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Eva (IX comandamento)
di Annalisa Pianezzi
Pubblicato su SITO


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Immagina un marciapiede, un marciapiede come ce ne sono tanti in una città. Ora immagina delle vetrine una a fianco all’altra. Tra di esse uno spazio. Ecco proprio lì, un uomo seduto a terra.
Fa freddo, è inverno.
Passa una mamma con un bambino. Il bimbo ne è incuriosito, continua a guardarlo, si volta, rallenta. La madre lo trascina via dicendogli di smetterla di guardarlo. "piantala, andiamo, non è nessuno!". L’uomo ha sentito, sospira, pensa che veramente vorrebbe esserlo.
Diventa buio. Buia la strada ma lui rimane lì. Inizia la sera che diviene notte, tutt’intorno. Lui è immobile. Dorme, inizia il silenzio.
Poi dal nero del sonno viene destato…
"Scusi, mi scusi, mi sente? Stasera fa particolarmente freddo! C’è un ricovero non lontano da qui…"
L’uomo alza la testa.
"Scusi se la disturbo ma la temperatura sta scendendo molto, come può rimanere qui fuori, al freddo…"
"Chi sei? Ti manda Pierre?"
"Pierre? No, non so chi sia…"
"Allora chi sei? Cosa vuoi?"
"Sono un volontario!"
"un volontario?"
"Giriamo d’inverno in città per dare una mano a chi vive per strada…"
"Ma io non vivo per strada!>
"Allora cosa ci fa qui sul marciapiede a dormire? Si sente bene? Chi è lei?"
"Sono un fotografo"
"Un fotografo!? Accidenti! Cosa le è successo?"
…...............................................................
"Ciao paolo, sono Eva"
"Ciao, come stai?….e Pierre? Tutto bene?"
"Sì, sì, grazie! Senti Paolo, avrei bisogno di alcune foto per un provino"
"Va bene, quando vuoi…raggiungimi anche adesso, io sono a casa!"
Ho aperto la porta. Lei era lì, vestita di nero, con una maglia a dolcevita che le slanciava il viso verso l’alto. I capelli raccolti da guerriera. Profumo di femmina. Era venuta lì per fare l’amore, gli scatti fotografici erano solo una scusa, era lì per fargliela pagare a Pierre, il suo fidanzato, il mio migliore amico.
Pierre è un individuo scostante, lo è di natura, non è una cattiveria contro di lei, assolutamente, ma Eva questo non lo ha mai capito. Quando lui torna ad orari impossibili – mica perché ha fatto qualcosa di male, semplicemente perché va a bersi qualcosa dopo l’ufficio, o perché si perde via, Pierre non ha mai avuto il concetto del tempo – lei lo aspetta sveglia nel letto, con le unghie spaccate e gl’occhi insanguinati, con il lenzuolo fra i denti per la rabbia. Poi lo tortura di domande, di sensi di colpa, di supposizioni infondate, senza ottenere risposta alle sue accuse….allora cosa fa una donna che sa di piacere, che conosce il limite morale dei maschi? Cosa fa per provocare dolore e finalmente una reazione degna di questo nome? Ci prova con il miglior amico del suo uomo!!!
Questo pensava Eva, e io la trovavo orrendamente ridicola, o forse la cosa mi divertiva e mi incuriosiva, fino a che punto sarebbe arrivata? …al punto di venire a letto con me veramente?
Eva entrò in casa mia.
Camminava davanti a me in modo elegante. Forse era l’abito nero che la faceva sembrare così sofisticata, una diva degli anni trenta. Tolse la giacca. A fianco compose la borsa.
"Dove preferisci metterti?"chiesi.
Senza rispondermi si diresse verso il letto e si sedette allargando le mani dietro di sé. Dita lunghe su figure lunghe.
"Bene"
La longuette nera aveva lasciato scoprire i nodi delle ginocchia. Mi apparvero così spigolosi che subito li fotografai, mentre lei incrociava le gambe.
Quando dopo le prime foto Eva si sdraiò capii che finalmente si stava lasciando andare e ad un certo punto con un gesto fulmineo si voltò di schiena e mi guardò maliziosamente come invitandomi nel letto. Appoggiai la macchina fotografica fra le lenzuola e andai a prendere del vino.
Giù, sorso dopo sorso.
Maledetto quel giorno, e quel vino che non mi permette tutt’oggi di capire se quello che è successo poco dopo era vero o frutto della mia mente che aveva già perso lucidità dopo pochi sorsi!
Eva era lì di fronte a me, pallidissima, azzurra quasi. Sciolta, sicura della sua bellezza, femmina come ogni fotografo vorrebbe la sua modella. Morbida nei movimenti, lusingata dall’obiettivo, povera di pudori…e quando ad un certo punto, mi accorsi che nei suoi occhi era scomparsa la vendetta e comparsa la voglia di me, cominciai a desiderarla anch’io, eccome a desiderarla! non più a volermela fare e cominciai a non divertirmi più!!! Lei si era lasciata andare, l’ultimo bicchiere di bianco le aveva sciolto i nervi da fedifraga e finalmente Eva era Eva, non più quella caricatura ridicola che era entrata tempo prima in casa mia.
Quando si accorse che venire a letto con me era desiderio, si spaventò e corse a vestirsi: non che si fosse spogliata molto, ma quel tanto che bastava per essere di lì a poco nuda. E la parola ‘nuda’ la spaventava, tanto che quando le chiesi di voltarsi e le dissi "…lascia la schiena nuda!" quel ‘nuda’ risuonò nella stanza come una nota stonata e Eva si svegliò dall’incantesimo.
Basta così disse.
Abbiamo appena iniziato.
Non mi sento molto bene.
Neanch’io.
Eva rimase zitta a guardarmi; cosa si può rispondere ad una persona che dettogli che non stai bene ti risponde "neanch’io" ? infatti Eva sospirò forte e continuo a fissarmi, mentre io in piedi a fianco del cavalletto, allentavo il nodo della cravatta nera, fine e lucida, sul colletto candido della camicia.
"Magari continuiamo un’altra volta…"
"Io preferirei finire il discorso oggi…" risposi.
"…no, guarda, è già tardi!" e si chinò verso il divano per raccogliere giacca e borsa che lì aveva lasciate.
"…ma dove vai?" la presi per il braccio e sono sicuro che la spaventai.
"Paolo lasciami andare"
"…io non ho finito>
"Lasciami andare, ti ho detto!" e cercava di scrollarsi di dosso la mia mano che strozzava un lembo della maglia.
Mi tirò verso la porta di casa, io non mollavo la presa. Il manico della borsa le scivolò lungo il braccio fino alla mia mano, fu costretta a voltarsi verso di me con gli occhi di fuoco e si divincolò con tale violenza dalla mia presa che perdendo l’equilibrio cadde ai piedi della porta di ingresso.. per rialzarsi da terra scivolò lungo la porta mentre io rinsavito e spaventato dalla caduta, la aiutavo a rialzarsi e in quel momento mi guardò con degli occhi, credimi…con due occhi che…io da quel momento non ho più capito niente!
Niente…
Quegli occhi ce li ho dentro, proiettati nella mente, vividi e dolenti come fossero ancora davanti ai miei….da quel momento ho perso lucidità, la definizione giusta sarebbe ‘rincretinito’...sono diventato infantile, paranoico, fastidioso. Ogni scusa era buona per piombare a casa loro, che mi ricevevano senza sospetto, o meglio, Pierre mi riceveva senza sospetto! Eva mi osservava e cercava di capire cosa mi passasse per la testa, e portava in salotto tè e biscotti, mentre fuori pioveva e il vento frustava la pioggia contro i vetri. Io le guardavo le mani sottili, i piedi scalzi sulla moquette panna, le gambe lunghe e magre fasciate dai jeans. Il caschetto biondo, la frangetta corta e il suo odore, profumo di lei, unico, da vertigine, di carne nuda; odore di desiderio, di possesso, di smania di Eva. Poi ho cominciato ad immaginarla ovunque, a casa mia a piedi scalzi, vicino al tavolo, in bagno, nel mio letto…oppure sopra di me con movenze selvagge, con indosso una parrucca riccia, con i capelli scuri, ricci, disordinati sulle spalle magre, nude, perlacee. Poi ancora violenta, cattiva, selvatica come una gatta, volgare con un rossetto rosso e una sigaretta accesa fra i denti…e immaginavo di fotografarla in tutte queste forme, in queste sembianze umane. Immaginavo di caricarla in auto come una prostituta, magari lurida di pioggia sotto un acquazzone, con il caschetto fradicio e le punte bionde appiccicate alle guance, ma sempre con quelle labbra rosse da sbranare, da succhiare con avarizia. Eva, Eva, Eva, follia, malattia, no più follia…il giorno seguente più malattia. Eva ti voglio, voglio rivedere quegl’occhi maledetti, quello sguardo spaventato…voglio fermarlo nel tempo, per sempre. Voglio averlo di nuovo davanti a me per rendermi schiavo di una luce che non rivedrò mai più e non so per quanto ancora la mia memoria la preserverà così lucida e intatta…io rivoglio quegli occhi, rivoglio quella luce. So che se avessi quella luce avrei trovato il senso di quello che sono: io sono un fotografo, io devo riuscire a catturarla…ora capisco qual è il mio problema…sì, il problema sono io, perché se fossi un pittore, se fossi in grado di riprodurre quella luce che porto con me, non avrei bisogno di riaverla di fronte per fotografarla. Adesso vivo per lei e per ritrovarla in quegli occhi che non sono miei, sono di Eva…
La seguivo fin sotto a dove lavorava.
"Che cosa ci fai qui?"
"Passavo.."
"Che cosa vuoi?" mi domandò scandendo nervosamente ogni singola parola mentre il viso aveva assunto un’espressione contratta.
"Andiamo a bere un caffè, vorrei parlarti…"
"No, non posso sono di fretta.."
"Dove devi andare? Ti accompagno io…"
Appostato sotto casa sua ho provato a baciarla, mentre lei inorridita si divincolava. Non mi bastava, non mi bastava perché ero convinto che mi volesse anche lei, ma quando esagerando lei si rese conto che con le sue forze non riusciva a ostacolare le mie, mi mise una mano sul volto e tentando di spostarmi mi graffiò. Provai dolore e vergogna e istintivamente le tirai uno schiaffo. Il naso cominciò a sanguinarle e la violenza si trasformò in stupore mentre lei scappò fuori dall’auto e si infilò subito nel portone. Accesi l’auto e me ne andai a tutta velocità, con il cuore che batteva all’impazzata, confuso, scioccato da me stesso, dalla violenza atavica scoppiata senza controllo. Pochi minuti dopo cominciò a suonarmi il cellulare che, per quanto ricordo, non smise mai di squillare fino a che abbandonai l’auto in una via e entrai in un bar. Cominciai a bere per strangolare quella vergogna che mi saliva in gola ogni qual volta ripensavo a quello che avevo fatto e alla vigliaccheria che dimostravo non rispondendo al cellulare.
Solo in tarda notte tornai verso casa, ma non era finita: appena girato l’angolo vidi Pierre davanti a casa mia, accovacciato a terra per conservare il suo stesso calore. Destato dai miei passi nel silenzio notturno alzò la testa. Io codardo e lurido mi voltai e iniziai a correre mentre dietro di me lo sentivo urlare e imprecare.

Non sono più tornato a casa.
Ora lasciami qui, non merito aiuto, non merito assistenza…
...
Il volontario non insiste, si allontana senza voltarsi. L’uomo lo segue con lo sguardo e pensa a quanto sia stato piacevole inventarsi una nuova storia "…anche questa notte!".

© Annalisa Pianezzi



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