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Un'americana a Roma
di Claudio Ruggeri
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

Martedì 27 Luglio 2010

Inizierò a raccontarvi questa storia non dal momento in cui è iniziata o finita, ma da quando mi è stata raccontata.

Era un pomeriggio d'estate, facevano 35 gradi all'ombra e già metà città era in ferie; io abito a Grottaferrata, una di quelle località che vengono descritte negli opuscoli come "ridente cittadina dei Castelli Romani".

La vita scorre lenta in paesi come il mio, dove si trova ancora tanta gente che lavora in bottega e dove si vedono famiglie partire la domenica tutte insieme per la gita fuori porta.

Non mi ricordo bene perché ma quel giorno ero vittima di stanchezza cronica e assalito dal mal di testa, cosa rara per il sottoscritto, visto anche il fatto che in quel periodo non lavoravo non mi riusciva proprio di capire il motivo di quel sentirmi così malconcio.

A metà pomeriggio mi accorgo che stavano finendo le sigarette, considerando il fatto che dalle mie parti i bar chiudono alle otto di sera non mi sembrava il caso di perdere troppo tempo, mi cambia la maglietta e poco dopo uscii di casa.

Normalmente quando voglio fare in fretta evito di andare al Bar Sport che c'è dietro casa mia, non ho niente contro quei tipi di bar, solo che le gente normalmente staziona ore ed ore sulle sedie appoggiate di fuori, a formare una specie di grande tribuna, è assai facile, quindi, incontrare qualcuno che si conosce, che poi ti offre un caffè, che poi ti fa' delle domande e che poi ti coinvolge in dibattiti... e che ti fanno poi dimenticare che oltre a passare al bar dovevi pure comprare il pane per cena o pagare un paio di bollette in posta...

Anche mia madre ormai lo sa, quando le dico che vado al bar a prendere un caffè non si aspetta più che torni nel giro di un quarto d'ora, il tempo rimane indefinito.

Appena prese le sigarette ed ordinato un caffè notai che su un tavolino all'esterno era appoggiata una copia del “Corriere della Sera”, giornale raro da trovare in bar simili, incuriosito mi misi seduto su una di quelle sedie, in attesa del caffè, iniziando a sfogliare il giornale.

Non ero neanche arrivato alla terza pagina che scopro di chi fosse il giornale, era un vecchio amico di mio padre, si chiamava Massimo ed era un pilota dell'Alitalia che si stava godendo qualche giorno di ferie finalmente a casa sua.

"Scusi lei, posso..." fece indicando la sedia, aveva un modo di fare tutto suo, un po’ Raimondo Vianello ed un po’ Luca di Montezemolo, riusciva sempre a strapparti un sorriso.

"Ehilà Massimo, qual buon vento..." rispondo io.

"Sono in ferie da qualche giorno e..."

"Beh non vai al mare, senti che caldo che fa..."

"Ma no..." fa lui, "Quando uno come me riesce a starsene qualche giorno in pace sul divano o al bar allora è un uomo fortunato..."

"L'ultimo volo..." proseguì, "E' stata una mazzata, ho quasi 46 anni e non ho più il fisico per farmi traversate sopra l'oceano di 15 ore e poi tornarmene a casa come se niente fosse..."

"Ti capisco..." dissi anche se non era vero.

Dopo i primi convenevoli iniziammo a parlare di cose un pochino più impegnative, il fresco divorzio, i figli che ormai lo consideravano un estraneo e via dicendo, insomma tutti quegli "effetti collaterali" di quando due persone decidono di essersi sopportate abbastanza e vanno ognuna per la loro strada.

Mi chiese di me, di come stavo e se avevo qualcosa di buono per le mani, ad essere sincero non avevo granché e glielo dissi, parlammo di come poi alla fine la cosa veramente importante, la cosa che veramente riesce a farti innamorare di una donna non sia il fatto che riesca ad impressionarti, vuoi con i suoi progressi di carriera, vuoi grazie ad un bel aspetto fisico o similari.

Quello che veramente non ti fa dimenticare qualcuna che hai incontrato, è il fatto se sia capace o meno di emozionarti.

Fece una risata il mio amico Massimo a queste frasi che ci dicevamo, e che ad un certo momento sembravano uscire dalle nostre bocche in modo così naturale, potevamo sembrare dei poeti o pazienti che si trovano nella classica posizione sul lettino dell'analista.

"Lo sai l'ultima volta che una donna mi ha fatto quest'effetto?" mi fece.

"No non lo so, dimmi dimmi..."

"Davvero lo vuoi sapere?"

"Certo, ormai mi hai incuriosito..."

"Avevo pressappoco la tua età..." questo fu l'incipit di una storia di venti anni prima, iniziata e finita nel giro di una settimana; era incredibile, quello che mi colpì e che mi inchiodò a quella sedia fino all'ora di cena era il modo in cui la raccontava.

Si faceva veramente fatica a credere che fossero passati tutti quegli anni, il ricordo era ancora così vivo...sembrava parlasse dell'altro ieri.

Quella che mi ha raccontato è una bella storia nonostante il finale non sia il classico "happy end" da film americano, è una bella storia perché in fondo è ciò che ognuno di noi vorrebbe vivere, un modo per scoprire chi si è davvero, cosa si cerca veramente quando si è lontani dal chiasso della gente e dalle mille "standardizzazioni" a cui siamo sottoposti.

Ve la racconto nello stesso modo in cui mi è stata raccontata, parlerò in prima persona e cercherò di ricordarmi tutto, sperando che emozioni voi come ha emozionato me quel pomeriggio d'estate al bar dello sport sotto casa.

 

Domenica 16 Agosto 1992

"Driiiiinn....Driiinnn", fu così che mi svegliai quella domenica di metà agosto del '92, erano le cinque e trenta del mattino e dovevo accompagnare mia sorella all'aeroporto di Fiumicino per prendere il primo volo verso Palermo di quella giornata.

Andava a farsi una settimana di villeggiatura in Sicilia beata lei, io invece quell'estate l'avrei passata a casa mai, o al massimo avrei fatto visita a mio zio in Umbria per la classica raccolta di pomodori che si fa in campagna in quel periodo.

Non ero ancora un pilota anzi, nel gennaio di quell'anno fui licenziato dall'azienda per la quale lavoravo da due anni, e nella quale già mi ero fatto una piccola posizione, mi rispettavano tutti e mi trattavano come se già fossi un veterano anziché una recluta.

Poi arrivò la crisi, qualche azienda chiuse e qualche altra ridusse il personale, a me un giorno dissero che, visto quanto fossi giovane e visto anche che non avessi moglie e figli da mantenere ero proprio il dipendente perfetto da licenziare.

"Solo un numero", questo mi dissero; in fondo è solo un numero di matricola che siamo, nelle aziende come nella vita.

Cercai di farmene una ragione ed andai avanti.

Dopo un paio di mesi, causa esaurimento fondi, fui costretto a cercarmi un altro lavoro e lo trovai quasi subito per fortuna.

Facevo il fattorino per una piccola azienda con sede in Via Casilina, lo stipendio non era un granché così come il lavoro.

 

Quella mattina d'agosto quando passai davanti al terminal di Fiumicino e lasciai mia sorella non potei far a meno di soffermarmi per qualche istante dinanzi quelle enormi vetrate, quante volte le avevo imboccate per dirigermi da qualche parte, quanti aerei avevo preso, quante avventure sapevo mi aspettavano poco prima di imbarcarmi.

Quando la vita si fa un po’ più dura non so perché, ma è sempre con i momenti stupendi ed emozionanti che hai passato con cui fai i confronti, il risultato è sempre una demoralizzazione incredibile, ed anche un po' di malinconia.

Avevo deciso di starmene qualche giorno tranquillo, per la prima volta nella mia vita decisi convinto di prendere le ferie ad agosto, proprio come fanno tutti, come una persona normale.

È un brutto segno sapete, quando inizi a fare così è perché ti vuoi iniziare a preparare ad una vita un po’ più grama, un po’ più triste; la stessa vita grigia che fa moltissima gente, e tu non fai altro che iniziare a comportarti come loro.

Non mi andava ti tornarmene subito a casa, così una volta imboccata l'autostrada decisi di dirigermi verso il mare, avrei passato una mattinata in santa pace a prendere il sole, mi sarei fatto un bagno e poi, con molta calma, mi sarei diretto verso casa.

Così avvenne, e per l'ora di pranzo ero già in garage che cercavo di parcheggiare la Fiat Uno di mio nonno in quello spazio troppo stretto adatto solo alle Fiat 126, ma lasciarla al sole quel giorno significava renderla al pari di un forno crematorio.

Perché le Fiat di una volta, sapete, erano fatte di metallo vero, e quando si scaldavano erano capaci di trattenere il calore per ore ed ore...

 

Il pomeriggio lo passai sul divano a vedere un po’ di televisione fino a che non squillò il telefono di casa, era Emiliano, un amico che avevo conosciuto l'anno prima quando decise di aprire un bar qui nella zona, insieme a quello che allora era il fidanzato di mia sorella.

"Che fai stasera Ciccio?" mi chiese.

"Niente Emilia'...non ho programmi per stasera"

"Che ne dici se ce andiamo a cercare quella famosa bistecca che è da una settimana che ci vogliamo mangiare?"

Precisazione: eravamo andati 3 volte a cena fuori quella settimana, ogni volta che chiedevamo una bistecca o un qualsiasi pezzo di carne il cameriere ci rispondeva gentilmente che era o terminata, o già prenotata da altri clienti oppure che non la servivano in quel periodo dell'anno.

"Ottima idea" Il pensiero della bistecca bastò a svegliarmi da quel torpore e mi fece dimenticare l'ora alla quale mi ero alzato quella mattina.

"Però stavolta andiamocene verso Roma..." suggerì il mio amico.

"Ottima idea" ribadii, non so perché ma il mio amico aveva spesso ottime idee.

"Ti passo a prendere alle sette va bene?"

"Va bene va bene..."

"A dopo allora"

"A dopo"

Puntualmente alle ore diciannove e due minuti citofonano a casa, mi affaccio dalla mia finestra e riconosco la Y10 di Emiliano che sostava nel parcheggio sottostante, presi le sigarette, qualche soldo contante e uscii.

Gli spostamenti in macchina con il mio amico non erano mai noiosi, non perché ci intrattenevamo discutendo di chissà che, ma per la ragione opposta, non si parlava proprio, spesso ce ne stavamo zitti a sentirci la radio e solo di rado usciva qualche commento su questa o quella canzone.

Quella sera trasmettevano un programma revival sulla musica del decennio appena trascorso, e quelle melodie, quei suoni e quegli autori protagonisti degli anni '80 non credo possano essere mai più replicati.

Che musica.

Poco dopo eravamo lungo Via del Corso. sbirciavamo all'interno di quelle viuzze ai lati di quel viale in cerca di un posticino che ci ispirasse, che poteva dar l'impressione di cucinare della carne commestibile e che non costasse oltre le venti mila lire.

In questo cercare invano è a questo punto che una voce, che sembrava parlasse più forte delle altre, attirò la mia attenzione.

Era con me che stava cercando di parlare, era a me che stava facendo una domanda, ecco il perché di quel tono così diverso da ciò che ci si aspetta di ascoltare mentre si cammina per strada.

Era una ragazza bionda sui 35, che stava cercando disperatamente di chiedermi qualche informazione, credo stradale, in uno spagnolo mai sentito mischiato con qualche parola italiana e accentato alla francese per concludere in bellezza.

In tutto quel “melting pot” di lingue potei riconoscere qualcosa di familiare, la ragazza era americana, lo sapevo perché avevo vissuto in America per un certo periodo e sapevo riconoscere quando qualcuno di loro prova a comunicare in una lingua che non sia l'inglese...

"I can speak english..." dissi con fare sornione per tranquillizzarla e metterla a proprio agio.

A quel punto mi spiegò che stava cercando di raggiungere Fontana di Trevi da mezz'ora, solo che ogni volta si ritrovava da un’altra parte nonostante i cartelli dicessero di girare a destra da Via del Corso.

In America le strade sono tutte un intersecarsi perfetto di rette orizzontali e verticali, non possono certo avere dimestichezza con quelle delle nostre città d'arte, che non hanno lunghezze predefinite, che curvano senza che sembri esserci un motivo apparente, ma nelle quali la sequenza dei numeri continua, il che sembra quasi fatto apposta per disorientarti.

Noi non avevamo una meta predefinita, ci pensai qualche secondo prima di rispondere facendo finta che facessi fatica a riprendere dimestichezza con l'inglese dopo qualche anno.

In realtà stavo pensando se non fosse il caso di accompagnarcele noi a Fontana di Trevi, dopotutto erano in due così come noi, e sembravano sole proprio come noi.

La ragazza con cui stavo parlando si chiamava Corinna, era californiana e sembrava abbastanza loquace, l'altra invece appariva piuttosto timida, un po’ sulle sue, si chiamava Gail e veniva da Seattle.

Alla fine, quello che mi convinse furono tutti quei bei pensieri su ciò che poteva essere, la prospettiva di qualcosa di buono è sempre la miglior leva che ti invoglia a curiosare nella vita.

Iniziai a parlare con Corinna lungo tutto il tragitto mentre il mio amico, che non parlava inglese per nulla, si accontentava di comunicare a gesti con Gail.

Arrivammo a Fontana di Trevi e facemmo le classiche foto con tanto di lancio della moneta, a turno ci improvvisavamo fotografi e via così con tanti sorrisi.

Parlando parlando Corinna mi disse che stavano cercando un posto nelle vicinanze dove bere una birra senza spendere una fortuna, e visto che anche noi eravamo alla ricerca di qualcosa da mangiare venne spontaneo a tutti e quattro unirsi ed andare insieme alla ricerca di quel posto.

Lo individuammo scorgendo tra le mille stradine che immettono poi su via del Corso e ci accomodammo.

La maggior parte del tempo abbiamo parlato io e Corinna, anche perché Emiliano non è che avesse molto da dire a Gail, e devo dire che sembrava esserci un feeling tra noi, con io che a quel punto, con la classica bionda americana vicino non potevo non sentirmi come Marcello Mastroianni in quel film di tanti anni fa.

"Ahó, comunque pure stasera niente bistecca..." mi fece notare Emiliano mentre trovava solo hamburger e hot-dog sfogliando il menù.

"Vabbè, amen, ci riproviamo domani a cercare la bistecca ok?" risposi, non mi andava di perdermi in discussioni culinarie in quel momento, anche perché ormai ero diventato una specie di traduttore simultaneo in modo da far comunicare tutti con tutti, e poi io conoscevo le americane, e sapevo che bisognava prestare una certa attenzione a ciò che si diceva.

Sapevo infatti, che prese nel modo giusto si sciolgono non essendo abituate ai modi, alle allusioni ed alla malizia che abbiamo noi da quest'altra parte dell'oceano; gli americani, infatti, non sono mica come noi, non perdono tempo in modi gentili da usare o in accortezze varie nelle quali noi italiani siamo dei maestri.

Diciamo pure che per l'uomo americano la ricerca di sesso equivale al cercare una buona auto piuttosto che una buona polizza assicurativa, un affare insomma, freddo, rigido.

Nel momento in cui le due ragazze si alzano e ci comunicano che stavano andando al bagno iniziammo con Emiliano lo stesso tipo di discorsi che anche loro avrebbero fatto di lì a poco.

"Che pensi Massimo?"

"Mah, non so che dirti, sembra tutto filare troppo liscio, sono curioso di vedere dove sta la sola..."

"Perché dovrebbe esserci?"

"Ti ricordo che fino a due ore fa eravamo su quella strada..." e indicai Via del Corso che si intravedeva alle mie spalle, "...a cercare qualcosa da mangiare, e poi con tutta questa facilità eccoci qua al tavolo con due belle bionde americane...aspettiamo a ridere caro mio"

"Ma tanto che ti credi.." riprese Emiliano "Che pensi se stanno a dì al bagno...?".

Inarcai le sopracciglia con fare indagatore e un po’ sorpreso.

"Gliela diamo o no stasera a questi due?", "Ecco che cosa si stanno dicendo Massimo, non ti credere..."

"Aspetta aspetta Emilià...".

Faticavo a crederci ma feci finta di assecondarlo in questi suoi pensieri, che il mio amico snocciolava con grande tranquillità, mentre finiva di mangiarsi quel brodo di maionese e ketchup nel quale erano ormai affogate le patatine.

A quel punto eccole che ritornano, nel vederle sedersi iniziai a fare un pensiero a ciò che il mio amico mi aveva appena detto, dopotutto una nottata insieme ad una di loro non sarebbe stato poi così noioso, mi resi conto alla fine che qualche ora di divertimento che non comportasse niente altro non poteva che farmi bene.

"Noi avremmo una stanza qui vicino, a Campo de' Fiori, è lì che stiamo fino a Martedì, se volete ragazzi possiamo prendere qualche birra e bercela direttamente lì.."

Quando tradussi questo ad Emiliano potete immaginare da soli la risposta che si dipinse sul suo volto, io cercai di ritradurla alle ragazze "ammorbidendola" un po' e poi andammo.

La nostra Y10 era parcheggiata a Piazza Venezia, e fu lì che trovammo un venditore ambulante di bibite col quale riuscimmo a fare un affare, comprammo una cassa da 24 lattine di birre per trenta mila lire, ce ne avesse chieste anche cento gliele avremmo date comunque...

Eccoci qua allora, tutti stretti in macchina che ridevamo come matti, immaginate le strade di sanpietrini romane su una Y10 caricata all'inverosimile e con una cassa di birre che salta da una parte all'altra della macchina...ho reso l'idea?

Trovammo posto abbastanza facilmente in una di quelle stradine che portano a Campo de' Fiori, Roma è deserta in quel periodo dell'anno, prendemmo quello che ci serviva e via così verso il terzo piano di questo stabile un po’ diroccato, nel quale sembrava ci stesse attendendo qualcosa di veramente emozionante, eravamo tutti eccitati.

Una mansarda, ecco come si presentava quella che loro chiamavano stanza, col tetto che spioveva e non rendeva calpestabile almeno metà dello spazio che vedevamo, però in compenso era un buon profumo quello che si respirava quando si entrava, e poi la finestra offriva una vista stupefacente.

Le prime sette-otto birre andarono via nella prima mezz'ora mentre si cercava di conoscerci, dopotutto c'eravamo incontrati solo un paio d'ore prima ed ora eccoci tutti nella stessa stanza.

Come per il bar anche ora le simpatiche americane si scusano e vanno al bagno insieme, e credo che stavolta abbiano veramente fatto discorsi su quello che sospettava Emiliano un’ora prima, perché quando uscirono avevano un’espressione completamente diversa.

Io me ne stavo seduto su uno sgabello rimediato da qualche parte, mentre il mio amico era alla finestra che si godeva il panorama.

Corinna si avvicinò subito a lui mentre Gail rimase un po’ sulle sue, passava dal sedersi sul letto a prendere una sigaretta sul tavolino al bere un goccio d'acqua direttamente dal lavandino sistemato nei pressi.

Non avevo proprio idea di come prendere confidenza con quella situazione, ormai delineata, nella quale non c'è più nulla da dover scoprire.

Le dissi che forse era il caso di lasciare i nostri amici un po’ da soli, visto il crescente feeling che nasceva tra i due, e di spostarci sul pianerottolo del palazzo, fece un sorriso ed acconsentì.

Mentre parlavamo, piano piano, mi scoprivo sempre più sorpreso da Gail, da quello che diceva e da come lo diceva, forse per il fatto di non dover più essere il traduttore simultaneo potei guardarla meglio e con più attenzione; minchia, era bella sul serio, con quei suoi capelli biondi che le scendevano fino alla schiena ed i suoi occhi azzurri.

Portava un vestitino semplice che le scendeva fino alle ginocchia, leggero leggero, un po’ come quelli di una volta che portava anche mia nonna; era semplice, poca forma e tanta sostanza, la formula che mi ha fatto sempre impazzire in qualsiasi cosa della vita io mi sia cimentato.

Improvvisamente mi apparve così attraente, mentre si toccava i capelli col ciuffo che cadeva di continuo sulla fronte, timidamente mi avvicinai alle sue labbra.

Tentennò per un attimo, cercando di trattenere il sorriso.

I movimenti ondulatori delle nostre lingue che si incrociavano di continuo iniziarono ad infondere una sensazione di benessere in tutto il mio corpo, le nostre mani che si cercavano, poi si perdevano ed ancora si ritrovavano, con una certa confidenza, quella che si ha quando ci si conosce da un po’ di tempo, non certo dopo due ore.

Quando, dopo un po’ smisero di cercarsi, la mia scomparve sotto la gonna leggera che lasciava intravedere le cosce atletiche, completamente depilate e di quel colore candido come se fossero state immerse nel latte.

Particolarissimo era il profumo della sua pelle, se ne poteva esserne invasi ogni volta la si baciava sul collo proprio vicino l'orecchio; passammo così le successive due ore, ormai ci eravamo dimenticati di dove stavamo, dei nostri amici e di che ora fosse.

Era passata da poco la mezzanotte, quando le risate fragorose di Corinna ed Emiliano provenienti dalla stanza ci fecero sorridere e decidemmo di farci vedere anche noi, bussammo per educazione e tornammo tutti insieme dentro.

Che strana sensazione, cercavamo di sfuggire ognuno agli sguardi dell'altro, ci veniva troppo da ridere vista la situazione che si era creata; si esce per una birra o una bistecca e poi invece...

Bevemmo un altro goccetto e ci scambiammo i numeri di telefono, nel '92 non si usavano ancora i cellulari così io diedi il mio numero di casa e loro quello del bar sottostante al quale potevamo chiamare se volevamo.

Ci lasciammo quella sera dandoci appuntamento per il giorno seguente, io ero in ferie quindi mi sarei potuto far trovare in Piazza Venezia intorno alle 16,00, mentre Emiliano che aveva il bar da mandare avanti ci avrebbe raggiunto la sera per cena.

Ad essere sinceri non credevo di ritrovarle il giorno dopo nel posto dove avevamo convenuto, però sarei andato comunque.

Il viaggio di ritorno assomigliava a quello che fanno quelli che tornano vittoriosi dopo essersi immersi nella grande città piena di luci e insidie, dalla quale però hanno saputo tirar fuori qualcosa di buono anche per loro.

"Il bello viene domani Massi..." mi disse Emiliano a gran voce quando mi lasciò sotto casa.

"Secondo me..." dissi "la cosa incredibile già è successa..."

Un sorriso ci salutammo dandoci appuntamento per le 21,00 del giorno successivo davanti Fontana di Trevi, raccomandandosi che se non le avessi trovate all'appuntamento del pomeriggio lo avrei chiamato immediatamente al bar per annullare tutto.

 

Lunedì 17 Agosto 

Non starò a dirvi in che modo mi alzai quella mattina, l'attesa di ciò che poteva accadere quel pomeriggio mi spargeva tutt'intorno un’aureola di felicità.

C'era un problema però, non potendo Emiliano venire con me non avevo un mezzo con cui raggiungere il centro di Roma, provai con mio nonno a farmi prestare la "Uno" come spesso accadeva, ma quel pomeriggio serviva a lui che faceva il contadino e doveva recarsi alle terre che avevamo nella zona di Frascati.

Mio padre lavorava tutto il giorno e così l'ultima chance rimasta era chiedere a mio zio che abitava poco distante.

Sapevo che in quel periodo era in ferie quindi...mi sono detto "tentar non nuoce".

Non che io fossi molto ottimista riguardo la faccenda, la macchina l'aveva comprata nuova da poco ed era pagata più di cinquanta milioni, era una Lancia Thema Turbo di colore nero, bellissima.

Risolsi il problema della macchina nel giro di mezz'ora, lo zio si era mostrato stranamente accomodante a quella mia richiesta e così ritornai da mio nonno a farmi prestare cinquanta mila per la benzina e per pagare almeno la mia parte di cena.

Verso le tre di pomeriggio inizio timidamente ad avvicinarmi a quella Lancia, era enorme, il fondo neanche lo si vedeva dagli specchietti, mi ci mancava solo che avessi distrutto la macchina allo zio così mi sarei stato impiccato in mezzo al piazzale, con tanto di pubblica gogna.

Scacciai quei pensieri, misi in moto e partii.

Il viaggio si rivelò più tranquillo del previsto, a quell'ora in quel periodo dell'anno le strade di Roma sono poco più che deserte, ero stranamente sereno e rilassato, così ebbi anche tempo di giocherellare un po’ con l'aria condizionata.

Le ragazze ritardarono di venti minuti, nei quali pensai più volte a riprendere la macchina e tornare indietro, dopotutto che ci si voleva aspettare da due incontrate per caso la sera prima?

Gail si avvicinò subito a me e mi strinse la mano, mi saluto e cercò di pronunciare il mio nome ma con pessimi risultati, di rimando feci per metterla di più a suo agio.

"You can call me Marcello, if it is easier...", dissi così, tanto ormai Mastroianni mi sembrava di esserlo, nei suoi panni mi ci ero già calato la sera prima, che problema poteva esserci se mi facevo chiamare come lui con gran piacere delle americane per le quali ora c'era anche un nome pronunciabile?

Mi colpii la semplicità dei gesti di questa Gail, mi trattava come se mi conoscesse da anni, si fidava di me e finalmente mi sentii libero di essere chi ero veramente, di fare tutto con più naturalezza senza quel dover sempre rispettare certi schemi e senza la sensazione di dover dimostrare qualcosa.

Feci il Cicerone quel pomeriggio, dal Colosseo al Pantheon per finire in Piazza Navona, sempre sotto il sole, e sempre a 35 gradi anche all'ombra, dopo due ore ero già sfinito ma felice.

Quella situazione mi dava la sensazione di essere un punto di riferimento, di essere utile a qualcuno e non soltanto di sembrarlo, anche se riguardava una cosa semplice come mostrare alcune meraviglie di una città a due turiste.

Al ritorno nella loro stanza dopo la serata appena trascorsa, trovai ad attendermi di nuovo quel buon profumo, che sapeva di bucato e di una qualche altra essenza che non conoscevo ma dal profumo molto particolare.

Mentre Gail si stava facendo la doccia la sua amica Corinna mi comunicò che stava per scendere in strada a fare un po’ di spesa, le classiche cose di cui ha bisogno una turista, saponi, shampoo, acqua etc..

Così io rimasi disteso sul letto ad attendere Gail che uscisse dalla doccia, ero lì che guardavo il soffitto ancora tutto vestito, quel giorno m'ero infilato una polo nera ed un paio di pantaloni bianchi di lino, che sembravano farmi assumere l'aspetto di Gheddafi o almeno era così che la pensavano gli amici del bar.

Uscì con un asciugamano indosso e un bel sorriso, non uno di quelli pieni di malizia e accattivanti, ma anzi la faceva apparire un po’ indifesa, cosa che non era affatto.

Si avvicinò a me e si sdraio anche lei, quando guardandoci iniziammo a ridere notai che l'asciugamano si stava allentando un po’, lasciando intravedere i seni.

Iniziammo a scambiare due chiacchiere sempre guardando il soffitto, proprio come due vecchi amici, poi mi diede un bacio sulle labbra e si alzò per prendere le sigarette.

Mi chiese se ne volevo una anch'io, accettai senza pensarci, visto anche che erano quelle famosissime sigarette bianche che si vedono nei film americani quando c'è qualcuno che fuma; così accesi, e mentre aspiravo mi sembrava un po’ di essere James Dean o Don Johnson, credetemi sembrava proprio la scena di un film, mancavano solo i sottotitoli.

Iniziò poi qualche bacio, cercavamo di riprendere quello che era stato interrotto la sera prima; si comincia sempre timidamente per poi assistere al crescere della passione insieme con il respiro, si inizia poi ad assaporare bacio per bacio, ad avvertire gli odori più nitidamente, a lasciarsi andare.

Facemmo l'amore, non so quanto tempo passò e di lì a poco Corinna sarebbe sicuramente rientrata.

Che strana sensazione avevo addosso, non mi sembrava affatto ciò che si prova dopo aver passato qualche momento divertente con una ragazza, piuttosto mi ricordava la sensazione che provai soltanto una volta prima di questa, quando facevo l'amore con una ragazza quasi tutte le sere un paio d'anni prima, ragazza della quale ero innamorato però.

La porta che si aprì e Corinna che rientrava mi distolsero da quei pensieri, passammo un’oretta a chiacchierare nella stanza tutti e tre insieme e poi decidemmo di uscire, era quasi arrivato il momento di incontrare Emiliano a Fontana di Trevi.

Lo trovai lì, nello stesso posto dove c'eravamo fermati la sera prima a fare le foto, mi guardava e sorrideva.

"Tutto bene ciccio..." intuendo cosa fosse successo poco prima.

"Si si capo..." gli risposi sorridendo chiamandolo "capo" come facevo spesso visto che era il più grande tra di noi, aveva 34 anni.

Cercai di non far intuire a lui la strana sensazione che mi pervadeva da un po’, cercai di nasconderla anche a me stesso ad essere sinceri, cercavo di giustificarmi dicendomi che tutto era ok e che non ci fosse niente di anormale.

Trovammo un ristorantino proprio dietro la fontana, il fatto che si spendesse poco era la cosa fondamentale, ma in questo si aveva anche la sensazione di mangiar bene.

Arrivò mezzanotte e neanche ce ne accorgemmo, cosa strana del resto, eravamo tutti insieme che ridevamo, mangiavamo, con io che mi cimentavo nel solito traduttore simultaneo ma ormai avevo fuso da un pezzo.

Inventammo anche delle traduzioni improbabili per far capire meglio loro la nostra cucina, per esempio i fiori di zucca divennero "zucchini flowers" e le olive ascolane le "Ascoli's olive".

Ci baciavamo in continuazione io e Gail, non riuscivamo a starcene staccati neanche per un minuto, e non ce ne fregava niente di farlo in mezzo alla gente, anzi quel fatto contribuiva solo a dare più colore alla nostra storia.

E così, tra un bacio ed un altro arrivammo al portone di ingresso del palazzo, Emiliano e Corinna salirono mentre noi invece proseguimmo lungo la strada per una passeggiata immersi in una Roma silenziosa, deserta e rinfrescata da un leggero venticello.

Mi parlò dei suoi sogni, a trentatré anni bisogna ancora averne diceva, avrebbe frequentato un corso accademico quando sarebbe tornata in America, così da poter diventare una brava insegnante di scuola elementare.

Io le parlai delle mie cose, di come adesso la vita fosse un po’ più dura per me, di come trovavo difficile tornare ad inseguire i miei sogni, anzi confessai che non riuscivo più ad averne.

Mi piaceva parlare con lei, sapeva ascoltare Gail e non ti interrompeva mai mentre parlavi, neanche se ti dovevi fermare qualche istante a pensare alla parola giusta oppure più semplicemente, non riuscivi neanche a trovarla in italiano la parola giusta.

Mi accorsi di come Gail fosse così diversa dalle ragazze con cui ero uscito di recente, con una solo pochi giorni prima ero stato quasi negli stessi posti, e camminato per le stesse strade nelle quali in quei due giorni mostrai Roma a questa simpatica biondina venuta dall'America.

Solo che con Marianna, l'altra ragazza, non provai per niente le stesse cose tant'è che ce ne tornammo a casa quasi subito, e la sera quando mi trovai da solo, a casa, pensai che forse quello sbagliato ero io, che fossi io a non essere più in grado di provare certe emozioni.

Sapete, queste cose assomigliano un po’ al suono ed alla musica che può creare un’orchestra, ce ne sono di vario genere di cui molte scadenti, ma ogni tanto quasi per caso, all'improvviso, una certa orchestra torna a suonare, e ciò che ne deriva è qualcosa di straordinario.

Essere parte di questo qualcosa inorgoglisce, ti fa sentire vivo, sapere che sei tu che dirigi quel tipo di orchestra è una delle più belle soddisfazioni che si possono provare nella vita; perché, come sentii dire una volta, il direttore di tutto ciò è colui che ha la musica in testa, non la bacchetta in mano.

 

In tutto questo marasma di emozioni, facevo finta di non ricordarmi che il giorno seguente sarebbero ripartite da Roma per proseguire il loro tour italiano, probabilmente quella sarebbe stata la nostra prima ed ultima notte insieme, ma nessuno sembrava accorgersene.

Quando rientrammo in camera trovammo Emiliano e Corinna che ci aspettavano, fummo accolti da grandi sorrisi ed un'allegria generale ci contagiò malgrado l'imminente separazione.

"Ehi ciccio..." Emiliano cercò di catturare la mia attenzione

"Dica..."

"Forse è il caso che andiamo...io avrei un impegno..."

"Che cazzo devi fa alle 5 di mattina?"

"Dovrei aprire il bar..."

Cavolo aveva ragione, io ero in ferie ma lui no e aveva comunque un bar da tirare avanti; quando raccontammo alle americane quale fosse questo impegno non resistettero e si accasciarono a terra dalle risate.

Per un americano, mediamente devoto al lavoro, è una cosa impensabile andarsene in giro fino alle 5 di mattina a far baldoria, e poi ricordarsi che era giunto il momento di lavorare.

Quando la situazione riprese una parvenza di normalità, Corinna mi chiese alcune informazioni riguardo a stazioni treni e via dicendo, in merito ad un qualche treno che avrebbero dovuto prendere il giorno seguente per andare a Salerno.

"Scusa, ma dov'è di preciso che andate?" chiesi con un filo di curiosità.

"Praiano, the Amalfi coast" mi rispose Gail dopo aver sfogliato degli appunti, per essere certa di pronunciare il nome correttamente.

La costiera amalfitana...è il posto che fino ad allora avevo considerato il più bello ed affascinante al mondo, mi ricordo di esserci passato una volta per caso e di esserci tornato poi per rimanerci un mese.

Da allora vi ero sempre tornato. l'ultima volta fu esattamente un mese prima per andar a trovare una mia vecchia conoscenza; Patrizia si chiamava, l'avevo conosciuta durante quel mese di vacanza, poi continuammo a vederci a cadenze più o meno regolari; lei era sposata ed aveva anche due bimbi; quindi, per assurdo era sempre "disponibile" ad una scappatella pomeridiana con me una volta ogni tanto.

Con questo tipo di donne non vengono mai a crearsi equivoci, i problemi classici sono solo un lontano ricordo, rimasi anche sorpreso dal fatto che mi mantenne nel periodo in cui mi trovai disoccupato; erano soliti arrivare dei vaglia a casa di tanto in tanto, fino a che mia madre non ne intercettò uno, e minacciò di cacciarmi di casa se mi fossi fatto ancora mantenere dalle mie "puttane", come le chiamava lei.

 

"Mi sarebbe piaciuto se fossi venuto anche te con noi..." chissà perché Gail parlasse già al passato quando mi disse questa frase...

"Beh...ci posso provare..." risposi un po’ confuso, della Costiera subivo il fascino, non era per me un come qualsiasi altro.

"Se vieni possiamo andare insieme, ci incontriamo domani pomeriggio e partiamo..."

"Dovremmo sentire se c'è una camera libera nel vostro albergo...e se il capo mi concede un altro giorno di ferie, in modo da farmi stare fino a giovedì"

Che il capo avesse acconsentito non avevo dubbi, rimaneva di vedere per la sistemazione e ovviamente reperire un paio di cento mila per fare tutto, potevo tentare per un altro prestito con mio nonno; sì, lavorandoci un po’ si poteva fare pensai.

Ci lasciammo alle cinque di mattina passate, dandoci appuntamento telefonico intorno alle undici per fare il punto della situazione.

Emiliano però non poteva di certo, c'era sempre il famoso bar da tirare avanti...per lui e Corinna quella sarebbe stata la loro prima e ultima alba insieme.

 

Martedì 18 Agosto

Dire che quella mattina mi fosse alzato presto sarebbe un eufemismo, avevo aperto gli occhi alle dieci ma era comunque troppo presto vista l'ora del rientro a casa.

Chiamai subito l'albergatore di Praiano dove avrebbero alloggiato le ragazze, per sapere se ci fosse posto e per capire quanta grana avrei dovuto chiedere in prestito a mio nonno; niente, erano al completo così come tutti gli alberghi nei dintorni fino alla fine del mese.

Alle undici in punto chiamo al numero del bar sottostante lo stabile di Campo de Fiori, dovevo avvertirle che non c'era modo per me di partire, ormai c'avevo fatto la bocca ed un po’ mi dispiaceva, però in fondo sarebbe stato un addio un po’ meno malinconico quello, c'eravamo lasciati la sera prima pensando che non fosse l'ultima.

L'idea venne a Corinna che mi suggerì di chiedere al loro albergatore se non si potesse aggiungere un letto nella loro stanza, in effetti mi aveva dato una speranza così rifeci il numero e ritentai.

"Buongiorno...ho chiamato poco fa per una stanza...volevo sapere giusto per curiosità...se si poteva aggiungere un letto in più nella stanza della signora Williams..."

"Ma certo...." mi rispose una voce con spiccato accento partenopeo.

"Voi venite giù...che poi lo troviamo un modo di sistemarvi..." continuò il signore dell'albergo.

"Ah bene...però mi raccomando...mi faccio quasi quattro ore di macchina per venire giù...non è che poi mi tocca dormire in macchina?"

L'uomo dall'altro capo del filo sembrò offeso e un po’ incazzato quando rispose.

"Ma se vi ho detto che vi sistemo vuol dire che vi sistemo....voi venite giù!"

"Ok ok, ma quanto verrebbe questo letto in più..."

"E che verrà mai... trenta o quaranta mila lire al giorno"

"Bene" feci io "Allora cominciate a preparare..."

Adesso c'era da chiamare il capo in ufficio.

"Buongiorno dottor Minzolini..."

"Dica caro Catellani dica..."

"No niente...è che mi servirebbe un giorno in più di ferie per giovedì..."

"Eh...è proprio necessario...?"

"Diciamo che mi farebbe molto comodo"

"Perché sai...stiamo un po’ in sotto organico...e allora..."

Decisi di dirgli la verità, conoscevo Minzolini e una speranza c'era.

"Il fatto è che ho incontrato un americana...sa una di quelle bionde, alte, etc., etc. ... mi ha chiesto se l'accompagno in Costiera amalfitana fino a giovedì..."

"Minchia...ma dici sul serio...lei è un grande Catellani...di giorni gliene do due non si preoccupi...ci vediamo direttamente lunedì!"

"Grazie dottore a buon rendere..."

"Sì sì, mi raccomando...se serve una mano chiamami..."

"Non mancherò..."

E un’altra l'avevo risolta, adesso rimanevano solo i soldi e la macchina, non confidavo in un altro regalo di mio zio, più che altro era su mio nonno che volevo far pressione, fare come per quei pacchetti viaggio, macchina e soldi tutto incluso.

Entrai in casa con passo felpato, come di solito fa un ladro, con la coda tra le gambe mi avvicinai al tavolo dove mio nonno era solito passare i momenti precedenti al pranzo, magari fumandoci sopra qualche decina di sigarette.

"Ehilà nonno come stai?" chiesi entusiasta

"Quanto ti serve?"

"Cosa scusa?"

"Ti ho chiesto...di quanti soldi hai bisogno?"

Accidenti, non valevo un cazzo come attore...decisi di spararla grossa.

"Trecento mila..."

"Al massimo te ne posso dare duecento.." Avevo immaginato quella risposta.

"Vanno bene anche duecento...magari al posto delle cento mila che rimangono potresti prestarmi anche la macchina..." a quel punto la sparai ancora più grossa.

"No, quella serve a me per andare in campagna lo sai..." lo sapevo, era vero ma tentar non nuoce.

Ci mise due interminabili minuti nel prendere il portafogli da sopra la credenza, minuti nei quali si teme sempre possa cambiare idea chi ti sta per fare una specie di prestito.

Fino a che, finalmente, stringevo nelle mani due belle banconote, di quelle con la faccia del Caravaggio stampata sopra per intenderci.

Mio nonno, infine, mi guardò e mi parlò fissandomi bene negli occhi, con quel fare un po’ sornione di chi conosce la vita abbastanza.

"Non ti chiedo cosa devi farci...potrebbe venirmi voglia di venire con te..."

Che grande nonno che avevo, lo ringraziai e uscii.

A quel punto mancava solo il mezzo di trasporto, giocai una carta con mio zio, tanto ormai stavo imparando bene l'arte della prostituzione.

"Ehilà caro zio, accidenti che macchina, è una vera bomba!"

È grande vero...?"

"Sì sì, davvero incredibile"

A quel punto cambiò espressione, mi guardò in modo diverso, temo avesse iniziato a capire.

"Vedi zio..."

"Me l'hai appena riportata e già la rivuoi?" aveva capito tutto...

"Diciamo che con la tua ci faccio una bella figura..." cercavo di prendere tempo per inventarmi un modo per dirgli che non solo mi serviva, ma per tre giorni.

Gli raccontai una parte della storia e arrivammo ad un accordo, gliela avrei lavata e lucidata una volta alla settimana per tre mesi, mi diede le chiavi e corsi a casa.

Quanto ricomposi il numero del bar non ero certo di trovarle ancora lì, a questo punto sarebbe stato un vero peccato.

"Everything is ok" era la frase che spiegava tutto, un po’ incredule mi diedero appuntamento di lì a due ore, si partiva.

Lungo la strada che porta prima a Napoli e che poi si dirige verso Salerno ebbi molto tempo per pensare, le ragazze si erano addormentate e così quella era l'unica occasione per starsene un po’ in silenzio, ancora non sapevo bene perché lo facevo, dopotutto non era poi così difficile trovare qualcuna che ti facesse divertire per quale ora, specialmente in una città come Roma, e senza costringermi a tutte quelle peripezie.

Era per sentirmi vivo ancora una volta, è per questo che si fanno certe cose nella vita credo; quando per le mani hai occasioni di questo tipo e passi, forse è perché si sta iniziando a dare forfait alla vita.

Quanta gente si vede tutti i giorni che "passa la mano", ho sempre cercato di non essere come loro, ogni volta che lo vedo vengo assalito dalla tristezza, dallo sconforto, non so cosa passi nella loro testa, forse hanno l'illusione di vivere per sempre, che la vita dia sempre altre occasioni.

Ci fu una ragazza, una volta, che sosteneva di essersi innamorata di me, magari era anche vero, ricordo che mi scrisse cose bellissime, una di quelle lettere ancora la conservo; che fece poi? Si mise col primo stupido che incontrò, il cui unico pregio era quello di essere disposto a fare un mutuo per trent'anni.

Un'altra persona, che stava con me da qualche mese, dichiarò un giorno che se io non fossi stato disposto a portarla a vivere a casa mia allora non le servivo a niente, si mise col primo che capitò al quale io non avrei affidato neanche la mia macchina per fargliela lavare.

Non ho niente contro chi ha voglia di mettere su casa, è assai ipocrita però sperare di convincerti che quello che le muova siano i sentimenti, ed assai stupido sperare che tu ci creda.

Le ragazze ripresero conoscenza all'altezza di Cava de' Tirreni, stavamo per uscire dall'autostrada ed imboccare la strada della costiera, mi sentivo un privilegiato nel poter guidare su quella strada, con Gail e Corinna a mio fianco ed a bordo di una Lancia Thema.

Dopo esserci sistemati in albergo, ed aver mangiato un paio di panini a testa preparati sul momento da un droghiere locale, prendemmo qualche sedia e ci accomodammo in terrazza.

Ebbene sì, la nostra camera aveva pure un terrazzino che dava a strapiombo sul mare, la notte era bellissima; mentre ci raccontavamo un po’ di noi, delle nostre vite, notai che Corinna non riusciva ad essere completamente felice, cercava di nasconderlo ma quella con Emiliano non l'aveva certo vissuta come la storia di una notte sola.

Mi promisi che il giorno seguente avrei fatto una telefonata.

Gail era già quasi addormentata, a me ed a lei toccava un lettino appoggiato lì dal gentile albergatore, non era un granché ma il pensiero che quella notte mi sarei addormentato insieme a Gail non mi dispiaceva affatto.

Ripensai a tutte le volte che ero venuto da queste parti a trovare Patrizia, la signora sposata, ero solito alloggiare in grandi alberghi, tanto pagava lei, la notte però mi addormentavo sempre solo, sentivo che mancava qualcosa.

Soltanto una volta riuscii a prendere sonno ridendo, alla TV beccai una replica estiva di "Sapore di Mare", quel film con Jerry Cala e Guido Nicheli, non saranno stati attori da premio Oscar ma da quella sera provai sempre un grande affetto per loro.

Intanto che le ragazze prendevano posto nei rispettivi letti, io decisi di soffermarmi ancora un po’ sulla terrazza a respirare l'aria della sera, a guardare il mare.

Ho sempre pensato che se non avessi sofferto il mal di mare avrei fatto il pescatore anziché il pilota, non me lo so spiegare perché il mare riesca a dare una così densa sensazione di pace, come riesca a tranquillizzarti solo ascoltandone il rumore.

Fumai l'ultima sigaretta e mi coricai vicino a Gail.

 

Mercoledì 19 Agosto

Mi alzai di buonora quella mattina, quando le ragazze ancora dormivano ripresi posto in terrazza, su una di quelle sedie rimaste lì dalla sera prima.

Sapevo che avrei dovuto telefonare ad Emiliano prima possibile, dovevo soltanto rimediare qualche gettone telefonico; avrei chiesto all'albergatore quando fossi uscito per far colazione, non bastava certo questo a giustificare il senso di inquietudine che avevo.

Mi svegliai più volte quella notte, eppure non c'erano zanzare o il caldo torrido tipico di quei posti a darmi fastidio, era qualcosa che gironzolava nella mia mente, probabilmente iniziavo a prendere coscienza che per quanto bella, quell'avventura presentava una fine imminente.

Di solito in questi casi, si spera sempre che qualcosa sopraggiunga a rovinare tutto, a farti stufare di quella situazione e che porti con sé una certa nostalgia di ritornarsene a casa.

Di solito appunto, stavolta non sembrava proprio.

Fui distolto dai miei pensieri da Gail, che ancora semi-sveglia volle passare in terrazza per qualche bacio fugace con me prima di dirigersi in bagno; non so perché ma riusciva a sorprendermi anche in queste cose all'apparenza così "scontate".

Appena sentii che anche Corinna si stava alzando dissi a Gail che mi sarei recato nella hall, mi giustificai dicendo che volevo informarmi su come venisse servita la colazione, in realtà avevo intenzione di reperire quei gettoni per fare quella telefonata.

"Bar Brasile...dica..." mi rispose una voce che sapevo essere quella di Emiliano.

"Polizia, il bar è circondato, esca con le mani alzate e si ricordi due caffè ristretti..."

"Scusi poliziotto..." mi fa lui "Come faccio ad avere le mani alzate e nello stesso tempo portare due caffè..."

Scoppiammo a ridere entrambi.

"Allora come è andato il viaggio?" riprese Emiliano.

"Anche meglio del previsto, adesso stiamo aspettando per far colazione..."

"Ora ho capito a che ti servivano i caffè ristretti!"

"Ahahah..."

Ci furono alcuni secondi di silenzio, sapete quei silenzi carichi di significato, dove tu sai che c'è qualcosa di più serio da chiedere di come sta l'altra persona dall'altro capo del filo, e dove l'altra persona sta lì proprio ad attendere la domanda più seria?

"Pensavo una cosa Emiliano...che in fondo...essendo tu il proprietario tante cose ti riescono più facili..."

"Altre cose? Tipo cosa?"

"Tipo chiedere le ferie, a te non serve mica chiamare il capo e prostituirti per avere un giorno in più! A te è sufficiente svegliarti con la voglia di non fare un cazzo per dire "Sono in ferie"!

Altri secondi di silenzio, la domanda arrivò a bruciapelo.

"Ma non sarà mica che già manco a Corinna?"

"Non me ha detto no però...diciamo che l'ho intuito" cercavo di mantenere ancora un filo di diplomazia.

"Quindi....?"

"Quindi...niente, te lo volevo dire e basta"

Sentii attraverso la cornetta che ricacciò fuori qualcuno che aveva appena varcato la soglia del bar, forse un rappresentante o peggio un cliente, e si concentrò su quello che stava per dirmi.

"Diciamo che posso chiedere al mio socio di aprirmi domani mattina, così stasera appena chiudo magari faccio una scappata dalle tue parti...".

Era la risposta che aspettavo.

"Ma certo Emilià!, pensa c'è anche posto senza che prenotiamo un'altra stanza, vieni vieni che ti facciamo entrare dal retro così il portiere non ti vede..."

"Ahahahaha..." iniziò a ridere come un matto sentita la mia proposta.

"Vabbè dai..." riprese "Vedo che posso fare...chiamami alle tre ti dico tutto ciccio"

"Ok, ti chiamo al bar alle tre".

Voleva lasciare un qualche spazio di dubbio, ma io sapevo sarebbe venuto, era fatto così.

Quando scesi di nuovo in camera mi sentii un pochino più sollevato, quell'avventura l'avevamo cominciata in quattro, ed in quattro dovevamo finirla.

Le americane mi chiesero della colazione, inventai qualcosa, immaginando venisse servita nella grande terrazza dell'albergo dove notai parecchi tavoli apparecchiati.

Mentre facevamo colazione ascoltai ciò che si dicevano Gail e Corinna, parlavano di un qualche treno da prendere per raggiungere Napoli, e di convergenze aeree su Parigi, quelle che probabilmente le avrebbero riportate ognuna alla propria destinazione in America.

Mi offrii subito di darle una mano nel sentire quei discorsi, chiesi conferma di ciò che avevo origliato e mi misi a disposizione; dopotutto la mattina seguente avrei dovuto passarci comunque per Napoli, una deviazione verso Capodichino non sarebbe certo stato un dramma.

Ci accordammo così per il giorno seguente, al risveglio le avrei accompagnate nella città partenopea lungo la strada per Roma, loro si sarebbero presentate al check-in intorno a mezzogiorno, io avrei proseguito verso nord.

Quando anche Gail finì di scorpacciarsi lo yogurt tornammo in camera rapidamente per cambiarci e metterci tutti in costume, dalla terrazza avevamo avvistato una spiaggetta proprio sotto di noi, non sembrava esserci miglior modo per passare la mattinata.

I posti dove si può prendere il sole in Costiera, o raramente farsi anche il bagno, non sono come le classiche spiagge a cui noi tutti siamo abituati.

Spesso si tratta di spazi angusti, irregolari, dove al massimo possono stazionare dieci o dodici sdraio e qualche ombrellone; il tutto viene reso suggestivo dal mare a strapiombo che hai sotto di te e da quella sensazione, che la Costiera sa darti, di riservatezza, come se quella parte per quanto piccola, fosse in quel momento la tua, fosse solo per te.

Ci sistemammo in una specie di piccola cava ricavata dalla roccia, entravano le nostre tre sdraio ed un'altra decina al massimo, il ragazzo che si accompagnò avrà avuto al massimo dodici anni e non era la prima volta che ne vedevo, segno che a sud di Roma la vita "vera" inizia ben presto.

Per poter entrare in acqua avevano sistemato una scaletta lungo il dorso della roccia, dopo una breve serie di scalini si era già immersi completamente; è molto raro trovare del mare in Costiera le cui acque non siano immediatamente profonde, ci tuffammo e iniziammo a giocare tra noi come di solito fanno i ragazzini, con tanto di schiamazzi e scherzi di vario genere.

Quando tornammo alle nostre sdraio scoprii che Gail era anche un eccellente cantante, che dire eccellente, per me rimarrà sempre la numero uno.

Aveva tirato fuori dalla sacca un walkman, l'antenato dell'Ipod, aveva le cuffie anche quello solo che erano rigide e si appoggiavano sopra la tua testa, per poter ascoltare in due bisognava smontarne una.

Così fece, la cassetta che vi era inserita portava la dicitura "Summer 1987", immagino sia stata una raccolta fatta da lei stessa durante le vacanze di quell'anno.

Trovammo Barry White, Elton John, Gloria Estefan e qualche altro che ora non ricordo, dopo "Blue Eyes" iniziò a girare una canzone di Albert Morris, una canzone bellissima chiamata "Feelings".

Me la cantò, immagino la cantasse per noi; per quanto la sua voce fosse soave e delicata sovrastava senza problemi quella di Morris, spostai la cuffia dal mio orecchio e me la ascoltai nella versione di Gail.

Ancora oggi quando mi capita di ascoltarla non riesco a far a meno di sorridere; anche se non guido più la Lancia Thema e se vicino a me non c'è più Gail ma qualcun'altra, a cui forse sarà anche venuto da chiedersi il perché di quel mezzo sorriso sul mio volto.

Oggi mi capita anche di sorriderci, ma quel giorno fui assalito subito da una certa malinconia, andai ad appoggiarmi ad una ringhiera che dava sul mare poco dopo che la canzone terminò.

Passò qualche minuto ed anche Gail mi raggiunse, probabilmente aveva intuito, aveva capito tutto, neanche ventiquattro ore e tutto sarebbe finito.

Saremmo tornati alle nostre vite, distanti migliaia di chilometri; uno non ci fa mai caso ma in fondo la sensazione che si ha è la stessa di quando qualcuno sta per morire.

Sai che certe cose non le potrai più fare, non è come quando hai una storia con qualcuno della tua città, c'è sempre la possibilità di prendersi un caffè insieme, incontrarsi per la strada o al bar.

Puoi chiederle come sta, guardarsi negli occhi senza che questo rappresenti qualcosa di eccezionale, cosa che sarebbe quando ad incontrarsi sono due persone che vivono con nove ore di fuso orario di differenza.

Sarebbe stato bello se mi avesse mostrato qualcosa che non piacesse in lei, un qualsiasi difetto che la rendesse simile alle altre; invece, più ci stavo a contatto più mi coinvolgeva in cose alle quali non si assiste troppo spesso, più ci stavo a contatto più riusciva a farmi emozionare, per questa cosa la ringrazierò per sempre.

Un bacio, prima a fior di labbra e poi man mano più intenso non fece che aumentare la malinconia, mi sentivo una persona fortunatissima, ma allo stesso tempo la vita sembrava farmi proprio un brutto scherzo.

Ti fa assaggiare qualcosa solo il tempo necessario perché tu possa apprezzarlo, e poi te lo porta via. Che peccato.

Non resistevo più, se non le avessi promesso di accompagnarle a Napoli il giorno seguente sarei scappato, avrei preso le mie cose, acceso la macchina e andato via, senza doversi dire addio guardandosi negli occhi.

Mi inventai che avevo fame essendo da poco passata l'ora di pranzo, così mi diressi sulla strada principale a cercare un panino, salii gli scalini che portavano dalla cava in riva al mare alla strada senza guardarmi indietro, senza guardarla.

Appena arrivato mi diressi subito al telefono per chiamare Emiliano, era occupato, una coppia di giapponesi sembrava essercisi incollata a quella cornetta; dopo venti minuti buoni la mollarono.

"Bar Brasile...dica..."

"Eccolo...so io Emilià..."

"Alle sette chiudo il bar monto in macchina e vengo giù, tanto posto mi hai detto che c'è..."

"Stai tranquillo...come ci organizziamo?"

"Tocca farle una bella sorpresa a Corinna, ascolta, portale a cena fuori così io vi raggiungo lì"

In quel momento passava il portiere dell'albergo.

"Senta scusi...un buon posto dove mangiare nelle vicinanze?"

"Potete andare da Gino al mare, è qui vicino lungo strada..." fece ampi cenni per indicarmi da quale lato.

"Ok grazie..." ed il portiere tornò a quello che stava facendo.

"Sentito Emilià? Gino al mare si chiama il posto, per che ora pensi di stare qua?"

"Se parto alle sette per le dieci e mezza sono lì, quanto ti ci è voluto a te ieri?"

"Quattro ore, però so partito dal centro di Roma, tu da Ciampino ce la fai per quell'ora, tranquillo"

"Allora siamo d'accordo, mi raccomando non dire niente, a dopo"

"A dopo".

 

Finita la telefonata sostai nei pressi dell'entrata per poi sedermi lì vicino a fumare una sigaretta.

Si vedevano auto che andavano e venivano, turisti intenti a scrivere cartoline da spedire quella sera stessa ai loro amici sparsi nel mondo, e poi c'ero io, lì solo coi miei pensieri a chiedermi cosa fosse giusto pensare, come fosse giusto sentirsi in una situazione come quella.

Avrei dovuto saltellare dalla gioia per essermi imbattuto in un'avventura come quella, ma non ci riuscivo, qualcosa me lo impediva.

Un dubbio lo avevo a riguardo, una domanda che vagava nella mia mente già da un po’.

Non era forse stata la troppa sicurezza a giocarmi un brutto scherzo?

Quella sicurezza di poter controllare sempre tutto, di poter gestire ciò che si affronta secondo le mie necessità ed i miei tempi, alla fine mi aveva portato a vivere qualcosa senza filtri, senza paura, senza il freno a mano tirato.

Proprio nel momento in cui mi credevo come Marcello Mastroianni pagai il mio prezzo, fu presunzione, nessun folle correrebbe il rischio di innamorarsi di una turista se non fosse certo di non poterne mai subire il fascino.

Ma io il fascino lo subivo eccome, solo che me ne accorsi tardi.

Mentre ero lì che pensavo e mi guardavo intorno, notai che anche loro stavano salendo le scale che riportavano in strada.

Appena giunte mi chiesero se il panino era buono e si congedarono lamentandosi del caldo, decisi di seguirle anch'io in stanza per un sonnellino pomeridiano.

"Stasera andiamo a mangiarci qualcosa di meglio di un panino però..." mi fece Corinna appena finimmo di accomodarci in terrazza.

"Sì sì, ho già chiesto al portiere il nome di un buon posto, dice che ce n’è uno proprio lungo la strada, io mi fiderei..." risposi.

"Sai Massimo, domani è il compleanno di Gail, passeremo tutto il giorno su un aereo...per questo avevo pensato di mangiar qualcosa fuori" me lo stava dicendo come se si scusasse ad obbligarmi a spendere venti o trenta mila lire in più, non aveva certo idea di ciò che avevo preparato, e me ne guardai bene dal farglielo capire.

"Beh potremmo andare lì verso le nove mezza, così facciamo tutto con calma e senza fretta, che ne dite?" avevo cercato di calcolare il tempo che ci avrebbe impiegato Emiliano a raggiungerci.

"Certo" rispose Gail "Prima farà ancora troppo caldo...".

Erano ossessionate dal caldo, in Italia quasi in nessun posto c'era l'aria condizionata, cosa che in America è più popolare del McDonald; gli americani amano i cinquanta gradi dei negozi in pieno dicembre ed i meno dieci che si sfiorano dentro le loro auto in luglio.

Fanno molta difficoltà a prendere per buono quello che manda il cielo, ed in molte altre cose notai, sentono il bisogno di decidere loro di ciò che sarà, anche se questo riguarda una cosa non troppo importante come la temperatura che devono subire.

Erano quasi le sei, il sole non c'era già più, in Costiera di solito se ne va nel primo pomeriggio, si va a nascondere dietro le montagne per rispuntare poi il giorno dopo.

Non riuscii a dormire quel pomeriggio e me ne restai in terrazza a guardare il mare, sotto di me vedevo una piccola barca con un pescatore nelle vicinanze intento a districare delle reti; mi sono sempre chiesto come potrebbe essere vivere in mare, sempre a contatto con esso, come unico altro compagno il sole, che col tempo cambia anche il tuo volto fino a renderlo una prova inconfutabile del mestiere che hai fatto.

Una mano sfiorò leggermente i miei fianchi, mi voltai e c'era Gail che mi guardava e sorrideva, senza dir nulla; ci avvicinammo per abbracciarsi, senza foga, delicatamente.

Rimanemmo così per molto tempo, non so dire per quanto, finché una grande nave partita dal porto di Salerno attraversò l'orizzonte davanti a noi.

"Lo sai massimo che una volta ho lavorato su una di quelle navi passeggeri?"

"Accidenti, che facevi?"

"Ero una semplice cameriera, ero rimasta senza soldi finché un giorno non si presentò questa cosa, avevo tre ore per decidere, non si presentò quella di cui presi il posto e cercavano qualcuno disperatamente...".

"Ci sono stata sei mesi..." concluse.

Iniziammo a scambiarci sguardi e baci, Corinna la sentivamo russare, non ci avrebbe impensierito.

Eravamo in canottiera e slip, i nostri corpi si sfioravano e sfioravano di nuovo, ad ogni bacio diventava tutto più intenso, al momento che le baciai un seno emise un gemito di piacere, quando mi concentrai sul capezzolo si inarcò all'indietro appoggiandosi con le mani al davanzale, nessuno avrebbe potuto vederci, nessuno sembrava esserci in quel momento, soltanto noi, che su quella terrazza a strapiombo sembravamo come sospesi tra il cielo ed il mare.

Ogni volta che aprivo gli occhi vedevo solo il celeste ed il blu intorno a lei, tutto questo non faceva che aumentare l'estasi del momento.

Abbassandomi di un poco con le mie labbra fin sotto la cintola mi resi conto di quanto fosse eccitata, di quanto voleva avermi dentro di sé; tornai a guardarla negli occhi, era uno sguardo di assenso quello.

Veniva tutto così naturale, non c'erano forzature, nessuno di noi avrebbe mai costretto l'altro a fare qualcosa che non avrebbe voluto.

Avrei voluto che quel momento non avesse avuto mai fine, rimanemmo abbracciati anche dopo aver finito di amarci, i nostri occhi che si incrociavano spiegavano tutto, non c'era bisogno di parole.

Avrei ricordato quel momento a lungo, ogni volta che in futuro mi capitò di fare l'amore per noia, per solitudine, o perché sentissi il bisogno di dimostrare qualcosa.

 

La giornata era quasi finita, facevamo la doccia a turno e discutevamo del più e del meno, tra un accappatoio ancora in dosso e qualche shampoo un po’ troppo forte per gli occhi.

Questo mi disse Gail, quando mi avvicinai a lei sdraiata sul lettino dove avevamo dormito la sera prima.

Lo shampoo era davvero troppo concentrato, ecco il perché di quegli occhi così rossi, ne chiese un po’ del mio ed io glielo porsi come se niente fosse.

Il posto che ci aveva indicato il portiere lo trovammo senza troppa fatica, dopo aver sceso uno stretto e ripido viale ci presentammo all'entrata, un cameriere dalla faccia simpatica ci fece entrare e ci chiese dove avremmo preferito accomodarci.

I tavolini erano disposti senza un ordine preciso sulla spiaggia, in riva al mare, una volta seduti potevamo ammirare i due fiordi che su stagliavano ai lati del ristorante, eravamo come incastonati in basso tra due piccole montagne.

Ci divertimmo un mondo nell’ordinare piatti presentati in napoletano sul menù, di molti non sapevamo neanche se si trattasse di carne o pesce.

L'illuminazione era affidata completamente a delle candele, posizionata una per ogni tavolo, non vi erano altre luci ad illuminare la spiaggia quella notte.

Tra un calamaretto ed una triglia mi voltai leggermente sulla mia destra e notai un qualcuno che cercava di attirare la mia attenzione da dietro un pilone del ristorante.

Malgrado il buio il naso di Emiliano era impossibile da confondere, il mio amico era arrivato, un po’ in anticipo ad essere sinceri ma non ci badai poi troppo.

"Ahó' ma quanto state a magnà?", mi salutò così il mio compagno d'avventura non appena lo raggiunsi, dopo aver accampato la classica scusa del bagno alle due americane.

"Ahahaha..." risposi con una grassa risata.

"Massi, ma che per caso vi devono portare ancora qualcosa?"

"Si, abbiamo chiesto una frittura di pesce come contorno, guarda guarda il cameriere che ci serve è quello..." dissi indicando il ragazzo appoggiato alla cassa, che sembrava intento a preparare un conto da portare a qualche tavolo.

Mi rimisi seduto dopo pochi minuti cercando di non ridere e di non far scoprire l'arrivo di Emiliano.

Mi chiedevo come si sarebbe sentita Corinna nel momento in cui l'avrebbe visto, come già detto non fece mai parola a proposito di lui per tutti quei due giorni, ma la sua espressione diceva qualcos'altro.

Immaginavo già come si sarebbe presentato il mio amico ed infatti...

"E' per voi la frittura di pesce?"

A quelle parole Corinna ebbe come un sussulto, anche se non riusciva ancora a rendersi conto.

Emiliano si era fatto prestare una divisa da cameriere e si presentò al tavolo con la frittura in mano, condita da un sorriso a trentadue denti.

Corinna gli saltò addosso senza dire una parola, rimase così per un paio di minuti, abbracciandolo in silenzio.

Nel vederlo, con il suo volto appoggiato sulla spalla della ragazza, capii quanto fosse felice anche lui, la sorpresa non era stata pensata solo per fare un po’ di scena.

Una volta accomodati riprendemmo a mangiare ciò che rimaneva, metà della frittura era volata a terra dopo l'abbraccio di Corinna.

"Ammazza quanto hai fatto presto Emilià..."

"Alle sei avevo già chiuso tutto, alle nove avevo appena imboccato la strada della Costiera a Vietri..." mi confidò ridendo.

"Sò riuscito pure a trovà un cambio per domani, non mi devo presentà al bar prima delle quattro di pomeriggio...." proseguì.

Le americane non parlavano più, non credo sapessero più neanche loro cosa pensare.

"Che ne dite di fare una scappata ad Amalfi per una birra?" fu la proposta di Emiliano seguita da una mia rapida traduzione.

Sembravamo tutti entusiasti a quell'idea, così ci sbrigammo a pagare il conto e salimmo a bordo della Y10.

All'improvviso fui assalito dalla malinconia, che bellissime giornate avevamo passato insieme, quante emozioni; non riuscivo a concentrarmi su quello che stavamo facendo, le manovre difficili per il parcheggio, le domande del barman su quale birra preferivamo, etc., etc. Il mio pensiero andava al giorno seguente, a quella fermata da fare all'aeroporto di Capodichino.

Una volta al centro del paese mi ricordai che alla mezzanotte, cioè dopo pochi minuti, sarebbe stato il venti agosto, il compleanno di Gail.

Chiesi ad Emiliano di andare a chiedere al negozio di fronte se conoscevano qualche fioraio, tra di noi parlavamo in italiano, quindi potevamo farlo liberamente.

Lo vidi scomparire all'interno del negozio, quando riapparve rideva come un matto, ero proprio curioso di sapere il perché ma mi anticipò.

"Non ci sono fiorai ad Amalfi m'ha detto il gestore..."

"Minchia..." pensai, adesso mi tocca trovare un altro modo per fare una sorpresa a Gail.

"Ma lo sai che m'ha consigliato di fa quel signore seduto che legge il giornale?"

"No dimmi..."

"Dice che posso sempre inculare una di quelle piante che stanno esposte fuori ai negozi..."

"Ahahahah..." in certe zone del meridione si ha sempre una risposta a tutto, l'inventiva supera di gran lunga i mezzi a disposizione, in tutti i campi; probabilmente è per questo che ho sempre ricordato con simpatia chi abita a sud di Roma.

Preso atto dell'impossibilità di reperire delle rose, non eravamo così disinvolti dopotutto, da fotterci piante nel centro di Amalfi come se niente fosse.

Subito dopo però notai un negozietto che vendeva limoncello, era specializzato in quello, ne aveva bottigliette di tutte le taglie e per tutte le tasche.

Mi staccai un attimo dal gruppo ed entrai dentro, ne acquistai una da dieci mila lire insieme con un biglietto, sul quale scrissi frasi scontate di auguri, in italiano però; così almeno, ogni qual volta Gail avesse ripreso in mano quel biglietto avrebbe pensato a me, alla nostra vacanza.

E pensare che faceva enormi progressi anche con la nostra lingua, imparò subito a pronunciare la parola "bellissimo", che andava ripetendo un po’ a tutti, lo usava nello stesso modo con cui si utilizza un "Ok bene", immaginai lo avesse confuso con quello.

Era quasi mezzanotte quando uscii dal piccolo negozio in centro e mi riunii a loro, stando ben attendo a non mostrare ciò che avevo nella busta.

Attesi qualche minuto e poi glielo porsi, nel vedere quel pacchettino non realizzò immediatamente il perché di quel gesto, dovetti ricordarglielo io augurandole buon compleanno.

La sorpresa era chiara sul suo volto, ad essere sinceri lo fui anch'io, immaginavo che dopotutto se lo poteva anche attendere un piccolo regalo da qualcuno, visto che l'indomani era il suo compleanno.

Evidentemente in America non è poi così usuale.

Oltre alla sua espressione cambiò anche il suo atteggiamento, c'era del ringraziamento nel modo in cui continuava a baciarmi quando ci spostammo sul pontile, e nel modo in cui mi stringeva la mano e mi guardava.

Era un grazie per non essermi dimenticato di essere gentile anche se stava finendo tutto, anche se ormai non c'era più nulla da chiedere a questa storia, avevo continuato a comportarmi come se niente fosse, facevo né più né meno ciò che ci si aspettava da uno come me.

Almeno fu così che lo interpretai.

Sembrava tutto così surreale quando rientrammo in albergo, stando ben attenti a far passare Emiliano dal retro; c'erano parole non dette o che non volevamo dirci che aleggiavano nell'aria quella sera.

Cercammo di sdrammatizzare trovando ognuno il proprio posto sulla grande terrazza, avevamo anche una bottiglia speciale per l'occasione, "fottuta" dal mio amico nel suo stesso bar...

Che serata fu quella, il celeste ed il blu del pomeriggio appena trascorso lasciarono il passo all'intensità della notte, con noi quattro che sembravamo sempre sospesi tra l'orizzonte ed il mare.

"Certo che...se m'ha avessero raccontato domenica mattina dove sarei stato oggi..." facevo questa considerazione a voce pacata, quasi tra me e me, ma non tanto pacata da sfuggire ad Emiliano.

"Questa bisognerà raccontarla un giorno..." mi rispose.

"Magari un giorno ci scriviamo un libro..." a questa frase iniziammo a ridere come due matti.

Andammo avanti ancora per un po’, a bere del buon vino, a ridere di noi.

Quando Corinna prese per mano Emiliano per mostrargli la camera che sarebbe dovuta essere la loro, io rimasi solo con Gail; sopra di noi il cielo sembrava un tappeto di stelle, ed ogni tanto ne cadeva una, sembravano delle meteore infuocate per quanto luce sprigionavano.

La Costiera in quel periodo è straordinaria anche per questo, le grandi montagne che vi sono alle spalle impediscono alle città e dei paesi limitrofi di far arrivare la loro luce, luce artificiale s'intende, il panorama di stelle così da togliere il fiato.

A quella vista non potevano non stringerci ed iniziare a sfiorarci, ormai certi che nessuno potesse più disturbarci.

Ma stavolta fare l'amore risultò una cosa impossibile, la malinconia fino a quel punto nascosta a dovere si mostrò all'improvviso, iniziammo a piangere come due bambini stringendoci.

Con i nostri visi bagnati dalle lacrime ci accarezzavamo, e poi ci si guardava senza bisogno di parlare, ogni tanto qualche risata isterica come intermezzo a quei momenti.

Inutile cercare di spiegare certe cose, non credo esista arte letteraria in grado di farlo, e forse è giusto così.

Nei rapporti umani si vengono a creare delle situazioni, delle complicità, che per il fatto di essere "private" e quindi esclusive, hanno questa specie di copyright tutto particolare, non permettono alle parole di spiegarle o descriverle.

Anche quando sembra che qualcuno vi abbia descritto tutto, in realtà vi ha detto molto ma non tutto; nel 2010 si trovano dappertutto persone disposte a mettere la loro vita privata a disposizione di tutti, nei social network, sui giornali o anche semplicemente in mezzo alla piazza di una qualsiasi delle migliaia di sperdute o anonime città di cui è fatto il mondo.

Si può avere l'impressione di conoscere ogni cosa, ogni dettaglio della vita degli altri, rimane sempre, invece, un lato non svelato, privato, che soltanto con una conoscenza meno superficiale si può intravedere.


Giovedì 20 Agosto

Mi farebbe piacere poter dire di essermi svegliato quella mattina, qualche ora di un sonno ristoratrice me la sarei meritata, ma non è stato così.

Complice un letto troppo piccolo per due persone, passai quel che restava di quella notte abbracciato a Gail, l'accarezzavo di tanto in tanto mentre lei faceva finta di dormire.

Ci volle il suono della sveglia, impostata per le otto di quella mattina, a rompere il ghiaccio, per far tornare un po’ di normalità; per permettere di concentrarci su cose più comprensibili ed alla portata come sistemare i vestiti in valigia, lavarsi ed informarsi per la colazione.

Dalla semistanza, ricavata da quello che doveva essere stato un ripostiglio della grande villa che era, prima che fosse divisa in stanze d'albergo, dove del resto era sistemato il mio letto, mi spostai nella stanza vera e propria, col matrimoniale dove dormirono Emiliano e Corinna; la attraversai per recarmi nella hall a preavvertire il portiere di preparare dei cornetti caldi.

Quando passai, rasentando il grande letto con le lenzuola tutte in disordine, trovai loro due ancora persi in un sonno profondo, ancora abbracciati.

Mi affacciai alla terrazza e fumai una sigaretta, annunciai al ragazzo che di lì a breve saremmo saliti tutti e quattro, e indicai il tavolo sul quale ci apprestavamo a fare una ricca colazione.

Di fame ad essere sincero ne avevo ben poca, ma stranamente mi era rimasta questa consuetudine di quando feci per un periodo il portiere d'albergo, che il cliente quando va via non lo fa mai a stomaco vuoto, anzi mangia come non avrebbe fatto neanche all'interno delle sue mura domestiche.

Feci un paio di telefonate, una di queste a casa per informare che sarei rientrato quello stesso giorno e poi rientrai in stanza, cercando di sorridere, si trattava di farlo ancora per un po’ e basta.

Un altro dei mestieri che non ho mai fatto, nel quale avrei avuto molta fortuna, è quello di attore professionista.

Sistemammo le nostre cose nelle auto prima di recarci in terrazza, la colazione durò pochissimo, il tempo di sorseggiare un caffè e si era già finito, Emiliano e Corinna si avviarono verso la strada precedendoci di qualche minuto.

"Comunque...buon compleanno Gail.."

"Grazie...Bellissimo..."

"Che farai ora che torni in America?"

"Spero di trovare presto un lavoro, la ditta per la quale lavoravo e fallita poche settimane prima che partissi per l'Europa così...al momento mi trovo disoccupata" notavo con piacere che certe cose non erano esclusiva del nostro paese.

"Poi mi piacerebbe riprendere una vecchia passione, mia mamma dice sempre che sbagliai dieci anni fa a mollare tutto" seguitai ad ascoltare.

"Quando ero più piccola cantavo, non ho mai calcato grandi palcoscenici ma se avessi proseguito magari..." vi assicuro che non fosse per niente difficile da credere.

"Cosa è successo? Cosa ti ha fatto smettere?" mi venne spontaneo chiederle.

"Succede che quando tutti ti iniziano a dire che le cose serie nella vita sono altre, quelle importanti almeno, tu finisci per crederci..."

Sospirò e riprese dopo qualche istante.

"Fino a che ti accorgi che le cose veramente importanti per te, quelle che ti davano gioia...beh, le hai sfiorate e basta".

Il viaggio verso Napoli fu un lungo, emozionante addio.

 

27 Luglio 2010 (sera)

È finita così?" domandai all'improvviso a Massimo, cercando di distoglierlo dall'intensità dei suoi pensieri.

"Per me sì, Corinna ed Emiliano ancora vivono insieme..."

"Cosa?"

"Ebbene sì, dopo un mese che tornò in America non resistette, mollo tutto e riprese un aereo per Fiumicino, sola andata stavolta...per me fu diverso..."

"In che senso?"

"Mi resi conto che era qualcosa più grande me, ho sempre pensato che mille difficoltà che avremmo incontrato io e Gail per vivere insieme, anche solo per un po’, avrebbero alla fine rovinato tutto"

"Ne sei certo?"

"Non lo saprò mai, ma quest'esperienza volevo ricordarmela così, nello stesso modo in cui te l'ho appena raccontata".

L'accatastarsi di sedie a due passi da noi ci ricordò che il bar stava per chiudere, Giovanni, il proprietario del bar "Monachini" allargò le braccia in segno di scusa, anche per lui era giunta l'ora della meritata cena.

Salutai Massimo, mi accesi una sigaretta e mi avviai verso casa a passo lento, ripensavo alla storia che mi era stata raccontata; era da tanto che non ne sentivo una così, una che parlasse veramente di sentimenti, di ciò che essi possono smuovere e di come ogni scelta diventi dannatamente difficile quando di mezzo ci sono loro.

Diedi una rapida occhiata all'orologio e mi accorsi che erano le otto passate, affrettai il passo.

Giunto sulla porta di casa, intento a cercare la chiave giusta per aprirla, mi ricordai che quella sera aspettavamo a cena alcune mie zie e cugini, me lo riportarono alla mente quelle risa che provenivano dall'interno; immaginavo già le critiche che mia madre mi avrebbe mosso contro per aver fatto attendere degli ospiti.

Lei è fatta così, ci tiene alla forma, esattamente tutto quello a cui io neanche faccio caso.

"Signor Claudio buonasera!" con ironia mi salutò una zia nel momento in cui entrai.

"Ciao zia Bruna quanto tempo...grazie per il signore...".

"Sono quasi due ore che ti aspettiamo..."

"Stavo al bar..."

"Ci devo credere?" mi domandò con fare allusivo.

"Lo fa lo fa" interruppe mia madre e prosegui: "Ti dice che va al bar a prendere il caffè e poi ci passa tutto il pomeriggio..."

"Questo è quello che racconta a te..." rispose la zia Bruna.

Mentre mi avviavo verso il giardino risposi ad entrambe: "E' la verità, uno ci va per un caffè e magari incontri qualcuno, fai due chiacchiere ed il tempo vola, così...per caso".

Già, per caso; nello stesso modo in cui si esce una sera qualsiasi con un amico a mangiare una bistecca, ed invece poi...

© Claudio Ruggeri



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