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Quanto vale una preghiera recitata sotto una pensilina?
di Marco Vezzoli
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Certo che ricordo quello che mi accadde il 15 luglio del 1982. L'Italia aveva vinto pochi giorni prima i Mondiali di Spagna e a quel successo erano seguiti alcuni giorni di vera e propria follia collettiva, perlomeno a Roma, dove stavamo noi. Ero felice anch'io, giuro, ma ricordo che i clacson tormentarono le mie orecchie per alcune notti. Erano i giorni in cui urla e bandiere accompagnavano un brulicare di auto che mai prima avevo visto lungo la Nomentana.
Sì, perché io stavo sulla Nomentana. Non è un modo di dire, abitavo proprio lì, sulla strada, non in una casa vera. Io e papà vivevamo in una macchina, una Ford, credo, sicuramente blu. Avevo appena compiuto undici anni e lui e mamma avevano deciso di separarsi.
Papà aveva lasciato la nostra casa e io sarei dovuto restare lì con mia madre, aveva detto il giudice. Quando lo aveva saputo lei aveva fatto scivolare a terra la cornetta del telefono e mi aveva abbracciato, mi aveva stretto con forza e aveva coperto il mio viso di baci mormorandomi nelle orecchie che era felice.
"Anch'io, mamma" le avevo risposto.
Due giorni dopo sono scappato da quella casa e non ci ho messo molto a trovare papà. Perché io volevo stare con lui.
Da allora abbiamo vissuto nella sua macchina. Non c'era bisogno di spostarla e forse non c'era nemmeno un filo di benzina nel serbatoio. Usavamo i mezzi pubblici, senza pagare biglietto, e potevamo girare per tutta Roma. Si mangiava alla mensa dei poveri oppure fuori dal mercato si recuperava qualche cosa. E ci si lavava in qualche fontana di Roma, c'era solo l'imbarazzo delle scelta. Non andavo a scuola e, a dir la verità, non ne sentivo la mancanza. Papà faceva ogni tanto dei lavori come muratore oppure scaricava le cassette di frutta all'ortomercato insieme ad un suo amico. E nei giorni di lavoro io lo aspettavo lì, vicino alla nostra macchina blu, sulla Nomentana.
Poi arrivò quel giovedì di luglio.
Papà era andato via presto quella mattina. Aveva indossato la sua camicia verde scuro, quella da lavoro, gli scarponcini logori e mi aveva salutato passandomi una mano tra i capelli. Non mi baciava mai perché tra uomini non si fa. Sarebbe tornato dopo le sei di sera.
Passai la giornata nei prati che allora si stendevano dietro la fermata dell'autobus. Dico allora perché adesso lì ci hanno costruito un sacco di roba, ma in quegli anni erano enormi spiazzi di erba incolta sui quali incontravo un sacco di ragazzi della mia età che venivano da alcuni caseggiati della periferia. Loro non facevano domande e io non dovevo dare alcuna spiegazione sulla mia provenienza. Giocavamo, e basta.
Quel giorno faceva molto caldo e dalla strada, con il passare delle ore, giungeva un rumore di traffico crescente. Tirammo migliaia di calci ad una palla mezza sgonfia, la perdemmo e la ritrovammo decine di volte tra le sterpaglie più fitte. A tardo pomeriggio il sole era ancora alto e i ragazzi a piccoli gruppi fecero ritorno alle loro case per la cena. Alla fine restai solo, sudato e coperto di polvere, e mi diressi anch'io verso quella che consideravo la mia casa.
Lì scoppiò il dramma.
Un clacson urlò sopra tutti gli altri. Fu un suono lungo, non un lamento, ma una sferzata data all'aria immobile della sera. E poi lo stridere di pneumatici sull'asfalto. Io guardavo la strada da lontano e vidi immobilizzarsi ogni cosa.
Silenzio.
Qualcuno corse, come al rallentatore, verso la pensilina dell'autobus. La mia pensilina.
Il traffico si era fermato.
Un camion con un enorme telone giallo nascondeva la nostra auto blu. Ricordo che mi avvicinai camminando e non capivo quel senso di angoscia che ad ogni passo mi premeva di più sul petto.
Arrivai sulla strada sbucando dietro la pensilina, ad una decina di metri dal camion con il telone giallo. C'era una piccola folla incuriosita radunata intorno al muso del veicolo.
Un vecchio in canottiera e pantaloncini corti mi passò davanti su una bici arrugginita e si avvicinò al gruppo. Lo vidi appoggiare dolcemente a terra un piede tenendo l'altra gamba sollevata. Dietro il suo piede e poi tra le gambe degli altri riuscii a vedere qualcosa. C'era, a terra, una macchia verde, un cumulo di stracci, un groviglio colorato che pareva annodato su se stesso. Io, fermo sotto la pensilina, iniziai a capire qualcosa quando il vecchio in canottiera risollevò il piede da terra e si spostò da lì pedalando. Ora potevo vedere che sotto gli stracci verdi c'era una macchia rossa che riverberava al sole del tardo pomeriggio.
Capii, ero piccolo ma capii che quello era sangue.
E che quegli stracci verde scuro erano mio padre.
Ciò che feci in quel momento è uno dei ricordi più chiari che ho degli anni della mia adolescenza. Sotto la pensilina arancio dell'ATAC, circondato da graffiti e scritte oscene, piegai le mie ginocchia e le appoggiai a terra, tra la polvere e le cartacce. Non andavo in chiesa dai tempi della prima comunione ma mi ricordavo come si prega.
Portai le mani giunte davanti alla bocca e iniziai la mia supplica con gli occhi fissi tra le gambe della gente.
"Ti prego Signore, fai che non sia il papà", dissi scandendo bene le parole per il terrore di non essere capito, "non portarmelo via oggi, non è giusto."
Piangevo e sulla mia bocca le parole si mischiavano alle lacrime.
"Papà è buono e mi vuole bene, fai che sia tutto un brutto sogno"
Da lontano sentii la sirena che si avvicinava. Qualcuno della folla alzò gli occhi in direzione di quel suono.
Io no, io continuavo a pregare senza muovere lo sguardo. Alternavo le Ave Maria e i Padre Nostro a suppliche personali e chiedevo che non mi si lasciasse solo, che si salvasse papà, che ci fosse un miracolo di qualsiasi tipo. In cambio promisi centinaia di fioretti e penitenze, mi accordai con l'Altissimo per migliaia di messe.
Poi arrivò l'ambulanza che mi si piazzò davanti e non vidi più nulla.
Allora chiusi gli occhi per concentrami e il Signore mi ascoltò, credo.
Sentii una mano sui capelli, una mano che conoscevo. Mi voltai di scatto e papà era lì, al mio fianco, in piedi nella sua camicia verde da lavoro e con gli scarponcini logori.
"Giulia', che è successo? Che stai a fa' qui?", mi chiese e il suono della sua voce mi strappò all'incubo in cui ero sprofondato.
Non ebbi la forza di parlare. Scattai in piedi e mi arrampicai letteralmente su di lui fino a gettargli le braccia al collo. Lo strinsi e lo accarezzai, il mio papà. E lo baciai quasi con violenza, anche se sapevo che tra uomini non si fa. Lui forse non capì, ma non mi importava, io ero felice. A meno di dieci metri da me c'era un uomo a terra in una pozza di sangue, forse morto, ma io ero felice perché il Signore nella sua bontà aveva deciso di non portarmi via il mio papà quel pomeriggio di luglio.
E al suo posto, forse ascoltando le mie preghiere, aveva scelto di prendersi uno sconosciuto.

Cosa accadde dopo? Nei mesi a seguire tenni fede alle promesse che avevo fatto sotto quella pensilina. Tutte le messe e i fioretti valevano certamente la gioia di quel giorno e il fatto che il mio papà fosse ancora lì con me. Rispettai il mio accordo con il Signore. E per due anni lui rispettò i patti lasciandomi papà, nella nostra macchina blu, vicino alla nostra pensilina sulla Nomentana.
E venne la fine di settembre del 1984.
Faceva freddo quella mattina e papà stava su un'impalcatura quando il Signore decise di venire a riprenderselo.

© Marco Vezzoli



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(1) Quanto vale una preghiera recitata sotto una pensilina? di Marco Vezzoli - RACCONTO
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