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Il padrino
di Donatella Magnani
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

PROLOGO 
Malta 2005

Scendeva in spiaggia nel momento più bello, quando il sole smorzava i suoi dardi aranciati nell’acqua limpida, di un azzurro vivissimo. Si sedeva in riva al mare a guardare i pescherecci che uscivano dal porto, con le nasse vuote, arrotolate sull’argano di poppa, pronte a raccogliere i frutti di una notte di sacrifici. Da qualche parte, oltre la densa cortina di foschia che faceva da sipario all’orizzonte, galleggiavano le mie origini. Terra aspra dalle mille contraddizioni, la Sicilia mi chiamava a sé, come una sirena dalla voce suadente, intonava per me melodie irresistibili.

Mi avvicinai, sedendomi dietro di lei per farle rilassare la schiena. "Domenico...", sussurrando il mio nome a mo’ di saluto, si appoggiò con un sospiro di piacere, posando la testa ricciuta sul mio petto. Con un braccio li cinsi entrambi. Ormai faticavo ad abbracciarli: mancava veramente poco. Caterina mi prese la mano e guidandomi, l’adagiò sul ventre gonfio di vita. Lo sentii spostarsi, un movimento scivolato, come quando nel sonno ci si rigira sul letto per cambiare posizione: nostro figlio ci offriva il fianco. 


Guzzano
Sicilia 1975

Ancora quattro bottiglie, e la sacca sarebbe stata piena. Una giornata fruttuosa. Avevamo raggranellato anche un paio di preziose fiasche in buone condizioni, giusto una leggera sbeccatura sul manico di quella più piccola. Ad ogni modo, entrambe riutilizzabili: facevano numero e aumentavano il bottino. Stavolta il signor Bodoni del VINO e OLIO all’angolo della strada, avrebbe messo mano al portafoglio, non come per l’ultima raccolta. Il mese trascorso, aveva avuto a che dire sulle bottigliette dei succhi di frutta. Sosteneva fossero irrimediabilmente chiazzate, non poteva rimetterle in vendita. Non erano buone nemmeno per l’olio, aveva detto in un soffio asciugandosi le mani grassocce sul grembiule costellato di macchie d’unto. Caspita, quindici e tutte corredate di tappo. Quel pomeriggio Mino si era sgarrato un braccio per acchiappare l’ultima. Lui era quello più mingherlino. Lo calavamo nei bidoni tenendolo per le caviglie. Riemergeva con lo sguardo trionfante, la bottiglia stretta nella mano offesa e la bocca larga atteggiata ad un pacifico sorriso sdentato. Io, Antonio e Mino eravamo inseparabili. Mino diceva che gli ricordavamo le uniche tre dita della sua mano sinistra: medio, anulare e mignolo, in ordine d’altezza. Una vera squadra. Amici per la pelle.

L’avevamo fatto notare al signor Bodoni: “Sangue e sudore!”, solo di questo erano macchiate le bottiglie. Ma non c’era stato nulla da fare. Aveva liquidato la faccenda alzando gli occhi al cielo, mentre mesceva il vino per la signora Teresina.
Le quattro bottiglie mancanti, ci avrebbero fatto raggiungere l’obiettivo: i soldi del vinaio, servivano infatti per comprare i biglietti del cinema, una delle passioni che ci univa il sabato pomeriggio di ogni mese. Almeno, così facevo credere a mio padre. In realtà mettevo da parte i soldi guadagnati per comprare il pallone di cuoio della Juventus che avevo visto un giorno a Palermo, nella vetrina di Sportissimo, il negozio più in voga della città. Al cinema, io, Antonio e Mino, entravamo gratis.

L’unica piccola sala cinematografica di Guzzano, il nostro paese, era situata proprio di fronte alla bottega di mio padre, Domenico Rizzuto, discendente da una famiglia di barbieri da cinque generazioni.

Quella bottega era la mia eredità, mi diceva spesso, sottolineando ogni parola per caricarla del giusto significato. Ogni occasione era buona per ricordarmi che avrei dovuto studiare. Sarebbe finita con lui la dinastia dei barbieri Rizzuto. Io dovevo aspirare ad altro. Terminata la quinta elementare, sarei partito alla volta di Malta, presso alcuni parenti di mio padre e avrei intrapreso la carriera scolastica in un istituto serio, non come quelli che c’erano da noi. L’imminente, spensierata estate, sarebbe stata l’ultima passata insieme ai miei amici.

La sala cinematografica era di proprietà di Vincenzo Cantarella, o Don Cantarella come lo chiamavano tutti in paese. Era una delle sue numerose attività, o “bisinnes” come avrebbe detto il mio mito John Wayne, se solo avesse avuto una goccia di sangue siculo nelle vene.
Quel sabato proiettavano uno dei suoi film più famosi, “Ombre rosse”. Anche se era la sesta volta che lo vedevo, non avevo nessuna intenzione di perdermelo.
Don Cantarella si serviva settimanalmente dell’abilità di mio padre. Veniva per regolare i baffi ingialliti che spiovendo rigogliosi, gli nascondevano ad arte il labbro superiore. Si vociferava fosse rimasto sfigurato in gioventù, durante la seconda guerra, mentre difendeva la patria. Una ferita nobile quindi. Ma una volta, tornato a casa da lavoro, mio padre s’era lasciato sfuggire un pensiero ad alta voce, che forse non avrei dovuto ascoltare. Aveva detto che di nobile, Vincenzo Cantarella, non aveva niente, neppure l’animo.
Finito il servizio, Don Cantarella si guardava allo specchio, si alzava dalla poltrona di pelle imbottita e con misurata indolenza, rinsaldava il panama beige sulla testa canuta.
Infilava lentamente le mani nella tasca dei pantaloni e ne tirava fuori un fermaglio d’oro pieno di banconote da cinquantamila lire. Preparava i soldi per la tariffa, come sempre, aspettando che mio padre gli dicesse “Niente, la prossima volta Don Vincenzo, felice d’averla accontentata”.
Anche se era il proprietario, come tanti altri commercianti di Guzzano, mio padre pagava lo stesso il fitto della bottega a Don Vincenzo, nonostante gli accorciasse gratuitamente i baffi ogni sette giorni.

Per me era la normalità. Ero cresciuto in quell’ambiente, ma mio padre mi teneva al di fuori delle sue faccende private. A dirla tutta, cercava di tenermi lontano il più possibile anche da Don Vincenzo. Sospettavo fortemente che dopo lo studio, anche questo fosse uno dei motivi della mia partenza. 
Era stato mio padre a darci l’idea della vendita del vetro. Un pomeriggio, infatti, mi aveva sorpreso ad entrare gratis al cinema. Diceva che “tutte le cose si conquistano con il duro lavoro”. Nessuno ti regalava niente per niente. Qualcuno, prima o poi, veniva sempre a regolare i conti. Non voleva che accettassi i biglietti che mi offriva Don Cantarella. Un paio di volte l’avevo incontrato fuori dal cinema, mentre facevo la fila. Con un gesto impercettibile degli occhi, aveva fatto segno alla maschera di farmi passare, includendo anche Antonio e Mino. Quel mese avevamo visto “Sentieri selvaggi” per ben due volte di seguito, grazie alla sua benevolenza. Era anche per questi gesti che Don Vincenzo godeva del rispetto di tutto il paese. Che fosse un grand’uomo, non v’erano dubbi e il fatto che nessuno osasse metterlo in discussione, confermava ancora di più la sua autorevolezza.
La domenica, Don Fulgenzio, il parroco della chiesa, segnandosi velocemente la fronte con un dito, dal pulpito sosteneva che in ordine d’importanza, Don Vincenzo occupava senz’altro il primo posto. Indiscutibilmente. Dopo di lui, veniva solo Santa Rosalia, la patrona di Guzzano. Tale predica, sortiva sempre lo stesso effetto. Nelle settimane a seguire, entrando in chiesa trovavi sempre qualcosa di nuovo: il crocefisso, le panche, e pure l’acquasantiera, quella di marmo bianco che ora abbelliva la campata principale. Don Vincenzo era un’istituzione.

In paese c’era aria di fermento. A maggio si sarebbero svolte le elezioni comunali. Tutti i vicoli erano tappezzati di manifesti variopinti, con i nomi più o meno conosciuti dei vari candidati.
Uomo di valore e di sani principi, nonché padre affettuoso con sette figli a carico, Calogero Quagliarella incarnava il prototipo dell’efficiente consigliere comunale, oltre ad essere caldamente appoggiato da Don Vincenzo. A sentir lui, avevamo di fronte un vero purosangue.
Mio padre teneva ancora i volantini affissi alla porta di bottega che recitavano a chiari caratteri: VOTA QUAGLIARELLA. Don Vincenzo gliel’aveva portati durante la sua ultima visita, suggerendogli di esporli in bella vista. 
Come se ce ne fosse stato bisogno. Tutti lo sapevano. Chiunque finisse sotto l’ala protettrice di Don Cantarella, riusciva sempre a spuntarla. Era andata così anche per il precedente candidato, Gaetano Crocetta, eletto malgrado le sfavorevoli previsioni iniziali. Nella sua scuderia, Don Vincenzo teneva solo cavalli di razza.

Prima di tornare a casa, ad Antonio venne in mente che forse, per finire la giornata nel migliore dei modi, avremmo potuto fare una capatina alla fattoria di Gaspare Tagliafico, appena un paio di chilometri fuori di Guzzano. Allevava polli, conigli e vacche, una decina di grosse frisone, col mantello pezzato nero e l’altezza al garrese due volte quella di Mino. 
Gaspare utilizzava contenitori di vetro per la raccolta del latte. Con un po’ di fortuna, avremmo potuto sgraffignargliene qualcuno, giusto quattro per arrivare a riempire la sacca e poi via, a battere cassa da Bodoni.

Spintonandoci a vicenda, ci addentrammo spensierati nel sentiero che conduceva alla campagna. Un’immensa distesa di colline, perle splendenti verde e oro, circondava Guzzano come una preziosa catena adagiata sul collo di un’imponente matrona.
Arrivati quasi all’altezza degli agrumeti, ci arrestammo di colpo, abbassandoci per non farci scorgere. Tra noi e la macchina parcheggiata sullo spiazzo, un dorato campo di grano fungeva da spartiacque.

La macchina rossa era nota in paese. Apparteneva a Francesco Badalamenti, detto Cicco. Era l’autista di Don Vincenzo, una specie di tuttofare, visto che oltre a scarrozzarlo in giro per il paese, si occupava anche di altri affari non meglio specificati. Non avevo simpatia per quell’uomo: al contrario di Don Cantarella, m’incuteva un timore reverenziale. Ti guardava fisso, senza tradire nessuna emozione. Quegli occhi porcini, di un celeste opaco, quasi lattescente, sembrava gettassero uno sguardo cieco sul mondo. Invece, dovevano pungere come spilli. Si aveva l’impressione che volessero trapassarti solo per bucarti l’anima.

Restando a distanza, ci tuffammo tra le spighe per godere di una visuale migliore. Non potevano vederci.
Toccandomi le labbra con l’indice, imposi il silenzio ai miei compagni. Antonio e Mino si acquattarono eccitati ai miei fianchi, con lo sguardo lucido, pregustando la soddisfazione di raccontare la vicenda agli altri ragazzi dell’oratorio. Questa storia sarebbe andata avanti per un bel pezzo.

Era noto infatti che Cicco Badalamenti se la intendesse con Assunta, la figlia mezzana del vinaio. S’incontravano in mezzo ai campi, quando la ragazza consegnava la merce a domicilio nelle abitazioni limitrofe per conto del padre.
Tutto ci aspettavamo, tranne quello che si compì davanti ai nostri occhi increduli.

Le portiere anteriori si aprirono. Dalla macchina scesero Cicco e uno straniero, un tizio grande e grosso vestito di nero che non avevo mai visto prima d’allora. Girando intorno all’auto, fece scattare la maniglia dello sportello posteriore con un movimento fluido. Allungò il braccio all’interno dell’abitacolo e strattonò qualcosa tirandolo con forza a sé. Da quella distanza poteva essere scambiato per un sacco, di quelli che si usavano d’inverno per conservare le patate. Non fosse stato per il lamento sfuggito a quell’ammasso di stoffa, nessuno avrebbe potuto dubitarne.

Ai piedi del tizio vestito di nero, giaceva il corpo di un uomo. Legato stretto, con le mani dietro alla schiena ed un pesante cappuccio che gli rivestiva la testa, lanciava agghiaccianti gemiti d’angoscia, che rimbombavano nelle mie orecchie, ininterrottamente, come una spaventosa litania.
Nascosti nel campo di grano, trattenemmo il respiro, incapaci di muoverci, come fossimo frenati da una forza misteriosa e invisibile che ci impediva di formulare un pensiero, ipnotizzandoci malefica al suo volere.

Una mano esperta, con fare rozzo, tolse il cappuccio all’uomo. Cicco gli si parò di fronte. Afferrandolo per i capelli, gli fece balzare la testa all’indietro, torcendogli il collo in una prospettiva innaturale per costringerlo ad alzare lo sguardo.
Lo identificammo nello stesso istante in cui volse il viso tumefatto nella nostra direzione. Era Alfredo D’Ambrosio, uno che veniva da fuori, un “forestiero” che collaborava con La Gazzetta di Guzzano. Mesi prima, aveva scritto un pezzo in vista delle elezioni comunali, citando Don Cantarella nell’articolo. Nel trafiletto di chiusura, D’Ambrosio s’era domandato come facesse ad azzeccare ogni volta i candidati vincenti. Pertanto, lo invitava gentilmente a rivelare il suo segreto. Nel caso fosse solo il frutto di una sfacciata fortuna o di una brillante intuizione, gli consigliava d’impiegare i suoi poteri verso attività ludiche più redditizie, come ad esempio il totocalcio. 
Per rispetto a Don Cantarella, in paese nessuno aveva commentato l’articolo. La notizia era passata sotto il silenzio generale: in fondo, chi era questo D’Ambrosio? Come si permetteva a mettere in burla un uomo d’onore, un compaesano stimato come Don Vincenzo? Solo chiacchiere, un pettegolo, ecco cos’era.

Cicco gli sputò in faccia, annaffiandogli il viso col suo vischioso disprezzo. Quello era l’unico sentimento che affiorava dagli occhi pallidi, inespressivi. Glielo si leggeva chiaramente. Lo straniero iniziò a tempestare di botte D’Ambrosio: nelle reni, sul costato, in pancia. Ogni colpo era seguito da uno schiocco sordo, che faceva da controcanto alle grida sempre più acute del poveraccio. L’ultimo violento calcio, inferto con la punta dello stivale, gli fece saltare via gli incisivi superiori in uno sbocco di sangue vermiglio, lordandogli la camicia intrisa di sudore.

Dopo, accadde tutto in fretta. L’uomo prese una mazza di legno adagiata all’albero poco distante. Cicco Badalamenti si girò circospetto per guardarsi alle spalle, come se aspettasse di vedere arrivare qualcuno. Fissò quel che rimaneva del viso maciullato di D’Ambrosio, affondando i suoi occhi sbiaditi fino a penetrargli l’anima. Appallottolò un foglio di giornale e glielo spinse brutalmente in gola: “Con tanti saluti da Don Cantarella…”

L’uomo vestito di nero calò la mazza sulla testa del giornalista. Ancora, e ancora, e ancora. Il corpo martoriato si afflosciò, esalando uno sbuffo, come un pallone bucato da uno spillo. Senza vita. Senza più ragione d’esistere. Andò incontro all’oblio con gli ultimi spasmi delle gambe, che per un breve momento scalciarono nel vuoto.

Malta 2005

Quell’episodio segnò per sempre la fine della mia infanzia. Il campo di grano ci aveva salvato la vita. Rimanemmo rintanati aspettando che calasse il buio: pancia a terra, appiattiti, tremando come animali braccati.

Solo molte ore dopo che gli assassini ebbero ripulito il luogo dell’esecuzione facemmo ritorno a casa.

La scuola finì, sancendo l’inizio dell’estate e della mia nuova vita. Partii per Malta a fine giugno, subito dopo le elezioni. Anche questa volta il pupillo di Don Vincenzo fu eletto: Calogero Quagliarella occupò la poltrona di consigliere comunale per lunghi anni. 

Su La Gazzetta di Guzzano, qualcuno scrisse della sparizione di Alfredo D’Ambrosio. La polizia indagò a lungo, senza venirne a capo. Nessuno l’aveva visto, era come fosse sparito nel nulla, senza lasciare traccia di sé. Il corpo non fu mai ritrovato. 

Mio padre mise in vendita la bottega. L’acquistò un tizio di Palermo che aveva fiutato l’affare. Naturalmente col benestare di Don Cantarella. 

Lui e mamma mi raggiunsero a Malta dopo pochi mesi. La dinastia dei barbieri Rizzuto si spense effettivamente con lui, proprio come m’aveva detto. Non tornammo mai più in Sicilia.
Nessuno di noi, Mino, Antonio e men che meno io, raccontò mai l’atroce accaduto. Eravamo dei bambini, annichiliti e spaventati. Avrei portato a vita questo fardello sulle spalle, finché qualcuno, o il destino, non sarebbe venuto a reclamare la sua parte.

Avevamo vissuto senza aver mai veramente visto. Mi sbagliavo: non erano gli occhi di Cicco Badalamenti ad essere stati ciechi.

Miseramente schiacciati dal silenzio, gli abitanti di Guzzano sapevano. Solo ora mi accorgevo che quel senso di mutismo, di atavica segretezza, aveva da sempre impregnato l’aria della mia terra, degradandola e insozzandola come un veleno. Da quella sera, e negli anni a venire, quel silenzio assunse per me un sapore ed un significato diverso: omertà.

N.B. i nomi, i fatti ed i luoghi trattati nel racconto, sono di pura invenzione, non hanno nessuna attinenza con episodi realmente accaduti.

[…] Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un sistema che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel “vuoto” dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole e manca) ma “dentro” lo Stato. La mafia, insomma, altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. […]

Tratto da “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

© Donatella Magnani



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