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La malattia di un romantico qualunque
di Marina Bisogno
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A furia di sentirselo ripetere aveva iniziato a credere di essere malato. Tra pochi giorni sua madre lo avrebbe trascinato in uno stupido ambulatorio ed ora che era davanti allo specchio, si stava convincendo di essere preda di uno strano gioco del destino, forse un errore di costruzione, quando le mani del creatore lo plasmarono dal nulla. Avrebbe voluto diplomarsi al più presto e seguire le sue passioni. Non sapeva esattamente in che direzione volesse andare, quali progetti sposare ma era consapevole della sua intelligenza, della sua sensibilità, della sua bravura nello scrivere, nel guardare oltre le apparenze, perforando con lo sguardo la realtà di plastica che lo circondava. Michele era infatti turbato da un impellente senso di inadeguatezza e marchiato dai suoi genitori come “ragazzo assai particolare”, avvertiva il bisogno di comprendere la sua natura ribelle e sognatrice. Talvolta distratto ma incredibilmente ironico, trascorreva interi pomeriggi perso tra le pagine di poeti e prosatori senza tempo, a discapito degli incombenti studi di matematica e scienze. Educato ed accorto era quello che in gergo si dice un bravo ragazzo. Il suo viso sincero si apriva in un sorriso timido eppur contagioso. Fin da piccolo le sue attitudini erano oggetto di disquisizioni familiari che lo scaraventarono col tempo, in una dimensione di generalizzato silenzio. Alla tenera età di dieci anni contemplava i rossi tramonti pomeridiani, le distese di cielo stellato nelle notti d’estate e si perdeva in sogni ad occhi aperti nel mezzo delle lezioni scolastiche. Trascorreva il tempo libero alternando partite di calcetto ad incontri di lettura in circoli culturali per neofiti, tacendo, per il timore di essere preso in giro. Ormai adolescente, le ragazze gli facevano un filo spudorato, rapite dalla sua aria di sognatore di altri tempi, ma lui non le degnava di uno sguardo, romantico fino al midollo spinale, sperava di imbattersi prima o poi in una ragazza che potesse somigliargli almeno un po’. Nonostante il generale dissenso familiare, aveva deciso di iscriversi al liceo classico e le mattinate volavano tra le pagine di Ariosto, Dante, Petrarca, Archiloco e Lucrezio. Riusciva ad intrattenere buoni rapporti di cortesia con i compagni, che erano allo scuro delle sue mille pulsioni. Unico testimone del suo genio sensibile era un canarino giallo che sua nonna gli aveva regalato, battezzato simpaticamente Rino e per il quale, da piccolo, aveva iniziato a comporre le prime poesie.
“Ma da chi ha preso questo ragazzo?” si chiedeva suo padre alzando gli occhi al cielo agitando talvolta le mani come a protestare contro una condizione che ahimè, sembrava già irreversibile.
La sua insegnante di letteratura nutriva per lui un profondo affetto ed una sincera stima. Sorpresa dall’incessante fiumana di pensieri ,che puntualmente il ragazzo traduceva in parole durante i compiti in classe, iniziava il suo alunno prediletto alle migliori letture. Ma il disagio che il ragazzo celava divenne ben presto come un’insostenibile macigno, che il tempo tramutò in piccole ansie e paranoie tipiche dell’età adolescenziale. Sua madre, a differenza dell’insegnante, era molto preoccupata e nonostante gli sforzi, non riusciva a comprendere l’animo di questo figlio così sensibile e silenzioso che sognava di diventare uno scrittore.
“Tutte queste letture ti danno alla testa figlio mio caro! Impara un mestiere, che so l’idraulico, l’elettricista.
Gli scrittori soffrono la fame e hanno idee strane. Di che vuoi campare? Di parole? Dico io ma proprio a me doveva capitare un figlio letterato?” E tirava su col naso, quasi fosse in procinto di piangere
All’età di diciotto anni la grave malattia sembrò acuirsi. Non usciva mai con le sue coetanee e suo padre iniziò a temere per le sue tendenze sessuali. “Questo ragazzo è troppo silenzioso,non fila con nessuna, non racconta mai niente, forse è meglio che lo facciamo visitare da uno specialista, uno bravo, ma bravo proprio!”
E quando il ragazzo manifestò la volontà di iscriversi alla Facoltà di lettere moderne, sua madre lo trascinò da uno psicologo, ritenendo che non si potesse indugiare ancora e sperando nel recupero della lucidità mentale di suo figlio. Il non plus ultra condusse il giovane dritto dritto dal dott. Vespucci, specialista in recuperi giovanili di ogni sorta.
Michele insistette per entrare nella stanza del dottore da solo e una volta dentro, tagliò corto sull’intera faccenda con parole lapidarie. “Dottore dicono che sono malato! Fin da piccolo mi hanno sempre ripetuto che sono strano e che mi dovevo far curare. Mia madre mi ha trascinato qua, non ne posso più di sopportare le sue lamentele. Le avrà già spiegato il motivo per cui ha insistito a farmi parlare con lei. “
Il dottore con gli occhiali spessi e il naso appoggiato sui baffi, fissava quell’adolescente nascosto nel suo maglione a strisce verdi e nere, magrolino che sembrava scivolare nei suoi jeans larghi e dallo sguardo vivo, intenso ed interrogativo. Se ne stava là immobile, attendendo il responso oracolare che avrebbe accreditato, quasi certamente, la tesi di sua madre.
“ Dunque, dunque, a quanto pare lei è affetto da ipersensibilità congenita, attacchi di pianto improvvisi, timidi sorrisi, pensieri inconfessabili e spasmodici attacchi di scrittura compulsiva.” Sentenziò il dottore accarezzandosi il mento barbuto con il dito indice
“Sembrerebbe grave”
“Non tutto è come sembra. Sarebbe molto più preoccupante se lei fosse invaso da un’inqualificabile grettezza d’animo. Si rilassi, vedrà che questa condizione le spalancherà le porte di sentieri inesplorati. Certo, le capiterà di avvertire talvolta il greve peso della solitudine, sarà tentato di scappare su Marte pur di incontrare esseri viventi che non siano umani. Potremmo tentare una cura invasiva a base di pillole di cinismo ma, caro mio, la sua pare già una condizione irreversibile. Neanche un elettro schock si confà a gente come lei. Vede, il suo non è un problema mentale. Qui c’entra il cuore! Insomma il suo è un caso di-spe-ra-to!!!”
“Il cuore? Dottore così mi terrorizza! Sono a rischio d’infarto?”
“Ma no, ma no, non tema alcunché! Anzi gioisca! Lei è come uno che porta gli occhiali in un mondo di ciechi. Lei vede la luce!
“Occhiali? La luce? Dottore ma lei sta più fuori di un balcone! E pensare che la gente vorrebbe rinchiudere me in un manicomio.”
“E lei li faccia parlare, li faccia sindacare il suo modo di vivere. Non deve lambiccarsi il cervello ma credere in se stesso e nelle sue capacità. Ah quali doni il cielo ha voluto farle giovane ragazzo! Scriva, legga, si esprima! Lei è un romantico, appartiene al popolo dei titani che spalancano il cuore per accogliere la vita e fissarla con le parole. Lei è libero! Lei, caro ragazzo, è una rarità in quest’epoca decadente. Cosa potrebbe un poeta senza tormento? Ne ha bisogno come della sua macchina da scrivere, diceva Bucowsky!... Ma posso darle del tu?”
“Dottore adesso mi scomoda pure il buon Charles? Lei è messo peggio di me! Io non voglio essere raro, voglio essere normale!
“Normale? E che significa normale?”
“Voglio essere felice, essere sempre allegro. Mi rattristo per poco di solito, mi sveglio la notte per scrivere e leggo in maniera ossessiva. Soffro troppo dottore!
“Ragazzo mio so bene come ti senti. I libri di letteratura sono intrisi di storie come le tue e tante non ci sono nemmeno pervenute. Naufragar mi è dolce in questo mare, ricordi? O ancora lo spirito guerrier ch’entro mi rugge? Tutti malati ragazzo, tutti niente di meno che poeti!
“Dottore tutti sfigati!”
“Certo, non erano ricchi ma hanno sollevato montagne con le parole mio giovane amico..Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie! Anche Ungaretti non era poi così felice, ma la sua voce è immortale. Insomma figliuolo non c’è rimedio che tenga, la vita ti scorre nelle vene e viene giù fino alla punta della tua penna. Stai benissimo e tua madre non ha da temere, anzi solo da essere fiera di te e di cotanta intelligenza. Non ti fermare ragazzo, non ti fermare! Lasciali dire che quelli al mondo come te perderanno sempre, hai già vinto lo giuro ragazzo, non ti possono fare più niente, cantava Vecchioni!”
“Dottore lei avrebbe dovuto darsi al teatro, se la vedesse mia madre farebbe internare anche lei!
“Dubium sapientiae initium, non lo dimenticare. E soprattutto rammenta che il sorriso abbonda sulla bocca degli stolti mio caro.”
“ Melius abundare quam deficere egregio dottore! Ma lei chi è mago Merlino?”
“Ragazzo ma quale Merlino! Io voglio solo spingerti a crescere seguendo la voce della tua anima. In questo mondo di finti sani tu dovrai condurre a termine un compito assai più arduo. La coerenza non con le idee, frutto del momento destinato a passare, ma con la parte più recondita di te stesso, nonché la più vera. Dovrai combattere per affermare te stesso, Sai anch’io ero come te, sognavo di diventare medico, amavo leggere e mi interessava molto l’arte in ogni sua forma. E ti dirò di più, non sono poi così diverso. Il fanciullino è sano e salvo, il tempo non gli ha storto un capello!”
“Dottore finalmente ho il piacere di parlare con qualcuno di interessante, un adulto che non voglia indurmi in questa o quella direzione ma che si preoccupi di farmi comprendere il come e il perché dei suoi consigli da strapazzo. Sa, dovrebbe conoscere la mia insegnante di letteratura, anche lei appartiene a questa categoria non troppo diffusa di persone. E poi lei è anche estremamente simpatico.“
“E tu estremamente educato e attento. Vai da tua madre adesso e dille tutto quello che hai raccontato
a me. Ad maiora giovane!”
“Ad maiora dottore!”

© Marina Bisogno




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