati degli scatoloni oggi. Li ha portati la DHL, l’autista del furgone mi ha chiesto la tua firma. Mentendo ho firmato io per te. Cosa sono?

In alto c’è scritto fragile, accanto un rettangolo bianco con scritto il tuo nome e questo maledetto indirizzo.

Amavo questa casa, anzi, amavamo la nostra casa.

Sei mesi fa l’abbiamo deflorata. Una vergine immensa che ci ha accolto con calore nel suo ventre.

Quante cose mancavano, quante cose mancano ancora; eppure, ora che non ci sei più mi sembra fin troppo piena.

Stronza! Mi hai lasciato tutto di te.

Le foto, anche quelle di quand’eri una bambina  paffutella, di quelle che ti vien voglia di affondarci le dita come se fosse morbida pasta di pane. E quelle della scuola, delle feste, delle gite. La comunione, la cresima. Perché hai deciso di lasciarmi la tua vita passata e andare via con il nostro futuro impigliato tra le dita. Perche, cazzo!

Non c’è scritto nella lettera, in quella fottuta lettera che hai lasciato sul frigo, attaccata con un magnete, non hai scritto nulla del perché. Su quel foglio hai pianto delle inutili scuse, mi hai chiesto un perdono che sento di non poterti dare. Ladra! Hai rubato il mio futuro prim’ancora che arrivasse.

Me lo ricordo l’inizio di questo futuro, in una chiesa piccola, troppo piccola per contenere quella gioia e i curiosi affamati della nostra felicità; noi ne eravamo già sazi. Ricordi, non mangiammo nulla; avevamo tutto ciò di cui necessitavamo: mani per stringerci, bocche per amarci nel corpo e nell’anima, e occhi per promesse infinite ed eterne. Eravamo il nostro stesso nutrimento.

Ha chiamato la lavanderia, puoi andarti a riprendere il vestito da sposa.

Com’eri bella.

Mi avevi promesso che appena saresti andata a ritirarlo l’avresti messo di nuovo per me, e, come la prima volta che lo indossasti, mi avresti chiesto di amarti con quei km e km di seta, raso, e tulle addosso, e poi avresti danzato, spogliandoti  di stoffa e pudore solo per me.

Come l’aspettavo quel momento.

Come pulsa nella testa il ricordo dell’amore nella nuova casa, nel nostro nido, nel nostro letto. Hai lasciato l’intimo nel cassetto, perché?

Ogni tocco, ogni aroma che da questi piccoli indumenti arrivano al cervello, è un taglio profondo, lacerante, sanguinante.

Ora capisco il sottile piacere di chi si fa del male.

È un ricordo sublime, un emozione piacevolmente delirante, e se chiudo gli occhi mi sembra di poter sentire la tua pelle sotto le dita, è una sensazione palpabile e devastante. Ah, la tua schiena! Mi manca sentire la ruvidezza dei piccoli brividi sotto le mani, mi mancano i tuoi nei che dolcemente baciavo. Mi manca riempire le mie mani della carne dei tuoi fianchi, così morbidi, tondi e succulenti da far venire l’acquolina. Ho voglia di stringerli e, attirandoti a me, farti mia; possederti con tutto l’amore che mi scoppia dentro.

Che gioia godere di questi ricordi.

Che dolore pensare che rimarranno solo ricordi.  

© Alessandra Mancini



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