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Oggi morirò
di Franco Vitale
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

Antonio Velati, mi presento!

Oggi compio sessantacinque anni e vivo da qualche anno in compagnia di questa triste e mortale malattia; tutto mi fa capire che oggi sarà il mio ultimo giorno di vita.

Uno strano destino mi ha fatto incontrare il male che oggi mi ucciderà. Da pochi mesi in pensione iniziai a sentire i primi sintomi, la solita trafila tra medici ed ospedali, infine il verdetto; pochi mesi di vita!

Ho lavorato per trentacinque anni, senza un giorno di assenza, presso un commerciante di stoffe. Una vita da commesso, ordinata e precisa.

Il lavoro mi ha consentito di prendere moglie, Marisa, donna che con il passare degli anni si è rivelata terribile. Ho messo al mondo due figlie, Anna e Lucia, brave ragazze, oppresse dalla madre.
La mia famiglia ha sempre vissuto presso un piccolo appartamento al terzo piano di via Mazzini. La casa era appartenuta a mia madre; fu comprata da mio nonno, egli mise a reddito una liquidazione assicurativa ottenuta dopo essere stato investito da un filobus; attraversa la strada ed io, bambino, ero tra le sue braccia. L’urto fu terribile, rimase invalido, mi protesse nella caduta lasciandosi arrotare, certamente gli devo questa mia vita, anche se oggi finirà. 
L’appartamento non ha portineria, neanche ascensore, le scale sono ripide e molto buie. Al secondo piano vive la famiglia Pappalardo, gentaglia di campagna, presuntuosi e sporchi. Posso dire senza smentita che hanno rovinato con la loro presenza, gli ultimi anni della mia vita.

Il mio ex principale, il Cavalier Spampinato, mi ha sempre voluto un gran bene. Mi assunse, su raccomandazione di mio zio, maresciallo del Corpo della Finanza, senza “batter ciglio” mi consegnò il grembiule mi diede una scopa ed iniziai a lavorare. Poi con gli anni imparai il mestiere, conobbi la merce ma principalmente imparai a trattare con la gente, e che gente! Era il miglior negozio della città, donne, tante donne, sempre donne, quasi tutte bellissime, sempre gentili e garbate. Mi chiedevano consigli, trattavano sul prezzo; le lasciavo sempre contente. Sapevo parlare con le donne; da ragazzo, avevo gran talento. Il Cavaliere, mi aveva riservato almeno dieci clienti importanti, le quali erano servite solo da me. Ci sapevo fare, vendevo bene, consigliavo con cura la scelta migliore. La mia recondita speranza era quella (tante volte realizzata) di incontrare fuori dal lavoro qualche bella signora frequentatrice del negozio; allora mi mettevo ben in risalto, attendevo che mi riconoscesse, se notavo indossasse stoffe del negozio mi lanciavo in complimenti sperticati, sorridevo ed ammiravo il vestito, mi complimentavo con lei per la scelta e, con me per averla così bene consigliata. Poi valutavo con calma in base alla situazione, se valesse la pena insistere, tante volte ho desistito, ma tante altre volte, lo possono confermare amici e conoscenti di quegli anni, ho avuto buoni successi e facili conquiste femminili. Nel mio carniere ebbe modo di cadere anche la ragazza che più desideravo la mia attuale moglie.

Come si organizza l’ultimo giorno della propria vita? Una esperienza nuova ovviamente, mai vissuta; non ho voglia di condividerla con alcuno. 
Cosa farò: mi lascerò morire sul letto, sono le 10, le donne di casa sono tutte fuori, indaffarate a preparare i festeggiamenti per il mio compleanno. Sento che morirò verso le 20, quella e l’ora delle febbri, mi assalgono lentamente in progressione, le forze iniziano a lascarmi fino a quando resto stremato, allora iniziano terribili brividi di freddo, mi stroncano e, proprio allora intorno alle 20 oggi io morirò.

L’attesa mi resta indigesta, non è onesta un’agonia come questa, ho diritto pure io, anche se morente, alla mia dignità, ho deciso, raccolgo le mie forze ed esco all’aperto, la giornata è bella, il sole caldo, passerò a trovare i vecchi amici, andrò al mercato giù alla pescheria.

Per strada è un brulicare di gente, i più donne e bambini, vanno e tornano dal vicino mercato. Li osservo con attenzione, per l’ultima volta, amo questo vociare questa confusione di gente assolata. Le buste pesanti piene di cibo trascinate da donne incinte con accanto bambini minuscoli, abbronzati dal nostro sole estivo che non dà scampo.
La merce posta al sole sopra legni antichi, risplende di mille colori, si sentono gli odori, si coglie l’umore: natura, essere umani, e come se fossero fusi sotto questo sole infernale.
Procedo stanco, lentamente, il “panama” vecchio e sporco non mi è di nessuna utilità, il caldo mi attanaglia, mi devo fermare ho sete, ecco il “chiosco”. Il Signor Costa, antico gestore, mi riconosce immediatamente, era quello nei mesi estivi uno dei miei ricoveri preferiti. L’arsura si calmava con antiche bevande a base di: acqua di seltz, limone, sale ed anice: un mix ideale per spegnere la sete e rifocillare il corpo.
mi dice il signor Costa.
Abbasso la testa in segno di assenso, non posso parlare, il gestore si accorge del mio stato, viene all’esterno portando una sedia.
< Si accomodi, si riposi, c’è un caldo terribile, qui all’ombra si sta magnificamente, beva piano il seltz è freddo> e rientra dentro il suo chiosco, già decine di avventori reclamano la necessaria dose di acqua e accessori a sollievo della infernale calura. 
Ci vogliono pochi secondi per recuperare forze ed energia, una leggera brezza inizia a soffiare dal mare, sposta quel calore invadente con energia, ridando alle membra forza e vigore. 
Rivivevo le stesse sensazioni che da ragazzo in quelle giornate, godevo andando alla Plaja, il caldo non era un supplizio anzi una gioia; quando iniziava a soffiare la stessa brezza, allora, andavamo verso il mare, mi sdraiavo sulla battigia in attesa della carezza improvvisa di un’onda, restavo così ore intere, mi cullava: il mare, l’aria, il sole.

Tra queste riflessioni non mi accorgo che sono già le 13, le mie donne saranno in ansia.
Mia moglie le mie figlie sono la mia famiglia, è vero mi comandano a bacchetta ma cosa farebbero senza di me, anzi cosa faranno da questa sera senza di me. Una riflessione nuova. Cosa sarà la loro vita senza di me? Migliore? Peggiore? Rifletto un attimo poi decido, e decido per sempre, anzi per le poche ore che mi restano da vivere, non me ne frega niente!
Seduto accanto al chiosco del signor Costa, mi gusto la tiepida brezza estiva che ormai dopo le 15 ha preso il sopravvento, ora soffia tesa, dritta dal mare reca con sé anche un gusto di salsedine che si appiccica alla pelle. Lo sbattere dell’aria sul viso è sedante, concilia i sensi e lo spirito, così in estasi, mi sento tirare per la giacca e quasi cado dalla sedia. Sono Anna e Lucia, le mie due figlie, sono fortemente alterate, i visi stravolti dal sudore e dall’ansia-
< E’ qui che te la fai, noi a casa a pensare a te, è da più di tre ore che ti cerchiamo, la mamma è stravolta, ha un attacco d’ansia, la tachicardia e piange, dice che sei un ingrato, che non meriti tre donne fedeli come noi>
Mi prende per la giacca afferrando il braccio nel tentativo di sollevarmi dalla sedia, ma non cedo, anzi, avendo recuperato le forze, decido, forse per la prima volta in vita mia, di alzare la voce. Urlo
< E che sono “Peppineddu” chi mi piglia, chi mi lascia, a casa c’era troppo caldo qui è tranquillo è qui resto fino alle 20, poi si vede> 
Anna e Lucia si avvicinano una a destra, una sinistra, hanno rinunciato allo sguardo spavaldo ora sono amorevoli, è Lucia che parla. 
< Papà sei stanco vieni con noi, ritorniamo piano piano a casa, potrai metterti a letto e riposare, questa sera dopo le 20 ti riportiamo noi a fare una passeggiata>
Quella frase mi è entra nell’anima, come un chiodo conficcato nella carne,
“ma che 20 e 20, a quell’ora sarò morto” ma loro non lo sanno, non lo devono sapere.
Mi alzo e consento loro di accompagnarmi, il siparietto è completo, due belle ragazze una con i capelli neri come la pece, lisci e lunghi sulle spalle, l’altra li ha color ruggine crespi e selvaggi. Nel mezzo, questo povero vecchio malato e ormai morente.

Proprio davanti alla porta della famiglia Pappalardo, al secondo piano, lungo le scale che portano al mio appartamento, appare quella figura inutile del capo della omonima stirpe. Lo odiavo per il suo modo di essere, venuto dalla campagna, operaio del mercato del pesce, riteneva in virtù della sua forza fisica, di appartenere ad una razza superiore. Ci incontravamo sulle scale, erano parole inutili le sue, avvolte volgari, non raccoglievo abbassavo la testa ed andavo, era sua moglie, quando presente, che lo tirava verso casa, implorando di lascarmi perdere.
Era fermo dietro l’anta della porta, si vedeva, passando dal pianerottolo mezza faccia, ma si udiva chiara la sua voce:
< Velati “comu ta ridducisti, vecchiu, mancu camini, pari mottu”> (come ti sei ridotto, vecchio! Neanche cammini, sembri morto) continuò ridendo.
Mi sorprendo, certe volte, come un tipo pacifico e morigerato come me possa improvvisamente e senza preavviso esplodere come otre stracolmo, questo mi accade; sento la rabbia montare, non trattengo più le mani, le stesse sono libere, le mie figlie mi sorreggono da sotto le ascelle. Ecco che ora, le mie mani, volano libere alla ricerca di un bersaglio, essendo il ceffo nel mezzo della porta, spingo con tutta la mia forza l’anta mezza aperta sul viso del cafone. La botta giunta inaspettata arreca più danno di quanto avessi potuto prevedere, il naso centrato in pieno dallo spigolo della porta è rotto, il sangue esce a fiotti, in più sulla stessa porta, poco più sopra è montata una serratura di sicurezza dalla quale sporge un battente; questo si è andato ad infrangere sulla fronte dello sventurato Pappalardo, che ora perde sangue sia del naso che dalla fronte ormai rotta.
La fortuna mi arride, nel senso, che moglie, i due figli maschi e la suocera si avventano sul loro congiunto, evitandogli di uscire e cogliere una rivincita che mi vedrebbe certamente soccombente.

Sono rientrato a casa pervaso da una soddisfazione immanente, sono calmo sereno l’adrenalina della lotta smaltita immediatamente, per pochi secondi qualche “botta” di tachicardia e poi nulla, sereno come un angelo
Le mie figlie appena dentro casa, rivolte alla mamma.
< Mamma,” papà ammazzau a coppa du strunzu di Pappaladdu” (ha ammazzato a botte quello stronzo di Pappalardo) lo ha annichilito gli ha spaccato il naso e, rotto la testa, se i suoi parenti non lo avessero tirato a forza dentro casa ne avrebbe avute ancora di botte, che uomo è papà!” Conclusero
La moglie è basita, quella figura mite ed arrendevole che da sempre conosceva improvvisamente si è trasformata, le figlie la avevano anche informata di come le aveva messe “sull’attenti” al chiosco, non consentendo davanti ad estranei che al padre si facesse alcuna osservazione.
I due fatti erano incredibili, ma non solo. Le tre donne osservavano l’uomo, ben sapevano del suo stato e della sua sofferenza. Ciò non ostante era davanti al frigorifero intento a bere un bicchiere d’acqua, in una mano il bicchiere nell’altra il sudicio panama, la giacca di lino bianca completamente ciancicata, i capelli bianchissimi, fini ed ancora folti, spettinati scendevano sulla fronte, così come li portava da ragazzo. La signora Marisa riconobbe il suo “Ntoni” come non lo vedeva da anni, teso come un giunco, fiero e spavaldo innanzi alla sua famiglia; pianse subito e senza freni, un pianto liberatorio; quindi, abbracciò Antonio accompagnandolo verso la camera da letto.

Ormai alle 20 mancano pochi minuti, ho vissuto una bella giornata, certamente la più bella da quando questo morbo mi affligge. Ormai ciò che mi resta da vivere lo voglio spendere con i miei pensieri più cari, la foto di mio nonno, quella di mio padre e mia madre nel giorno del loro matrimonio, le mie bambine il giorno della prima comunione, avevano 10 e 11 anni. 
Sono sereno, sprofondo in una tranquillità irreale, il mondo e come se non mi riguardasse più. Le ore 20 il telegiornale di canale uno, inizia la sigla; è la fine, mi stendo sul letto, in mano il vecchio rosario di mia nonna, attendo che tutto si compia.

Una morte strana la mia, senza dolore, senza angeli, senza diavoli, non ho idea di dove mi trovo.. 
Mi risveglio l’indomani mattina alle 8, calmo e sereno, ho deciso che la mia morte avverrà tra qualche giorno, devo ancora umanamente godere del nuovo rispetto della mia famiglia, come pure della faccia che ho rotto al signor Pappalardo. 
Cordiali saluti.

© Franco Vitale



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