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Finta di niente
di Debora Gatelli
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Stefano parcheggiò davanti al cancello e si strofinò le mani per scaldarsi un po’, era autunno da poco eppure faceva già molto freddo. Non spense immediatamente il motore dell’auto per dare a Sara la possibilità di scendere e rincasare subito; se spegneva la macchina avrebbero continuato a parlare per altre due ore e forse lei quella sera non ne aveva voglia, sembrava molto stanca.
Durante la cena era stata piuttosto taciturna mentre in genere scherzava e intratteneva tutti con allegria, lasciando i discorsi seri e le elucubrazioni mentali per i momenti in cui si ritrovavano da soli. Era il loro segreto, anche se in realtà tutti quanti lo vedevano benissimo che tra Stefano e Sara c’era un’intesa che andava al di là del rapporto che avevano con gli altri amici.

- Lo sai Stef che anche i cigni divorziano? L’ho letto questa mattina sul giornale mentre aspettavo l’autobus.

Lo disse con quell’aria scanzonata e indifferente che nascondeva sempre qualcosa; Stefano spense la macchina chiedendosi dove la sua amica intendesse arrivare, contento che non avesse deciso di andarsene a dormire nonostante il freddo e l’ora tarda.

- I cigni pare siano famosi per il fatto di restare fedeli per tutta la vita, una volta scelta la compagna non la abbandonano mai più. Ora invece sembra che due cigni di non so dove siano stati colti in flagrante: lui lascia lei per un’altra e lei non tarda a consolarsi tra le braccia (ali) di un nuovo candido pennuto. Lo trovo terribile, se stanno crollando anche gli assiomi del mondo animale, su cosa potremo mai fare affidamento ora?

Cominciava sempre così, con una frase qualsiasi alla quale poi aggiungeva altre frasi una dopo l’altra addentrandosi nei meandri della propria mente, sicura che lui avrebbe capito.
Infatti Stefano capiva, era uno dei pochi a capire davvero, eppure le loro vite restavano sempre un po’ distanti, quasi parallele: io capisco te, tu capisci me, entrambi capiamo che ci sono un sacco di cose che non si possono capire, ma poi ognuno prosegue per la sua strada fino al prossimo incontro di reciproca comprensione. E’ strano, un po’ come per una porta chiusa dove la chiave è l’unica in grado di aprire, ma poi chi entra davvero nella stanza è sempre qualcuno che non ha nemmeno la più pallida idea di come sia fatta la serratura.
Probabilmente è giusto così, ma è comunque bello avere nel proprio mazzo una chiave che può aprire lo sgabuzzino che credevamo di aver chiuso per sempre.
Comunque, ora che anche i cigni divorziavano, Sara non era più disposta a star lì a galleggiare per sempre nella stessa pozza d’acqua aspettando di essere maltrattata da tutti i pennuti della sua vita.

- Sono stufa Stef, stufa di fare sempre finta di niente. Ma capita anche a te? Finta di niente, se fai finta di niente puoi continuare a comportarti come se tutto andasse a meraviglia; puoi ignorare i cambiamenti, evitare di affrontare le situazioni, aggirare i problemi. Se sei bravo magari riesci quasi a convincerti che sia davvero tutto ok, finché non ti crolla il mondo addosso nel momento in cui qualcuno dà un colpo al tavolo sul quale stavi costruendo il tuo castello di carte. Basta un niente per non poter più far finta di niente.
Stefano abbassò un po’ il finestrino accendendosi una sigaretta e il freddo si insinuò veloce nell’abitacolo facendoli rabbrividire.

- Come vorrei che fosse sempre estate, chissà i cigni come fanno a non morire di freddo? E chissà poi come fanno a rimanere fedeli per tutta la vita? Non mi stupirei se i due cigni che hanno divorziato, ora stessero anche patendo il freddo. E’ un po’ come per i vizi, che uno tira l’altro, mi segui? Se mangi troppo poi ti servono un caffè e un amaro, dopo il caffè ci va la sigaretta e a tutto ciò è più probabile che segua un pisolino piuttosto che una corsa in bicicletta.
Finta di niente. Lo sai che uno dei miei più cari amici quando ha voglia di sentirmi mi manda un sms chiedendomi se mi va di telefonargli? Mi lascia anche il numero fisso e gli orari in cui lo trovo in casa. Non lo vedo da più di un anno e non ci sentiamo spesso, eppure senza né scrupoli né vergogna mette in scena un siparietto incredibile con l’unico scopo di addebitare a me la chiamata.
Finta di niente. Ho un altro amico carissimo che vive lontano, ma a volte passa dalle mie parti per lavoro perchè ha dei contatti nella mia città. A te t’avverte Stef? A me no.
Finta di niente, finta di niente. Una mia amica – almeno credevo lo fosse – che non vedo da sette anni ogni tanto mi chiama al telefono e io non apro quasi mai bocca. L’ultima volta ha parlato per due ore e a metà del monologo mi sono addormentata, con l’auricolare del cellulare che penzolava tristemente dal letto.
Fai finta di niente, non è importante, queste persone non ti meritano, è meglio perderle che trovarle. Sicuro, ma vorrei sapere dove sono quelle che invece ti meritano.
Finta di niente se la mia vicina di casa è psicotica. Finta di niente se in una serata a volte mi suona il campanello anche tre o quattro volte per dirmi che alla televisione hanno fatto vedere l’edificio dove lavoro, per chiedermi se ho del latte detergente da prestarle o per sapere se durante il week end mi va di fare una bella cenetta a tre, io lei e il suo coniglio nano che spesso si intrufola sul mio balcone divorandomi le foglie dei gerani. A volte finita la cena a tre mi telefona subito dopo che mi sono congedata per dirmi che ha chiuso il coniglio in bagno, così per un po’ non mi mangerà i fiori e spesso addirittura ne approfitta per anticiparmi cosa mi cucinerà la volta successiva che andrò a cena da loro (da lei e dal coniglio).
Finta di niente, questi mica saranno problemi. Però a volte faccio un bilancio e mi accorgo che su dieci presunte amicizie, almeno sette si rivelano essere piuttosto delle opere di bene, volontariato o assistenza sociale, chiamale come vuoi.
Valesse solo per le amicizie. E invece finta di niente anche se il tuo fidanzato pensa che sia normale avere altre fidanzate oltre a te e doppio finta di niente visto che poi non è nemmeno proprio il tuo fidanzato, ma solo qualcosa che visto da lontano al buio potrebbe vagamente somigliargli. Meglio così, ovvio, perché in questo modo almeno non sei cornuta agli occhi di tutti, sei cornuta solo dentro di te: forse anche per questo si può imparare a far finta di niente, dovrei chiedere consigli alle sue altre fidanzate che sembra ci riescano molto meglio di me.
Ma a questo punto, vuoi non far finta di niente se tuo fratello dopo aver divorziato dalla moglie ha deciso di lasciare la successiva convivente per andare a vivere con l’amante e ha tralasciato di dirlo sia a te che alla convivente?
Se hai fatto 30 puoi fare 31, e allora finta di niente anche se un tuo amico sposato vorrebbe essere molto di più di un amico e per convincerti sostiene che tutto dipende dai punti di vista e non necessariamente il tradimento e l’infedeltà nuociono a qualcuno. Andrebbe sicuramente d’accordo col mio non-fidanzato, si laverebbero la coscienza l’un l’altro a meraviglia, ma neanche a dirlo farò finta di niente.
Devo continuare o ti basta così? A volte mi chiedo se ci sia un fondo da toccare, o se invece gli abissi del decadimento delle nostre relazioni siano di profondità infinite. Ovunque mi giri è una fatica e spesso, alla fine della giornata, mi accorgo che mi manca il fiato anche se non mi sono mossa dalla sedia, mentre altre volte trattengo il respiro come se volessi fermare il mondo almeno per qualche istante.
Ogni tanto il dubbio mi viene. Vuoi vedere che la pazza sono io e gli altri stanno anche loro facendo finta di niente per non contraddirmi? Forse hanno ragione, si fa così e non cosà. Forse è giusto parlare senza ascoltare, telefonare senza pagare, flirtare senza amare, prendere senza dare, mentire senza giurare. No, troppo facile per essere giusto, troppo orrendo per far finta di niente, adesso basta…ho deciso di impuntarmi!

La sigaretta di Stefano era terminata ormai da parecchio e qualche strisciolina di fumo aleggiava intrappolata nella macchina dopo che il finestrino era stato richiuso.
Sara rimase in silenzio ma Stefano non disse nulla; la conosceva bene e sapeva che stava ancora pensando, un po’ come a voler continuare il discorso tra sé e sé. Pensava con rabbia e rassegnazione, si vedeva che era esausta, stanca perfino di continuare a pensarci.
Gli aveva lanciato solo degli input, non era entrata nel dettaglio di nessuna situazione per non sembrare patetica; preso così, il suo poteva sembrare solo uno sfogo per delle quotidiane incomprensioni, ma lui sapeva che c’era dell’altro. Stefano sapeva che ogni aneddoto citato rappresentava per lei un dolore, una ferita, una delusione, un fallimento. E sapeva quanto tutto ciò la facesse sentire sola e inutile, proprio lei che non ricercava mai la compagnia di qualcun altro per sentirsi viva, lei che sapeva come riempire il suo tempo libero senza bisogno né di uscire né di guardare la televisione.

- Dio mio Sara, ma com’è possibile che tutti i pazzi che ci sono in libertà li incontri tu? Li attiri, capiscono che sei disposta a sopportarli e ti si attaccano come le cozze. Dovresti diventare un po’ più cattiva, fregartene delle buone maniere; non rispondere al telefono, non essere sempre a disposizione e soprattutto non lasciare che si prendano più dello spazio che tu hai stabilito di dedicar loro. Altrimenti è finita.
Io già un paio di volte ho fatto così, ho smesso di rispondere al cellulare finché non hanno chiamato più. Lo so che non è un buon metodo, lo so che sarebbe meglio parlar chiaro (sottrarsi al confronto non fa mai onore a nessuno) ma “piuttosto che niente è meglio piuttosto”, no?
Ho sempre cercato di essere diplomatico, di accontentare tutti dicendo le cose in modo da non offendere nessuno. Nella vita privata soprattutto, ma anche sul lavoro. Come si fa a dire a qualcuno che ha svolto un lavoro penoso? Come si fa a togliergli un incarico? Come si fa a spiegare a un dipendente che le sue prestazioni non sono all’altezza delle aspettative? Eppure va fatto e allora cominci a consultare la tua fantasia e ti inventi un motivo più facilmente digeribile per non rinnovare più un contratto, tagliando sulle vere motivazioni e ricamando su quelle più marginali. In pratica menti, o comunque metti dei filtri alla realtà.
L’ho fatto per tanto tempo, ma ora ho capito che non va bene nemmeno mettere i filtri. I filtri servono per farci credere che la sigaretta sia meno forte o che l’acqua sia più pulita; ma se nessuno tossisce mai, se nessuno si ammala, alla fine cominceremo a credere che fumare faccia bene o che tutta l’acqua sia potabile.
Non possiamo comportarci così, non è onesto. I miei filtri sono come il tuo finta di niente, ci stanno trasformando in una versione peggiore di noi stessi. Rischiamo di finire ad alimentare proprio ciò che più ci fa orrore, rischiamo di remare nella direzione opposta alla nostra meta.

Proprio in quel momento il campanile della chiesa vicina scandì le ore. Sara aveva da sempre l’abitudine di contare i rintocchi, lo faceva da piccola quando non riusciva a dormire e sotto il piumone aspettava di mezzora in mezzora che il campanile le dicesse che ora fosse. Ormai per lei era un riflesso incondizionato, appena sentiva il primo colpo della campana iniziava a contare. Uno, due....
DUE? Ma Stef, siamo qui in macchina da due ore? Era da poco passata mezzanotte quando siamo arrivati, com’è possibile? Devo andare, domani ho una caterva di cose da fare!
Gli lanciò un bacio al volo scivolando fuori dalla portiera e dopo pochi secondi il buio l’aveva già inghiottita. Stefano restò immobile per qualche istante fissando il punto in cui era sparita. Chissà quando si sarebbero rivisti, a volte passava anche molto tempo; lei aveva sempre una miriade di impegni e lui si lamentava della sua scarsa vita sociale ma spesso e volentieri inventava scuse per non uscire e se ne stava a casa con i suoi pensieri, troppo contorti per essere condivisi e troppo scomodi per venire raccontati a una cena tra amici.
Forse non c’era nulla nelle loro vite che andasse davvero cambiato, forse l’unica cosa di cui entrambi avevano bisogno di tanto in tanto era proprio quel parlare tra di loro per buttar fuori qualcosa invece di assorbire tutto come sempre.
Stefano si avviò verso casa e mentre guidava nel silenzio della notte ripensò ai cigni; immaginò decine di cigni che nuotavano a coppie nel lago seguiti da nuvole di piccoli cignetti batuffolosi e poi immaginò gli stessi cigni che litigavano prendendosi a beccate per spartirsi i cuccioli e il cibo. Sorrise amaramente e sospirò accendendosi un’altra sigaretta: Sara aveva sempre il potere di costringerlo a pensare a tutto ciò che lui invece cercava di rimuovere.

© Debora Gatelli



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