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Volare senza ali
di Alessia Ranieri
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RACCONTO SEGNALATO DALLA GIURIA NELLA
II EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERARIO UNIBOOK - PROGETTO BABELE

Della vita sapevo tre cose: mi chiamavo Román, adoravo le canzoni dei Placebo e provavo una forte passione per Carolina Kostner. Ogni volta che la pattinatrice italiana si esibiva mi commuovevo ed avrei fatto di tutto per vederla dal vivo, anche solo da lontano. Non so come questo amore sia iniziato, ma una mattina mi sono alzato e in tv c’era lei, bellissima, che pubblicizzava qualcosa. Mio fratello Juan diceva spesso ai nostri genitori che era colpa del clima italiano e che se fossimo rimasti in Argentina non sarei impazzito.
L’ America mi mancava, ciò era indubbio, ma non avevo avuto problemi con l’inserimento nella società italiana. Roma, la città dove la mia famiglia si era trasferita, contava numerosi cittadini nati in altri Paesi e nella mia stessa classe, a scuola, c’era Nina, una ragazza colombiana con cui avevo legato. Lei sapeva della mia passione per Carolina ed era la sola persona a non sospirare e guardarmi con aria seccata quando ne parlavo.
Un giorno di inizio dicembre Nina arrivò in classe trafelata e corse a sedersi accanto a me.
- Mi devi un favore – disse la ragazza, ansimando in cerca d’ossigeno.
- E perché? – le domandai, meravigliato dal suo esordio.
- Più tardi lo scoprirai – rispose lei e fece la misteriosa per tutto il mattino.
Quel pomeriggio mi ritrovai con la bella colombiana a Piazza Re di Roma e scoprii che vi era stata eretta una pista di pattinaggio sul ghiaccio.
- Ti ringrazio d’avermi portato qua, Nina, ma ancora non capisco perché sarei in debito con te – dissi io, ma già mentre stavo terminando la frase capii che quella ragazza meritava un monumento per ciò che aveva fatto. Sommersa dai fotografi e circondata dai fan c’era lei, la splendida Carolina Kostner, venuta appositamente a Roma per inaugurare la nuova pista di pattinaggio natalizia della capitale.
- Avvicinati, sciocco, o non avrai il suo autografo – disse la mia amica. Io annui e mi misi in fila assieme agli altri fan.
Proprio quando stavo per arrivare dalla mia dea fu annunciato che era ora d’aprire la pista al pubblico e salutare Carolina. Tutte le persone rimaste in coda iniziarono a protestare ed io scattai in avanti, oltrepassai il bordo della pista e … mi spiaccicai sul ghiaccio, mentre la pattinatrice si allontanava senza vedermi.
Due mani forti m’issarono in piedi e fui buttato fuori dalla pista. Imprecai contro il destino e fu allora che udii per la prima volta la risata di colui che avrebbe cambiato la mia vita.
- Che ti ridi? – domandai in malo modo all’uomo alto e biondo che rideva.
- Sei buffo: seduto in terra, coi pantaloni bagnati e i capelli arruffati, intento ad imprecare come un camionista – rispose lui, continuando a ridere.
Mi guardai: avevo veramente i jeans bagnati per via della caduta sul ghiaccio ed i miei capelli, indomiti di natura, sembravano aver lottato col demonio. Tuttavia, non volevo darla vinta a quel tipo e gli gridai: - Bada che ti rompo il naso! -.
- Tocca il maestro e dovrai vedertela con me – disse un ragazzo moro.
- E tu sei il suo angelo custode? – chiesi, ironico.
- No, sono Massimo, e ti assicuro che ho abbastanza forza da romperti le ossa – rispose il moretto, stringendo le mani a pungo.
- Basta così, Max. Il ragazzo è triste perché non ha ottenuto l’autografo di Carolina, comprendilo – disse l’uomo che aveva riso, mettendo una mano sulla spalla destra di Massimo.
- E capirai! Io c’ho impiegato due anni per averlo, eppure avevamo già gareggiato nello stesso campionato! – ribatté Max.
- Tu conosci la Kostner? – domandai ma proprio in quel momento arrivò Nina, che iniziò a chiedere cosa mi fosse saltato in mente e l’uomo biondo si gustò la scena, mentre il moretto incrociò le braccia sul petto.
Placate le ire della mia amica, ripetei la domanda a Massimo, il quale sbuffò e disse: - Certo che la conosco, sono Massimo Scali -. Massimo Scali … il pattinatore olimpionico di Torino 2006! E se lui era davvero chi diceva di essere, allora il suo maestro era Massimiliano Scavo, l’allenatore della nazionale di pattinaggio artistico sul ghiaccio.
Non so se ero cosciente di ciò che stavo dicendo ma fu solo dopo averle pronunciate che mi resi conto delle parole che mi erano uscite di bocca: - Alleneresti anche me? -.
Nina strabuzzò gli occhi, Massimo Scali si mise a ridere ma Doc Scavo, come lo chiamano in gergo i pattinatori, mi strinse la mano e rispose di sì.
Convinta Nina a tacere sull’argomento pattinaggio con la mia famiglia, spesi tutti i miei risparmi per comprare i pattini ed iscrivermi al corso di Scavo. Le lezioni si tenevano presso l’Iceland, il palaghiaccio di Roma Spinaceto. Ogni giorno mi allenavo per tre ore sotto la guida dell’inflessibile Scavo che continuava a ripetere che ero fuori forma e mi costringeva a fare innumerevoli piegamenti ed allungamenti al fine di rendere più elastiche le gambe. Non so quante volte sono tornato a casa coi piedi gonfi.
Ma io insistevo. Avevo un obiettivo: partecipare, anche solo come figurante, ai campionati regionali di marzo, la cui madrina sarebbe stata la Kostner. Per farlo dovevo prima vincere il campionato provinciale, ma quello non rappresentava un problema. In fondo, sapevo pattinare in avanti e a marcia indietro, curvare all’esterno e all’interno, correre e fermarmi di scatto senza perdere l’equilibrio. Non era un buon inizio?
- Buon inizio una ceppa! – disse Nina quando le rivelai le mie intenzioni.
- Non m’incitare troppo, eh! – ribattei.
- Suvvia, Román, ti rendi conto dell’assurdità di ciò che dici? Per vincere alle provinciali dovrai battere numerosi atleti che si allenano da anni! – spiegò la ragazza.
- E allora? – chiesi, cominciando ad arrabbiarmi.
- E allora dovresti cominciare a vivere coi piedi per terra – rispose Nina.
- Quindi dovrei rinunciare alle mie aspirazioni e diventare un ragazzo che consegna le pizze come Juan o seguire l’esempio di papà e fare il facchino all’aeroporto, oppure .. – sbraitai, ma Nina m’interruppe e disse: - Román, non capisci niente -, quindi si alzò dal muretto del cortile della scuola su cui eravamo seduti e s’allontanò.
Sono sempre stato un ragazzo permaloso ma quella volta superai me stesso. Non potei tollerare che Nina mi voltasse le spalle. Volevo farla arrabbiare e fu per questo che urlai: - Vattene, fai le pulizie assieme a tua madre, così resti coi piedi per terra -.
Nina si fermò e si voltò verso di me. Una lacrima le solcò il viso, poi lei annuì e se ne andò.
Era trascorso un mese da quando avevo cominciato ad allenarmi ma ancora non avevo saltato. Nel pattinaggio artistico ci sono diversi tipi di salto. Sono queste le figure principali dei numeri olimpionici, ciò che consente di guadagnare più punti, ma anche l’incubo dei pattinatori. Sbagliare un salto può anche significare rompersi una gamba e non pattinare più. A lungo avevo stressato Doc perché me li insegnasse, ma lui continuava a dire di ripetere le piroette, cosa che odiavo e trovavo umiliante. Massimo eseguiva delle sitz perfette ed io riuscivo a malapena a realizzare una waget, mentre con le sitz finivo per perdere l’equilibrio e ritrovarmi col sedere sul ghiaccio. Doc impazziva: urlava e pretendeva che continuassi così finché non stramazzavo sulla pista.
- Devi tenere gli occhi fissi su un punto! – urlava l’allenatore quando mi accasciavo.
- Stendi quella gamba! – sbraitava Doc se per caso la sitz mi riusciva e puntualmente, appena ci provavo, inciampavo su me stesso.
- Non frenare! – strillava Scavo quando mi fermavo prima di piroettare.
Il mio morale era in calo. Una sera, dopo gli allenamenti, sentii bruciare la caviglia destra. Doc era nervoso e non gli dissi nulla, perciò zoppicai fuori dalla pista senza salutare nessuno.
Ma avevo fatto i conti senza l’oste.
- Ti sei fatto male? – chiese una voce alle mie spalle. Era Massimo.
- No! Sto benissimo! – risposi, sorridendo.
- Ah sì? – chiese ancora lui, sogghignando.
Annuii.
- Allora salta – propose il pattinatore.
- Come? – chiesi, confuso.
- Salta. Se stai bene, puoi farlo – spiegò l’atleta.
Sospirai e feci un salto che mi fece gemere quando il piede destro toccò il terreno.
- Sei sciocco – disse Massimo – Ancora una volta sei vittima del tuo orgoglio -.
- Che ne sai di me? Sei solo un damerino! – sbraitai.
- Dunque è questo quello che pensi? Bene, finalmente hai il coraggio di dirlo. Lascia che ti dica anch’io qualcosa su di te: ti fai scudo dell’essere un outsider, ti fingi un fanciullino incompreso e non t’impegni in ciò che fai, convinto che la tua posizione sociale ti consenta d’arrivare dove vuoi. Non è così: lo sport non ha colore, né bandiera, né frontiere. Qua non importa a nessuno da dove vieni, ma solo quanto vali. Se continui così, con questo basso profilo, non imparerai mai a saltare – disse Massimo.
- Che c’entrano i salti? – domandai, offeso.
- Non c’arrivi, eh? Il salto non è solo una questione di tecnica, ma di passione. Saltare significa volare senza ali, è esprimere l’anima e se sei sentimentalmente arido non potrai mai riuscirvi. Ecco perché Doc non te li fa fare: non vede bruciare la fiamma nel tuo cuore – rispose il pattinatore.
- Quale fiamma? – chiesi.
- L’amore, imbecille! Tu non lo conosci e se ti manca quell’elemento non volerai mai – rispose Massimo.
- Io amo tantissima gente! – ribattei.
- E chi? Mamma e papà? Quello è l’amore di natura, io parlo di ciò che ti spinge a pensare ad una persona che non abbia legami di sangue con te – spiegò Massimo.
- Amo Carolina Kostner – risposi.
- Come no? Una donna ideale, qualcuno che non conosci nemmeno, una figura in televisione! Puoi provare ammirazione per lei, Román, ma non è amore. Infatti, lei non è mai con te ma non ti senti soffocare per la sua assenza, non conti i secondi che vi dividono dal vostro prossimo incontro, non fremi d’impazienza se non ricevi le sue telefonate. Sei un bambino, Román, e non volerai mai – detto questo, Massimo rientrò nella pista.
Riflettei sulle sue parole durante il tragitto verso casa. Era sbagliato amare chi non si conosceva? L’amore non era una cosa che si provava a prima vista? Davvero mi facevo scudo della mia diversità? Ero così immerso nei miei pensieri che non mi accorsi che mia madre stava piangendo quando rientrai a casa.
- Che c’è per cena? – le domandai, entrando in cucina.
- Oh, Román, mi dispiace così tanto – rispose mamma, abbracciandomi.
- E’successo qualcosa a papà? – chiesi, tremando.
Mamma scosse il capo.
- A Juan? – chiesi ancora.
Mamma si staccò da me e rispose: - La tua amica, Román. Se ne è andata, è tornata in Colombia -.
Fu come se fossi diventato di vetro e qualcuno mi avesse tirato una pallonata. Potei solo chiederle il perché.
- Il permesso di soggiorno era scaduto da tre mesi. Lei e sua madre hanno provato a restare in Italia ma oggi è arrivata la finanza a casa loro e le ha rimpatriate - disse mamma.
Piansi senza accorgermene. Versai lacrime di rabbia e di dolore, ma anche di colpevolezza. Avevo maltrattato Nina, non l’avevo ascoltata, l’avevo pressata dei miei problemi senza curami dei suoi. Lei, così dolce, così timida, aveva consentito che un mio sogno divenisse realtà ed io che le avevo dato in cambio? Niente.
Il giorno dopo la classe mi sembrava vuota. Continuavo a guardare la sedia accanto a me e la porta d’ingresso, sperando che lei arrivasse e si sedesse al mio fianco. A ricreazione mi mancavano le sue risate, la luce che le si rifletteva negli occhi quando era felice, il calore che emanava e che non avevo mai compreso. Sul cellulare avevo ancora il suo numero: l’avevo composto mille volte ma non ero mai riuscito a parlarle. Era troppo lontana. Se fosse stata lì … avrei smesso di ascoltare i Placebo, l’avrei portata spesso al cinema, avrei persino scordato la Kostner. Fu allora che compresi le parole di Massimo. L’amavo. Avevo amato da sempre la mia compagna di classe ma me ne ero accorto solo dopo averla persa.
Quel giorno, quando arrivai agli allenamenti, mi posizionai sulla diagonale della pista e trassi un profondo respiro. Fu tutto molto veloce. Iniziai la corsa, pensando di dover raggiungere Nina ovunque lei fosse, avvertii la presenza del filo sinistro del mio pattino come se fosse stata la sua mano che mi sfiorava e lo spinsi verso l’esterno. Fu così che, per la prima volta, davanti agli altri pattinatori, davanti all’allenatore che mi fissava a bocca aperta e davanti a Massimo, che si era fermato a metà d’una piroetta per guardarmi, eseguii un lutz.
Partirono gli applausi. Ogni volta che qualcuno imparava a saltare lo si applaudiva, era una sorta di rituale d’iniziazione. Doc era felicissimo, mi guardava con occhi colmi d’orgoglio, i pattinatori sorridevano e Massimo mi strizzò un occhio, mimando la parola “Bravo”.
Col lutz arrivarono anche gli altri salti, prima semplici, poi combinati, infine rotanti. Avevo sempre molte difficoltà coi rotanti e l’axel mi faceva tremare. A confortarmi c’era Nina: l’avevo rintracciata su Facebook e le scrivevo ogni giorno. La lasciavo sfogare su quanto le mancasse l’Italia e speravo con lei che potesse tornare presto a Roma, cioè da me. Non le scrissi dei miei sentimenti perché ero certo che l’avrei rivista e glieli volevo dichiarare a voce, osservando sul suo viso il susseguirsi delle emozioni che una tale rivelazione avrebbe causato.
Parlai a mamma del pattinaggio e fu così che scoprii che lei e papà già lo sapevano e lo gradivano: avere un figlio realizzato era ciò che speravano dalla vita e non m’avrebbero ostacolato. Fu mia madre a cucirmi il costume per le gare: una tuta nera con varie frange in stile cowboy.
Nina mi scrisse d’aver apprezzato il cd di Sarah Connor. Fu così, ascoltando via web le canzoni della ragazza che amavo, che ne trovai una adatta al mio numero.
Il giorno della gara ero tesissimo. Gli atleti erano tutti belli, avvolti in abiti scintillanti e con un po’ di trucco sul viso per non essere troppo pallidi sotto la luce dei riflettori, mentre io sembravo il figlio scemo di Pierrot.
- Nervoso? – chiese Massimo, accostandosi a me.
- Tu no? – gli domandai.
- Metti questa sotto gli occhi – disse, passandomi una matita nera – ed avrai due effetti. Il primo è fare una bella figura ed il secondo è che il trucco ti cambia, ti rende un altro e puoi immaginare d’avere qualunque personalità, compresa una alla Fonzie -.
- Fonzie? – domandai, non sapendo chi fosse quella persona.
- Fonzie, quello di Happy Days – rispose Massimo.
- Ah, sì. Me lo ricordo – mentii. Non avevo idea di chi fosse quel tizio, ma non volevo rinimicarmi Massimo.
-Stai tranquillo. I vincitori saranno dieci. Anche tu avrai una possibilità – disse l’atleta, lasciandomi per andare a fare il riscaldamento.
Il tempo passò e tra poco sarebbe stato il mio turno. Misi la matita sotto gli occhi e respirai a fondo per distendere la mente. Ricevetti un sms. Era Nina. “ Stendili tutti, campione!” aveva scritto. Fu quella la mia marcia in più e quando fui chiamato entrai in pista a testa alta.
Il tecnico del suono fece partire la canzone: “From Sarah with Love” di Sarah Connor.La musica inizia col rumore della pioggia, ed io mi chiudo come un riccio ma appena la voce della Connor inizia a cantare mi alzo e apro le braccia con un movimento ampio, tenendo i piedi incrociati. Al secondo verso mi giro, sciolgo le gambe e comincio a pattinare in avanti, disegnando qualche cerchio nel percorrere il perimetro della pista alternando le marce tra l’avanti e l’indietro.
Quando Sarah canta The night you said That love had come to you mi fermo e, col volto serio, stendo di lato prima un braccio e poi l’altro, dopodiché li porto entrambi sul viso e mi piego verso il basso, quindi mi alzo di scatto e ricomincio a percorrere la pista a marcia indietro, eseguendo due waget.
Sarah inizia il preritornello ed io parto con la sitz, stendendo perfettamente la gamba sinistra in avanti. Mi rialzo aprendo le braccia verso l’alto nel volo dell’angelo, quindi eseguo ben tre toe-loop composti, staccando i piedi dal ghiaccio nell’eseguirli.
La frase From Sarah with love mi vede muovere le spalle e le braccia con movimento ondulatorio, quindi mi lascio andare all’indietro e comincio a pattinare dolcemente a braccia e gambe larghe, curvando verso l’esterno come una foglia che cade. Pattino all’indietro eseguendo due piegamenti a gambe larghe simili alle spaccate e rialzandomi come fossi un burattino.
Vado in avanti e al secondo From Sarah with love faccio una waget incrociando le braccia sul petto. She took your picture to the stars above mi vede alzare le mani al cielo, quasi un tentativo di toccarlo.
Mi fermo di scatto, vado in ginocchio sul ghiaccio e piego a novanta gradi prima la gamba destra poi la sinistra, quindi balzo in piedi e pattino in avanti con un toe-loop e due waget.
Mi fermo davanti ai giurati, fingo di prenderli per mano e faccio una sitz senza estensione esterna.
Sarah dice You’re strong enough to understand ed io prendo la rincorsa per effettuare il lutz, completamente riuscito al momento del ritornello. Pattino a marcia indietro con la gamba destra alzata, eseguo due piroette senza staccare i pattini dal ghiaccio, due toe-loop a stacco netto e giro comodamente nel centro pista.
La canzone ha un colpo secco di batteria ed io volo per la prima volta, eseguendo un triplo axel che fa partire gli applausi. Ad esso seguono due piegamenti, tre toe-loop ed un altro axel singolo. All’acuto della Connor eseguo un avvitamento a sitz dal quale mi rialzo dopo ben otto giri con la gamba sinistra perfettamente puntata all’indietro.
Gli applausi scrosciano, qualcuno grida “Bravo!” ed io termino il numero eseguendo qualche cerchio sulla pista ed infine estraendo una rosa dal taschino dell’abito e alzandola in alto.
Non so come, ma arrivai ottavo. Il presentatore, al momento della consegna del premio, mi disse: - Román, tu che sei la rivelazione di quest’anno, hai forse qualcosa da dire a tutti gli ascoltatori che ci stanno guardando in tv o on-line su streaming? - .
Fu la parola streaming, nome di una delle più celebri tv via Internet, a darmi il coraggio necessario per dichiarare: - Nina,questa vittoria è dedicata a te da Román, con tutto il mio amore. Non sarà oggi e non sarà domani, ma prima o poi troverò il modo per pattinare fino a te -.

© Alessia Ranieri



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