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Luce verde
di Massimo Martinelli
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A volte sogno di Phlebas. Sogno dei suoi commerci per il Mediterraneo. Sogno i tappeti, le stoffe, gli incensi suppurati da mille tagli sui fusti color melanzana. Sogno i suoi lunghi capelli raccolti sulla nuca, le armi al fianco, il profumo di spezie, i gabbiani come statue sulla cima dei neri pali d’ormeggio, la risacca che spinge e richiama l’acqua consumando i pontili di cedro, l’ignoto oltre qualcosa, le stelle a milioni, le stelle dei marinai. Sogno le tempeste, le fredde notti, il vento che cambia, la parola data, la vita perduta, le terre a nord-est di Zante, la Torre di Andronico dove incisero i venti, il maestrale che irrompe dalla valle del Rodano e dalla porta di Calcarene, lo sconosciuto mare senza terra… Sogno il suo corpo in fondo al mare, il corpo di Phlebas, con i piedi imprigionati fra le assi del vecchio scafo affondato insieme a lui.
Il corpo di Phlebas ridotto ad una croce d’ossa da cui pendono brandelli di vesti… Si muove come un meccanismo primordio sul fondo del mare, e così sarà in eterno o fino a quando lo schianto della Terra inghiottirà le acque o l’improvviso arresto d’ogni moto le scaraventerà nel cosmo disperdendole insieme alle anime dei naufraghi…
Sogno minuscoli pesci, quasi solo un’idea di moto nell’acqua scura. Attraversano le sue orbite vuote.
Io lo vedo, vedo Phlebas il fenicio, gli giro intorno, sono là sotto con lui, ma essendo laggiù e non altrove, non posso vedere me stesso. Non ho idea del mio aspetto. Se sono vestito o nudo, se sono un uomo o un’ alga o un pesce o una forma di vita degli abissi ancora da catalogare.
Vorrei attraversare le sue orbite vuote, come un piccolo pesce di fondale. Phlebas è lì ed io ascolto i sussurri del mare che lo hanno consumato, che gli hanno portato via prima l’anima poi la carne. Di altro c’è solo il fondo sabbioso, cosparso di resti, fasciame, anfore, ossa. Non un pensiero né una parola, qualcosa da riconoscere, da decifrare una volta fuori dal sogno. Solo questo senso d’eternità non più corruttibile, orfana d’uomini finalmente.
Tutto qui.
Lui, il fenicio, è veramente morto e le sue ossa sono oramai spolpate “in sussurri” e non può dirmi più niente. A me, che lo conobbi un mattino gelato d’inverno su una panchina della mia città, mentre leggevo un libro senza eroi…
Lascio che il sogno si allunghi, protetto e cullato dalla massa d’acqua e dall’assoluto silenzio. Siedo su una cassa sventrata che ha sparso anfore tutt’intorno. E monete, un tempo lucide e perfette. Siedo in fondo al mare e guardo l’uomo che non amava fare credito e non voglio, non voglio che le parti tornino ad essere un tutto per ricordarmi che un tempo anche lui era bello e alto, come me…
Il sonno leggero mi toglie dalle profondità del mare. Vengo risucchiato in superficie ed è terribile vedere la sagoma di Phlebas allontanarsi, farsi piccola, indefinita, fino a scomparire nel pulviscolo compresso del mare, come nuovamente inghiottita dall’onda. Il sonno leggero e Guglielmo, che nell’altra stanza sento muoversi nel letto.
Accendo la luce. La stanza è fredda. Sara dorme profondamente, voltata dall’altra parte. Rimango per un po’seduto sul bordo del letto e ascolto il suo respiro, guardo le sue braccia abbandonate sulle cosce nude.
Sento il bimbo tossire; mormora qualcosa. Butto un occhio alla sveglia che Sara tiene sul comodino: le quattro.
Indosso una maglia … Dunque mi alzo e vado a vedere cosa stanno facendo i “cuccioli”. La piccola camera è appena illuminata dalla lampada notturna appesa alla parete. L’ho acquistata una decina di giorni fa, mentre ero in giro per lavoro. Ha la forma di una grossa rana e si accende premendone il dorso verde e rugoso. La luce che diffonde sembra l’aura gioviale di un guardiano dei boschi. Luce vedde ana, luce verde rana, dice Guglielmo quando vuole che gliel’accenda o vuole accenderla lui. Gli è piaciuta subito.
Mentre la tiravo fuori dalla scatola, lui e il fratello erano in piedi di fronte a me e mi guardavano ansiosi e guardavano la scatola. Pietro, il maggiore, è rimasto deluso perché sperava in un giocattolo poi però mi ha seguito nella cameretta per provarla. Abbiamo tirato giù le serrande e fatto buio perché era ancora giorno, e l’abbiamo accesa. Guglielmo continuava a chiedere Che è? E Pietro scandendo le sillabe provava a fargli ripetere Lu-ce ver-de ra-na. Guglielmo ha voluto provare anche lui e così abbiamo acceso e spento quella lampada una decina di volte provando tutti a turno e daccapo, e abbiamo chiamato Sara che era in cucina a preparare la cena e ha provato anche lei. L’ho guardata, Sara, i suoi capelli neri, il suo sorriso aperto… Ridevamo tutti. Poi ho pensato alle mie menzogne e mi sono sentito un vigliacco.
Rimango sulla porta e li ascolto respirare. Osservo le sagome dei miei figli sotto la trapunta leggera d’estate, su cui si spande il verde polveroso della lampada. Guglielmo è raffreddato e il suo respiro è profondo a tratti forzato. Sembra sempre sul punto di svegliarsi. Mi avvicino per metterlo su un fianco. In effetti non lo so se quella sia la posizione migliore, mi pare di si. Infilo lentamente una mano sotto la sua schiena e appoggio l’altra sul piccolo torace per girarlo. Il tepore che avverto mi va venire voglia di stendermi accanto a lui, di respirare quell’odore perfetto, che è la prima cosa che va perduta appena cresciamo un poco. Mi chino di più per baciargli una guancia. Ascolto ancora e mi pare che ora vada meglio, ma mentre mi avvicino per controllare il fratello più grande Guglielmo torna nella posizione di prima, a pancia in su. Mormora qualcosa, sorride nel sonno. Sorrido anche io e mi lascio prendere da una confortevole tenerezza. Raccolgo il gattino di peluche che è caduto sul pavimento e glielo poso nell’incavo del braccio, coprendolo con un lembo della coperta poi gli ripiego un poco il braccio per fargli abbracciare il pupazzo.
Pietro ha già perso quell’odore perfetto, ma ha ancora un odore da bambino. Lo bacio sulla testa. Le quattro e un quarto.
C’è veramente un buon odore in questa stanza. Penso che la purezza sia una cosa breve, ma solida, che si estingue quando è il momento ed è inattaccabile prima di quel momento. Ad essa, alla purezza ( che non ha nulla a che vedere con cose come la bontà, l’onestà, la lealtà, se non nelle forme istintive…) subentra tutto il resto e uno non può più tornare indietro e tutto questo non è e non sarà mai una nostra scelta, ma l’effetto di una legge naturale, della stessa forma ed architettura di quelle che tengono su i pianeti, che muovono le maree e i venti perenni e i destini; che rendono possibili gli universi ed il loro continuo rinascere e spegnersi e via dicendo. Probabilmente un’unica legge.
Accade che qualcuno rimanga puro per tutta la vita. Accade a quegli uomini o donne colpiti da certi tipi di follia, ai morti prematuramente, ad alcuni uomini o donne che hanno capito in tempo la loro missione nella vita, e forse a qualche padre o madre nato apposta per fare il padre o la madre. Ecco, non è il mio caso.

Questa notte è alla fine. Avverto l’aria cambiare prima ancora della luce. Cambia il profumo, si fa più umida. Apro la zanzariera e mi affaccio. Il giardino non è opera mia. A volte difendo il piccolo orto dalle lumache, raccogliendole con i guanti, al resto pensa Sara. E’ lei che ha voluto il giardino. Lo cura come cura i suoi figli, senza lasciarsi sopraffare né dagli uni né dall’altro. Sa disporre al meglio delle sue giornate ed io cerco d’aiutare come posso.
Lei è una farfalla. Vola leggera sulle cose. L’ho amata davvero. Forse l’amo ancora, ma non ho più niente da dirle. Non le cose di cui parlavamo un tempo.
Non è stata la noia, l’assuefazione. Non è stata una cosa graduale, che sarebbe anche comprensibile in una convivenza lunga. A me sembra sia successo all’improvviso, ma non in seguito ad un qualche evento o faccende del genere.
Parlavamo di noi, delle cose non intuibili, quelle che non si esprimono con qualche frase tipo: sono a pezzi, che non c’entrano niente con la fortuna o la mancanza di essa, che addirittura non hanno a che fare con la salute, l’umore o altro. Parlavamo dei libri che leggevamo, a volte quei libri li leggevamo insieme. Lei faceva considerazioni sulle cose che scrivevo, io la spronavo a dipingere. Non parlavamo di lavoro, di vacanze: quando il lavoro era finito era andata! E per le vacanze o le gite di fine settimana, non c’era nulla da organizzare: partivamo e basta.
Tutto questo lo abbiamo continuato a fare anche dopo che sono nati i piccoli. Non sono stati loro.
A volte mi ritengo interamente responsabile di questo mutamento. Ma è solo una scorciatoia, solo per far presto e pensare ad altro.
L’ho tradita. Ho avuto altre donne. Il cambiamento fra noi è stato così repentino e spossante, che ho cercato di ingannare me stesso ripetendo ad altre le cose che dicevo a lei. Ed ho incontrato qualcuno con cui riuscivo di nuovo a parlare senza fatica, senza prima pensare a cosa dire. Non volevo altro che questo, credo. Non mi interessava scoparle o altro. Ma ho fatto anche questo, le ho scopate. Perché mi sembrava corretto! Insomma, loro se lo aspettavano. Credo.
Questa notte è alla fine e Pheblas è perduto nelle profondità del mare, e ora che ci penso, nel nostro giardino non crescono gelsomini come a Trafalgar Square. Non siamo in aprile, ma prossimi all’autunno e fa ancora caldo e le notti sono dolci e ristoratrici.
La mia famiglia è ancora unita, siamo tutti dentro questa notte prossima al mattino, ma tremo se penso che anche oggi non avrò con me le parole di un tempo.
Ho timore di me stesso, di come saprò reagire ad un altro giorno di normalità

© Massimo Martinelli



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