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di Carla Montuschi
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Nessuna voglia di alzarsi. Voglia di tenere gli occhi serrati sul mondo e far finta di non essere mai nate. Bisognava però rivestirsi e tornare dai bambini, tornare alla normalità di una vita vissuta quasi solo per dovere, una vita che forse, se non ci fossero stati quei due esserini, sarebbe già sparita da un pezzo.
Émilie detestava quel posto sudicio che emanava l’odore di ciò che non avrebbe voluto più essere.
In quel posto Émilie diveniva merce, diveniva lacrime da deglutire in silenzio. In quel posto ella diveniva una porta aperta verso l’anticamera della sua intimità. Gli uomini entravano come varcando la soglia di un oggetto, e facevano i propri sporchi comodi, sprezzanti di ciò che infrangevano. Poi, dopo averla usata, uscivano frettolosamente lasciando a testimonianza del proprio passaggio solo il peggio… un odore nauseabondo di indifferenza mista ad egoismo, il tanfo orribile del denaro misto al sesso.
Émilie non aveva potuto scegliere, quella era l’unica vita che aveva ricevuto in sorte.
Ma Émilie era anche madre e per ciò non poteva sfuggire alle sue responsabilità. Per sopravvivere aveva imparato a scollegare il corpo dal cervello e, mentre i clienti la usavano, la “consumavano”, cercava di mantenere una sorta di stabilità rifugiandosi nei pensieri.
Fissava il soffitto che ormai conosceva sin nei più piccoli dettagli, seguiva le crepe dell’intonaco che, come i solchi che segnavano il suo viso, turbavano l’idea di candore azzardata dal bianco della tinteggiatura. Quel candore non esisteva né nella stanza né sul volto di Èmilie, era scomparso ormai da molto tempo…
Émilie amava ripercorrere le tappe della sua infanzia. Pensava alle corse verso il fiume, un serpentone di sabbia d’oro capace di fluire soltanto dopo le abbondanti precipitazioni della stagione umida. Ella conservava nel cuore l’immagine imponente di una Natura troppo selvatica e smisurata per essere contenuta, domata. Si sentiva appartenere a quella Natura, le mancava disperatamente.
Provava sulla pelle la sensazione nitida dell’abbraccio rovente del sole, ricordava la tavolozza di un cielo infinito, un cielo libero dai profili dei palazzi, un cielo abitato da stormi di uccelli e nuvole che, avide di pioggia, erravano eternamente altrove.
Sullo sfondo di un rozzo e ritmico ansimare si domandava quando fosse successo. Quando avesse abbandonato tutte quelle sicurezze… perché…
Non sapeva, non avrebbe potuto prevedere che sarebbe finita così.
Aveva semplicemente seguito il miraggio di un amore che l’aveva condotta lontana dalla sua terra, l’aveva resa madre ed al contempo gettata sulla strada a prostituirsi con la minaccia che, se non l’avesse fatto e di buon grado, le avrebbe ammazzato la bambina.
Il bimbo era invece arrivato due anni dopo, frutto di non sapeva neppure quale fra i tanti uomini che avevano attraversato la sua intimità. Émilie aveva troppo rispetto nei confronti della Vita, non aveva voluto chiuderle la porta in faccia. Non aveva avuto il coraggio di cancellare quella debole traccia di umanità che stava crescendo dentro di sé. Quella Vita nuova era stata così tenace da restare avvinghiata al suo ventre nonostante le tante botte ricevute. Il compagno di Émilie l’aveva ripetutamente picchiata, poiché la riteneva colpevole di essere stata disattenta… stupida….
I suoi figli erano il suo onere, ma rappresentavano al contempo la dolce responsabilità di prendersi cura di una vita che, seppur misera, conservava grazie a loro ancora un certo senso di rispettabilità.
Nonostante le brutture di quei muri, resi sozzi da un’umanità disumana, Émilie era ancora capace di sognare, di sperare.
Spesso si abbandonava alla fantasia e, dopo essersi liberata dal morso stretto della realtà, fuggiva verso le braccia di un futuro che, finalmente benevolo, avrebbe di sicuro regalato ben altro ai suoi figli. Immaginava se stessa camminare “a testa alta”, mentre accompagnava a scuola i suoi bambini.
Era così bello quel suo viso ricamato dai segni tribali, intarsiato da marchi indelebili di un passato lontano. Quelle cicatrici costituivano sia un segno tangibile della durezza della Vita sia il ricordo di una dignità e di un orgoglio antichi.
Erano così belli quegli occhi colore dell’ebano. Racchiudevano pensieri insondabili e profondi, pensieri infinitamente distanti dalla superficialità.
Nessuno dei suoi clienti riusciva a guardarla negli occhi. Se solo qualcuno ci avesse provato, si sarebbe immediatamente reso conto del sacrilegio che stava commettendo nel profanare la dimora della sua anima.
Quella notte Émilie era particolarmente stanca. Avrebbe voluto scomparire, divenire invisibile agli occhi del mondo per rifugiarsi nell’indefinito, ove riposare un po’. Doveva però ritornare a casa… i bambini l’attendevano.
Buttò giù un braccio dal letto ed i polpastrelli tastarono il pavimento alla ricerca dei vestiti. In quella bettola faceva molto freddo, e perciò si rivestì sotto il tepore sporco delle lenzuola.
Nella penombra c’era un vuoto irrecuperabile, reso sordido dal prepotente russare dell’ultima bestia che l’aveva usata. In quella stanza erano in due a respirare, ma lei sola possedeva la dignità necessaria per poter affermare di esistere.
Scese dal letto lievemente, come una farfalla, non voleva svegliare la bestia. Raccolse le scarpe e si avviò scalza verso un solco luminoso che accecava il buio. La luce del corridoio dell’hotel filtrava da sotto la porta e si insinuava nell’oscurità come una lama, indicando una possibile direzione di fuga da quell’incubo.
L’incasso della serata era già al sicuro, nel reggiseno.
Non voleva fare rumore, voleva uscire di scena come un miraggio, ma inciampò fragorosamente.
La bestia ebbe un sussulto, interruppe con un mugugno il russare per poi… voltarsi semplicemente dall’altra parte… in fondo, coerente con quanto aveva fatto sino a quel momento.
Émilie gemette sottovoce, il dolore al piede era intenso.
Accese la luce del bagno a tastoni: voleva constatare l’entità del danno in quanto, misto al dolore, aveva sentito immediatamente scorrere un rivolo umido e caldo.
Un paio di collant “buoni” bucati, l’unghia dell’alluce del piede destro spezzata ed una macchia color vermiglio che si allargava sempre più, inumidendo la calza sfilacciata.
Poco distante c’era, beffardo ed immobile, l’inciampo.
Si trattava di una piastrella leggermente sollevata. Il pavimento, consone al resto della stanza, appariva consunto e sconnesso.
Era formato da piastrelle esagonali di media grandezza di color rosso, bianco e nero. Esse disegnavano dei cerchi concentrici che, come fiori stilizzati, avevano lo scopo di ingentilire un’architettura altrimenti povera di dettagli, essenziale.
La piastrella motivo di inciampo corrispondeva al centro esatto di uno di quei fiori.
Émilie la scrutò con evidente fastidio e notò che non era semplicemente sollevata… era proprio divelta!
Salendoci sopra traballava del tutto incoerente con il circostante. Era a sé stante, faceva parte di un disegno, ma al contempo ne era separata. Era come un’isola vicina alle sue “sorelle”, ma estremamente dissimile da esse, era anomala.
Fu a quel punto che nella mente di Émilie balenò un’idea, una curiosità.
Ella pensò che potesse esservi un motivo che spiegasse quella diversità. Forse quella piastrella era proprio un’isola che celava un tesoro. Magari qualcuno poteva averla sollevata di proposito per nascondere un po’ di denaro.
Di certo si trattava di un’idea tanto bizzarra quanto puerile. Per quel motivo, proprio come una bambina dallo sguardo desideroso di meraviglia, Émilie la sollevò.
Venne colta da una repentina vertigine. Vide, in un attimo, roteare intorno a sé tutto il mondo di quella stanza. Si trovò così al centro esatto di un piccolo gorgo.
La vertigine trascinava Émilie verso il basso, al punto che decise di chiudere gli occhi.
Scissa dal contesto circostante si trovò così a roteare con i suoi pensieri, a precipitare in quel gorgo che subdolamente era divenuto interiore.
Altrettanto repentinamente tutto si arrestò.
Per la prima volta, dopo una lunga apnea, Émilie inspirò profondamente.
Pesò alla cervicale che, causa le botte ricevute, ogni tanto le giocava quello scherzo e tentò di riaprire gli occhi, di recuperare un certo equilibrio interiore.
La piastrella decisamente non sembrava celare nulla di buono. Infatti, in un frammento di immagine precedente alla vertigine, Émilie ricordava di aver visto che al di sotto non vi era che un battuto di terra e polvere.
Mentre stava facendo queste considerazioni Émilie si accorse di essere seduta. Non ricordando come fosse avvenuto si spaventò… forse era caduta… forse aveva perso conoscenza. Le informazioni che ora provenivano dai suoi sensi erano però assai piacevoli…
I piedi sembravano poggiare, nudi, su di un tappeto tiepido e l’aria non sembrava più essere quella viziata di un ambiente chiuso ormai da troppo tempo.
Aprì gli occhi con cautela.
La prima cosa che ella vide furono le sue mani. Stentò a riconoscerle. Erano divenute avvizzite, rugose.
Le aprì e le chiuse con forza, in un gesto atto ad accertarsi che fossero proprio le sue…
Sollevò poi di poco lo sguardo ed, in effetti, si accorse che si trovava in riva al mare. Era seduta in spiaggia ed i piedi poggiavano sulla sabbia.
Intorno a lei c’era una giornata dolcissima, allietata dal vociar di alcuni bimbi che giocavano a tuffarsi in acqua.
Ad un tratto uno di questi la raggiunse, ed accorgendosi che lei lo stava fissando con stupore le disse:

«Nonna, tutto bene?»

Émilie, con uno sforzo sovraumano rispose:

«Sì… ma, dove mi trovo?»

Sorridendo il bimbo le rispose:

«Siamo a Dar es Salam, non ricordi? Devi aver fatto un brutto sogno nonna!»

poi corse nuovamente via, verso i suoi amichetti…

Doveva aver ragione…
Émilie decise di non farsi altre domande…
Finalmente poteva godersi la vita…
L’incubo… era finito!

© Carla Montuschi



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