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Tra moglie e marito non mettere il matto
di Ettore Bonato
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Piove a Rimini, anzi diluvia, non l'ha fatto mai quest'anno, è un segnale divino, di Dio penso, o chi per lui. Il frac è steso sul letto, con le mutande bianche e rosse con le mucche che spiccano tra decine di slip Dolce e Gabbana, neri, viola e blu elettrici. Ritengo di essere una mucca nera, viola e blu, l'elettrico poi non ne parliamo, mi si confà a pennello: scelgo le mucchine. Devo recarmi in chiesa, io laico fino alle viscere mi sposo in chiesa, io single fino alle budella mi sposo. Basta la parola. Quanti l'hanno fatto, due miei colleghi giovani, un mio amico vecchio e matto si è risposato: quest'ultimo verbo al participio è il motivo dell'epiteto "matto." "Che cacchio ci sto a fare qui", penso, "con 'sto frac fra i pugni chiusi." "Ti vai a sposare" mi dice metaforicamente mia madre, "come fanno tutti" incalza mio padre e mi incazzo io. Ma loro non ci sono nella stanza, saranno fuori? Non lo so, io sono fuori, probabile, anzi certo!
Squilla il mio cellulare, faccio fatica a trovarlo anche perché ne ho 3 (tutti mi criticano per questo, "perché poi?" mi domando...) Il mio amico matto non lo sento da due anni e proprio adesso mi telefona perché immagina che il figlio abbia un tumore al cervello. "È proprio matto se davvero mi sussurra così, come se fosse niente, proprio oggi!!" Mi impaurisco io per lui.
Ormai sono maturo, sono tranquillo come una pera matura, come uno dopo che si è fatto una pera (ma che so io di queste cose, capperi, io sono un bravo ragazzo, mi sposo dopo anni di buio) gli rispondo con calma olimpica, alla Bolt, l'eroe di Pechino, anche se sono incazzato come Pistorius, l'handicappato che non ha partecipato ai giochi dei cosiddetti normali: "Vai tranquillo, non pensare male, tuo figlio sta bene o almeno non ha quella malattia, come fai ad affermarlo?" Improvvisamente mi balena in testa un'idea, per tranquillizzarlo, visto che ama i matrimoni: "Sono in mutande ma mi devo sposare tra poco, tu e Paola (sua moglie) sarete i miei testimoni di nozze, abitate vicino, vi aspetto alla Chiesa del Borgo alle 12 in punto, e ben vestiti, mi raccomando." E chiudo il telefono. "Non è che sono più matto io di lui?" Non trovo la risposta. Nessuno me la può dare; ho fatto un percorso duro e faticoso, ormai so badare a me stesso, sono (odio questa parola) autonomo (Gli "autonomi" dell'Alitalia scioperano. L'Autodromo di Monza non vede le Ferrari nel podio... E chi se ne frega, io con la mia donna, quando "sono" con la mia donna, non guardo nemmeno le partite di Champions in tv, ho altro da osservare) so benissimo cosa fare, le decisioni che devo prendere. All'improvviso accendo la tv, è in onda il film "Cane di paglia", con Dustin Hoffman, si vede il protagonista che tradito dalla moglie e dopo aver fatto fuori decine di persone che lo prendevano in giro (forse perché si era sposato?) scappa con il matto, anzi "un" matto, cioè uno fra tanti.
Sono ancora in mutande, quelle con le mucche, me le tolgo, appartenevano a quella che dovrebbe essere mia moglie. Mi assale la paura, come una lama conficcata in gola. "Dopo tanti anni sposarsi, mi pare un'eresia, però ho fatto tanti progetti con Lei; mi ricordo il primo giorno che ci siamo visti, era un venerdì 17 agosto, notai un viso nel buio in spiaggia, combinazione pioveva; avevamo organizzato la nostra vita quasi fosse una scala a pioli: il primo il fidanzamento, il secondo piolo la convivenza, il terzo il matrimonio, ed eravamo così felici." Improvvisamente l'ultimo barlume di gioventù (poiché "essa" se ne andrà quando ti sposerai, sibilava mia madre, acutamente, astutamente ed egoisticamente) mi acchiappa. Prendo i jeans, una camicia nera profumata, il mio foulard preferito alla Lord Byron, telefono alla prima "matta" che incontro nella rubrica (una certa "Algeria") e me ne vado via a prenderla, con la Mini Cooper gialla nuova di trinca "che sembrava mi aspettasse..." confidai a non so chi, col senno (si fa per dire) di poi. Lo "stato"? Di nuovo single, of course!

© Ettore Bonato




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