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In Via della Lungara
di Lorella De Bon
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

Un cerchio di luce illumina la scena: occhio di bue, il termine tecnico.

Al centro, una sedia.

Sopra la sedia, un uomo col capo reclinato sul petto: è nudo, nudo come un verme.

Fuori campo una voce metallica, ma gentile, a tratti melliflua, di quelle che nascondono la sorpresa della crudeltà.

-Dove ha nascosto i soldi, i gioielli, l’oro, i quadri? -

Nessuna risposta.

L’uomo dorme. O forse è svenuto.

La voce metallica non si arrende e torna alla carica, stavolta fredda e con una punta di disgusto.

-Allora? Esigo una risposta. Dove sono …? -

-Non lo dirò … mai … tanto meno … a lei. - fu la risposta, stentata quanto decisa, inframmezzata da tristi singulti.

Fuori, il primo pomeriggio di quel sedici ottobre stava sgocciolando in una grigia e scialba serata, fatta di consueti rumori: abbaiare di cani, miagolii di gatti. Solo quelli però.

Fuori, non vi era traccia d’uomo.

Per le strade non circolavano automobili, i negozi erano chiusi, le finestre delle case sbarrate.

Un silenzio umano irreale soffocava come una cappa tutto il quartiere della capitale, che sino a pochi mesi prima brulicava di gente e di attività.

Dove prima c’era vita, ora si respirava puzza di morte, di carne bruciata, talmente aspra da spellare le narici e far rivoltare lo stomaco.

-Come cazzo si permette? - sbraitò il soldato, alto e secco come un chiodo.

-Non ho nulla … da perdere. - proseguì l’uomo sulla sedia, dopo avere alzato lo sguardo e averlo puntato diritto dentro i suoi occhi di ghiaccio.

-Brutto figlio di puttana. Hai ancora la vita da perdere, non te ne sei accorto? -

Le bestemmie erano le prime parole che l’ufficiale delle Schutzstaffeln aveva imparato mettendo piede sul suolo italiano. Ancora prima di prendere servizio presso il comando che gli era stato assegnato, si era riempito la bocca delle parole peggiori, ma del tutto funzionali allo scopo a cui era preposto.

Aveva lasciato famiglia e patria, e a malincuore era partito verso un paese che prometteva di riempirgli le tasche di denaro, pulito o sporco che fosse.

Era convinto che una volta terminato il lavoro che gli avevano affidato si sarebbe lasciato alle spalle, insieme al confine, anche i ricordi.

Contrariamente alle sue speranze e supposizioni, la missione non si stava rivelando facile: la vittima di turno, come tante altre prima di lui, era un osso duro, decisa a proteggere i suoi averi a costo della vita.

-Preferisco morire … che cedere a un essere immondo come lei. - ebbe il coraggio di proferire l’uomo sulla sedia, sputando a terra a sottolineare il disprezzo e lo schifo che provava in quel momento.

Lo sputo, una sorta di composto vischioso e scuro misto a sangue, sfiorò gli stivali neri tirati a lucido dell’aguzzino, che fece un passo indietro per non rischiare di insozzarsi.

All’improvviso, qualcuno bussò alla porta della stanza.

-Avevo detto di non essere disturbato! - sbraitò l’ufficiale.

-Sì … lo so, capo … ma c’è un’urgenza … dovrebbe proprio venire. - disse una voce timida e stentata dall’altra parte del legno.

-Ti è andata bene, per adesso. Ma preparati per il secondo round, ok? - sentenziò l’SS, accompagnando l’affermazione con un sogghigno feroce, che lo rendeva simile a una iena che si prepara al pasto accanto alla preda appena cacciata.

-Non vedo l’ora. - replicò coraggiosamente l’uomo sulla sedia, ficcando lo sguardo vitreo, ma fiero, dentro gli occhi del “capo”.

 

I minuti passavano, forse le ore. Impossibile mantenere la cognizione del tempo quando si è rinchiusi in una stanza senza finestre.

Doveva esserci un tubo dell’acqua che perdeva da qualche parte, perché l’uomo sulla sedia sentiva uno sgocciolio tenue, ma regolare, provenire da qualche parte dietro la sua schiena.

Forse, contando mentalmente le gocce d’acqua che cadevano a terra, si sarebbe potuto fare un’idea del tempo, ma ci voleva energia anche per quella semplice operazione. E lui, di energia, ne aveva appena a sufficienza per sopravvivere.

Cercò di percepire i rumori che provenivano dall’esterno. La stanza non era immersa nel silenzio assoluto, seppure interrata. Aveva disceso faticosamente due rampe di scalini, in totale una dozzina.

Era stato bendato appena trascinato nell’ufficio dell’ufficiale, al Collegio Miliare in via della Lungara, a 300 metri dal Vaticano, del tutto simile a qualsiasi ufficio di qualsiasi ente pubblico. Nei pochi istanti di luce che gli erano stati permessi era riuscito soltanto a vedere una fotografia, appesa dietro la scrivania e incorniciata con un legno scuro, intarsiato di tutto punto.

Dalla parete lo sguardo dell’uomo ritratto si piantava direttamente negli occhi di chi entrava, come una spina nel palmo di una mano incauta.

Era un viso minuto, ma feroce, di quelli che una volta visti non si dimenticano più: come il primo amore, come un figlio.

Gli occhi erano piccoli, scuri, di ghiaccio. La fronte bassa. I capelli corti e corvini. Un cespuglio di baffi ispidi sotto il naso.

Ma una cosa era certa: il volto di quell’uomo non dimostrava alcuna paura, anzi incuteva un terrore fisico e dirompente come quello che provano i bambini di fronte al buio.

L’uomo sulla sedia aveva guardato per pochi secondi il viso dell’ufficiale, ma quei pochi istanti erano bastati a farlo regredire nella paura più densa e più nera.

L’ultima resistenza della sua vescica aveva ceduto alla liquidità del terrore e anche le ossa avevano iniziato a tremare.

E per avere sporcato il pavimento era stato picchiato sino a tossire sangue e muco, sino a implorare di essere ucciso.

Poi, una volta giunto nella stanza sotterranea, erano cominciate le torture sistematiche, programmate nei minimi dettagli, scandite da una tabella di marcia messa in atto chissà quante volte, lì e altrove.

Erano rimasti soli lui e il tedesco. Le due persone che li avevano accompagnati se ne erano andate via subito dopo averlo legato alla sedia, congedate da un comando imperioso tanto simile al latrato di un dobermann.

Prima gli schiaffi, i pugni, i calci. Ovunque. Poi, gli elettrodi. Scariche che arrivavano puntuali a ogni suo rifiuto, a ogni suo silenzio. Aveva pisciato ancora, nonostante non bevesse da ore. Aveva pisciato chissà cosa, forse sangue, forse la sua stessa anima.

Zuppo com’era, le scosse elettriche facevano ancora più male, facendogli sbattere i denti e tremare gli occhi.

Ogni tanto perdeva i sensi, per fortuna. Ogni tanto sognava, forse. Difficile capire la distanza tra dolore e realtà.

Nella sua mente si accavallavano i volti delle persone care, i ricordi d’infanzia, i momenti più felici del suo matrimonio con Ester, la nascita delle figlie, la paura di essere braccati, la fuga, i nascondigli, sempre diversi per depistare gli inseguitori … la cattura … il dissolvimento della sua famiglia.

Il ricordo di Ester, di Miriam e di Sara, seppure imbevuto di nostalgia e malinconia, gli tenne compagnia per tutto il tempo. Un ricordo che era un’ancora di salvezza, un punto di riferimento talmente forte da impedirgli di cedere.

Nella sua mente Ester era ancora giovane e bella, talmente bella da non credere che potesse esistere una donna così tutta per lui. E le sue figlie erano piccole e trotterellavano per casa gioiose e chiassose, riversando nel suo cuore una grande felicità.

Erano giornate, quelle, di assoluta serenità, scandite dai lavori quotidiani, dalla funzione religiosa il sabato, dalle riunioni dell’associazione, dalle visite alle altre famiglie per uno scambio reciproco di cibo e gentilezze.

Una serenità che era stata erosa da notizie allarmanti provenienti da tutta Europa, un cielo azzurro che inesorabilmente si riempiva di nubi scure e minacciose.

Poi, quel 16 ottobre, proprio un sabato festivo, si era abbattuta sul quartiere una forte tempesta, che aveva spazzato via tutto e tutti, svuotando le case e le strade, violentando i corpi e le anime senza alcuna pietà.

Anche la sua famiglia, come tante altre, era stata smembrata, spezzata, uccisa. Donne e bambini da una parte, uomini dall’altra: bestiame da portare al mercato, in attesa di essere macellato e appeso a un gancio, anzi peggio: gettato via, perché immangiabile, inutile.

Quella retata aveva fruttato all’oppressore tonnellate di carne e solo cinquanta chili d’oro.

 

Dopo quella che sembrò un’eternità, l’ufficiale fece ritorno nella stanza.

L’espressione del suo volto era cambiata. Una dolcezza inquietante aveva annacquato i suoi occhi, che adesso guardavano l’uomo sulla sedia con una sorta di compassione.

Sulle labbra sottili si era appoggiato un lieve quanto ambiguo sorriso, di quelli che non si sa mai cosa possano nascondere.

Era come se, in quel lasso di tempo appena trascorso, breve o lungo non è dato sapere, la bestia avesse indossato la maschera dell’agnello.

La ferocia, rivestendosi di compassione ingannava di essersi in parte dissolta, in realtà avendo fatto solo un passo in più verso la crudeltà.

L’uomo sulla sedia non poté fare a meno di guardarlo dritto negli occhi, rischiando in tal modo di ricevere un pugno in pieno stomaco, com’era successo tante volte durante l’interrogatorio.

Stavolta non accadde nulla.

Nessun pugno.

Nessuna reazione.

La vittima, oramai allo stremo delle forze fisiche e mentali, arrivò a pensare che per lui fosse giunta la fine, che quella tregua irreale fosse soltanto una breve pausa prima del gran finale. Che il tedesco, insomma, stesse solo divertendosi a sue spese.

-Lei è fortunato, sa? Tra poco uscirà di qui. -

-Ah, che peccato! Oramai mi stavo abituando a questo particolare soggiorno. - ironizzò l’uomo sulla sedia, fingendo un sogghigno che gli costò dolorose fitte al torace.

-La figura del pagliaccio non le si addice, dopotutto. Sa, ho sempre pensato che in lei risieda una certa signorilità. -

-Non credo alle mie orecchie: sta forse facendo marcia indietro?

L’SS, alquanto imbarazzato, non seppe lì per lì cosa rispondere. Stranamente rimase senza parole e, cosa ancora più strana, non menò le mani per dire la sua.

-Nessuna marcia indietro. Rifarei quello che ho fatto sinora. Solo che …-

-Solo che adesso le hanno portato via il suo gioco preferito, non è vero? Forse le è appena stato ordinato di non alzare più le mani su di me. -

-Non proprio, ma una cosa del genere. Come le ho già detto, tra poco sarà fuori di qui. Lei è fortunato …-

-La vera fortuna risiede nel luogo in cui mi manderete. Col senno di poi, potrei rimpiangere questa stanza … e anche lei. -

L’uomo in divisa trasalì. Era come se quel poveretto avesse intuito, o meglio sentito, gli ordini che pochi minuti fa gli erano appena stati impartiti dall’alto.

-Tra due ore la dovrò accompagnare in stazione. -

-Immagino che mi aspetti un lungo viaggio, magari in compagnia di altri sfortunati come me. -

-Non pensi al viaggio … mi dica, vuole qualcosa da mangiare e da bere? -

-Mi vuole mettere all’ingrasso prima della grande carestia? - chiese l’uomo sulla sedia, il cui sarcasmo stava scemando, nella consapevolezza che il suo aguzzino era pur sempre un uomo. Un uomo che aveva scelto di stare dalla parte sbagliata e che avrebbe pagato a caro prezzo la sua scelta.

-Lei ha figli? - domandò inaspettatamente l’ufficiale.

-Sì, due figlie … perché me lo chiede? -

-Perché potrebbe anche rivederle in stazione, chissà …-

-Vedo che la crudeltà non l’ha abbandonata. Infondermi tale speranza nel cuore è la peggiore delle torture. -

-Non è una menzogna, la mia. Posso informarmi, se vuole. -

-No, lasci stare le mie figlie. Se il destino ha previsto che le rivedrò, sarà così anche senza il suo intervento. -

-Come vuole. -

-E lei, ha figli? - domandò a sua volta l’uomo sulla sedia.

-Due anch’io … due maschi …-

Detto questo, lo sguardo del soldato si perse nel vuoto, a fissare un punto lontano nello spazio.

All’uomo sulla sedia parve di vedere una lacrima.

-Non ci siamo ancora detti i nostri nomi. Io mi chiamo Ulrich. - disse l’uomo, tanto per riprendersi da quell’attimo di commozione che non si addiceva al suo stato.

-Il mio nome è Giona. -

Così, tra una piccola confidenza e l’altra, passarono due ore e qualcuno tornò a bussare timidamente alla porta.

-Capo … è ora di andare. -

-Arriviamo! -

Giunti alla porta d’ingresso del Collegio Militare, mentre via della Lungara era tornata a brulicare di gente, Ulrich porse la mano alla sua vittima, in atto di congedo.

-Ma non aveva detto che mi avrebbe accompagnato lei in stazione? -

-Sì, ma ho ricevuto l’ordine di restare qui al comando, mi spiace. -

-Allora, addio …-

-Addio …-

Dopo qualche passo, Giona si girò indietro verso la sua prigione. Ulrich era fermo sulla soglia, impietrito alla vista di un’umanità in cammino verso una mèta a lui conosciuta.

La consapevolezza del destino di tutta quella gente lo aveva improvvisamente spogliato di ogni certezza, della sicurezza che una divisa e una carica gli avevano conferito.

Per un attimo, in mezzo a quella gente, gli parve di vedere i volti dei suoi figli.

Non resse alla vista e rientrò nel suo ufficio.

Dopo qualche minuto, il suo attendente sentì uno sparo provenire dalla stanza.

 

Ulrich non aveva mentito.

Una volta giunto alla stazione, tra spintoni, manganellate e maledizioni, Giona riuscì a intravedere il volto della moglie e delle figlie tra le migliaia di teste e corpi ammassati vicino ai binari.

Fu come se una mano invisibile lo avesse condotto a loro.

-Ester … Miriam … Sarah …- urlò i loro nomi, ma non sentì la propria voce, che gli rimase strozzata in gola.

Ester mosse le labbra, le sue splendide labbra carnose, ma lui non riuscì a sentirla.

Quando il lungo convoglio arrivò, vennero tutti spinti e ammassati dentro diciotto carri bestiame piombati.

Il “viaggio” fu eterno quanto un pianto o un dolore, penoso come un’agonia.

Non si rividero mai più.


* * * *


Sono passati quasi settant’anni da quel giorno alla stazione Tiburtina, da quelle lunghe ore a Palazzo Salviati, in via della Lungara. Sono passati con lentezza, a ribadire grottescamente la condanna che mi era stata inflitta allora.

È vero, nel frattempo mi sono sposata, ho cresciuto una figlia - che ho chiamato Miriam, come me - accudito due nipoti. Ma quella oscena condanna pende ancora sopra la mia testa, un marchio d’infamia che qualcuno ogni tanto rispolvera con crudeltà.

Nessuno mi ha mai tolto di dosso la stella gialla che identificava il mio stato di essere inferiore, inutile e ripugnante.

Nessuno. Nemmeno mio marito. Un italiano. Un emigrato in Svizzera. Un uomo mite, devoto alla famiglia, al lavoro e allo Stato. Un uomo buono, ma incapace di accogliere il mio vissuto, passandovi accanto con la stessa indifferenza con la quale aveva trascorso gli anni di guerra. Riformato dall’esercito, aveva indossato la divisa degli “Italiani brava gente: buon padre di famiglia, operaio impeccabile. Poi, a cinquantadue anni era stato stroncato da un infarto.

 

Sono passati quasi settant’anni e ho deciso di tornare là dove il dolore ha avuto inizio. No, nessuna stazione Tiburtina, nessun Collegio Militare in via della Lungara.

E nessun campo di sterminio. Ad Auschwitz non sono mai stata. Ho deciso, con una freddezza che non mi appartiene, che quel luogo non merita la mia presenza, le mie stentate preghiere, la mia commozione.

Di Auschwitz ho saputo. Di mia sorella Sarah ho conosciuto le sofferenze. Di mamma Ester e papà Giona ho immaginato la fine, la cenere gettata sui campi - così spero - il fumo alzatosi in cielo tra le braccia del Padre - così immagino, per non crepare prima del tempo a me destinato.

Ho saputo di Sarah da una voce di donna, il cui braccio recava tatuati i numeri 66210. L’ho incontrata in una scuola, quella donna, un Giorno della Memoria in cui entrambe rendevamo la nostra personale testimonianza dell’Olocausto.

Quella donna aveva conosciuto Sarah al blocco 10 di Auschwitz, pochi giorni dopo il loro arrivo. Essendo giovani donne in buona salute, erano state entrambe scelte dal dottor Clauberg, primario ginecologo, per fare da cavie al suo progetto di sterilizzazione femminile.

Clauberg, un omuncolo stempiato, dalle labbra sottili, il naso adunco, e uno sguardo di ghiaccio dietro due lenti spesse e rotonde, aveva dichiarato a Himmler di poter sterilizzare fino a 1000 donne al giorno con il suo metodo, a patto di disporre del personale e delle attrezzature necessarie. Che gli erano state, ovviamente, concesse.

Durante una normale visita ginecologica, a quella donna e a Sarah - come ad altre centinaia di donne - era stata praticata una semplice iniezione al collo dell’utero. Su altre donne il dottor Clauberg si era accanito con maggiore crudeltà.

Quando nel blocco 10 giungevano nuove cavie, quelle oramai ridotte a relitti umani venivano mandate nelle camere a gas di Birkenau. Tra queste cavie sua sorella Sarah.

Di quelle pratiche, la donna tatuata col numero 66210 portava addosso i segni: era sterile, con frequenti emorragie e forti dolori al basso ventre e ai reni.

 

Nel corso della mia vita ho più volte promesso a me stessa che, prima di morire, avrei compiuto una sorta di rito di purificazione, un tentativo di guadagnare la salvezza nell’aldilà.

Ma oggi non sono abbastanza forte per credere che lassù esistano stelle che brillano di luce e basta. Sono convinta che lassù stiano appese solo stelle di stoffa, e campi di sterminio, e camere a gas, e camini.

La fede l’avevo, le preghiere me le aveva insegnate mia madre con devozione e pazienza. Quella stessa fede l’ho lasciata sul marciapiede della stazione, quel giorno che una mano sbucata dal nulla mi afferrò per il bavero del cappotto e mi trascinò via, lontano da un groviglio di carne umana disperante.

Sono tornata per rendere omaggio a un uomo che, rischiando la propria vita, mi ha strappata dalle fauci del mastino, portandomi in salvo. Me sola. Me soltanto.

“Ma perché proprio me, cos’avevo di diverso dagli altri da farmi meritare la salvezza?” mi chiedo, mentre cammino a fatica, appoggiandomi a un bastone, e con la schiena che mi duole a ogni passo, a ogni respiro.

Sbatto nervosamente le ciglia. Non ci sono mosche da scacciare. Solo fantasmi.

Infilo lentamente la punta del bastone nel brecciolino che ricopre le stradine strette del piccolo cimitero sui Colli.

Avanzo guardandomi intorno, riuscendo ad assaporare la pace di quel luogo, così curato e pieno di colori, così poco triste a dispetto del sacro compito che ricopre.

Da quassù Roma sembra una città come tante, anonima e brulicante di anime altrettanto anonime.

Tra le mura a sassi del camposanto, all’ombra di un tiglio, mi siedo su una panchina scolpita nella pietra, tenendo stretto in grembo l’inseparabile bastone, o meglio “la mia croce”, come l’ho battezzato e come uso chiamarlo quando nessuno mi sente.

Con le mani giunte, nodose come quel legno santo, fisso lo sguardo davanti a me, dove sta una lapide interamente ricoperta d’edera. Nessun nome e nessuna data sono più visibili.

Eppure, io so che quella è la tomba che sono venuta a cercare. Me l’ha indicata il custode, rispondendo alla precisa richiesta di segnalarmi la dimora di Pietro Locatelli.

Per un tratto di strada quel custode mi ha accompagnata, sfiorandomi un braccio nell’intento di aiutarmi, ma desistendo, forse per non offendermi. In realtà, non mi sarei offesa di fronte a quel gesto. Mi sarei soltanto stupita. L’abitudine alla cattiveria umana riesce a far stupire della più piccola gentilezza.

 

In preghiera davanti alla tomba di Pietro, mi chiedo quale esistenza abbia condotto dopo il nostro commiato.

Due settimane trascorse nella sua casa, nascosta in cantina, protetta e accudita come una figlia (lui che figli non ne aveva, e neanche una moglie), erano bastate a creare un legame fortissimo, che per me non si è mai spezzato.

Ma quale destino era stato riservato a Pietro, un uomo solo, un contadino innamorato della sua vigna, che si era votato totalmente alla causa dei Giusti e che Giusto era diventato?

E quale il senso del mio ritorno a questa terra, a questi luoghi dove ho visto per l’ultima volta i miei genitori e mia sorella, i miei amici, i compagni di scuola, i vicini di casa?

“Il senso del ritorno sta scritto su quella lapide, dietro l’edera che la ricopre” mi ritrovo a pensare con un certo timore.

Mi alzo facendomi forza sul bastone, soffocando un gemito di dolore. Raddrizzatami a fatica, colmo la distanza tra la panchina e la lapide con un pugno di passi strascicati.

Superando un attimo di indecisione, scosto con la mano nodosa le foglie verde scuro. E con amara sorpresa riesco a leggere la data della morte di Pietro … 3 novembre 1943 …

-Pietro Locatelli è stato fucilato proprio contro i muri di questo cimitero. Una spia aveva raccontato ai tedeschi che il compaesano Pietro aiutava gli ebrei, e che aveva da poco dato rifugio a una ragazzina. - dice il custode, che nel frattempo mi ha raggiunto, senza farsi vedere.

È in quel preciso momento che comprendo il senso del mio ritorno: chiudere il tempo in un cerchio, un abbraccio di latte e sangue a sigillare un patto fraterno tra ciò che è stato e ciò che siamo, tra una ragazzina destinata a sparire in una nuvola di fumo e un uomo con le mani sporche di terra e vino.

Chiudere il tempo in un cerchio che pare un abbraccio.

Ed io ti abbraccio, Pietro, padre mio come lo fu Giona: entrambi mi avete messo al mondo. Entrambi vi ho perso.

Ma ora sono qui, nella casa di Pietro.

Finalmente ci siamo riuniti all’ombra di questo tiglio che sa di libertà e che tanto ricorda il profumo di Ester, di Sarah e della donna numero 66210.

Il profumo di tante altre donne passate per il camino.

© Lorella De Bon

dal 2010-05-14
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