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Eric Cantona, la leggenda del Manchester United
di Ettore Bonato
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Eric Cantona il Dio
Il numero 7 del Manchester United

È stato un piacere vederlo giocare, era un trascinatore. La sua maglia portava il numero 7, quello dei predestinati. Eric Cantona, francese fino al midollo, ha infiammato i cuori di tanta gente nella fine degli anni ottanta, inizio anni novanta. Paolo Pagliarani da queste pagine ha commentato il film “Il mio amico Eric”, decisamente da andare a vedere. Di Ken Loach. Io ho rivisto Cantona, il mio idolo, uguale a me, un matto con il fisico e la fantasia. Poche parole, molti fatti. Fu celebre ogni frase che pronunciò King Eric, la più famosa “Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che le sarde saranno gettate in mare. Thank you very much”. Un’assonanza in apparenza schizzata, da folle. Così era lui. Fantastico nel dribbling, feroce, collerico, due piedi d’oro, il colpo di testa, i passaggi millimetrici. Nel film di Ken Loach ho pianto quando disse che la sua giocata più bella è stata un passaggio ad un giovane compagno di squadra. Non un goal dei tanti. Un assist per il ragazzo dei “Red devils” e un brivido nella schiena di chi lo ha seguito da sempre. Da quando, giocatore tozzo ed eccentrico, si esibiva nei campi di Francia, e poi, rincuorato da Platini e alle soglie del ritiro, emigrò nel Regno Unito. Dopo aver vinto lo scudetto in Francia con l’Olympique Marseille, sentì il bisogno di vincere ancora, come fece con il Leeds. La Premier League inglese accolse gli anni d’oro dell’erede di George Best, a cui l’accumunava genio e sregolatezza. Famosi i suoi eccessi, i suoi “colpi di testa”, la sua classe sopraffina. In Francia aveva cattiva reputazione e vinceva. In Inghilterra si calmò, vinse 5 campionati di Premier con il Manchester United, quell’equipe in cui adesso giganteggia Wayne Rooney, trionfò due volte nella doppia doppia, campionato e coppa inglese. Infiammò il celebre Old Trafford. Poi esagerò e, tra le altre cose, picchiò a sangue un tifoso che lo prendeva in giro. Eresia. Trascorse 9 mesi in purgatorio, a pulire i cessi e a potare gli alberi inglesi, quelli con la resina che cola come il pianto dei suoi tifosi che lo reclamavano. Il Manchester quella volta non strinse in mano nulla.
King Eric tornò e riprese a vincere. Smise a trent’anni perché voleva stupire e lasciare come fanno i grandi, famosi e forti come querce. Dribblò anche le miserie umane.
Ricorda Luis Figo nelle fattezze, il numero 7 del Real Madrid e dell’Internazionale. Ma fu più estroso di lui e fisicamente più dotato. Nel film “Il mio amico Eric”, di cui è anche produttore, fa da paciere e consigliere a un suo fan cinquantenne depresso, pieno di birra e fallimenti, che lo ricorda con i capelli corti e il tiro mortifero. Pensate, Cantona che elargisce consigli, lui, pazzo tra i normali, tipo Beckam e company. Poi ci fu la storia di donne, birra rossa e pugni, da vero inglese, che incrementarono la leggenda del Dio Eric Cantona. Ricorda adesso, con la barba bianca e il fisico imponente, timidamente, che il suo primo allenatore, nei campi francesi sporchi di terra e sangue, disse al suo padre alcolizzato: “Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 7”. Appunto, il numero dei predestinati e degli immortali del pallone.

Ettore Bonato

© Ettore Bonato




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