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Il cuore di Marmo
di Gianni Di noto ascenzo
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

“Non ha importanza adesso... non ha alcun senso... non ha più senso scol­pire" gemeva il giovane artista "come potrei continuare a scolpire, a rappre­sentare il mio mondo, quando il mondo è in lei che finisce? Oh Dei delle stelle, perché? Perché ho dato vita a qualcosa che esiste e non vive? E vero: la morte non ti avrà mai, ma neanche la vita potrà mai conoscerli: viva per l'una e morta per l'altra..." così soleva angosciarsi il giovane artista.

Lo udì un passante e rise di lui. Da luoghi lontani anche l'Arte in persona udì il suo dolore e pianse per lui.

"Con impeto smisurato" continuò l'artista, "ho lavorato a te giorno e not­te... per sette giorni e sette notti ho picchiettato, levigato, tornito, finché dal­l’ inerte ed informe blocco di granito, alta, statuaria, imponente, non sei emer­sa tu: il simulacro di femmina più aggraziato e desiderabile che mai sia stato scolpito. Sembri davvero un sogno scolpito, una vita superiore intrappolata nel marmo. Il viso di Dea e lo sguardo perso in un orizzonte lontano; amena e seducente come un pensiero proibito... stupenda... stupenda!".

Egli amava l’opera sua. "Nessuna tra le donne mortali" soleva ripetersi, "ti regge al pari. Loro, vuote e superficiali, non sanno guardare sotto i veli delle apparenze: mi guardano senza vedermi, hanno ribrezzo di me e mi ad­dossano colpe che non mi appartengono; quasi avessi scelto io di pagare con le orrende fattezze di questo mio corpo il talento e la bellezza dell'anima che la natura spontaneamente mi ha offerto. Tu, tu invece, quanto sei diversa tu da tutte loro; lo sento... se soltanto Dio avesse pietà di me, come la divina Afro­dite ne ebbe del buon Pigmalione, quanto potremmo essere felici…”. Egli guardò l'opera sua con una strana luce di commozione negli occhi "ti amo" farfugliò quasi balbettando nel gran silenzio "e anche tu mi ami, lo so; lo sento".

"Ecco un mio degno rappresentante" si disse l'Arte "ciò ch' io penso egli fa vivere; ciò ch'io insegno egli lo soffre; ciò ch'io canto egli lo impara; il suo animo è nobile e generoso, e degno di aiuto".

E l'Arte, capendo il segreto dolore del giovane artista, restava silenziosa a meditare sui misteri del mondo.

D'improvviso balzò in piedi, e guardandosi intorno pensò al suo sacerdote; distanze illimitate li dividevano, ma ella le avrebbe percorse sulle ali del tempo e avrebbe raggiunto il cuore dell’uomo. Si, lo avrebbe aiutato; lo avrebbe fatto per lui, e per se stessa. Egli lo meritava; davvero lo meritava.

Guardato e non visto portava dentro il più nobile spirito; davvero dentro era il migliore degli uomini, o almeno questo sembrava. In ogni caso l'Arte, lo spirito dell'Arte doveva aiutarlo. Sentiva di doverlo fare: non poteva sbagliar­si. Passò come un'ombra attraverso le esperienze del giovane artista e come un'ombra aleggiò sulle sue sofferte emozioni finché, fissandosi al centro di quel fragile ego, non suscitò in lui il desiderio di essere vista; allora, da egli stesso inconsciamente evocata, gli comparve dinanzi. L'artista guardò e stupì. Mai i suoi occhi videro creatura più bella. D'uno splendore e di un'epoca inenarrabili, e di una bellezza che gli uomini non riescono interamente a com­prendere, offriva a quegli occhi indifesi la più alta delle contemplazioni possi­bili; il solo guardarla poteva far salire le lacrime al più duro dei cuori. Della sua grazia parlavano poi l'abito e il volto, e i suoi gesti denunciavano la calma interiore di chi è scevro di macchia; fuori da ogni morale: era uno spirito su­premo, non vi era sorta di dubbio… Ma egli non sapeva chi fosse.

Stupefatto alla vista della sua straordinaria luminosità l'artista non osava alzar gli occhi verso i raggi dorati emanati dal sole dei suoi; con labbra incerte e tremanti balbettò quelle parole del grande Virgilio già usate dal poeta Fran­cesco: "Come posso chiamarti, disse, o vergine? Poiché non hai volto mortale, né umano mi appare il tuo aspetto”.

L'Arte sorrise. "Io sono colei" rispose, "che tu hai perseguito in ogni tuo sogno di forma. Colei che scuote gli animi. La sposa suprema che ogni uomo dovrebbe cercare e che vive nell'opera dei sacerdoti tuoi pari, che siano essi pittori, liberi artisti, scultori o poeti...”.

Aveva appena finito di parlare e già l'artista aveva formulato, considerato, consumato ogni sorta di ipotesi, e non vedeva chi altri potesse essere colei che gli parlava se non l'Arte in persona.

Si ricordava d'averla fedelmente servita; d'aver rappresentato il suo spirito attraverso le vie del suo indiscusso talento; d'aver descritto il suo aspetto e il suo regno affinché fosse chiaro agli uomini tutti, ma non sapeva nulla circa le sue vere origini, eppure era certo che in lei fosse il seme di una natura divina e superiore senz'altro.

Perciò la fissò meglio, avido di vederla, ma le sue umane forze a stento ressero la luminosità di quel volto. Afflitto gettò lo sguardo in terra, nuova­mente. L'altra se ne accorse e si provò a confortarlo.

"Non lasciarti intimidire dalla presenza di colei che tu stesso hai sempre difeso" disse. "Coraggio dunque, ascolta senza timore le parole di una madre che, come tempo fa hai dichiarato, conosci abbastanza intimamente e spiega perché vuoi smettere di rappresentare il suo mondo e tradirne favori e fidu­cia”.

A poco a poco, confortato da tanta dolcezza, l'artista finì col rompere ogni.. ritrosia e, sostenuto da inaspettata calma e inatteso coraggio, palesò i suoi motivi.

"Rappresentare il tuo mondo?" replicò "Come potrei? La mia ispirazione è spenta. La mia ragione di vita, come già sai, è imprigionata nel marmo; l'uni­ca donna in grado di amarmi esiste e non vive; come potrei aver voglia di scolpire altre statue, di rappresentare, come a te piace dire, il mio mondo, che poi è anche il tuo, quando il mio mondo è in lei; in lei che finisce?".

"In questa città solo turni dai diritto alla vita; non puoi tradirmi in tal guisa; sei l'ultimo dei miei sacerdoti...".

"Non ha più senso scolpire...".

"Se è solo questo che soffri..." interruppe l'Arte "avrò pietà dite. Come Galatea anche la tua scultura avrà vita; è in mio potere difatti farle dono della vita, ma ad una condizione...”.

"Quale...?" interruppe concitato l'artista.

"Devi tornare a scolpire: soltanto questo” disse, e tornò nel suo regno.

Non gli si chiedeva poi molto, doveva soltanto ricominciare il lavoro che amava e la sua amata non sarebbe più stata un sogno lontano. Valutò ogni aspetto e nel breve arco di un istante esaminò ogni circostanza, ogni congiun­tura: non v'era inganno, non v'era pericolo; accettò di buon grado.

Felice per la promessa dell'Arte, ridiede vita a tutti i suoi sogni di forma e tutti erano nuovi; di una nuova forma di bellezza.

Lo vide l'Arte dal suo palazzo di vetro e contenta di quei risultati mantenne fede alle proprie promesse infondendo la vita alla bellissima statua.

Quando ciò avvenne il giovane artista esplose in un urlo di gioia senza fine. "Ti amo!" esclamò allorché la statua fu di carne e di ossa.

L'altra lentamente aprì gli occhi e li fece roteare osservando la stanza. Era un laboratorio. Un laboratorio stravagante e bizzarro. Lungo le pareti in ordi­ne sparso erano disposti svariati scaffali contenenti grandi blocchi di marmo o granito ancora da modellare; sul. pavimento di pietra, logoro di cera e di argil­la, erano sparsi scalpelli, seghe, spatole e punteruoli in gran copia mentre tutti i mazzuoli così come le stecche e i bulini erano, stranamente, riposti e tenuti con grandissima cura all'interno di un insolito armadio di legno foderato di rosso.

Dall'unica finestra, posta in fondo alla camera, i raggi solari entravano con timida riverenza sbalzando in oro tutte le sculture, finite o abbozzate che fos­sero, e al loro interno un pulviscolo dorato eseguiva una frenetica danza.

“Io no" rispose. “io non posso amarti!"

"Perché?" si disperò il giovane artista "Perché non puoi amarmi, per quale ragione?".

"Perché..." compitò con singolare lentezza, "il mio cuore è di marmo! Vor­rei poterti amare, tu mi hai creata e l'Arte, mossa a pietà dai tuoi pianti, mi ha infuso la vita, ma il mio cuore è rimasto di marmo; se vuoi ch'io possa amarti donami un cuore, un cuore di donna; un cuore che possa amare…”.

Ed egli scosso da queste parole andò in cerca di un cuore, un cuore di donna; un cuore che potesse amare; ben sapendo di accingersi in non facili imprese, poiché nella grande città di lui tutti avevan ribrezzo e paura.

"Non lo guardare!" raccomandavano le madri alle figlie allorché lo incon­travano per le vie d'ogni quartiere "potresti pentirtene. Potresti mutarti in pie­tra così come coloro che per sventura o per insensata imprudenza incrociavano lo sguardo della Gorgone...".

Questo dicevano, ma egli, forte del suo spirito, non vi faceva caso, andava dritto per la sua strada e qualche volta, audacemente, abbozzava addirittura un sorriso melenso, come a dire: "Non è colpa mia, se la natura ha deciso questo di me”.

In fondo, dentro era il migliore degli uomini; o almeno questo credeva.

Tuttavia la grande città ne aveva raccapriccio ed onore; sì amava l'artista, ma odiava l'uomo; sì, lo guardava ma non lo vedeva; ed egli, facendo conto di ciò, pensò che nessuna lì lo avrebbe mai amato; che a nessuna di loro avrebbe e potuto rubare il cuore: non sarebbe servito!

Che fare? Come adempiere la volontà della statua? In che modo? Doveva forse rassegnarsi, accettare un destino fatto di vuoto e silenzio?

Ora, cupo, taciturno, completamente assorto in riflessioni metodiche ca­gionate da simili dubbi, restava immobile conio sguardo spento e sospeso nel vuoto. Passarono dieci minuti ma. egli non si mosse. Con le labbra socchiuse ed una strana luce negli occhi esplorava dentro si sé alla ricerca di una qualsi­asi idea; pure, sentiva di non possedere soluzioni, di non poter far fronte alla situazione, di doversi rassegnare: chi avrebbe potuto mai amarlo?

L'orologio batté la mezza, ma egli non uscì dal silenzio; stette rigido e inerte con l'aria di un giovane martire greco, come impietrito sotto il peso di quei mille pensieri; sul puntò di cedere, di lasciar perdere, quando, quasi im­provviso, un ricordo giunse a confortano: la sorella lo amava!

Si, ella lo amava; era l'unica a poterlo amare, non come avrebbe voluto, ma lo amava e con il suo cuore la statua avrebbe capito; di certo avrebbe capito. No, non c'era tempo da perdere; l'indomani stesso, per tempo, avrebbe fatto quanto dovuto. Il giorno seguente difatti, alle undici e un quarto, scendeva già da via Minerva verso il Duomo per far visita all’amata sorella, una fanciulla gioviale dai modi gentili, che il inondo definiva sciocca poiché non ne ricavava alcunché, ma che gli amici consideravano amabile perché mondana e gnu­dente.

Quando entrò nella camera, una stanza piccola ed oltremodo graziosa, con il rivestimento a pannelli di quercia, il tetto di cedro, la moquette di feltro e tappeti persiani disseminati sul pavimento, la trovò ancora immersa nel son­no; le si avvicinò con le lacrime che gli rigavano gli zigomi e il volto e, gri­dando "perdono!", nel gran silenzio la uccise. Si sentì un gemito, un tonfo e un attimo intenso di soffocato dolore: ella non c'era più, solo un cadavere freddo sopra un letto rivestito di porpora e decorato a bianchi narcisi d'avorio intarsiato.

"Mio Dio" gridò l'artista "che ho fatto?... Che ho fatto?... la mia unica sorella..." e pianse amaramente, come mai prima di allora, e il suo pianto era convulso e angosciante e per il dolore non aveva forza di muoversi; tuttavia sapeva di non poter star lì in eterno, di non poter contemplare quel truce misfatto senza incorrere in gravissimi rischi: poteva anche pentirsi altrove! Uscì di corsa da quella camera e fuggendo regalò a sua sorella un ultimo sguardo; poi, senz'altri indugi, si diresse al laboratorio per incontrare la statua, per darle, finalmente, un cuore.

Durante il tragitto però fu assalito dal rimorso; che momento di nera e sconsiderata follia era stato quello in cui aveva ucciso la benamata sorella, e solo perché la sua statua non aveva un cuore; che onore, quale follia; ma perché... perché quel maledetto cuore era rimasto di marmo?

Quanto dolore avrebbe potuto risparmiare a se stesso se ciò non fosse acca­duto. Di quale sanguinoso peccato aveva dovuto invece macchiarsi; il solo ricordo della scena era spaventoso! La rivedeva tutta, in ogni singolo detta­glio: dalla buia caverna del tempo, vestita di porpora e oro, sorgeva l'immagi­ne del suo mostruoso delitto.

Mentre questi pensieri si insinuavano nella sua mente, torturandola, impal­lidì di tenore e l'aria gli parve improvvisamente più fredda; poi, lentamente, alzò gli occhi; era arrivato, il laboratorio era proprio dinanzi a lui: sospirò ed entrò.

"Ogni cosa ha il suo prezzo” gemette e dirigendosi verso la sua dolce crea­tura le fece dono del cuore: almeno adesso sarebbe stato felice; forse.

"Ti amo" disse allorché ella ebbe il suo nuovo cuore "ti amo più di quanto tu possa credere... ho pagato a caro prezzo...”.

"Io no" interruppe l'altra. "Io non posso amarti. Come potrei amarti dopo quello che hai fatto? Dopo il mostruoso delitto di cui ti sei macchiato? Non credere di poterlo nascondere, le immagini del tuo misfatto son tutte qui, regi­strate in questo mio nuovo cuore... non piangere, non implorare, non serve a nulla pentirsi quando per pentirsi non è rimasto più tempo; avresti dovuto pensarci prima!... Come potrei amarti adesso?... Quanta diversità corre fra noi... io avevo un cuore di marmo ma non era crudele, tu invece avevi un cuore umano, un cuore di uomo, un cuore d'artista, ma era di marmo!".

"Prima non potevi amarmi" si disperò il giovane artista "perché non avevi un cuore, ora non puoi amarmi perché hai un cuore, oh tremenda ironia della sorte, a tal punto dunque mi è avversa?".

"La sorte" proseguì la donna "perseguita solo coloro che meritano; ti sei illuso, ad onta del tuo orribile aspetto, d'essere d'animo nobile e generoso solo perché sacerdote dell'Arte, per il tuo smisurato talento, ma non credere che basti accettare: bisogna mostrare d'essere degni! Il sangue del tuo cuore è nero come la pece e poiché solo mentendo sai esser sincero, la maschera che indos­si ti verrà strappata con inaudita violenza, com'è giusto… sta’ in pace, sarai presto punito...".

"Tutto ciò non ha senso...”.

"Ne ha purtroppo, ed è quanto di più reale possa accadere; guarda i tuoi piedi".

Ed egli guardò e vide che erano intrappolati nel marmo e che tutto il suo corpo stava lentamente mutandosi in marmo.

"Come è possibile?" urlò.

"In te" continuò la donna "falsità ed egoismo dormivano assopiti come demoni. La brama d'avere, la folle brama d'avere che è propria degli uomini, li ha risvegliati. Ti credevi il migliore fra gli uomini in virtù del tuo grande talento, ma eri il peggiore fra i diavoli e cagion del tuo cuore di marmo.. hai sacrificato tua sorella per farti amare da me, da una statua; non hai esitato un attimo di fronte a quel corpo bianco e tremante...".

"Taci!.. non ricordarmelo!".

"Dovresti vergognarti dite... - riprese ella imperterrita - se avessi usato il tuo di cuore allora sì che lo spirito dell'Arte ti avrebbe aiutato, e io avrei potuto amarti anche con un cuore di marmo, ma non hai superato la prova cui l'Arte ti ha sottoposto: anche tu come gli altri, come gli uomini tutti del resto, hai preferito te stesso a qualsiasi altro; la tua punizione giunge quindi inesora­bile...".

"Ma tu avevi chiesto un cuore di donna" obiettò l'altro in sua difesa.

"Ho anche detto" ribatté freddamente la donna "un cuore che possa amare; se non fossi stato un egoista ed un uomo cieco al suono delle parole e sordo alle bellezze dell'anima, così come la tua generazione, avresti capito!".

"Io... io. Andrea Frosini, lo spirito artistico più rappresentativo di questa città, io un egoista e... no! Non è vero non ci credo!".

"Devi invece; la maschera non ti ha salvato. Giorno e notte le ombre del tuo spietato delitto ti spieranno da angoli silenziosi e nascosti; da luoghi remoti e lontani ti sussurreranno all'orecchio parole d'angoscia, o ti sveglieran­no con dita di ghiaccio mentre, intrappolato nel marmo, sarai costretto ad un'esistenza scevra di vita...".

"Nulla di ciò accadrà; meglio la morte!" ed afferrando un punteruolo che giaceva il vicino si trafisse all'altezza del petto, ma non morì.

Ciò che la donna aveva annunciato si verificava ora in ogni dettaglio: dalla ferita sgorgò del sangue nero come la pece ed egli stesso poté vedere il frutto delle sue colpe.

"È la fine che annunciavo" confermò la donna "la paralisi dei gangli nervo si è ormai definitiva e completa; fra breve il tuo corpo sarà di freddo marmo come il tuo cuore; sarai presto ridotto ad una larva scevra di ogni umana sem­bianza e languirai in eterno, intrappolato in una forma di vita che non è la tua; una fine che non ti invidio di certo...".

Continuava a parlare mentre si avviava lontano decisa ad abbandonare per sempre quel luogo di corruzione e d'infamia; quel demone convinto di essere un angelo, sempre pronto a protestare la propria innocenza ed incedeva senza voltarsi, ma ad un tratto un gemito disumano di soffocato dolore la fece trasa­lire costringendola a guardar dietro di sé: il giovane artista era una fredda statua di marmo.

© Gianni Di noto ascenzo



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